lunedì 30 novembre 2009

Voci dal Marocco. Aboubakr Jamai

Intervista ad Aboubakr Jamai, editorialista a Le Journal Hebdomadaire. Icona della stampa indipendente marocchina, Abubakr Jamai è stato co-fondatore dei settimanali Le Journal e Assahifa nel 1997. Nel 2000 ha fondato Le Journal Hebdomadaire, dove ha ricoperto l’incarico di direttore fino al 2006.

Jacopo Granci: Chi è Aboubakr Jamai? Qual è stato il suo percorso prima di dedicarsi al giornalismo?

Aboubakr Jamai: Ho seguito una formazione economica. Dopo la fine degli studi ho lavorato in una banca commerciale, la Wafa Bank, e poi ho collaborato alla fondazione di una banca d’affari. Nel 1996 sono stato nominato consigliere in materia di comunicazione del Secretariat Exsecutif du Sommet Economique du Moyen Orient e de l’Afrique du Nord. Un’organizzazione creata dopo il Summit Economico di Casablanca del 1994, che aveva il compito di accompagnare lo sviluppo economico dell’area. Ho lasciato l’incarico dopo un anno e mezzo, al momento della nascita de Le Journal (1997), di cui io sono uno dei co-fondatori, assieme ad Ali Amar.

J. G. : Da dove viene l’interesse per il giornalismo, data la sua formazione prettamente economica?

A. J. : Il giornalismo mi ha sempre interessato. Di natura sono curioso. Ho sempre letto la stampa nazionale e, soprattutto, quella internazionale. Credo che tutti i settori siano intrinsecamente legati tra loro. Non si può separare l’economia dalla politica, così come non si può separare la politica dal giornalismo. E in più sono cresciuto, fisicamente intendo, in un contesto giornalistico. Mio padre, Khalid Jamai, ha lavorato a lungo per il quotidiano L’opinion, di cui è stato anche capo-redattore (ora ha una rubrica settimanale Chronique, su Le Journal Hebdomadaire).

J. G. : Che cosa aveva in mente con la creazione de Le Journal?

A. J. : Le Journal si è inserito nello spazio di apertura democratica promosso a gran voce a metà degli anni novanta. Assieme ad Ali Amar ci siamo detti che era quello il momento migliore per fondare un giornale, o meglio ancora, un polo giornalistico che comprendesse un quotidiano e un settimanale, in versione francofona e arabofona. Lo Stato si stava aprendo, stava allentando la morsa che per trent’anni aveva impedito il pluralismo nel Paese.
Il nostro modello era il gruppo Prisa, il gruppo di cui fa parte El Pais. Il quotidiano spagnolo venne fondato nel 1976, dopo la morte di Franco e l’inizio del cammino democratico. Avevamo questa idea in testa. Volevamo ripercorrere quella stessa strada.

J. G. : Come spiega questa apertura? Perché in Marocco si inizia a parlare di stampa indipendente e a trovare nelle edicole nuovi giornali che sfuggono al controllo diretto del Palazzo?

A. J. : A partire dagli anni ottanta, il Marocco ha conosciuto delle evoluzioni strutturali molto importanti, che hanno portato alla comparsa di un certo tipo di giornalismo. Un giornalismo di rottura con quanto si era visto fino a quel momento. Le cause, o meglio i fattori, sono molteplici, e in stretto legame tra loro. Gli avanzamenti in campo politico erano dovuti al cambiamento economico in atto. Personalmente, credo che l’autonomia concessa al settore finanziario ed imprenditoriale abbia giocato un ruolo primario e decisivo nella genesi della stampa indipendente.

J. G. : Mi spieghi meglio.

A. J. : Dalla seconda metà degli anni ottanta, le manovre della monarchia per controllare il Paese sono divenute troppo costose. In più dopo la fine della Guerra fredda, la caduta del muro e la scomparsa del pericolo rosso, erano del tutto ingiustificate. Fino a quel momento l’allineamento agli Stati Uniti e la paura del comunismo avevano fornito un alibi alle politiche repressive del regime, alle gravi violazioni dei diritti dell’uomo durante quelli che sono ricordati come “gli anni di piombo”.
Parallelamente il budget di Stato non poteva più sostenere il costo delle imprese nazionali, via via sempre meno competitive. La crisi economica aveva provocato le rivolte di Casablanca, Fez e Tetuan, la tensione sociale era palpabile. Bisognava prendere l’iniziativa e cambiare le basi del sistema economico e politico dello Stato. Hassan II capì che era necessario aprirsi, tanto sul piano economico, quanto su quello politico. Non poteva fare altrimenti. L’alternativa era il collasso.
Per essere più prosaici, Hassan II, per pagare i suoi servizi segreti, la polizia, l’esercito e tutte le reti clientelari legate al Palazzo aveva bisogno di imprenditori che risollevassero il budget di Stato, che facessero avanzare il settore industriale e finanziario, che pagassero le tasse sulle rendite, che portassero lavoro, nuovi salari su cui addossare altre imposte, dirette e indirette. Altrimenti i costi del regime non sarebbero stati più sostenibili. Le riforme hanno interessato prima il settore economico e finanziario, con le privatizzazioni e l’apertura ai mercati stranieri e poi, debolmente, quello politico, con il primo “governo di alternanza”.
Le finanze dello Stato si sono legate al nuovo mondo degli affari che stava germogliando. Si sono appoggiate ai nuovi imprenditori e agli investitori in gran parte stranieri. I nuovi protagonisti del settore economico e finanziario, poi, hanno spinto il regime a fare i primi passi verso la democratizzazione. Soprattutto gli attori economici stranieri. Non che chiedessero vere elezioni e poteri concreti per il parlamento, ma un sistema di regole che poggiasse sul diritto, che eliminasse l’ambiguità politica e l’incertezza. Fino agli anni novanta, in Marocco, non c’era un vero sistema di tutela legale, specialmente in campo economico. Per questo motivo il regime ha avviato il cambiamento. E non è un caso se i primi giornali indipendenti a prendersi certe “libertà” sul piano politico furono i giornali economici, che rispondevano agli interessi di questo nuovo settore in cerca di garanzie e protezione. Le Journal deve molto alle evoluzioni prodottosi al tempo nel Paese. Fu quel contesto a rendere audaci e irriverenti, se così vogliamo dire, i primi giornali indipendenti, anche sul piano politico. Assicuravano un controllo. Io stesso sono stato collaboratore de La Vie Economique per un certo periodo, prima che il maggiore azionista vendesse la sua parte ad un uomo del regime ed il giornale perdesse la sua autonomia.

J. G. : Possiamo considerare Le Journal come il pioniere della stampa indipendente marocchina?

A. J. : Le Journal ha subito dimostrato che la creazione di un certo tipo di giornale, indipendente, critico, e legato non solo agli aspetti della vita economica, ma anche a quelli politici, sociali e culturali, era sostenibile sul piano commerciale. Le vendite andavano bene. La gente era interessata a questo nuovo fenomeno, trainata, certo, dai grandi discorsi sul cammino democratico intrapreso dal Paese. Facendo del giornalismo onesto, non oso dire del buon giornalismo ma almeno onesto, si potevano anche guadagnare dei soldi. E’ così che Le Journal ha segnato un nuovo cammino, ha aperto una nuova strada che è stata subito seguita da molte altre pubblicazioni. Non dico che tutto è cominciato con Le Journal. Noi stessi dobbiamo molto ad altri giornali che già esistevano da prima. Ma la nostra comparsa ha rappresentato un punto di rottura. Le decine di pubblicazioni arabofone che si trovano oggi in edicola hanno preso come modello Assahifa. Assahifa era la versione arabofona di Le Journal, faceva parte dello stesso gruppo, ed io ero il direttore.

J. G. : Nel 2000 Le Journal scompare, come pure Assahifa, e arriva in edicola Le Journal Hebdomadaire. Che cosa è successo?

