venerdì 23 ottobre 2009

Marocco. Tempi duri per la stampa indipendente

CASABLANCA – Lunedì 28 settembre, nel tardo pomeriggio, una ventina di poliziotti hanno occupato i locali del quotidiano indipendente Akhbar Al Youm. Dopo aver costretto il personale rimasto ad abbandonare il proprio posto di lavoro, la Securité Nationale ha sequestrato gli archivi, messo i sigilli alle porte di ingresso e congelato il conto bancario del giornale. Sotto accusa la pubblicazione di una caricatura del Principe Moulay Ismail nel numero di domenica 27 settembre.
Nel disegno, il cugino del Re è ritratto seduto sull’ammaria, mentre saluta gli invitati alla propria cerimonia nuziale. La stella a cinque punte della bandiera marocchina, visibile solo a metà sullo sfondo della vignetta, è leggermente deformata. All’apparenza si direbbe una stella di David. Quanto basta al Ministero dell’Interno per emettere un giudizio di condanna, preventivo e arbitrario, nei confronti di Akhbar El Youm, violando così tutte le procedure del caso. Nessuna legge in questo Paese infatti autorizza la chiusura di un giornale prima che venga emessa una sentenza della magistratura. Nessuna legge ne autorizza il sequestro dei beni, tra cui le copie ancora in corso di pubblicazione, al di fuori dell’oggetto di indagine.
Pertanto un’azione giudiziaria è stata subito avviata, sollecitata dallo stesso Ministro dell’Interno. Il caricaturista Khalid Gueddar ed il direttore della pubblicazione Taoufiq Bouachrine sono stati interrogati dalla polizia e dai servizi segreti per due giorni consecutivi. Due giorni di insulti e provocazioni, a seguito dei quali sono stati ufficialmente incriminati. Un comunicato emesso il 1 ottobre dal Procuratore di Casablanca accusa i due giornalisti di violazione degli articoli 38 e 41 del Codice della stampa, e dell’articolo 267 del Codice Penale. Bouachrine e Gueddar sono ritenuti colpevoli di “antisemitismo e incitazione al crimine”, di “mancato di rispetto dovuto ad un membro della famiglia reale” e di “oltraggio alla bandiera nazionale”. Le pene a cui vanno in contro oscillano dai tre ai cinque anni di prigione, oltre ad un’ammenda di 10 mila euro. In più il Principe Moulay Ismail ha denunciato personalmente il giornale. Per l’offesa subita ha chiesto un risarcimento di 300 mila euro. Di fatto una sentenza di morte per Akhbar Al Youm. Il verdetto del tribunale di prima istanza è atteso per la fine di ottobre (salvo ulteriori rinvii). Intanto i locali restano sotto sequestro, i dipendenti senza lavoro e senza stipendio.
La redazione del giornale ha ricevuto l’immediato sostegno dei colleghi della stampa indipendente e delle associazioni per i diritti umani. Ma non si fa troppe illusioni. Il clima che si respira nel Paese porta a temere il peggio. Proprio in questi giorni il direttore del settimanale Al Michaal è stato condannato a un anno di carcere dal tribunale di Rabat per aver osato mettere in dubbio lo stato di salute del Re. Secondo il giudice, nell’edizione del 3 settembre, Al Michaal ha pubblicato “notizie di natura falsa e tendenziosa”, volte a destabilizzare il regime. Altri due quotidiani, Al Jarida Al Oula e Al Ayam , sono stati citati in giudizio con le stesse accuse. Il processo, ancora in corso, si concluderà probabilmente con nuove pesanti condanne. Nell’agosto scorso, infine, centomila copie dei settimanali Tel Quel e Nichane sono state sequestrate e distrutte dalla polizia, senza alcuna autorizzazione legale. L’edizione conteneva un sondaggio, realizzato in collaborazione con Le Monde, sull’opinione espressa dai marocchini in merito ai primi dieci anni di regno di Mohamed VI.
Khalil Hachimi, presidente della Federazione Marocchina della Stampa e dell’Editoria, guarda con timore i recenti attacchi subiti dai giornali indipendenti. “I colpi sferrati dal regime si susseguono con un ritmo mai toccato negli ultimi dieci anni”. Dall’ascesa al trono di Mohamed VI, la libertà di espressione sembra vivere in questi ultimi mesi il suo momento più nero. Diritti considerati ormai acquisiti vengono pericolosamente rimessi in discussione, frutto di una strategia che mira a intimidire quelle voci scomode, sollevatesi sempre più forti e numerose dopo la morte di Hassan II.
Il giornalista Karim Boukhari è ancora più esplicito, e dalle colonne di Tel Quel dichiara: “il potere ha decretato guerra alla stampa indipendente”. Una guerra, tuttavia, presuppone due belligeranti, due parti in causa che dispongano di forze più o meno equivalenti. E in questo caso la disparità delle risorse è fin troppo evidente. No, più che una guerra si tratta di un massacro unilaterale.
Di questo passo rimane da chiedersi che fine farà il processo di transizione democratica intrapreso dal Marocco negli anni novanta. Senza libertà di stampa (quindi di espressione e di opinione) e senza garanzie giuridiche la parola democrazia si svuota di qualsiasi significato. In un Paese in cui i vertici dello Stato possono reprimere illegalmente, nella totale impunità, chiunque si dimostri irriverente nei confronti dell’istituzione monarchica, c’è ancora spazio per tali garanzie e libertà?

lunedì 19 ottobre 2009

Se non avete paura del mare...

Dal libro Clandestin en Méditerranée, ecco la traduzione del secondo capitolo. (Vai al primo capitolo)

Dormire? Lì, in quella specie di zattera! Nessuno ci pensa. Anzi, capiamo subito che è necessario lottare contro il sonno per stare ben all’erta. Non possiamo fare gran ché in caso di pericolo, ma è meglio comunque restare svegli, in guardia, essere pronti nel caso in cui…
Fumiamo. Le nostre orecchie, e con loro la nostra attenzione, vengono catturate dai rumori del mare. Il capitano e il suo compare bisbigliano. Noi facciamo altrettanto. Il mio vicino, soprannominato Jeff, mi racconta la sua storia. Viene da Constantine. Dopo il lycée ha tentato di inscriversi in una università francese, ma l’Ambasciata transalpina ad Algeri non gli ha concesso il visto. Per questo ha varcato la frontiera, è arrivato a Tunisi e si è imbarcato clandestinamente. Il suo obiettivo è raggiungere la Francia, passando prima per l’Italia, dove degli amici lo stanno aspettando. Spera di rivederli una volta a Roma.
Il turno delle domande ora passa a lui, ma non ho il tempo di rispondergli. Bisogna stare in silenzio, poiché in lontananza una luce tremolante sta venendo dritto verso di noi. Il passeur non sembra tranquillo. Rallenta l’andatura quel tanto che basta per diminuire il fracasso del motore. Le luci danzano un po’ a pelo d’acqua e poi si allontanano. Pescatori? Guardia-coste? Forse un’altra barca di migranti diretta un po’ più a sud? Non lo sapremo mai.
Io e Jeff riprendiamo la conversazione, a cui si aggiunge questa volta anche il tunisino. Con un’aria solida e seria ci informa che il suo unico interesse è arrivare a Palermo. Sembra conoscere bene le dinamiche degli sbarchi clandestini, così gli chiedo cosa dovremo fare una volta arrivati a Pantelleria. “Per prima cosa bisogna evitare di andare in gruppo – mi risponde con tono calmo – in questo genere di cose è meglio procedere da soli. Non è il caso di attardarsi a Pantelleria, meglio prendere un traghetto per Trapani prima possibile. Il momento più delicato dell’operazione è percorrere i tre o quattro chilometri che separano la spiaggia dal porto dell’isola. Una volta a Trapani è fatta!”. Trapani, un piccolo rifugio di pescatori, sarà la faglia che ci permetterà di eludere l’arsenale di Shengen, penso tra me e me.
E’ ormai notte fonda. Delle coste e delle loro luci rassicuranti (quantomeno familiari) non c’è più nessuna traccia, ed è solo un’ora che navighiamo. Il freddo comincia a farsi sentire, prepotente. Mi imbacucco meglio che posso nel mio parka. Una fatica inutile. Non riesco a smettere di tremare: ai sussulti del freddo si aggiungono quelli dell’angoscia che cresce. Il mio connazionale sembra comprendere la situazione, lo stato d’animo in cui mi trovo, così mi offre una tazza di the. Poi, quasi per mettermi in guardia, mi sussurra piano all’orecchio: “Freddo e mancanza di sonno. Lo so, fratello, ci sono abituato. Dovrai farci l’abitudine anche tu, perché saranno i tuoi compagni più fedeli. Un clando soffre sempre il freddo e quando dorme lo fa con un occhio solo”.
Il malien non parla. Fuma e continua a fissarci con un sorriso pensieroso e compassionevole. Sembra sapere già cosa ci aspetta veramente laggiù. Mentre il tunisino continua a parlare, ricoprendoci di consigli, l’africano mostra una disapprovazione silenziosa. Le sole frasi che gli sento pronunciare sono per informarci che non sa nuotare e che è in viaggio per raggiungere il fratello a Lille. Gli domando allora se conosce già un po’ la Francia, se sa dove passare o se è in possesso di un contatto. Ma non ottengo alcuna risposta. Jeff mi confida che è meglio evitare questo genere di domande. Un clandestino non può mettersi a fare il terzo grado come un poliziotto! Mi ci devo abituare. Sono mosso ancora dall’istinto del giornalista, devo capire che la clandestinità ha altre regole, altri riflessi. L’altro algerino interviene nella conversazione: “è meglio evitare Ventimiglia, Menton e in generale la Costa Azzurra”. A suo dire l’esercito francese non esita a sparare senza preavviso. Gli rispondo sicuro di me, spiegando che in Francia l’esercito non è affatto schierato alle frontiere e che comunque queste cose non possono succedere in uno Stato di diritto. I miei compagni reagiscono alla mia ingenuità con un’alzata di spalle. (Queste voci non erano affatto prive di fondamento. In quei giorni infatti, dalla parti di Menton, dei doganieri francesi avevano aperto il fuoco su un’auto che trasportava sans-papiers. Ci fu perfino un morto. Nda).
Oltre a capire quando è meglio tacere, devo imparare che nel mondo dei clandestini le notizie viaggiano veloci. Raramente si ha il tempo di verificarle e in ogni caso è preferibile drammatizzare le cose piuttosto che addolcirle. Quante nuove abitudini da apprendere! E sono ancora all’inizio del cammino.
Ci spartiamo gli spuntini comprati prima di partire (sembra già un’eternità!). Mangiamo delle arance. Fumiamo tutti assieme. Il libico offre cioccolata. Mentre la distribuisce specifica che in nessun caso vuole attardarsi in Sicilia. Ha in mente di arrivare a Roma. A suo avviso le cose làggiù sono più facili che altrove in Europa. Ci confida che in realtà avrebbe potuto ottenere un visto, ma il Consolato italiano non gli ha risposto in tempo, a causa delle numerose inchieste a cui Roma sottopone i cittadini libici che vogliono lasciare il Paese.
Di nuovo, in lontananza, appaiono delle luci saltellanti. Siamo costretti a restare in silenzio. Ma questa volta il capitano non abbassa i giri del motore. Gli basta fissare bene la direzione da cui proviene la nuova inquietudine. Stando al numero e alla grandezza, queste luci sembrano indicare che si tratti di una nave da carico o di un traghetto, diretto nella nostra stessa direzione. Un punto oscuro e indefinito oltre le tenebre che ci avvolgono. Forse sta puntando leggermente più a nord.
Un traghetto? Ne ho presi molti, prima di vestire i panni del clandestino.
Mi lascio trasportare dai ricordi di quei tempi andati, e mi ritrovo a immaginare le azioni che i passeggeri della nave stanno compiendo in quel momento. Alcuni sono al bar, ad ascoltare musica mentre sorseggiano soddisfatti il loro bicchiere. Altri devono essere sul ponte a guardare le stelle. Altri ancora sono in cabina a leggere il giornale, forse stanno accarezzando la loro compagna di viaggio, o forse dormono. Fra qualche ora arriveranno, freschi e riposati, in un porto luminoso. Ricchi in mezzo ai ricchi. Nobili tra i nobili. Avranno la forza di guardare il mondo dritto negli occhi. Non avranno bisogno di nascondersi dietro una falsa identità, né di lottare contro il sonno. Sicuri dei loro visti, dei recapiti dei loro corrispondenti e del denaro che dichiarano di possedere, soddisfatti, ai doganieri, non racconteranno di aver perduto il passaporto, se ne fregheranno altamente dei poliziotti e degli schedari. Chissà se immaginano che, non lontani dalle loro cabine, sei viaggiatori clandestini, attanagliati dalla paura e dal freddo, stanno seguendo le loro tracce.
Mi assopisco cullato da questi ricordi. Ma sono immagini che appartengono ad un altro pianeta. Il pianeta degli esseri umani, un pianeta che mi sono lasciato alle spalle qualche ora fa.

Oggi, nella calma che avvolge il mio ufficio, non mi sento più capace di definire quell’emozione che si era insinuata allora dentro di me. Tristezza? Malinconia? Nostalgia? Probabilmente un insieme di tutto questo. Di certo, non avevo più la sensazione di vivere quella stessa temporalità che scandiva la vita dei passeggeri del traghetto dinnanzi a noi. Loro andavano con andatura risoluta e in linea retta verso una destinazione conosciuta e decisa in anticipo. Noi piroettavamo incerti nell’illegalità, verso un approdo che non avevamo scelto e di cui non conoscevamo gran ché. Loro sapevano cosa li aspettava dall’altra parte, noi potevamo a malapena indovinare il colore della spiaggia che ci avrebbe accolto. Era una sensazione strana e penosa. Come una sorta di vertigine, quasi fossimo astronauti in partenza verso un angolo remoto del cosmo. Vertigine, forse è questa la parola più adatta.
In fondo, non si trattava solamente di un’immersione nell’illegalità, che in sé resta un semplice cambiamento di status giuridico. Stavo sperimentando a poco a poco una temporalità inedita, il ché presupponeva una svolta ben più conturbante. Una nuova maniera di percepire la durata del tempo. Tutt’altro ritmo rispetto a quello dei cittadini ordinari. Di fatto, i passeggeri di quella nave e noi, individui oscuri in una barchetta tremolante, non appartenevamo più allo stesso tempo, non condividevamo più lo stesso spazio. Ormai non vedevamo più la terra dalla stessa angolazione. Un esempio. Quelle rive che avevamo appena lasciato, quei paesaggi familiari, per noi erano già lontani e stranieri.
Il battello che ci precedeva stava uscendo dalla portata della mia immaginazione. Quasi fosse un vascello di marziani. La sua stessa velocità mi appariva prodigiosa. In seguito, una volta cominciate le peregrinazioni terrestri, questa sensazione strana e dolorosa ha avuto più di una conferma.
La temporalità e il bioritmo di un clandestino hanno caratteristiche proprie. Vivendo fuori dalla legge, un illegale non sottosta più alle regole del tempo civile, non condivide con il resto degli uomini lo scorrere armonioso delle ore. La sua temporalità è fatta di scali forzati, fermate obbligate, improvvise, e scatti non previsti. Un ritmo caotico che non appartiene né al presente né al futuro. Una dimensione senza coordinate. Come si può parlare di avvenire a delle persone che non sono padrone nemmeno del loro immediato futuro?
Dovevo calarmi in questa dimensione il più velocemente possibile. Ogni volta che le mie abitudini, piuttosto borghesi, cercavano di opporsi, i miei compagni erano lì per ricordarmelo.

Jeff mi scuote dolcemente. “E’ meglio che ti distendi nel fondo dello scafo - mi dice - invece che ciondolarti in questo modo sulla panca”, offrendomi il suo sacco come cuscino. Rifiuto e gli assicuro di reggere alla stanchezza. L’africano non ha bisogno dei consigli di Jeff. Si è già sistemato sul fondo dell’imbarcazione. Raggomitolato, con un impermeabile fino al mento e la testa infilata sotto una sciarpa, fa partire una litania che assomiglia molto ad una preghiera. Le onde iniziano a dargli visibilmente fastidio. Onde sempre più minacciose, onde che fanno tremare lo scafo. Sarà il vento? Forse siamo usciti definitivamente dalla baia e andiamo incontro alle folate violente del mare aperto? Chi può dirlo?
I marosi solcano il mare con forza crescente, ci sbattono addosso e gli spruzzi infuriano su di noi come una pioggia di spine. Il malien ha previsto tutto fin dall’inizio. La sua sola paura, quella di annegare, si dimostra ben più concreta e reale delle nostre chiacchiere. Ci stendiamo attorno a lui nella pancia dello scafo. Siamo in sei, rannicchiati in una superficie che non supera i dieci metri quadrati, in mezzo ad un guazzabuglio di corde, bidoni, lattine e cassette per gli attrezzi. Accalcati gli uni sugli altri, tremiamo di freddo, oltre che di paura.
Se non temete il mare, dicono gli Irlandesi, finirete per morire annegati. Il nostro capitano sembra conoscere questo proverbio. Prende subito la situazione sul serio. Si siede sulla piccola panca, non lascia più la barra del timone e fissa non so bene che cosa all’orizzonte. Le condizioni del mare lo preoccupano, le onde catturano tutta la sua attenzione tanto che non degna più di uno sguardo i sei malcapitati stesi sotto di lui. Non è la rapacità dei passeurs che dobbiamo temere, ormai sembra evidente, ma i capricci di un mare imprevedibile.
Mi avevano segnalato questo pericolo. Mi avevano detto che il mare, nel Canale di Sicilia, costituisce l’ostacolo più grande all’emigrazione clandestina. Mi avevano ripetuto spesso che il Mediterraneo si fa complice di Shengen. Diffidente, non ci ho creduto. Più che gli umori del mare ho temuto la vigilanza dei guardia-coste e le manovre losche dei trafficanti. Mi sono sbagliato!
Fino ad ora il capitano è stato corretto ed i guardia-coste discreti. Ma il mare! Gli scossoni sono sempre più forti ed io spero quasi che arrivi qualcuno ad abbordarci. Qualcuno che interrompa questo calvario. Ma chi? Non c’è nessun faro nei paraggi, nessuna luce. Sarei felice anche solo di avvistare una motovedetta. A questo punto mi sembra il male minore. Cerco di tirarmi su e domando al passeur se abbiamo già varcato la frontiera. Borbotta qualcosa e mi fa segno di tornare a stendermi con gli altri. Mi consiglia di dormire un po’, sarà lui stesso a svegliarmi non appena avremo attraversato una qualunque frontiera.
Sbattuti dalle onde e sommersi di schizzi, proseguiamo la nostra marcia nelle tenebre. Torno al mio posto e lascio perdere il mare per un momento. Cerco di osservare i due piloti. Mi hanno talmente messo in guardia da questo genere di trafficanti che temo ogni loro mossa. Non si racconta forse che all’avvicinarsi di un pericolo alcuni di loro sono disposti ad abbandonare il carico in alto mare? Non vengono forse descritti come esseri privi di scrupoli, che non esitano a far correre i pericoli più assurdi ai loro passeggeri? L’angoscia e l’oscurità contribuiscono ad aumentare i dubbi e le apprensioni.