A. J. : Per capire quanto successo nel 2000, bisogna prima prendere in esame il contesto e poi il fatto in sé. Il Marocco, già durante gli ultimi anni di Hassan II, aveva intrapreso un cammino di apertura. Non dico di democratizzazione, ma di piccole riforme. Lo dimostrano le nostre pubblicazioni del tempo. Abbiamo osato cose oggi impensabili. Più di una volta abbiamo messo in copertina Ben Barka, addirittura Serfaty, ben prima del suo ritorno in patria, quando ancora era proibito anche solo parlarne. Abbiamo chiesto pubblicamente il licenziamento di Driss Basri quando ancora era ben saldo nella sua poltrona di Gran vizir.  Le Journal si era dato una missione precisa: esercitare un controllo mediatico su tutte le élites che partecipano alla gestione del Paese. Le élites politiche, finanziarie e militari. Questa funzione di analisi critica era strettamente proporzionale al peso assunto dalle élites stesse.
Pensavamo che il nuovo Re proseguisse sulla strada della riforma e dell’apertura, ma ci siamo sbagliati. Nel 2000, ad un anno dall’ascesa al trono di Mohamed VI, ci siamo accorti che il monarca non aveva alcuna volontà di dare seguito alle sue promesse di democratizzazione. Non per questo abbiamo rinunciato alla nostra linea editoriale. Risultato: la morte del giornale. Ci hanno fatto chiudere i locali due volte in quell’anno. Con una circolare proveniente dal Ministero dell’Interno, dunque senza nemmeno un processo o un qualunque accertamento giudiziario. La prima volta in aprile, dopo aver pubblicato l’intervista a Mohamed Abdelazziz (capo del Fronte Polisario). In via provvisoria. La seconda il 2 dicembre. Questa volta in via definitiva. Questa data ha segnato la fine per Le Journal e Assahifa.
La verità è che sotto Hassan II non siamo mai stati censurati. La repressione si è abbattuta prima su Le Journal e poi su Le Journal Hebdomadaire solo dopo l’avvento di Mohamed VI.
                       
J. G. : Con quale pretesto, nel dicembre del 2000, vi costrinsero alla chiusura?

A. J. : Avevamo pubblicato un’inchiesta che accusava la sinistra marocchina di complicità in occasione del colpo di Stato intentato dal generale Oufkir (1972). I vertici dell’UNFP (Unione Nazionale delle Forze Popolari, da cui nacque nel 1975 l’Unione Socialista delle Forze Popolari) erano al corrente dell’iniziativa del generale e avevano garantito il loro appoggio. C’erano delle lettere, fino a quel momento tenute nascoste, che dimostravano tutto questo. Una volta arrivate in nostro possesso, abbiamo deciso di pubblicarle. A partire da allora, la complicità dell’UNFP nel golpe viene ritenuta una verità storica anche dagli accademici. E tutto questo grazie a Le Journal, che come riconoscimento ha ricevuto una condanna a morte per aver “cospirato contro la democrazia”.

J. G. : Questo accadeva mentre Youssoufi (USFP) era Primo Ministro. Era il primo governo “di alternanza”, il primo passo verso la trasformazione democratica. Niente a giovato?

A. J. : Il partito socialista era direttamente coinvolto nell’affare. Invece di difendere i diritti dei cittadini, come aveva fatto fino a quel momento, il governo Youssoufi diede vita ad una campagna di linciaggio, direi fascista, nei nostri confronti. Credo per darsi una legittimità agli occhi del nuovo Re. La monarchia non poteva che felicitarsene e dare man forte.
Dopo la chiusura di Le Journal e Assahifa, ho chiesto immediatamente l’autorizzazione per la creazione di un nuovo giornale. Senza successo. Di fronte ad un rifiuto ingiustificato ho iniziato uno sciopero della fame, che per mia fortuna è durato solo due giorni. La stampa internazionale si è mobilitata attorno al nostro caso, così come le associazioni per i diritti umani. La buona fede e le promesse di Mohamed VI iniziavano ad essere messe in dubbio, ed il regime ha dovuto concederci l’autorizzazione. Così è nato Le Journal Hebdomadaire.

J. G. : Qual è stato l’atteggiamento del regime verso Le Journal Hebdomadaire?

A. J. : La monarchia ha mantenuto la stessa ostilità dimostrata nei confronti di Le Journal. Per spiegare meglio quello che è successo dal 2000 in poi le darò delle cifre. Lei sa bene che un giornale non vive di sole vendite. La fonte primaria per la sua sopravvivenza sono gli introiti pubblicitari. Il budget pubblicitario raccolto da Le Journal Hebdomadaire è crollato dell’80% nel 2001. In un solo anno. Se oggi lei sfoglia Le Journal Hebdomadaire e Tel Quel (altro settimanale indipendente) può capire la differenza. Diciamo che alcuni sono un po’ più accettati rispetto ad altri. Società direttamente legate al Palazzo, come Royal Air Maroc o Maroc Telecom, hanno rinunciato ad inserire le loro pubblicità nel nostro giornale.
Le faccio un altro esempio. Nel 2001 sono stato condannato ad un anno di carcere, ed il giornale è stato costretto a pagare 70 mila euro di ammenda. Il 1999, l’ascesa al trono di Mohamed VI era dietro l’angolo. Il regime ha testato su di noi la nuova strategia di repressione, fin dai primi anni di pubblicazione. Una strategia che ha poi interessato Demain e Doumane di Ali Lmrabet, e in maniera più leggera Tel Quel.

J. G. : Non sapevo che fosse finito in carcere.

A. J. : No, alla fine in carcere non ci sono andato. In Marocco, salvo casi di recidività o di abuso delle leggi da parte delle autorità, la pena è a carattere sospensivo. Quando si viene condannati in primo grado, nel caso dei reati legati all’esercizio giornalistico, prima di essere condotti in carcere bisogna attendere che il giudizio sia confermato in appello. Nel mio caso la corte di appello ha concesso il beneficio della condizionale. Ma la multa è rimasta.

J. G. : A proposito di multe, dopo nove anni di attività una sentenza del tribunale vi costringe a versare 3 milioni di dirhams di risarcimento al Centro Europeo di Studi Strategici. Ancora una volta è un articolo sul Fronte Polisario a scatenare la repressione. Anche Le Journal Hebdomadaire, come già Le Journal, finirà sacrificato in nome della sicurezza dello Stato?

A. J. : Le Journal Hebdomadaire potrà sopravvivere alla multa che gli è stata inflitta. Abbiamo trovato un sistema legale che ci permetterà di dilazionare il pagamento, senza che intervenga il sequestro dei beni minacciato dall’autorità giudiziaria. Pagheremo, ma almeno continueremo a fare il nostro lavoro. D’altronde abbiamo rinunciato alla speranza di fare soldi, di guadagnare con la nostra attività. Non abbiamo più ambizioni di prosperità economica. I nostri introiti attuali ci permettono giusto di pagare i salari e i costi di stampa e distribuzione del giornale. La poca pubblicità che ci resta e gli incassi delle vendite servono a questo. Abbiamo capito che l’essenziale è permettere la sopravvivenza del nostro spirito critico. Vediamo che questo irrita il potere, quindi sappiamo di essere nella strada giusta. Se per proseguire dobbiamo rinunciare ai guadagni che un tempo, forse, sarebbero stati possibili, siamo pronti a farlo.

J. G. : Lei ha parlato di un certo clima repressivo che ha accompagnato tutti i dieci anni di regno di Mohamed VI. Ma in generale, non trova che negli ultimi mesi questa attitudine abbia subito una brusca accelerazione?

A. J. : Quello che è successo negli ultimi mesi si inscrive nella stessa dinamica di quanto già visto nei dieci anni precedenti. Dal 2000 in poi, ogni anno si sono verificati violazioni gravi della libertà di stampa in questo Paese, puntualmente segnalati da RSF. E’ una tendenza, quella repressiva, voluta da Mohamed VI e dalla sua entourage, dai vari El Himma ecc ecc. Il motivo è semplice. I media, dunque i giornali nel caso marocchino, costituiscono l’odierna agorà. Dove è possibile esprimersi, apportare critiche e sollevare dubbi. Alla fine degli anni novanta si era arrivati ad una sorta di accordo non scritto tra il regime e la società. Quest’ultima si impegnava a dimenticare le vessazioni subite durante gli anni settanta e ottanta, a voltare pagine pur continuando ad accettare la legittimità della monarchia. In cambio, il Makhzen si impegnava ad instradare il Marocco verso un sistema realmente democratico. Un processo lento, senza dubbio, ma costruito su acquisizioni progressive e concrete.
Ebbene, la monarchia non ha mantenuto la parola. Non esiste più alcun processo di apertura democratica. Negli ultimi dieci anni non c’è stata nessuna evoluzione in questo senso. La volontà di guidare il Marocco al cambiamento istituzionale è venuta meno. Mohamed VI, con le sue promesse, è riuscito ad addomesticare tutte le élites. Quelle finanziarie, risucchiate nella morsa del clientelismo, e quelle politiche. I grandi partiti, anche quelli che un tempo erano all’opposizione, sono completamente asserviti al Palazzo. Il regime non vuole rinunciare alla sua egemonia.
Solo la stampa (almeno quella definita indipendente) è rimasta fuori dal controllo monarchico. Una stampa che accusa il Re di non aver tenuto fede alle promesse fatte. E lo fa in maniera insistente. Al regime non resta che metterla a tacere al più presto. Non stiamo parlando di giornali di massa, con un vasto seguito popolare. Quindi possono essere repressi facilmente, senza che avvengano sconvolgimenti o reazioni destabilizzanti a livello sociale. Una volta apportato anche questo tassello, l’opera sarà completa.
Neanche la comunità internazionale potrà impedirglielo. Anzi, gli faciliterà il compito. Gli Stati Uniti definiscono il Marocco un pioniere della riforma nell’intero mondo arabo, il governo francese sostiene la monarchia, così come quello spagnolo. Forse Amnesty o HRW alzeranno un po’ la voce, ma le loro accuse verranno dimenticate in fretta. Quello che conta è far tacere i tre o quattro giornali che ancora osano criticare il regime. E in questo senso gli ultimi mesi rappresentano un’accelerazione spinta della politica repressiva. Il regime sa di essere vicino al traguardo.