Con un certo distacco, oggi, ammetto che il passeur si è comportato in maniera corretta e competente. Ha svolto onestamente un lavoro disonesto. Ha corso i nostri stessi pericoli. Abbiamo sopportato le stesse orrende condizioni. Cosa poteva guadagnare nel gettarci in mare? Alleggerire la sua imbarcazione? E a che scopo, visto che lo scafo carico e pesante poteva resistere meglio alla furia dei marosi?!
Ancora adesso, seduto dietro alla mia scrivania, cerco di definire la sensazione esatta che ho provato in quelle ore di subbuglio e di pericolo. Nel mio racconto l’ho chiamata paura, ma non ne sono così sicuro. E’ una parola ormai abusata, utilizzata spesso in modo improprio, quindi troppo vaga. In un primo momento fummo presi dall’inquietudine, sopraffatti dalla brusca levata del vento e dall’inizio dei sussulti. Ma fu una sensazione breve. Poi ci ha invaso una sorta di turbamento interiore, lacerante per quanto silenzioso. Ciascuno di noi si domandava se il mare ci avrebbe lasciato passare o, nel peggiore dei casi, ci avrebbe permesso di tornare al porto. Alla fine è arrivato lo spavento, quello vero. Eravamo sconvolti dalla raffica continua di onde impazzite che stavano riempiendo lo scafo d’acqua. Ma se ben ricordo anche lo spavento non durò a lungo.
Inquietudine, turbamento, spavento. Sensazioni concrete, ma fugaci. La paura, invece, si insinua per giorni, non molla mai la presa, non lascia spazio al respiro, immobilizza. Spesso non ha causa apparente né un volto definito. Questo sentimento (non la sensazione ma il sentimento) non l’ho mai provato di fronte ai pericoli appena descritti. Non l’ho vissuto sullo scafo traballante che mi ha condotto fino alle coste italiane. La paura è arrivata più tardi, mentre stavo attraversando le Alpi. Mi ha braccato per due giorni interi. Eppure il passaggio a piedi attraverso il Col du Simplon era meno pericoloso rispetto alla traversata del Canale di Sicilia. Le Alpi meno capricciose in confronto al Mediterraneo. Tuttavia un malessere opprimente ha avvelenato quegli ultimi giorni di viaggio. Ma non è ancora il momento di parlarne. Siamo ancora lontani da Domodossola e dal confine svizzero. Altri rischi, altre avventure, altre fughe, altre attese, prima, meritano di essere raccontate in questo reportage.

martedì 13 ottobre 2009

La folle pazienza dei cercatori d'oro

Vi propongo la traduzione del primo capitolo di Clandestin en Mediterranée, scritto dal giornalista tunisino Fawzi Mellah e pubblicato dalla casa editrice Le Cherche Midi nel 2000. L'autore ha deciso di sperimentare in prima persona il passaggio clandestino dalle sponde tunisine alle coste europee, riportando sotto la forma di un libro-reportage la sua esperienza diretta.

Le facce sono tutte rivolte alle persiane del Console, come ciotole protese verso una mano troppo avara. Queste facce sono riuscite a togliermi la voglia di viaggiare. Ma non rinuncio lo stesso. Prendo il mio posto in fondo alla fila e, dopo aver verificato con uno sguardo veloce la completezza del mio dossier, cerco di darmi un contegno sfoggiando un sorriso speciale. Un sorriso ben noto a tutti coloro che il destino ha messo su una qualunque lista d’attesa.

Siamo più o meno un centinaio, uomini e donne, a battere i piedi di primo mattino davanti alle grate del Consolato. Seri e risoluti, tenendo ben stretti nostri passaporti, cerchiamo di scacciare i residui di un sonno che minaccia di intorpidirci e gli sbadigli di noia che rischiano di scoraggiarci. Ci esercitiamo reciprocamente ad eludere i trabocchetti tesi abitualmente da funzionari reticenti.
A dispetto dell’orario affisso in caratteri d’oro, gli impiegati tardano a raggiungere i loro posti di lavoro. Prudenti, non abbiamo la minima intenzione di rimproverarglielo. Bisogna aspettare, e aspettiamo. Senza segnali di nervosismo, né di astio inutile. L’entusiasmo ci conduce già altrove, ci porta verso un orizzonte fatto di desideri e speranze. E’ un semplice visto a tenerci ancora lontani. Come cercatori d’oro sicuri di noi e del nostro filone, indifferenti alla stanchezza e al tempo, ci sembra normale pagare con questa pazienza un futuro voluttuoso. Cosa importano queste ore di attesa fastidiosa o gli sguardi beffardi dei passanti?
La folla cresce ed io mi ritrovo nell’atrio d’ingresso. Una posizione vantaggiosa, inespugnabile! Non devo né spingere né tendere il collo. E’ sufficiente appoggiarsi ai battenti del portone, lasciarsi trasportare dal movimento continuo delle persone alle mie spalle, scivolare su quest’onda anonima fino allo sportello tanto agognato. Ma questo genere di privilegi ha un prezzo. Bisogna rispondere alle domande di chi sta dietro, fornire spiegazioni che non si conoscono, prestare la penna al vicino, completare formulari e tradurre disposizioni incomprensibili. Riesco così ad osservare fino a che punto i miei compagni sono pronti e preparati a districarsi in mezzo alla giungla spietata di direttive e regolamenti che ci attende. Non c’è astuzia burocratica che non abbiano già previsto. Non c’è barriera in cui non sappiano trovare la faglia. La Francia si barrica? Bell’affare! Passeremo per l’Italia. L’Italia non ci vuole? Non servirà a niente! Andremo in Germania. La Germania espelle gli immigrati? Allora ci rifugeremo in Olanda. Insomma, al contrario dei viaggiatori ordinari, i miei compagni non sembrano avere una destinazione precisa. Si preparano a vagabondare armati di speranza.
Gli sportelli si aprono e d’improvviso la calma si trasforma in caos. Il caos in bagarre. Bisogna avanzare decisi, difendere la propria posizione, sgomitare e azzuffarsi se necessario. Nel mio caso un dispendio di energia inutile. Raggiunto lo sportello, infatti, ricevo solo improperi, lanciati selvaggiamente da una fiamminga arcigna. La mia domanda di visto è ingiustificata, poiché ho già beneficiato l’anno passato di un’autorizzazione simile. Né l’invito del mio anfitrione belga, né il mio passaporto valido, né le garanzie finanziarie che esibisco, con una certa fierezza, servono ad addolcirla. La imploro, cerco di contrattare, mi arrabbio, poi torno ad implorarla; non serve a niente! Risponde alle mie suppliche con monosillabi infastiditi. L’unica cosa che capisco è che l’Europa di Shengen non ne vuole più sapere di me.
Insistere? Ricominciare da capo tutta la fila? E per che cosa? La fiamminga è così sicura delle istruzioni ricevute da Bruxelles. Sperare di abbattere questo muro di diffidenza e di burocrazia assurda mi sembra fin troppo vano. Lascio la funzionaria al gergo indigesto dei formulari e i miei compagni alla folle pazienza dei cercatori d’oro… Ma non mi sento sconfitto, non ancora!
Getto lo sguardo sulla strada e vedo un gruppetto di persone che confabula con aria cospiratrice. Sono stati rifiutati, come me, ma non si arrendono e cercano altre soluzioni per aggirare l’ostacolo, per aprirsi ad ogni costo un varco verso l’Europa. Sono colpito da questa nuova razza di migranti. Sbalordito dalla loro energia e dalla loro capacità di districarsi in qualunque situazione. Voglio saperne un po’ di più.
Una breve conversazione in un angolo del marciapiede mi è sufficiente per abbozzare qualche ritratto. Sono giovani, dai 20 ai 25 anni, ed hanno un buon livello di istruzione. Nella maggior parte dei casi vivono in città ed hanno già avuto esperienze professionali.
Non fanno grande mistero dei loro progetti, così cerco di punzecchiarli, vestendo i panni del guastafeste. “Sapete cosa lasciate” - gli dico con tono provocante – “ma sapete veramente quello che troverete? Ve lo dico io, la stessa situazione”. Poi ancora: “Non credete che la vostra vita possa essere qui?”. “Un susseguirsi di giorni miserevoli non è una vita”, mi ribatte un roscio dalla statura gigantesca. “E l’Europa, come ve la immaginate?”. Dal brusio entusiasta che ottengo come risposta capisco che per questa gente l’Europa evoca la meraviglia dei sogni, più che la geografia dei continenti. E’ un po’ come la Terra Promessa per Mosè o le Indie per Cristoforo Colombo. “E le frontiere? Avete pensato alle frontiere?”. “Le frontiere sono ostacoli per benestanti, ma per noi non sono altro che ulteriori stimoli al viaggio”, esclama deciso il roscio, facendo capire chiaramente che non ha gran ché da perdere. “E il mare allora? Bisognerà pur attraversare il Mediterraneo per arrivare all’altra sponda?”. Un ragazzo dagli occhi ridenti mi riassume in un’immagine l’avviso generale in proposito: “Il Mediterraneo è una vecchia puttana, talvolta indomabile, ma basta saperla saltare!”.
In questa replica percepisco un vigore così forte che mi sento incapace di criticare il tenore dei sogni da cui sono animati questi uomini. Al contrario, vedendo l’impeto con cui si apprestano a giocare le poche carte a disposizione, finisco per domandarmi in cosa il loro sogno sia meno nobile di quello degli Ebrei che attraversarono il Mar Rosso o di quello degli Spagnoli in vela sull’Atlantico. Dopo tutto, mi dico, anche queste persone, come gli avventurieri mitici di un tempo, sono pronte a rischiare i loro corpi e le loro anime per dar vita a un sogno. Anche loro sono mossi da quella caparbietà che serve a costruire nuovi mondi.
Chi sono dunque questi migranti contro cui l’Europa alza le sue barriere? Cosa li spinge ad affrontare i pericoli del mare e gli ostacoli alle frontiere? Quali sogni e quali illusioni si portano con loro? Come diventano improvvisamente clandestini, illegali, sans-papiers? Per poter avere una risposta non ho altra scelta che condividere la loro galère.