J. G. : Quindi c’è stato un inasprimento, seppur in una tendenza già di fondo repressiva?

A. J. : Sì, assolutamente. Mettendo in prigione Chahtane (direttore di Al Michaal) e maltrattandolo in carcere, costringendo Akhbar Al Youm alla chiusura con la scusa di una banale caricatura, hanno voluto lanciare un messaggio. “Siamo noi a comandare e chi continua a metterci i bastoni fra le ruote la pagherà cara. E’ finito il tempo delle critiche e delle insubordinazioni”. A mio avviso questo denota una debolezza. Non sono sicuri della loro legittimità, sanno che il loro dominio, seppur totale, poggia su basi instabili, sull’inganno. E ogni voce fuori dal coro costituisce ai loro occhi una minaccia.
La vicenda di Akhbar Al Youm è emblematica anche sotto un altro aspetto. Fino all’attacco apportato contro il quotidiano di Bouachrine, il regime cercava di giustificare la repressione richiamandosi alle norme in vigore. La chiusura di Akhbar Al Youm, invece, è totalmente illegale. Non c’è nessuna legge, ad oggi, che la autorizzi. E il fatto che non si preoccupino più di giustificare il loro accanimento sulla base di leggi, già di per sé inique, ci fa capire che qualcosa sta cambiando. Il regime sta stringendo una morsa letale attorno ai giornali indipendenti. E’ come se dicessero: “da adesso in poi la legge siamo noi. Quello che stabiliamo, indipendentemente dai codici in vigore, è legge”.

J. G. : Come si è arrivati alla promulgazione del Codice della Stampa?

A. J. : Il Codice della Stampa è stato introdotto in seguito alla vicenda che nel 2000 ha coinvolto Le Journal e Assahifa. Fino a quel momento la libertà di espressione nel Paese era regolata da un vecchio dahir (decreto reale) del 1958. I due giornali, quando il regime li ha condannati a morte, stavano vivendo uno strano fenomeno, a tratti incomprensibile anche per noi che ci lavoravamo. Le vendite erano cresciute tantissimo, avevamo raggiunto un elettorato ampio e composito a livello sociale. C’era un grande interesse attorno ai nostri articoli e alle nostre inchieste. Evidentemente, la gente credeva nel cambiamento. Poi c’è stata la condanna. E quelle stesse persone, che ogni settimana ci leggevano, hanno iniziato a domandarsi: “ma se il Re vuole veramente la democrazia, perché ha fatto chiudere Le Journal?”. La monarchia, volendo preservare la sua immagine, si è nascosta dietro a Youssoufi e ha scaricato le sue responsabilità sul Primo ministro. Il governo, a sua volta, si è difeso dicendo di aver semplicemente seguito la legge. Così, per dimostrare la buona volontà del regime, Mohamed VI ha promesso nuove leggi più liberali. Ecco come è nato il Codice della Stampa, entrato in vigore nel 2003.

J. G. : Con il codice sono comparse anche le famose “linee rosse”?

A. J. : Sì, sono sancite dall’articolo 41. Prima non esistevano. La monarchia, con la scusa di promuovere un avanzamento in campo giuridico, ha creato una trappola mortale per chiunque voglia tentare di fare un giornalismo obiettivo e senza compromessi. E’ la loro arma fatale.

J. G. : Quali sono questi limiti da non oltrepassare?

A. J. : E qui arriviamo al nocciolo del problema. Inserire un articolo che punisce ogni offesa al Re e alla famiglia reale, ogni offesa alla religione islamica, alla forma monarchica dello Stato e all’integrità territoriale, che cosa vuol dire? Difendere i diritti di chi non crede significa attaccare l’islam? Denunciare le false promesse monarchiche significa offendere il Re? E soprattutto, chi deve stabilirlo? Dei giudici corrotti e manovrati direttamente dal monarca, che, oltre ad essere il vertice religioso dello Stato, il capo dell’esercito e del governo, è anche il presidente del consiglio superiore della magistratura.
Ed io, semplice giornalista, come posso stabilire fin dove posso arrivare con i miei articoli? Quando scrivo che il Ministro dell’Interno è corrotto, in teoria potrei apportare un attacco diretto alla monarchia, poiché è il Re a scegliere il suo vizir. Hanno lasciato campo libero all’interpretazione dei giudici, un’interpretazione che non segue alcuna logica giuridica, ma che varia a seconda dei bisogni di sua maestà e del clima politico che si respira nel Paese.

J. G. : In che modo l’articolo 41 condiziona il vostro lavoro?

A. J. :  Le Journal Hebdomadaire non accetta l’imposizione delle “linee rosse” e ancor meno l’ambiguità che le accompagna. Nel nostro lavoro abbiamo deciso di non scendere mai a compromessi. Con i nostri articoli non facciamo altro che testare, ogni settimana, i confini di queste linee. La nostra strategia è la seguente: siccome possono reprimerci a loro piacimento, siccome non ci sono vere garanzie legali, non c’è nessuna ragione di auto-censurarci. La nostra sola arma è la professionalità. Fare un buon giornale, andare fino in fondo. Se veniamo condannati per questo, ci sottomettiamo al volere di una giustizia ingiusta e corrotta, consapevoli di essere sulla buona strada. Quando Le Journal Hebdomadaire è stato portato in giudizio, non ha mai chiesto perdono al Re, non ha mai fatto appello alla sua grazia o alla sua clemenza. Cedere ad un simile ricatto e a una simile umiliazione, significherebbe tradire i principi per cui ci battiamo.

J. G. : Oltre all’articolo 41, quali altre parti del Codice giudica lesive nei confronti della libertà di stampa?

A. J. : Non ricordo gli articoli precisi, ma in generale tutta la parte che riguarda i reati di “diffamazione” deve essere assolutamente rivista. Tutti gli articoli che prevedono la detenzione per i giornalisti devono essere cancellati. Non sono degni di un Paese che ha ancora il coraggio di definirsi democratico. Corresponsabilizzare, poi, coloro che stampano e distribuiscono i giornali per quello che in essi viene pubblicato, rappresenta un altro ostacolo insidioso alla libertà di stampa. Significa assegnare a queste figure un potere discrezionale sulla linea editoriale. Se non sono d’accordo con quello che hai scritto possono rifiutarsi di distribuire il giornale o di stamparlo”.

J. G. : Mi riallaccio a questa sua ultima affermazione e arrivo all’ultima domanda. Oltre alla repressione giudiziaria, quali altri mezzi di censura sta adottando il regime per mettere a tacere la stampa indipendente?

A. J. : Prendiamoli in esame uno ad uno. C’è il sistema delle sovvenzioni di Stato, che noi a Le Journal Hebdomadaire abbiamo rifiutato fin dall’inizio. Non accettiamo alcuna forma di sostegno diretto alla nostra attività da parte delle istituzioni. Se vogliono aiutare i giornali che smettano allora di reprimerli. In più credo che il mercato debba fare il suo corso. Con il sistema delle sovvenzioni viene incoraggiata la mediocrità. Anche giornali pessimi, se vicini al regime, possono godere degli aiuti e riempire le edicole. A rimetterci è il livello medio delle pubblicazioni nel Paese, sempre più basso.
Un altro mezzo è la pressione sul mercato pubblicitario. Ne abbiamo già parlato ma voglio puntualizzare meglio il concetto. In teoria, quando si acquista uno spazio pubblicitario in un giornale, si diventa clienti di quel giornale, e non finanziatori. Quello che dovrebbe essere un ragionamento puramente commerciale per le imprese, ossia valutare se inserire pubblicità in un tale giornale possa o meno aiutare l’azienda a vendere di più, è diventato invece l’oggetto di un calcolo politico. Gli imprenditori non seguono più la logica del marketing. Se un giornale è scomodo per il regime, anche se ha molti lettori, non riuscirà mai a vendere i suoi spazi pubblicitari alle imprese che direttamente o indirettamente sono legate alle istituzioni. E il regime sfrutta quest’arma esercitando  la sua influenza in maniera sempre più marcata.
Le faccio un esempio. Il primo numero de Le Journal Hebdomadaire, nel dicembre 2000, era carico di inserzioni pubblicitarie. Dopo qualche settimana ne rimanevano meno di un quinto. Perché? I vertici dello Stato hanno detto alle società: “Non avete ancora capito? Questo giornale non ci piace, altrimenti non lo avremmo chiuso, quindi smettete di sostenerlo con i vostri soldi se non volete avere dei problemi!”. Ho ancora molti amici nel campo dell’imprenditoria e del settore finanziario. Sempre più spesso ricevo le loro telefonate in cui mi spiegano che sono costretti a ritirare la pubblicità dal giornale perché hanno subito minacce o pressioni.
In ultimo, il fenomeno più recente e più pericoloso. Gli uomini d’affari vicini al regime stanno mettendo le mani su tutte le imprese di distribuzione. Il loro obiettivo è arrivare al monopolio della distribuzione della stampa, in modo da avere la capacità di asfissiare le pubblicazioni scomode, senza l’intervento della giustizia e senza più pilotare la distribuzione degli introiti pubblicitari. Se porteranno a compimento questo piano, avranno l’ultima parola su tutto quello che viene scritto e pubblicato nel Paese. Avranno la forza di ricattare i giornali dicendo semplicemente: “o cambiate il vostro modo di fare giornalismo e rientrate nei ranghi, o noi non vi commercializziamo, così non avrete né vendite né pubblicità”. Sarà la fine della stampa indipendente.

Casablanca, 17 novembre 2009.

domenica 29 novembre 2009

Marocco. Cosa succede alla stampa indipendente?

Si chiude un anno nero per la stampa indipendente marocchina. Un giornale è stato chiuso e molti altri sono stati duramente colpiti dai processi voluti dal regime, sempre più repressivo e intollerante di fronte alle critiche. La strategia del potere rischia di mettere fine al dibattito pubblico nel Paese.

La Tours des Habous svetta imponente a metà della avenue des Forces Armées Royales. Il centro di Casablanca brulica di traffico. Caotico, rumoroso, prepotente. L’ascensore si ferma al 15° piano. Sono in anticipo. Mi affaccio alla finestra e fumo la prima sigaretta della giornata, mentre il mio sguardo si perde nella selva metallica che popola il porto della città. Cataste di container giacciono ammucchiate sui moli, in attesa di essere imbarcate verso una destinazione ancora sconosciuta. In lontananza spunta pallido dalla foschia atlantica il minareto della moschea Hassan II.
Alle dieci in punto faccio il mio ingresso nella redazione di Le Journal Hebdomadaire. Il settimanale, fondato nel 2000 da Abubakr Jamai e Ali Amar, è uno degli ultimi baluardi della stampa indipendente marocchina. Il giro di vite impresso recentemente dal regime non ha risparmiato neanche lui. Una condanna per diffamazione, arrivata a quattro anni dall’inizio del processo, rischia di portarlo alla chiusura. E’ proprio Abubakr Jamai, oggi editorialista del giornale, a guidarmi nei piccoli e modesti locali della redazione. Non nasconde la sua preoccupazione per i risvolti assunti dal “dossier presse” nel 2009. I processi, le condanne e gli arresti comminati da una giustizia fin troppo vicina al Palazzo reale hanno seriamente pregiudicato la libertà di informazione nel Paese.

In ottobre l’apice della repressione
Lunedì 30 ottobre si è concluso il processo ad Akhbar Al Youm. Il verdetto è pesante. Taoufiq Bouachrine, direttore del giornale, e Khalid Gueddar, caricaturista, sono condannati a quattro anni di carcere e 5 mila euro di multa, oltre a un risarcimento di 270 mila euro da versare al Principe Moulay Ismail. A scatenare questo inferno una caricatura che ritrae il cugino del Re, pubblicata dal quotidiano nel numero del 28 settembre scorso. Il disegno, secondo la giustizia marocchina, ha violato l’articolo 41 del codice della stampa e l’articolo 267 del codice penale. I due giornalisti sono ritenuti colpevoli di mancato rispetto ad un membro della famiglia reale e di oltraggio alla bandiera nazionale. Il tribunale di Ain Sebaa ha anche decretato la chiusura definitiva del giornale, dopo che i suoi beni erano già sotto sequestro da trentatre giorni per ordine del Ministro dell’Interno.
“Non è certo una semplice caricatura, neanche troppo irriverente, ad essere finita sotto accusa”, commenta Abubakr Jamai. Il quotidiano di Bouachrine non era sostenuto da alcun partito, né da alcun personaggio influente. E’ riuscito a sopravvivere grazie alle vendite, al finanziamento di qualche raro annuncio pubblicitario e alla professionalità dei suoi giornalisti, che hanno svolto il loro lavoro senza scendere a compromessi. “Era questa la sua unica colpa, il suo peccato originale - conclude lo stesso Jamai – e la punizione che gli è stata inflitta deve servire da esempio”.
La condanna di Akhbar Al Youm non è che l’ultimo di una serie di colpi inferti alla stampa indipendente nel 2009. Solo in ottobre sono state pronunciate quattro sentenze contro Al Michaal, Al Jarida al Oula, e Le Journal Hebdomadaire. Nemmeno i giornali stranieri che hanno dato risalto alla vicenda sono sfuggiti alla censura del governo. Il 22 ottobre Le Monde ha pubblicato in prima pagina una vignetta di Plantu giudicata irrispettosa dal ministro della Comunicazione Khalid Naciri. Le 50 mila copie arrivate in Marocco non sono mai state messe in vendita. Stessa sorte è toccata a El Pais il 25 ottobre. Due giorni dopo Reporters sans frontieres si è vista negare all’ultimo momento l’autorizzazione per una conferenza stampa in un hotel di Casablanca. Il Segretario Jean-François Julliard, già in loco, ha chiesto spiegazioni alle autorità, senza ottenere risposte. Rabat ha dichiarato guerra all’organizzazione da quando il Marocco è stato retrocesso al 127° posto nella classifica per la libertà di stampa. Un risultato deludente per un Paese che aspira a definirsi democratico. Secondo Khalid Jamai, collaboratore a Le Journal Hebdomadaire, è un dato che non deve sorprendere. “Siamo governati da una monarchia assoluta, dove il Re dispone di tutti i poteri. I membri del governo sono funzionari esecutivi sotto alta sorveglianza e i giornalisti niente più che prigionieri in libertà provvisoria”.

Le promesse disattese di Mohamed VI
Negli anni novanta il Paese aveva mosso i primi passi verso una riforma istituzionale in senso democratico. Hassan II si era lasciato alle spalle la repressione feroce degli anni di piombo e aveva concesso aperture sul piano economico e politico. In questo clima sono nati i primi giornali indipendenti, le prime pubblicazioni a sfuggire al controllo del Palazzo e dei partiti. “La società e il regime hanno siglato una sorta di patto non scritto”, spiega Abubakr Jamai: in cambio di riforme democratiche, le elite uscite dalla transizione liberale si impegnavano a non mettere in discussione la legittimità monarchica. Tuttavia l’arrivo al trono di Mohamed VI nel 1999, pur accompagnato da grandi speranze e da dichiarazioni solenni, non ha segnato alcun passo decisivo in questa direzione. Al contrario la monarchia ha ribadito il suo primato sull’esecutivo, sull’apparato giudiziario e sulla sfera religiosa. “Il nuovo Sovrano non ha mantenuto la parola – continua il giornalista – e i media indipendenti hanno denunciato il suo voltafaccia”.
Di fatto Mohamed VI non ha mai accettato l’apertura di un vero dibattito pubblico. Lo dimostrano le violazioni della libertà di stampa che hanno caratterizzato ogni singolo anno trascorso dalla suo insediamento. Quanto visto negli ultimi mesi costituisce un cambiamento quantitativo e non certo qualitativo della strategia del regime. A tal proposito è sufficiente ricordare alcuni degli episodi più gravi registrati nell’ultimo decennio. Nel 2000 il Ministero dell’Interno ordina la chiusura definitiva di Assahifa, Le Journal e Demain. Sotto accusa due tra le voci più critiche della stampa marocchina, Abubakr Jamai, al tempo direttore di Assahifa e capo-redattore a Le Journal, e Ali Lmrabet, direttore di Demain. Un anno dopo Le Journal Hebdomadiare è condannato al pagamento di 70 mila euro di multa per aver pubblicato un’intervista a Muhammad Abdelazziz, leader del Fronte Polisario. Nel 2003 entra in vigore il codice della stampa. Un passo indietro rispetto alle leggi che regolavano fino a quel momento la libertà di espressione nel Paese. Nello stesso anno Ali Lmrabet è condannato a tre anni di reclusione per oltraggio al Re, attacco all’integrità territoriale e al regime monarchico. La sua nuova rivista Doumane scompare dalle edicole. Graziato nel 2004, Lmrabet finisce di nuovo sotto processo nel 2005. La sentenza: divieto di esercitare l’attività giornalistica per dieci anni all’interno dei confini nazionali. Nell’agosto dello stesso anno il settimanale Tel Quel è accusato di diffamazione e condannato a pagare 100 mila euro di ammenda, mentre nel 2007 un numero della stessa rivista finisce sotto sequestro per la presenza di un articolo irrispettoso nei confronti del Sovrano. In totale, secondo una stima fatta da Reporters sans frontières, dal 1999 ad oggi i verdetti pronunciati dalla giustizia marocchina hanno inflitto ai media indipendenti quaranta anni di carcere e oltre un milione di euro, tra multe e risarcimenti.