Così nel marzo del ’97 decido di trasformare il fallimento al Consolato belga in un reportage. Una rivista svizzera ed un quotidiano tunisino accettano di pubblicare l’inchiesta ed io sono pronto a scivolare nei panni di un clandestino. Tenterò la mia chanche nel Mediterraneo. Senza visto, senza permesso di viaggio, con un po’ di soldi in tasca e qualche raccomandazione, mi metto alla ricerca di un contatto. Più facile a dire che a farsi! Non basta aver voglia di partire, bisogna rispettare determinate condizioni e osservare una giungla di regole non scritte.
Per prima cosa bisogna essere giovani e godere di ottima salute. Una volta superata la frontiera c’è da camminare, talvolta anche da correre, e spesso si finisce senza fiato. Questo spiega perché l’età media dei clandestini sia così bassa. E’ una sorta di selezione naturale che gioca in favore dell’Europa. Il vecchio continente si ritrova ad assorbire una popolazione giovane e in buona salute.
In più bisogna saper nuotare. Eh sì! Per attraversare il mare su piccole barche rattoppate, spesso in balia di forti marosi, bisogna almeno essere in grado di restare a galla. Le imbarcazioni raramente sono provviste di giubbotti di salvataggio. E non è un caso se la maggior parte dei racconti in materia parla di naufragi, annegamenti e perdite d’uomini in mare aperto.
Bisogna poi avere a disposizione una bella somma di denaro. Il passaggio dalle coste maghrebine verso la Spagna o l’Italia può costare fino a cinque volte il prezzo di un biglietto d’aereo. Senza contare le spese per muoversi una volta in territorio europeo. Servono tanti soldi per affrontare questo tipo di avventura. A conti fatti, dalle coste tunisine fino alla frontiera francese ho speso l’equivalente di due o tre vacanze con il Club Med in Martinica. Quanto ai miei compagni, in diversi si sono indebitati pesantemente o hanno fatto ricorso alle famiglie per potersi pagare la traversata.
La conoscenza delle lingue europee è un altro dei requisiti richiesti. A seconda del caso e della convenienza, i trafficanti possono decidere di abbandonare il carico umano tanto in Francia, quanto in Italia o in Spagna. Bisogna essere pronti a cavarsela in ogni circostanza. Durante la mia esperienza ho incontrato molti clandestini capaci di districarsi bene in italiano, in tedesco e in spagnolo, oltre che in francese. Al contrario degli stereotipi che circolano, questi migranti, dipinti sovente come dei diavoli o dei banditi, nella maggior parte dei casi sembrano essere persone curiose e ben informate.
Per ultimo non resta che individuare una rete di passeurs e, una volta trovata, riuscire a guadagnarsi la fiducia del capo. E’ lui che decide chi può passare e chi no. Secondo quali criteri? Nel mio caso ne ha applicati quattro: il denaro in divisa forte che si è disposti a sborsare; la motivazione alla base del viaggio; buone condizioni fisiche; la simpatia ispirata. Insomma non è poi così diverso dal Consolato, burocrazia a parte.

Dopo un mese di ricerche riesco finalmente a scovare una rete affidabile. Al momento del primo incontro, in un bar, il contatto mi scambia per un pazzo esaltato. O peggio per un poliziotto infiltrato. Pessimo inizio. Il mio aspetto non assomiglia minimamente a quello dei suoi clienti abituali. Non mi promette niente e ci lasciamo senza una decisione definitiva. Una buona decina di telefonate e qualche intervento da parte di amici influenti riescono a procurarmi un nuovo rendez-vous e la mia domanda viene presa in considerazione.
Dopo una settimana ottengo un incontro con il capo. Ha più l’aria dell’assistente sociale che del trafficante di clandestini. E’ grassottello, gentile e ben informato sulla durezza della vita. Siamo cinque candidati. Ci raduniamo attorno a lui, in un bar non troppo lontano dall’approdo dove tiene ormeggiata la sua barca. Fin dalle prime parole ci confessa che le cose non saranno così facili come crediamo. Per convincerci enumera le difficoltà a cui stiamo per andare in contro: il mare è pericoloso; i guardia-costa tunisini sono spietati; quelli di fronte sono ancora più feroci; lui stesso non può garantire nessun risultato; sulla sua barca non vuole muli, né pregiudicati, né contrabbandieri.
Dopo aver analizzato le condizioni e i pericoli della traversata, passa ai dettagli pratici: niente valige, solo un piccolo zaino, del cibo e molta acqua. “E per i passaporti?”, farfuglia un candidato. “Dovete decidere voi se prenderli o lasciarli qui”, risponde il passeur in tono conciliante. Poi ci spiega il suo punto di vista: “personalmente vi consiglio di averli con voi, ma senza mai tirarli fuori. Se vi accorgete che le cose si mettono male nascondete i documenti e dite di averli persi. Nessun poliziotto potrà costringervi a rivelare la vostra vera identità”.
“Questi sono i pericoli – mormora un altro – “ma quanto ai rischi legali che corriamo?”. A questo punto il passeur assume un tono notarile e ci fa il punto della giurisprudenza in materia. Se i guardia-costa tunisini ci trovano i nostri passaporti saranno confiscati, saremo colti in flagrante delitto, un tribunale ci condannerà a qualche mese di prigione per attraversamento illegale delle frontiere e verremo schedati dalla polizia. In più lui rischierebbe il sequestro della barca e una multa salata. Se invece cadiamo nelle mani della polizia di frontiera italiana, saremo detenuti per qualche ora, dopodiché avremo due settimane di tempo per lasciare il Paese.
Che siano minacce al vento? Tentativi di giustificare l’alto prezzo richiesto per la traversata? Come saperlo senza provare di persona le difficoltà dell’impresa?
Arriva il momento di discutere i motivi della partenza e la tariffa. Il capitano preferisce prenderci uno per uno in disparte. I miei argomenti non gli sembrano molto convincenti (gli racconto fedelmente la mia disavventura al Consolato belga). Mi crede a metà. Ci pensa un po’ su e poi, senz’altro impressionato dal numero e dalla qualità delle mie raccomandazioni, finisce per cedere. La tariffa è 8 mila franchi. Non ci sto e cerco di trattare; la negoziazione è lunga, alla fine ci mettiamo d’accordo per 5 mila. E’ ancora troppo, ma non ho altra scelta se voglio imbarcarmi in quest’impresa. Pago. Con un supplemento di 2 mila franchi mi dà le coordinate di un contatto che potrebbe aiutarmi a trovare un alloggio e un lavoro una volta a terra. In un foglio vago mi scrive il nome di una persona vaga che dovrei incontrare in un vago bar siciliano. Esigere più garanzie? Ma andiamo! Si può essere di palato fino mentre ci si prepara a scivolare nell’illegalità? In ogni caso sono deciso a percorrere il cammino fino in fondo, alle stesse condizioni degli altri.
La partenza è fissata per l’indomani, verso le nove di sera, a qualche passo dal luogo del primo incontro, vicino al molo.

Metto qualche vestito nello zaino, proteggo il passaporto con un sacchetto di plastica e porto con me un giubbotto di salvataggio. Decido di prendere qualche precauzione. Metto al corrente delle mie intenzioni un giornalista di Ginevra, un amico a Parigi e un avvocato tunisino.
“Ha preso veramente tutte le misure necessarie prima di affrontare questa pazzia?”, mi domanda l’uomo di legge in un ultimo sussulto di inquietudine. “Sì, credo di sì..”. “Io non credo proprio!” - ribatte lui – “ha l’aria di considerare questa traversata come una semplice crociera, ma si sbaglia!”. Poi di seguito: “non per spaventarla, ma le ricordo che i cadaveri restituitici dal mare ogni anno sono fin troppi. Se non ci pensa il mare, spesso è la marina italiana a gettarne più della metà in acqua. Senza contare l’incoscienza dei trafficanti, che non esitano un secondo a sbarazzarsi del loro carico umano al semplice comparire di una minaccia. Mi creda, al suo posto io lascerei perdere questo reportage e mi accontenterei di un saggio sul fallimento della cooperazione occidentale nel nostro Paese”. “Ma questi figli della miseria non sono altro che la prova irrefutabile del fallimento di cui parla”, gli rispondo per dar maggior forza, almeno ai miei occhi, alla pertinenza del progetto. Non potrei scrivere una sola riga su queste persone senza condividere con loro certi rischi.
Scoraggiato da tanta ostinazione, prova allora a dirmi la sua su quelli che io chiamo compagni. “Se crede che questi clandestini siano gente per bene si sbaglia di grosso ancora una volta! Droga, prostituzione, delinquenza, ignoranza… ecco cosa l’aspetta. Niente a che vedere con le generazioni precedenti”.
Conosco bene i discorsi dei miei compatrioti a proposito dei migranti. Sono gli stessi che si fanno nell’altra sponda. I ricchi di qui non si accontentano di riprodurre lo stesso stile di vita della buona società occidentale, ne adottano anche i pregiudizi. Lascio il mio avvocato alle sue inquietudini e filo via, in contro al mio miraggio.