Un futuro a rischio
All’inizio del suo regno Mohamed VI doveva dar prova all’opinione pubblica delle sue convinzioni moderne e progressiste. Doveva acquisire credibilità sul piano internazionale. Oggi, dopo dieci anni di solido dominio, non sembra più manifestare questo bisogno. Il monarca gode dell’appoggio incondizionato del governo americano, di Sarkozy e perfino di Zapatero. La sua influenza riesce a condizionare tutti i centri nevralgici del Paese, sia quelli finanziari, risucchiati nella morsa del clientelismo, che quelli politici. “I grandi partiti un tempo all’opposizione sono stati addomesticati, fanno ormai parte del sistema”, confessa Abubakr Jamai. Dalla tribuna parlamentare non si leva più alcuna voce critica alla politica del Sovrano. Anche il partito islamico, dopo gli attentati che hanno colpito Casablanca nel maggio 2003, ha assunto toni decisamente concilianti. Solo i giornali indipendenti sono riusciti a colmare questo vuoto. Alle autorità non rimane che mettere a tacere gli ultimi fautori del dissenso.
Dal canto loro le associazioni per i diritti umani continuano a sostenere la battaglia in difesa del pluralismo. “Il Palazzo deve smettere di considerare i giornalisti come dei nemici” - ha dichiarato Khadija Ryadi, Presidente dell’Associazione Marocchina per i Diritti dell’Uomo - “piuttosto dovrebbe riconoscere il ruolo fondamentale che rivestono per la democratizzazione del Paese”. Ma è proprio questo il punto. Ormai la transizione democratica non è più una priorità per Mohamed VI e sembra interessare ancor meno le potenze occidentali, che si sono accontentate delle riforme concesse in campo economico.
La pioggia di condanne abbattutasi sui media indipendenti negli ultimi mesi non è di buon auspicio per Le Journal Hebdomadaire e compagni. Tutto lascia presagire che questa volta il regime andrà fino in fondo. Le leggi restrittive approvate nel 2003 e una giustizia prona agli umori del Palazzo non sono le uniche armi a sua disposizione. Abubakr Jamai lamenta il boicottaggio a cui è sottoposto il suo giornale: “basta una telefonata per convincere gli imprenditori a ritirare le inserzioni pubblicitarie dalle nostre pagine”. Il fenomeno coinvolge tutte le pubblicazioni più scomode, che faticano a trovare le risorse per sopravvivere. Tuttavia una minaccia ancor più pericolosa rischia di comprometterne il futuro. Gli uomini d’affari vicini alla famiglia reale stanno mettendo le mani sulle maggiori imprese di distribuzione della stampa nazionale. Se il regime riuscirà ad avere il monopolio nel settore, potrà reprimere i giornali che ancora sfuggono al suo controllo senza più ricorrere ai giudici e senza esercitare pressioni sul mercato pubblicitario. Avrà l’ultima parola su tutto quello che viene scritto e pubblicato nel Paese. Per la stampa indipendente sarà la fine.


Gli attacchi alla stampa indipendente nel 2009
Tel Quel. La polizia di Casablanca blocca la pubblicazione (1° agosto) del settimanale. Per ordine del Ministero dell’Interno tutte le copie sono distrutte. Contenevano un sondaggio realizzato in collaborazione con Le Monde sui primi dieci anni di Regno di Mohamed VI. Anche il quotidiano francese viene censurato (4 agosto).
Le Journal Hebdomadaire. La corte di cassazione (30 settembre) conferma la condanna di Abubakr Jamai, colpevole di diffamazione, al pagamento di 300 mila euro di risarcimento nei confronti del direttore dell’ESICS (Centro europeo di ricerca e analisi strategica). Dopo la sentenza i conti bancari del settimanale sono finiti sotto sequestro dell’autorità giudiziaria.
Al Michaal. Il direttore Driss Chahtane è condannato a un anno di reclusione (15 ottobre) e mille euro di ammenda per aver pubblicato notizie giudicate false in merito allo stato di salute del Re. Stessa accusa e tre mesi di reclusione per altri due giornalisti. Lo stesso Chahtane è condannato (26 ottobre) a tre mesi di carcere con l’accusa di diffamazione e ingiurie nei confronti di una zia di Mohamed VI. (condanne già confermate in appello).
Al Jarida Al Oula. Il direttore Ali Anouzla è condannato (29 giugno) al pagamento di 10 mila euro di ammenda e 100 mila euro di risarcimento al leader libico Gheddafi dopo che il tribunale di Casablanca l’ha riconosciuto colpevole di attacco alla dignità di un Capo di Stato straniero. Lo stesso Ali Anouzla è condannato (26 ottobre) ad un anno di reclusione e mille euro di multa per diffusione di notizie false sullo stato di salute del Re.
Economie et Entreprises. Il giornale è condannato a versare 550 mila euro (30 giugno) di ammenda, colpevole di diffamazione, nelle casse di una holding legata alla famiglia reale e dell’ONCF, la società nazionale che gestisce la rete ferroviaria.
Al Ahdath Al Maghribiya. I giornalisti Mohamed Brini e Mokhtar Laghzioui sono condannati (29 giugno) al pagamento di 10 mila euro di ammenda e 100 mila euro di risarcimento al leader libico Gheddafi dopo che il tribunale di Casablanca li ha riconosciuti colpevoli di attacco alla dignità di un Capo di Stato straniero.

Un codice della stampa liberticida
Articolo 29. L’ingresso in Marocco dei giornali stranieri può essere vietato dal Ministro della Comunicazione o dal Primo Ministro, se questi costituiscono un attacco alla religione islamica, al regime monarchico, all’integrità territoriale, al rispetto dovuto al Re o un pericolo per l’ordine pubblico.
Articolo 41. Ogni offesa verso il Re o un membro della famiglia reale è punita con l’arresto da 3 a 5 anni e con una multa da mille a 10 mila euro. La stessa pena è prevista se l’attacco è diretto alla religione islamica, al regime monarchico o all’integrità territoriale. La condanna può prevedere anche la sospensione temporanea della pubblicazione o addirittura il divieto definitivo.
Articoli 44-51. Stabiliscono pene severe, compreso il carcere, per chi viene riconosciuto colpevole di diffamazione.
Articolo 52. L’offesa commessa contro i Capi di Stato, i capi di governo, e i ministri degli esteri di Paesi stranieri è punita con l’arresto da un mese ad un anno e con una multa da mille a 10 mila euro.
Articolo 77. Il Ministro dell’Interno può ordinare, con decisione motivata, il sequestro di ogni pubblicazione che costituisca un pericolo per l’ordine pubblico o un attacco alla famiglia reale, alla religione islamica, al regime monarchico o all’integrità territoriale.

Aminatou Haidar colpevole

Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 418, 21-27 novembre 2009

L’attivista saharaoui Aminatou Haidar, espulsa il 14 novembre scorso verso le Isole Canarie, ha iniziato uno sciopero della fame a Lanzarote per denunciare il comportamento del governo marocchino e del governo spagnolo. La legalità dell’espulsione è contestata. La vicenda sta assumendo una dimensione internazionale.

Venerdì 13 novembre, verso mezzogiorno, un aereo proveniente dalle Isole Canarie atterra all’aeroporto Hassan I di Layoune. A bordo c’è Aminatou Haidar, presidente del Collettivo Saharaoui per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (CODESA), accompagnata da due giornalisti spagnoli. Al momento del controllo alla dogana, Aminatou Haidar presenta il suo passaporto marocchino e la tradizionale carta di sbarco. “Un commissario di polizia le ha prese. E’ partito e poi è tornato verso di me domandandomi: perché ha scritto Sahara Occidentale nello spazio riservato all’indirizzo in Marocco? Gli ho risposto che ho sempre scritto la stessa cosa dal 2006, tanto all’aeroporto di Layoune quanto all’aeroporto di Casablanca”, spiega l’attivista.
Aminatou Haidar viene allora condotta in una sala dell’aeroporto per l’interrogatorio. Pedro Barbadillo e Pedro Guillen, i due giornalisti spagnoli, sono fermati dalla polizia per aver filmato la scena senza autorizzazione. “Tutti i servizi di polizia erano presenti durante l’interrogatorio, perfino il capo della Sicurezza Nazionale e il responsabile in loco della polizia giudiziaria”, racconta la militante saharaoui. “Mi hanno domandato che cosa pensassi della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Gli ho risposto che non la riconoscevo, come l’insieme della comunità internazionale del resto”. All’una di notte firma una dichiarazione in presenza del procuratore del Re e di alcuni testimoni, “c’erano mio zio e altri Saharaoui che non conoscevo”. Nel frattempo i giornalisti spagnoli vengono rilasciati e rispediti alle Isole Canarie. I loro filmati, finiti sotto sequestro, sono rimasti nelle mani delle autorità. Anche Aminatou Haidar deve prepararsi a partire. “Ho pensato che stessero per condurmi alla prigione di Salé, dove si trovano gli altri attivisti saharaoui per i diritti umani. Ma il capo della Sicurezza Nazionale mi ha detto: no, lei andrà in Spagna. Ho detto: come? In Spagna? Ma io non voglio andare in Spagna! Al che il funzionario ha replicato: è la che resterà per il resto della sua vita. Gli ho chiesto allora dove erano finiti il mio passaporto e il mio telefono, e lui mi ha risposto che si trovavano in tribunale e non c’era tempo per riprenderli. Perché sono finiti in tribunale e io sono stata espulsa? Se mi accusate di qualcosa allora mettetemi in prigione!”.
L’aereo che deve ricondurla alle Canarie attende sulla pista dell’aeroporto. Aminatou Haidar protesta e fa appello al pilota spagnolo: “Gli ho detto: mi ascolti, lei si assumerà la responsabilità di quello che sta facendo. La mia presenza a bordo è completamente illegale. Non ho il passaporto e non voglio partire. Questo viaggio va contro la mia volontà. Il pilota ha compreso le mie ragioni, ma il governatore (di Layoune) lo ha informato che avevo con me una carta di residenza spagnola. Per entrambi era sufficiente”. Alla fine il pilota accetta di imbarcare l’attivista saharaoui e l’aereo prende il volo verso Lanzarote.

La Spagna complice?
In un comunicato pubblicato dalla MAP (l’agenzia stampa marocchina) il 14 novembre, le autorità spiegano che “di fronte al rifiuto di Aminatou Haidar di completare le abituali formalità di polizia al suo arrivo all’aeroporto di Layoune, l’interessata è ripartita questa mattina a bordo di un aereo verso le Isole Canarie”. Al suo arrivo a Lanzarote, Aminatou Haidar rifiuta di scendere dall’aereo. Solo l’intervento della polizia la convince a lasciare il velivolo. “Mi hanno detto che avrei potuto prendere un altro volo nel pomeriggio, per rientrare in Marocco, assicurandomi che non ci sarebbero stati problemi. Ma quando sono andata allo sportello della compagnia aerea dentro all’aeroporto di Lanzarote per prendere il biglietto, la polizia spagnola mi ha negato il permesso di lasciare il paese senza passaporto”. Durante la notte tra domenica e lunedì, l’attivista saharaoui è ancora all’aeroporto e comincia uno sciopero della fame, chiamando in causa il governo spagnolo. “E’ una vergogna, a mio avviso anche la Spagna è complice!”, afferma Aminatou Haidar. Le associazioni spagnole pro-Polisario denunciano il comportamento dello Stato iberico, colpevole di aver accettato nel suo territorio una persona costretta a lasciare il proprio paese contro la sua volontà e senza passaporto. Il giorno dopo le autorità spagnole avanzano una prima giustificazione: Aminatou Haidar possiede una carta di soggiorno spagnola (per motivi medici) e questo è sufficiente per entrare in Spagna in caso di “urgenza umanitaria”. Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri, chiede ad Aminatou Haidar di calmarsi e le assicura che lo stato spagnolo risponderà ai suoi doveri.
Martedì 17 novembre un poliziotto consegna alla militante saharaoui una citazione del tribunale di Lanzarote: il direttore dell’aeroporto l’ha denunciata per “turbamento dell’ordine pubblico”. L’udienza è fissata per l’indomani, ma il suo avvocato non si presenta. “Ci siamo sbagliati sull’ora della convocazione”, è la risposta dell’attivista.
Giovedì 19 novembre la signora Haidar è ancora in sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote. La stampa internazionale inizia a mobilitarsi, come pure le cancellerie occidentali. “ Siamo preoccupati per lo stato di salute di Aminatou Haidar e seguiamo il caso da vicino”, spiega a Le Journal Hebdomadaire una fonte autorizzata del Dipartimento di Stato americano. Il Marocco, la cui fermezza è stata subito unanimemente condivisa dalla classe politica, comincia a comprendere i risvolti politici e internazionali della vicenda. Abderrahmane Leibek, Console generale dello Stato alawita alle Canarie, spiega alla stampa spagnola che la vicenda di Aminatou Haidar resta “un problema spinoso”. Il ministro degli Esteri Tahieb Fassi Fihri deve discutere dell’affare lo stesso 19 novembre con il suo omologo spagnolo Miguel Angel Moratinos, di passaggio a Rabat per l’inaugurazione dei nuovi locali dell’Istituto Cervantes.
Lo stesso giorno Human Rights Watch pubblica un comunicato per denunciare il comportamento delle autorità marocchine. “Il Marocco non può negare la nazionalità ad un suo cittadino in modo arbitrario e non può espellerlo a seconda del modo in cui riempie le formalità di polizia all’aeroporto. Deve permettere il rientro di Aminatou Haidar e smettere di tormentarla per il suo impegno pacifico in favore dell’autodeterminazione del popolo saharaoui”, spiega nel comunicato Sarah Leah Wilson, responsabile della sezione Nord Africa e Medio Oriente ad HRW. L’accordo internazionale raggiunto in sede ONU relativo ai diritti civili e politici, ratificato dal Marocco, indica chiaramente che “nessuno può essere privato del diritto ad entrare nel proprio paese” (articolo 12).

Non c’è posto per l’ambiguità
Privata del passaporto per rientrare a Layoune, Aminatou Haidar cerca di chiarire la sua situazione: “non rifiuto di possedere documenti marocchini. Ma non bisogna fare confusione: avere la cittadinanza marocchina è un diritto che deve garantirmi la potenza occupante. Il Marocco non può obbligarmi, in cambio, a riconoscere la sua sovranità sul Sahara Occidentale, il cui statuto, secondo l’ONU, non è definito ed è ancora oggetto di negoziazioni”.
Mohamed VI, nel discorso reale pronunciato il 6 novembre (anniversario della Marcia Verde, ndt), afferma invece che “non c’è più posto per l’ambiguità e l’esitazione: o un cittadino accetta di essere marocchino o non lo è (e di conseguenza non può beneficiare dei privilegi di questo status, ndt)”. “Con questo discorso Mohamed VI ha ripreso la dottrina del fatto compiuto, che aveva guidato la politica di Hassan II durante gli anni ‘80”, analizza Khadija Mohsen Finan, ricercatrice all’IFRI (Istituto Francese di Relazioni Internazionali). Il nuovo colpo di mano del regime per quel che riguarda il dossier Sahara Occidentale è una risposta necessaria, almeno stando alle autorità marocchine, per contrastare i separatisti che operano all’interno del Paese. “Ma in realtà – prosegue la ricercatrice – il Palazzo non ha la fermezza necessaria per proseguire su questa strada, dato che nemmeno lui sa bene come togliersi dal pantano in cui si è cacciato. Se volesse realmente trovare una via di uscita, dovrebbe prima considerare il lato giuridico, politico, umanitario e identitario della faccenda. Il che rimanda a sua volta a una serie infinita di analisi e valutazioni. La soluzione dell’autonomia ha un senso. Ma mantenere lo stato attuale delle cose e chiamarlo autonomia non è possibile agli occhi del diritto internazionale”.

L’intervista ad Aminatou Haidar
Lei è in sciopero della fame dal 15 novembre. Che cosa reclama?
Rivendico il diritto che mi spetta a ritornare in patria, dove mi aspettano i miei figli. Sono prigioniera in Spagna, sono stata condotta qui contro la mia volontà.

Le autorità spiegano che ha abusato del suo passaporto marocchino.
Il Marocco ha l’obbligo di concedere i passaporti. La quarta convenzione di Ginevra obbliga le potenze occupanti a concedere tutti i diritti, compresi i documenti, ai cittadini che si trovano assoggettati. Tutti i Saharaoui, quindi, devono beneficiare dei diritti politici, sociali ed economici. Rilasciare i documenti non è un dono che il Marocco concede ai cittadini saharaoui, è obbligato a farlo! Io stessa fino al 2005 non avevo il passaporto. E’ solo da tre anni che gli attivisti possono tenere le loro conferenze all’estero.