Arrivo per ultimo e mi rendo conto che diversi dei compagni conosciuti ieri non sono presenti. Forse il prezzo è troppo alto o forse non sono riusciti a convincere il passeur. Scorgo facce nuove ad attendermi. Siamo in sei a scalpitare vicino alla barca. Sei volontari pronti a partire, ciascuno alla ricerca della propria “isola del tesoro”. Nessuna presentazione. Nessun nome proprio. Solo sorrisi di circostanza, rigidi e ansiosi. Il capo è accompagnato da una sorta di assistente, burbero e collerico. Otto anime stanno per salpare su questa vecchia imbarcazione, lunga non più di nove metri, larga e piatta. Di sicuro un tempo una barca di pescatori. Non c’è cabina, nessun giubbotto di salvataggio, solo una panca sistemata alla buona e un piccolo motore a poppa.
La notte sta calando. Ci imbarchiamo barcollando in un guazzabuglio di oggetti invisibili. Ci stringiamo gli uni contro gli altri e appoggiamo la testa sugli zaini. Il capitano imbraccia la barra del motore.
Da lontano dei contadini ci guardano con quell’aria un po’ scettica e allo stesso tempo caritatevole, di cui fanno solitamente dono ai marinai. Dei pescatori, almeno dall’odore, ci passano accanto rivolgendoci un saluto carico di complicità. Non ci passa neanche per la testa di rispondergli. Gli ordini sono chiari, bisogna rimanere in silenzio.
Dopo la partenza il capitano ci dà le ultime raccomandazioni e ci spiega in modo sommario la procedura di sbarco. Al suo segnale, non appena la barca si avvicinerà ad una caletta, dovremo scendere velocemente, aiutandoci l’uno con l’altro e facendo attenzione alle rocce. Toccato terra, non ci resterà che disperderci il più in fretta possibile, incamminandoci verso la città. “Lasciate un po’ d’acqua per lavarvi, quando arrivate”, aggiunge il passeur. “Ma dov’è che andiamo esattamente?”, mi azzardo a chiedere. “In Italia, perdio!”, mi risponde pronto un vicino. “L’Italia è grande, voglio sapere dove sbarcheremo esattamente”. “Di certo non ti porterò fino a Milano” - replica il capitano – “arriveremo a Pantelleria”. “E quanto tempo ci vuole?”. Non ascolta nemmeno la mia domanda. Fa un nodo attorno alla barra, si sistema un thermos in mezzo alle gambe e farfuglia Dio sa quale istruzione al suo assistente. Poi si rivolge di nuovo a noi, quasi coccolandoci: “Copritevi bene e dormite, non c’è più niente da vedere”.
E’ quando non c’è più niente da vedere che le cose si fanno interessanti, diceva non so più quale viaggiatore. L’immaginazione è libera di dare forma a tutto ciò che gli occhi non vedono. Mentre le luci della costa illuminano ancora l’equipaggio, cerco di fissare in mente le facce dei miei accoliti, prima di prendere il largo. Quanti anni hanno? Non so, forse tra i venticinque e i trenta. Quale origine? Direi cinque maghrebini e un sub-sahariano. E’ tutto quello che posso indovinare. Sufficiente per viaggiare assieme, troppo poco per condividere un inferno. Meglio provare, quindi, a scambiare qualche parola prima che il sonno ci risucchi. Tra un mormorio e un sorriso riesco a scoprire che l’uomo alla mia destra è algerino. L’africano viene dal Mali, poi c’è un libico, ancora un algerino, e un confratello tunisino.
“Silenzio!” - mormora infastidito l’assistente – “in nome di Dio volete che ci trovino prima di aver lasciato la baia? Adesso state zitti e dormite, ve l’abbiamo detto, non c’è più niente da vedere”. Eccetto il porto che si allontana, due barche di pescatori al rientro dopo una giornata di mare, e i riverberi della costa ormai distante, effettivamente, non c’è più nulla da vedere. Soltanto il nero profondo del Mediterraneo continua a catturare la mia attenzione.
Poco a poco anche le pallide luci della costa sfumano completamente. La linea azzurrognola delle colline si trasforma in un disegno astratto e poi scompare del tutto. No, non c’è più niente da vedere, ma questo non basta per addormentarsi.

sabato 10 ottobre 2009

TUNISIA. Se in vacanza ci va la democrazia

TUNISI – Allontanandosi di qualche passo da place Pasteur in direzione nord si nota subito una strana struttura. Bassa e compatta. All’apparenza si direbbe un garage, ma sul tetto troneggia una antenna minacciosa. E’ la base operativa dell’Agence Tunisienne d’Internet. Un bunker impenetrabile. Da questo centro, a pochi passi dalla residenza dell’Ambasciatore italiano, il regime di Ben Ali controlla e gestisce tutte le connessioni in rete effettuate nel Paese. E’ da qui che oscura i siti web che denunciano gli abusi e le violazioni perpetrate dalla dittatura. Perfino le mail vengono filtrate. Gli appelli di Amnesty International, Human Rights Watch e Reporters Sans Frontières cadono nel vuoto. Le loro pagine web non sono accessibili. Anche YouTube ha subito la stessa sorte nel giugno 2008, dopo la diffusione di alcuni filmati che mostravano le immagini della rivolta degli abitanti di Redeyef, il bacino minerario da cui si estrae la maggior parte del fosfato tunisino, nella regione di Gafsa. Scioperi e manifestazioni soffocate nel sangue (4 morti), sindacalisti arrestati e giornalisti allontanati a botte e intimidazioni, mentre a pochi chilometri centinaia di turisti continuavano a godersi la calma di Tamerza e Chebika, o passeggiavano entusiasti sotto i palmeti di Tozeur. “Il movimento sociale più forte e maturo della recente storia della Tunisia” l’ha definito Le Monde Diplomatique. Ma nel nostro Paese nulla o quasi si è detto in proposito. Solo Gabriele Del Grande ha avuto il coraggio di raggiungere Redeyef e di raccontare la violenza della repressione, rischiando di essere intercettato dalle forze di sicurezza tunisine.

I milioni di visitatori che si recano ogni anno in Tunisia continuano a descrivere questa terra come un paradiso turistico e non riescono ad aprire gli occhi su quello che c’è dietro le spiagge bianche di Hammamet, Susse e Monastir. Non sanno che nelle vicinanze di Gerba si è consumata per oltre un decennio une delle tragedie più nere della storia del Mediterraneo. Per anni il mare ha continuato a restituire i corpi di giovani naufraghi, trasportati dalle correnti fino alle rive del golfo di Gabes. La maggior parte era partita dalle spiagge di La Chebba e Chaffar, nel tratto di costa che va da Mahdia a Sfax. Quello più vicino all’isola di Lampedusa.
Sotto questo aspetto il 2003 è stato un anno di svolta. Dopo il Trattato di Amicizia, Buon Vicinato e Cooperazione siglato dai governi di Roma e Tunisi, il flusso migratorio si è spostato oltre il confine libico. Con il Trattato sono iniziati gli accordi in materia di sicurezza e controllo delle frontiere. A Ben Ali il compito di fare il lavoro sporco in cambio dei soldi e della riconoscenza dell’intera Europa. I riflessi nel Paese sono preoccupanti. Il denaro della cooperazione italiana ha permesso la creazione di 13 centri di detenzione e espulsione. Nel mirino i potenziali harraga. Le nuove leggi di contrasto all’emigrazione clandestina puniscono con tre anni di carcere chi ha ancora il coraggio di sfidare le acque del Canale di Sicilia. Ma i tunisini continuano a “bruciare la frontiera”. In Italia ne arrivano illegalmente quasi duemila ogni anno, i più passando dalla Libia. Rischiano molto, tutto. Oltre al pericolo di essere intercettati c’è la violenza del mare. Cosa li spinge ancora a partire?

La risposta me l’ha data Tunisi stessa. O meglio la diseguaglianza che nasconde. Per capire in profondità le dinamiche sociali di questo Paese non basta prendere in considerazione i dati macroeconomici, senz’altro positivi, che ne fanno uno tra gli Stati più floridi dell’area. Dietro alle banche e agli alberghi di lusso eretti in bella mostra tra avenue Burghiba e boulevard Mohamed V ci sono le grida di miseria che si alzano dalle baracche di Hay El Akrad, appena fuori città. Cumuli di lamiera appoggiati su qualche mattone, sprovvisti di luce e acqua corrente. Lontano dallo sguardo dei turisti.
Ma il dato più allarmante resta l’impoverimento progressivo della classe media, fiore all’occhiello del modello economico tunisino. La base sociale su cui Zine Eddine Ben Ali ha fondato il suo potere. E’ la classe media infatti a pagare il prezzo della svolta liberista impressa al Paese nei primi anni novanta: l’eredità socialista lasciata da Burghiba ha ceduto il passo alle privatizzazioni e all’apertura dei mercati. Lo Stato ha continuato a gestire l’iniziativa economica, imprigionando tanto il settore pubblico quanto quello privato in una morsa di clientelismo e corruzione, di cui gli unici beneficiari sono rimaste le famiglie vicine all’entourage presidenziale. Il resto lo stanno facendo le imprese straniere, sempre più numerose, attratte dalle agevolazioni fiscali concesse dal regime. Controlli scarsi e niente tasse per le industrie che delocalizzano. E a farne le spese sono i lavoratori. Senza alcuna tutela sindacale si ritrovano alla mercé di strategie economiche che nulla hanno a che vedere con la promozione dello sviluppo locale. Contratti flessibili e malpagati, stipendi che raramente arrivano a 225 dinari al mese (120 euro), la soglia fissata dallo SMIG (salario minimo garantito). Tutto questo mentre le industrie nazionali non resistono alla concorrenza straniera, chiudono i battenti e mandano i loro dipendenti ad ingrossare le fila dei disoccupati.
Qualche giorno fa, mentre girovagavo tra i vicoli di Bab Saadoun, il quartiere dove vivo, ho conosciuto Othman. Lavora nella fabbrica di scarpe di un italiano. Guadagna 150 dinari al mese, pochi per provvedere all’intera famiglia, così di sera fa il tassista abusivo a La Goulette. Parcheggia la Palio del fratello di fronte al porto e aspetta i turisti che scendono dalle navi. Sono in molti nella sua stessa situazione, ad arrangiarsi con gli stessi espedienti.
Le cifre ufficiali fornite dal governo parlano di un tasso di disoccupazione attorno al 14%, ma studi più credibili, come quelli della ricercatrice Beatrice Hibou, rivelano che la percentuale dei senza lavoro è almeno il doppio di quella dichiarata. I più coinvolti sono i giovani tra i venti e i trent’anni, in gran parte diplomati e laureati. Il Paese è in piena “sindrome marocchina”. Il mercato nero e il contrabbando spesso sono le uniche attività che consentono di tirare avanti. Servono ad allentare una pressione sociale altrimenti incontrollabile. Il regime lo sa bene. Le tollera e in questo modo aumenta la sua capacità di controllo sulla popolazione, alimentando un sottile gioco di scambio: da una parte permette il mantenimento dell’economia sommersa, vitale per una larga fetta della società tunisina, dall’altra si assicura l’appoggio di tutti coloro che sono coinvolti nel settore.
Questo serve almeno in parte a spiegare come mai il regime dimostri ancora una stabilità interna. Ma come giustificare il fatto che la comunità internazionale continui ad elogiare il modello economico tunisino, ignorando la deriva autoritaria di Ben Ali e tacendo sulle continue violazioni dei diritti umani? Una risposta c’è. Cinica, come la logica di mercato che regge l’impianto del capitalismo globale. La stabilità assicurata da questo tipo di controllo e di regime permette affari d’oro alle multinazionali e alle aziende straniere che delocalizzano. Una tale stabilità non può essere messa in discussione.
L’Unione Europea, la Banca Mondiale e le altre istituzioni internazionali si accontentano della veste democratica assicurata, almeno sulla carta, dalla presenza di un Parlamento, di elezioni periodiche e di un’opposizione. In realtà il Rassemblement Constitutionnel Democratique monopolizza l’intero panorama politico, la stampa è imbavagliata e le associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani, civili e politici vengono sistematicamente represse.
La Tunisia è uno Stato di polizia. E l’Italia è tra i suoi partners privilegiati. Tra gli amici più fedeli, come dimostra la lunga serie di accordi conclusi dal 1987 ad oggi. Il 7 novembre di quell’anno Ben Ali salì al potere con un colpo di Stato incruento. Fu l’Italia a volere quel golpe. Furono i servizi segreti italiani a vedere nel generale Ben Ali l’uomo capace di garantire, meglio di Burghiba, la stabilità di un Paese scosso dalle agitazioni popolari e dalla contestazione islamica. In gioco c’erano gli interessi italiani e algerini, minacciati da una Tunisia insicura e turbolenta. Fatalità, la cooperazione economica bilaterale tra Roma e Tunisi iniziò appena un anno dopo, nel 1988. In vent’anni il nostro Paese ha versato nelle case del regime centinaia di milioni di euro, foraggiando una dittatura corrotta e prona agli interessi dei nuovi alleati commerciali.

Sotto un sole ancora estivo mi ritrovo a passeggiare tra le rovine di Cartagine. Quella romana, visto che della Cartagine punica è rimasto ben poco dopo la vittoria di Scipione a Zama. Sulla sommità della collina che getta le sue pendici nel sito archeologico si intravede il palazzo del Presidente. A proteggerne l’accesso guardie schierate in ogni anfratto, armate di mitra e pronte a fare fuoco al minimo segno di pericolo. Il livello di allerta è sempre alto e in questo periodo più che mai. Si avvicina il momento della quinta rielezione e nulla deve turbare i festeggiamenti per il ventiduesimo anno di regno dell’era Ben Ali. Il Paese si prepara ad un trionfo annunciato. I partiti di opposizione sono pronti a fare da contorno. Niente più di un elegante decoro democratico. Mentre le voci di dissenso vengono soffocate non resta la minima illusione sulla regolarità delle elezioni presidenziali in programma per il prossimo ottobre. Una farsa. Come le quattro precedenti.
Ahmed Brahim, segretario di Ettajdid (il vecchio partito comunista tunisino), l’ha definita “una campagna elettorale unilaterale”. Un dispiegamento di forze che da quasi un anno mobilita tutti i mezzi a disposizione dello Stato, tiene sotto controllo i media e confisca tutti gli spazi pubblici a vantaggio di un solo candidato e un solo partito. Intanto le maglie del regime si stringono sempre di più. Per Rachid Kherchana, caporedattore del quotidiano Al-Maukif, “anche il meteo è considerata una linea rossa da non oltrepassare, vista l’importanza del turismo nel Paese”. Nessuna ironia nelle sue parole. Il 15 agosto il governo ha assunto direttamente il controllo del Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini durante un congresso straordinario, piazzando uomini di fiducia alla testa dell’ufficio esecutivo, fino a quel momento guidato da una maggioranza indipendente. Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre i blog di Mokhtar Yahiaoui, attivista per i diritti umani, e Monef Marzouki, ex magistrato e oppositore politico, sono stati piratati. Il 15 settembre il giornalista Abdallah Zouari è stato arrestato per aver rilasciato dichiarazioni “lesive all’immagine del Paese”. Questi i colpi messi a segno dal regime solo nelle ultime settimane. Ma non c’è da stupirsi. Prima del 25 ottobre ce ne saranno degli altri.

lunedì 5 ottobre 2009

Il Groupe MALI scuote il Marocco

Domenica 13 settembre, stazione di Mohammedia, qualche chilometro a nord di Casablanca. Ancora una settimana alla fine del Ramadan, ancora sette giorni prima dell’Aid Ftur, la festa della “rottura”, il primo pasto alla luce del sole dopo un mese di digiuno. Sulla banchina della gare, verso mezzogiorno, sei ragazzi si ritrovano circondati da un centinaio di poliziotti. In mezzo alla folla anche qualche giornalista. Dopo una discussione accesa, alcuni agenti costringono i sei a salire sul primo treno di passaggio, direzione Casa Port.
Comincia così l’affaire MALI (Mouvement Alternatif pour les Libertés Individuelles). Ma per raccontare questa storia bisogna fare un passo indietro. La vicenda ha inizio qualche settimana prima, in rete. Il 24 agosto Zineb El Rhazoui, giornalista, e Ibtissam Lachgar, psicologa, creano il gruppo MALI su Facebook. In pochi giorni si contano decine e decine di aderenti. L’iniziativa vuole difendere le libertà personali di cui godono per legge i cittadini marocchini. O meglio di cui dovrebbero godere, secondo i promotori.
La prima azione è fissata per il 13 settembre: “un pic-nic simbolico” a Mohammedia. Rendez-vous alla stazione e da lì in marcia verso il bosco che si trova appena fuori città. Una volta lontano da sguardi inquisitori, fuori i panini dagli zaini. Almeno queste erano le intenzioni.
La notizia corre veloce sul web, non solo tra i membri del Gruppo. Piovono ingiurie e offese per lo più, ma anche messaggi di appoggio. Le mail delle due fondatrici sono bombardate di minacce. La polizia viene messa al corrente dell’iniziativa. L’obiettivo dichiarato è denunciare l’articolo 222 del Codice Penale, in base al quale “ogni persona che, conosciuta per la sua appartenenza alla religione musulmana, rompa il digiuno in un luogo pubblico durante il periodo di Ramadan, senza alcun motivo ammesso dalla stessa religione, è punito con un’ammenda dai 12 ai 120 dirhams e con il carcere da uno a sei mesi”. Un articolo in contrasto con la legislazione internazionale, nello specifico con la Convenzione ONU relativa ai diritti civili e politici, ratificata dal Marocco quasi trent’anni fa. In base alla Convenzione, i cittadini marocchini hanno diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Diritto di credere o non credere. Diritto di rispettare il digiuno oppure no.