Perché il Marocco le ha ritirato il passaporto?
Perché denuncio le violazioni dei diritti dell’uomo commesse dallo Stato marocchino. Ma le mie denunce sono pacifiche, ho il diritto di farle. Secondo il diritto internazionale devo beneficiare della libertà di espressione, di opinione e di movimento. Ma dopo il discorso reale del 6 ottobre questi diritti sono stati attaccati. E’ una violazione evidente.

Lei si definisce pacifista. Qual è l’obiettivo della sua battaglia?
Io difendo i diritti umani nel Sahara Occidentale. Rivendico il rispetto da parte del Marocco di tutti i diritti fondamentali dei Saharaoui, tra cui quello all’autodeterminazione. Sono assolutamente contro la violenza. Non ho mai utilizzato la forza, né contro la polizia, né contro chiunque altro. Approfitto di questa occasione per inviare un messaggio chiaro: io rispetto il popolo marocchino. Non nutro nessuna forma di odio nei suoi confronti. Il problema resta tra il regime e i Saharaoui, non tra i due popoli. Ne è una conferma il fatto che in 34 anni di occupazione non si sono mai verificati regolamenti di conti tra Saharaoui e coloni marocchini. Quello sottoposto all’attenzione della Quarta Commissione ONU è un problema di de-colonizzazione, un problema di giustizia. Il popolo marocchino deve superare questo tabù. Nessun paese al mondo riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, neanche il grande alleato della monarchia, la Francia.

Chi, secondo lei, rappresenta meglio gli interessi dei Saharaoui che vivono nella zona amministrata dal Marocco?
Il solo rappresentante legittimo del popolo saharaoui è il Fronte Polisario. E’ lui che siede al tavolo delle negoziazioni con il Marocco.

Lei sostiene di difendere i diritti dell’uomo, ma anche il Fronte Polisario è accusato di gravi violazioni in questo ambito.
Non ho mai visitato i campi dei rifugiati saharaoui. Ma come militante per i diritti umani faccio riferimento ai rapporti delle organizzazioni impegnate in questo campo, come Amnesty International o come l’Alto Commissariato ONU: i loro rapporti negano la presenza di violazioni. Se il Marocco vuole trovare una scusa per accusare il Fronte Polisario è affar suo. D’altronde, per quale motivo non permette ai militanti saharaoui che difendono i diritti umani di visitare gli accampamenti per vedere quello che succede laggiù? Non possiamo denunciare delle violazioni che non abbiamo mai verificato. Sette attivisti sono andati a Tindouf per rendere visita alle loro famiglie e vedere la situazione con i loro occhi. Al loro ritorno sono stati arrestati!

I Saharaoui che vivono nella parte amministrata dal Marocco possono esprimersi liberamente?
No, al momento tutte le persone che hanno il coraggio di opporsi alla tesi ufficiale di Rabat o che difendono semplicemente i diritti dell’uomo vengono incarcerate. Gli osservatori internazionali non possono più nemmeno contattare gli attivisti saharaoui.

Pensa che la sua espulsione cambierà la situazione nella regione?
Sì, certo. Il Marocco si è sentito minacciato dalle proteste che si stanno levando all’interno del Sahara Occidentale. I ragazzi, anche i più piccoli, si rifiutano di ripetere l’inno marocchino a scuola e affermano con coraggio di non essere Marocchini, ma di essere dei Saharaoui pronti a rivendicare la propria indipendenza. Il regime ha paura e vuole bloccare questa resistenza pacifica. Per questo ha cominciato a reprimere quelli che considera “i pezzi grossi”, gli attivisti e i militanti dei diritti dell’uomo.

Se sarà autorizzata a rientrare a Layoune, che cosa farà?
Per prima cosa riabbraccerò i miei figli e la mia famiglia. E poi continuerò la mia battaglia. Fino alla fine.

La repressione del regime sugli attivisti saharaoui
Dal mese scorso il regime ha indurito i toni contro “i nemici interni”. Human Rights Watch indica in un suo comunicato che 5 attivisti saharaoui sono stati arrestati il 6 ottobre dalla polizia marocchina mentre stavano raggiungendo la Mauritania. Sono stati ricondotti a Layoune e i loro passaporti sono stati confiscati. Stesso trattamento hanno subito in queste settimana la militante Sultana Khaya e gli studenti Hayat Rguibi e Nguya Hawassi. Dal 19 ottobre le forze dell’ordine marocchine hanno interrotto per almeno sette volte le visite effettuate da giornalisti e da delegazioni straniere per la difesa dei diritti dell’uomo agli attivisti saharaoui, specificando che ormai queste visite richiedono un’autorizzazione ufficiale. L’escalation della repressione è iniziata l’8 ottobre, al momento dell’arresto di sette attivisti saharaoui di ritorno da Tindouf (campo profughi saharaoui in territorio algerino, ndt). I sette sono rimasti in detenzione segreta per una settimana, prima di essere ufficialmente trasferiti alla prigione di Salé. Sono accusati di attacco alla sicurezza dello Stato. La data del processo non è ancora stata decisa, ma rischiano una condanna alla pena di morte. Uno di essi, Brahim Dahane, presidente di una associazione saharaoui per la difesa dei diritti dell’uomo, si è trovato al centro delle recenti tensioni diplomatiche tra il Marocco e la Svezia. Il 3 novembre scorso il governo svedese ha annunciato la consegna del premio Per Anger 2009 a Brahim Dahar per la sua battaglia in difesa dei diritti umani. Il giorno dopo le autorità marocchine hanno decretato la partenza immediata della n. 2 dell’Ambasciata svedese a Rabat, Anna Block-Mazoyer. Tahieb Fassi Fihri l’ha accusata di aver trasmesso un documento ufficiale ad elementi separatisti legati al Fronte Polisario e all’Algeria. Questo documento, consegnato al momento di una riunione al Ministero degli Esteri a cui partecipavano i diplomatici occidentali, proverebbe il coinvolgimento dei sette Saharaoui in attività militari al momento del viaggio a Tindouf.

Christophe Guguen

Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 419, 28 novembre-4 dicembre 2009

Aminatou Haidar ancora in sciopero della fame
Mercoledì 25 novembre l’attivista saharaoui ha iniziato il decimo giorno di sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote. Aminatou Haidar reclama ancora la restituzione del suo passaporto, confiscato dalle autorità marocchine il 13 novembre scorso. Per il ministro degli Esteri spagnolo la signora Haidar può recarsi al consolato marocchino più vicino per farsi rilasciare un nuovo passaporto o accettare lo status di rifugiata politica che le offre lo Stato iberico. Ma la militante per i diritti umani rifiuta l’offerta e domanda la restituzione del suo documento per rientrare subito a Layoune. Centinaia di Saharaoui hanno cominciato uno sciopero della fame in segno di solidarietà. Gli avvocati dell’attivista hanno denunciato al tribunale di Lanzarote lo Stato spagnolo, quello marocchino e la compagnia aerea che l’ha ricondotta alle Canarie contro la sua volontà. Il giudice di Lanzarote ha trasmesso il “dossier Haidar” alla magistratura di Madrid, che dovrà pronunciarsi nei prossimi giorni quanto alla sua competenza in quest’affare. Il 23 novembre il Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon ha dichiarato in un comunicato di essere “preoccupato per la tensione crescente tra le parti coinvolte nella trattativa sull’avvenire del Sahara Occidentale, aggravata dai recenti arresti che hanno interessato gli attivisti saharaoui e dalla vicenda di Aminatou Haidar”.

Christophe Guguen

mercoledì 18 novembre 2009

Sidi Ifni. L’attesa infinita

Articolo pubblicato da Tel Quel, n. 398, 14-20 novembre 2009.

Un anno e mezzo dopo gli scontri che hanno insanguinato la città, Sidi Ifni sta ancora aspettando. Gli oppositori di ieri siedono oggi nei banchi del consiglio comunale e promettono un cambiamento. Immersione in una città sull’orlo di una crisi di nervi.

Sono le 9 di mattina a Sidi Ifni, 200 chilometri a sud di Agadir. Un motorino fende il silenzio e la foschia iodata. Sedie vuote sulle terrazze dei caffè, le persiane blu sono chiuse, le vie deserte. O quasi. Questa piccola cittadina (20 mila abitanti), infiammatasi nel giugno del 2008, quando le forze dell’ordine hanno sgomberato con la forza i disoccupati che bloccavano il porto, sembra ancora addormentata. In attesa. Le rare figure si incrociano in silenzio, come in una città fantasma. I pochi negozi che si affacciano sull’asfalto dissestato di boulevard Mohamed V non hanno ancora aperto i battenti. E il sole, anche lui, sembra voler aspettare ancora un po’, prima di penetrare la caligine mattutina. “E’ sempre così – commenta laconico Brahim, davanti al suo bar abbandonato – non c’è niente da fare qui. Più della metà della popolazione è disoccupata. Allora gli abitanti si alzano tardi e vivono lentamente”.