Le reazioni dell’opinione pubblica non si sono fatte attendere. Già l’indomani del fallito pic-nic, il consigliere reale Mohamed Moatassim ha convocato i leaders dei principali partiti politici, incitandoli a condannare con fermezza questa “azione sconsiderata”; il Consiglio degli Ulama ha attaccato gli autori dell’ “odioso atto di sfida”, mentre tutta la stampa conservatrice per giorni e giorni si è scagliata contro gli “agitatori irresponsabili”.
Le associazioni marocchine per i diritti umani, dal canto loro, si sono schierate a sostegno dei giovani attivisti, difendendo la legittimità dell’azione proposta e condannando l’accanimento ingiustificato della polizia e delle autorità giudiziarie. Infatti, dopo aver costretto i sei a lasciare la stazione di Mohammedia e a riprendere il treno per Casablanca senza che un solo panino fosse uscito dagli zaini, la polizia giudiziaria ha fatto partire un’indagine. Nessuna accusa ufficiale a carico del MALI e nonostante questo, da martedì 15 a venerdì 18 settembre, i sei dé-jeûneurs hanno subito minacce, intimidazioni e insulti per più di dieci ore al giorno nel corso degli interrogatori.
Commentando i fatti relativi all’affaire MALI il giornalista Ahmed Benchemsi, direttore del settimanale indipendente Tel Quel, ha parlato di uno “scontro inevitabile tra due dinamiche contraddittorie presenti nella società marocchina”. Una società che ai suoi occhi si fa via via meno tollerante, sempre più sospettosa e coercitiva. Contro il rischio di un ripiegamento ossessivo nei dettami del tradizionalismo (in questo caso) religioso, una minoranza combattiva sta cercando di far sentire la propria voce. Una minoranza di cui il MALI entra a far parte a pieno diritto. In gioco non c’è solo la libertà di culto, o più in generale il rispetto delle libertà individuali, ma il successo dell’intero processo di transizione democratica.

Il Marocco è un Paese in cambiamento e in quanto tale sta vivendo al suo interno contraddizioni profonde. Per proseguire nel cammino della transizione, per scongiurare il pericolo di lacerazioni sociali e brusche inversioni di rotta, queste contraddizioni devono essere affrontate con coraggio. In questo senso l’iniziativa dei dé-jeûneurs segna un passo nella giusta direzione. Con sei panini sono riusciti ad accendere un dibattito che si annuncia ben più proficuo del linciaggio mediatico a cui sono stati sottoposti in queste settimane. Non è ancora chiaro, tuttavia, quale sorte spetterà ai sei protagonisti. Se finiranno o meno sotto processo. E con quale accusa, visto che alla fine nessun pasto è stato consumato.

giovedì 1 ottobre 2009

Tra moschee e tappeti...

KAIROUAN - “Massalama” è il saluto che mi rivolge un tipo tenebroso, un po’ accigliato, seduto su una cassetta della frutta in place des martyrs. Incrocio il suo sguardo, annuisco e ricambio la formalità.

Sono arrivato in città da pochi minuti, abbastanza per rendermi conto che il via vai brulicante di Sousse è ormai lontano. Se non fisicamente, appena cinquanta kilometri, almeno a livello percettivo. Diversi gli odori, i rumori, gli umori. Sono lontane le sue spiagge affollate, le gru del porto che scaricano e caricano container arrugginiti, i mercati colorati, gremiti di turisti rapiti dalla fragranza delle spezie esposte in grossi sacchi di iuta. I ritmi incalzanti della città operosa, della città globalizzata, non sembrano aver raggiunto questo avamposto della tranquillità. Sono le tre e in giro non c’è anima viva, a parte il tizio che mi ha appena salutato e un vecchio che si trascina dietro un asino svogliato, carico di stoffe.

Kairouan sorge in una distesa piatta e arida, nella parte centro-settentrionale del Paese. Non c’è vegetazione a proteggere la città dai venti, prepotenti e spinosi. Mediterranei. Ad occidente, sulla linea dell’orizzonte, si intravedono le colline steppose di Zama Regia. Fu sotto quelle alture brulle che Annibale dovette arrendersi a Scipione, oltre duemila e duecento anni fa. In quello stesso luogo Spielberg ha voluto girare alcune scene del suo Indiana Jones.


Non ho mai assaporato il gusto della quiete e del silenzio come in questo posto. In nessun’altra città almeno. La spiritualità che aleggia tra le vie della medina mi riempie, un respiro dopo l’altro. Le piccole moschee si nascondono tra le case basse, prima bianche candide e poi di un indaco leggero. I portoni antichi e le piccole finestre che si affacciano nei vicoli sembrano ricamate con l’azzurro del cielo.

Cammino lento, cerco con lo sguardo le tracce degli abitanti che popolavano queste strade nei secoli passati. Mi scopro visionario. Cerco gli antichi viandanti, le carovane di beduini, i mercanti, ma intorno a me c’è solo silenzio. Le strade sono deserte. Non ci sono bambini che giocano a pallone, non si sentono le loro grida. Non c’è neanche l’immondizia, solitamente ammucchiata agli angoli delle vie. Un sole africano si nasconde dietro ad un esercito di nuvole basse, che avanza piano piano da oriente, schierato in un campo di battaglia terso ed infinito.

Le alte mura, che ancora custodiscono gelosamente il fascino di una medina millenaria, mi riportano alle lezioni di storia dell’islam, seduto sui banchi dell’Università. Le parole della professoressa Baldinetti, profonda conoscitrice del contesto mediterraneo, sembrano riemergere, a tratti, dai fumi dell’oblio.  Kairouan venne fondata da Uqba Ibn Nafi, verso la fine del settimo secolo dopo Cristo. Al tempo, l’espansione araba in terra d’Africa avanzava a ritmo serrato. Il condottiero stabilì il suo accampamento in questa vasta pianura, circondata da ampi acquitrini salmastri e sufficientemente lontana dalla costa, dove permaneva il pericolo delle incursioni bizantine. Il perimetro trapezoidale della cinta muraria non da adito ad equivoci. Una fortificazione militare. Ecco il perché degli alti bastioni che ancora catturano, già in lontananza, l’attenzione del viaggiatore in fuga dall’affollamento soffocante del Sahel.

Uqba, potendo contare in un avamposto ben fortificato e protetto, e sul continuo arrivo di carovanieri dalla penisola araba, attirò i berberi nelle distese pianeggianti che circondano la città, costringendoli ad abbandonare le montagne ad ovest, dove si erano arroccati, e a confrontarsi in campo aperto. Lontani dalle gole e dalle pareti scoscese della Grande Dorsale, in un territorio poco congeniale per affrontare un esercito numeroso come quello arabo, i montanari numidi furono sbaragliati facilmente. Kairouan divenne così la prima città musulmana dell’intero Maghreb, la capitale dell’Ifriqiya, da cui gli Omayyadi, in pochi anni, riuscirono a completare la conquista di tutto il Nord Africa.

L’importanza di questo centro, tuttavia, non fu solo strategica e militare. Kairouan resta uno dei luoghi di riferimento dell’intera Umma islamica. La quarta città santa, dopo la Mecca, Medina e Gerusalemme. Decine di moschee accolgono i pellegrini in viaggio da tutto il Mediterraneo. I suoi marabut costituiscono un approdo sicuro per i mistici e i sufi, che qui non temono il rigore e la repressione dell’ortodossia.

La più nota è senza dubbio Jamaa Sidi Uqba, che riposa solenne nell’angolo nord-orientale della città, a ridosso delle mura. Ci sono arrivato dopo vari tentativi, falliti, nelle viuzze labirintiche della medina. Ma da bravo Teseo, eccomi qui di fronte al mio minotauro. La Grande Moschea. Il più antico luogo di culto musulmano eretto oltre il Nilo. Venne costruito assieme alla città alla fine del VII secolo. Le dimensioni lo rendono imponente e le pareti, sobrie e massicce, gli conferiscono un aspetto severo. Il minareto, con i suoi 33 metri di altezza, protende il suo sguardo fiero verso il Golfo di Hammamet, poi ancora oltre, verso la penisola di Cap Bon, il Canale di Sicilia e perché no, verso le coste della Sicilia stessa. Fu infatti proprio da Kairouan che l’esercito saraceno partì alla conquista di Palermo nell’827 d. C.

Lascio la Grande Moschea alle spalle e mi incammino in rue de la kasbah. Una volta in place de Tunis sono ormai fuori dalla medina. La quiete è sopraffatta, per la prima volta, dai rumori di una città che dimostra così di essere ancora viva. Le illusioni se ne vanno e all’improvviso scopro un’altra Kairouan. Non troppo diversa da Bab Saadoun, il quartiere dove vivo a Tunisi. Colpi di clacson ripetuti e insistenti, tassisti spazientiti, caffetterie che diffondono a tutto volume le note di Ashraf, idolo del pop locale. Poi ancora voci, schiamazzi, venditori che gridano, cercando di catturare l’interesse dei passanti sulle camicie di seconda mano in offerta per un solo dinaro. Ma soprattutto loro, gli abitanti della città, finalmente in carne ed ossa. Se ne stanno seduti nelle verande dei bar. Fumano chicha e sorseggiano caffè au lait, mentre osservano un traffico all’apparenza immobile, come le ore delle loro giornate che si susseguono tutte uguali.

Dopo aver percorso l’ennesimo groviglio di strade, questa volta invase dai rifiuti e popolate da gatti scheletrici, arrivo alla Moschea del Barbiere, detta anche Zaouia Sidi Sahabi. Nel mausoleo sono custodite le spoglie di Abou Dhama el-Balaoui, compagno del Profeta Muhammad fin dal tempo della cacciata dalla Mecca. Migliaia di fedeli da tutto il Paese raggiungono il santuario per pregare di fronte alla preziosa reliquia che El-Balaoui portò con sé dalla lontana Arabia: tre peli della barba del Profeta. Per questo ancora oggi viene ricordata con quel nome buffo, la Moschea del Barbiere. E’ qui che si celebrano le feste principali del calendario musulmano, il Moulud (la nascita del Profeta) e l’Aid Kabir (la festa del Sacrificio), e sempre qui, dietro alla meravigliosa porta rivestita di marmo policromo, si svolge due volte l’anno la cerimonia collettiva della circoncisione.

Continuo la mia promenade. Abbandono il traffico disordinato e caotico dei quartieri periferici, il vociferare dei mercati e rientro nella città vecchia. Di nuovo silenzio. L’atmosfera mistica della città mi riporta ancora una volta indietro nel tempo, lontano secoli e secoli. Mi ritrovo a percorrere una via strettissima, nel cuore della medina, in cerca di altri “tesori”, quando la mia attenzione viene catturata da un’ombra. Uno spirito. Un fantasma. No, nascosta sotto un lungo velo bianco, una donna si avvicina con andatura frettolosa. I contorni della sua figura si confondono con le pareti candide delle case. Distante ormai solo pochi metri, raccoglie rapida il foulard sul viso e con una mano lo fissa stretto tra i denti. Ci sfioriamo, ma il suo sguardo sembra ignorarmi completamente. Come se non esistessi.

In fondo alla strada, di nuovo assolata e solitaria, c’è la Moschea delle Tre Porte. Un gioiello. La facciata di pietra gialla è rifinita con precisione. Sopra i tre ingressi, che danno il nome alla moschea, strane parole in caratteri arabi si ricorrono intagliate nella parete. Faccio fatica a riconoscerle, a capirne il senso. La grafia è complessa, ricercata e ornata all’eccesso, come nel Corano. Il Corano, già, ecco la risposta. Provo ancora una volta, partendo dalla prima riga in alto a destra. Una “ba”, una “sin”, una “lam”…. ma certo! Bismi-llah al-Rahmani al-Rahim, “in nome di Allah il Compassionevole e il Misericordioso”. Il verso con cui si aprono le sure del Libro Sacro.

Mentre cerco di andare avanti nel tentativo di decifrare il resto dell’iscrizione, vengo distratto da una risata divertita alle mie spalle. Un bambino fa capolino da un portone e subito scompare. L’uscio resta aperto, così faccio un passo e mi sporgo verso l’interno. “Salam-aleikum”, un uomo sulla quarantina, chino nel telaio che occupa metà della stanza, mi dà il benvenuto. Nonostante l’intrusione improvvisa ricevo subito un’accoglienza calorosa. Dopo i saluti e le presentazioni iniziamo a chiacchierare. Il mio interlocutore sembra ben disposto, così do sfogo alla mia curiosità e lo sommergo di domande.
Mounir è un artigiano tessile, come la maggior parte della gente qui a Kairaouan. Il bambino che mi ha attirato dentro il laboratorio è suo figlio Aslan. O forse dovrei dire in casa, dato che l’altro vano, a cui si accede da una porticina buia, funge da cucina e dormitorio. Nascosta dietro a cataste di tappeti c’è anche la moglie Salwa. Sta scegliendo le lane destinate al prossimo zarbia. Mentre Mounir lavora al telaio, dedicandosi alla tessitura dei foulard, Salwa sistema i gomitoli, seleziona i colori dei fili e, rannicchiata per terra, inizia ad intrecciare la lana.
La lavorazione dei tappeti è un altro vanto della città fin dal tempo della dinastia Aghlabide (X secolo d. C., più o meno). L’attività è riservata principalmente alle donne, più precise e veloci grazie alle dita sottili. Confezionano i loro prodotti in casa o in piccoli laboratori, proprio come nel caso di Salwa. Mounir mi informa che sono oltre diecimila le famiglie occupate in questo settore, tra Kairouan ed i villaggi vicini. “Se scendi ancora un po’ verso sud, invece, trovi le cooperative berbere, nella zona di Gabes, Gafsa e Douz”, continua l’artigiano. “I loro tappeti però sono diversi. Qui le donne li intrecciano a mano, mentre loro li lavorano a telaio”. Tutta questa storia mi incuriosisce, ne voglio sapere di più. Propongo a Mounir una pausa in un caffè vicino, ma lui rifiuta con cortesia. Ha ancora tanto lavoro da finire in giornata. In cambio mi fa accomodare in uno sgabello dietro agli zarbia arrotolati, appoggiati alla parete, e mi offre un tè bollente. Il profumo della menta allontana il cattivo odore dell’aria un po’ ammuffita, imprigionata da troppo tempo nello stanzino. Anche il gusto amaro della polvere, graffiante, viene sconfitto dal principe dei sapori mediterranei (il re resta il basilico).

“Dietro alla città-monumento, fuori dalle mura e dalla storia gloriosa, c’è una realtà sociale esplosiva” -  mi confida Mounir - “solo la morsa del regime, fatta di controllo e paura, mette tutto a tacere”. Almeno per ora, penso tra me e me. Conosco il contesto politico del Paese, la facciata democratica di cui si fregia la dittatura. Il silenzio dei cittadini impauriti non è una novità. Per questo colgo al volo l’apertura di Mounir, la sua voglia di parlare, di far sapere. Seduto al suo fianco sorseggio il tè, ormai tiepido, con molta calma, alla maghrebina. E ascolto.

“Le zone interne del Paese non hanno i vantaggi delle città sulla costa. I turisti qui arrivano con gli autobus dei tour operators, si fermano un’ora di fronte alla Grande Moschea e ripartono veloci verso i villaggi vacanze del Sahel”. Non si fanno grossi affari con gli stranieri. Anche il turismo religioso, numeroso soprattutto durante il Mouloud e l’Aid Kabir, non porta grandi guadagni. I pellegrini vengono qui per pregare, per chiudersi in un raccoglimento mistico, non certo per fare acquisti al suk. Gli chiedo quanto incide la lavorazione dei tappeti nell’economia della regione. Mounir è categorico: “l’artigianato, pur riuscendo a dar da mangiare a migliaia di famiglie, da solo non basta”. Serve dell’altro, oltre alle moschee e agli zarbia, per garantire un progetto di sviluppo ad ampio respiro. Sostegno all’istruzione e incentivi alla diversificazione dei prodotti locali, per esempio. A Kairouan non ci sono industrie e l’agricoltura è una battaglia persa in anticipo: il clima troppo arido e il terreno non è fertile. “Nessuno ne parla – prosegue - ma la disoccupazione ci sta mettendo in ginocchio. I più giovani non pensano ad altro che partire, lasciare questo posto, che riserva loro ben poche aspettative”.

Finisco il mio bicchiere e lascio scivolare le foglie di menta sotto la lingua. Mentre ne assaporo tutto il gusto, avido, mi concentro sulle parole dell’artigiano. Comincia a parlare di suo cugino Sami, rimasto clandestino in Italia per quasi un anno, e la sua voce si vela di tristezza. Quella di Sami è una storia fatta di viaggi e speranze, in balia di un destino capriccioso. A trent’anni, stanco di sudare ogni giorno nel laboratorio del padre per pochi dinari, ha deciso di andarsene in Italia. Ha messo da parte un po’ di soldi, dedicandosi al contrabbando per qualche mese, ed ha elaborato un piano per aggirare la rete dei passeurs, evitando così di incappare nella furia del Canale di Sicilia.

Ha passato la frontiera libica legalmente, poi si è imbarcato verso Istanbul, nascosto in una nave da carico. Ad attenderlo in Turchia c’erano degli amici, che in pochi giorni gli hanno procurato un nuovo passaporto. Bulgaro. Ovviamente falso. E’ rientrato in Libia con lo stesso cargo, e una volta lì ha tentato il gran colpo. Si è presentato all’aeroporto di Tripoli, forte della sua nuova identità, con un biglietto aereo per Malta. La polizia libica non ha fatto problemi. Così, raggiunta l’isola, si è unito alle decine di turisti che erano in fila ad aspettare il traghetto di ritorno a Siracusa. Poche ore di nave e una volta in Sicilia nessun controllo. Da non credere. Una bella fortuna. Alla faccia di Frontex e dei miliardi spesi per il pattugliamento delle coste mediterranee. Non ha dovuto nemmeno esibire il passaporto falso. Le porte dello stivale erano incredibilmente aperte ed è entrato senza bisogno di chiedere il permesso. Nelle sue condizioni avrei fatto lo stesso.

Prima tappa Napoli. Un paio di mesi con la speranza di trovare lavoro, senza particolare successo. Poi Roma, finalmente un impiego. In un call center, ma in nero. Del resto sul passaporto non c’erano timbri d’ingresso, era clandestino, e i tempi delle sanatorie solo un lontano ricordo. Niente più che una vana speranza. “Ha lavorato in quel call center sei/sette mesi” – conclude Mounir – “lo conoscevano tutti là dentro. Anche in città si era fatto degli amici. Poi un giorno la polizia lo ferma e lo identifica. E’ stato espulso e una volta rientrato in Tunisia si è fatto tre mesi di carcere, colpevole di emigrazione clandestina”. Dal 2004 la legge tunisina punisce severamente ogni tentativo di “bruciare la frontiera”, come si dice qua, riuscito o meno. Questo dopo gli accordi in materia di sicurezza e lotta alla criminalità conclusi dal governo italiano con il signor Ben Ali.

Adesso Sami ha una bancarella di souvenirs vicino alla Grande Moschea. I soldi guadagnati al call center sono rimasti in Italia. Come i colleghi e gli amici. Lui guarda passare i pochi turisti che gironzolano sotto il minareto, appoggiato ad uno dei contrafforti della struttura. I suoi occhi sono lì, inchiodati a quella mandria rumorosa, ma la mente è altrove. Non ha rinunciato al suo sogno. Neanche la prigione è riuscita a convincerlo. Ci riproverà, Mounir ne è sicuro.