Lo sfinimento generale
Nella parte alta della città risuonano rumori sordi che turbano il torpore generale. Ai bordi della piazza di Spagna, vestigia dell’epoca in cui sulla facciata del comune era esposto il vessillo sangue e oro, il municipio è preso d’assalto da un’armata di operai. E’ iniziata l’operazione lifting nel grande edificio dalle mura decrepite. Il comune di Sidi Ifni ha cambiato di mano nelle ultime elezioni, in giugno. I nuovi inquilini intendono restituire lustro a questo posto. Come per dire che le cose sono ormai in procinto di cambiare in città. In ogni caso è quello che ha promesso Mohamed El Ouahdani, alla guida della nuova giunta.
Vestito nero, cravatta scura, l’eletto tra le file dell’USFP (Unione Socialista delle Forze Popolari) era uno dei capi della “Segreteria locale”, il collettivo di partiti, sindacati e altre associazioni che ha guidato la rivolta appena un anno fa. Come una decina di suoi compagni d’armi, ha pagato per il suo impegno ed il suo coinvolgimento con un soggiorno dietro le sbarre. Una decorazione sul campo che ha permesso alla sua lista di strappare 20 dei 25 seggi del consiglio comunale. Ma a quattro mesi dalla vittoria non è più il tempo dei brindisi e dello champagne. La popolazione ha sete di cambiamento e, vecchio detenuto o no, il nuovo patron sente la crescere la pressione. “I cittadini si immaginano che si possa cambiare la città in pochi mesi. Ma evidentemente questo non è possibile”, tuona stizzito El Ouahdani.
Malgrado le promesse dello Stato, che ha assicurato il suo impegno per lo sviluppo della città nell’ottobre 2008, la trasformazione a Sidi Ifni sembra essersi adagiata su un ritmo molto lento (ndt. in italiano nel testo). L’unico vero traguardo raggiunto, per il momento, è la conversione di Sidi Ifni in provincia. L’antica residenza del Pacha è già stata sistemata per accogliere la nuova amministrazione, ma attende ancora l’arrivo del suo inquilino. Annunciata in primavera, poi in estate, la designazione del nuovo governatore da parte del Re non è ancora avvenuta. Nell’attesa, Sidi Ifni continua a dipendere dalla provincia di Tiznit. E il malcontento fermenta in seno alla popolazione.
Appoggiato contro un muro divorato dall’umidità, a qualche metro dal municipio, Hamid rimugina tra i denti la sua disillusione. Come molti abitanti della città, questo pescatore dai tratti marcati e dalle guance annerite da un principio di barba, non ha votato alle ultime elezioni. Sul cambiamento annunciato non ha nessuna fiducia. “Non hanno fatto altro che cambiare la facciata, ma nel fondo tutto è rimasto uguale. E il fatto che i nuovi eletti provengano dalla contestazione dimostra soltanto che si sono lasciati convincere dal potere”, afferma con amarezza. Cinque giorni fa lo scafo sul quale lavorava si è rovesciato. Da allora Hamid è in “disoccupazione tecnica”. Con il suo salario garantiva la sopravvivenza ad altre cinque persone. Il suo umore è comprensibilmente nero. “Cosa vuole che mi importi se hanno creato una nuova provincia. In più senza governatore. E’ il lavoro e infrastrutture migliori che domandavamo. E almeno per ora non si è visto niente”.

Fratelli nemici
Hamid, come molti dei compagni di lotta, sta portando avanti una campagna contro i nuovi eletti al consiglio comunale. I leaders di questa nuova opposizione sono gli stessi, fatte salve alcune eccezioni, che guidarono la rivolta nel 2008. Da Attac, ONG alter-mondialista, all’Associazione marocchina dei laureati disoccupati. La maggior parte dei membri della vecchia coalizione non ha ancora digerito l’elezione dei compagni di lotta di un tempo. La considerano un tradimento. “Intraprendere un cammino di conciliazione, come stanno facendo i nuovi eletti, significa fare il gioco dello Stato. Ad essere inglobati nel sistema non si può che perdere. Tanto più che il consiglio comunale non ha alcun potere reale, piazzato com’è sotto la tutela della provincia e quindi del Ministero dell’Interno”, denuncia Khalid Bouchra, uno dei veterani della “Segreteria locale”, indagato, ma non condannato, dopo i “fatti di Sidi Ifni”. A suo parere è “inaccettabile rientrare in questo modo nel gioco elettorale, dopo anni di duro boicottaggio. Mentre due compagni, Mohamed Issam e Zine El Abidine Radi, restano ancora in carcere”.
Mohamed El Ouahdani ha intrapreso il suo cammino politico su invito di Ibrahim Sbaalil, rappresentante locale dell’USFP, radiato dalle liste elettorali dopo la condanna a sei mesi di prigione. Il nuovo inquilino del municipio si dice innervosito da tutta questa situazione. Per lui, “le autorità hanno fornito le prove della loro volontà, del loro impegno al cambiamento. Rimanere in una opposizione perpetua è solo un modo, per alcuni, di regolare propri conti con lo Stato”. Accanto a lui c’è Khadija Ziane, foulard stretto e sorriso discreto. Anche lei, ora, fa parte del consiglio comunale. Dopo aver passato sei mesi dietro le sbarre. Da parte sua, considera il successo elettorale “come la prova che la battaglia contro lo Stato è stata vinta”, e sembra credere che “le autorità siano ormai obbligate a mantenere le loro promesse, sempre che non vogliano ritrovarsi di fronte a rivolte ancor più dure di quelle del 2008”.

Obiettivo Canarie
Comodamente installati sugli sgabelli di un negozio per surfisti a due passi dal centro, Hicham, Younes, Mourad e i loro amici sono ben lontani da queste considerazioni. E’ da molto ormai che questi serfeurs, capelli scoloriti dal sole e addominali-tartaruga, non si aspettano più grandi cose dalla politica. Come quasi tutti gli abitanti della città hanno partecipato pietre alla mano alla guerriglia urbana di Sidi Ifni. Ma non attendono più miracoli. E’ dall’altra parte dell’oceano, nelle Canarie, che immaginano un avvenire migliore. Hicham e Younes hanno già tentato la traversata, ma ogni volta si sono fatti prendere e sono stati rispediti a casa manu militari. Per Mourad invece sarà la prima volta. “Laggiù, anche se non hai un lavoro, tutto è più facile. A qualche chilometro di distanza, là nell’oceano, c’è tutto, mentre qui non c’è niente”, racconta con un sorriso triste e spento. Durante la conversazione i suoi occhi non hanno lasciato un istante lo schermo del computer davanti a lui. Connesso su MSN, sta chattando, come ogni giorno, con delle belle ragazze canarie. I suoi sogni sono già proiettati oltre l’azzurro del mare. “Servono 5 mila dirhams per il viaggio. Do corsi di surf, lavoro nei negozi, e presto avrò la somma necessaria. Conto di partire prima della fine dell’anno”, mi confida con un bagliore negli occhi. In ogni modo “la maggior parte dei miei compagni di scuola sono già partiti. Restare per che cosa?”.
La città, dopo essere passata sotto il controllo marocchino nel 1969, si è svuotata. 50 mila abitanti all’epoca degli Spagnoli, appena 20 mila oggi. Mourad e i suoi amici non hanno più di 25 anni, ma parlano lo stesso con nostalgia di quel grandioso passato. “Sidi Ifni era un gioiello. La nostra tribù, gli Ait Baamrane, si è battuta affinché questa ricchezza tornasse marocchina. Abbiamo cacciato gli Spagnoli dalla città senza l’aiuto di nessuno. Ma alla fine il Makhzen ci ha ringraziato isolandoci e lasciandoci morire lentamente”, s’indigna Hicham.

L’ospedale della morte
Tutti gli abitanti della città hanno ancora in mente degli esempi di questo passato maestoso: un aeroporto internazionale, cinema, istituti di studi superiori e un ospedale, “il più avanzato di tutta l’Africa del nord”, si affrettano a precisare, con fierezza, i cittadini di Sidi Ifni. Quarant’anni dopo, la città dei prodi guerrieri ha smarrito la sua superbia. In assenza di una vera strada che la colleghi a Tan Tan, non può essere considerata nemmeno un centro di passaggio. “Gli abitanti della regione hanno sempre avuto la reputazione di essere dei ribelli. Già prima di passare sotto il dominio degli Spagnoli, non riconoscevano l’autorità del Sultano. Il Makhzen ce lo sta facendo pagare da quarant’anni”, analizza Khalid Bouchra, con voce stanca.
Appena fuori città, l’ospedale pubblico sembra, da solo, l’immagine della gloria passata. Citato ad esempio fino a quarant’anni fa, oggi funziona al rallentatore. Sulla facciata decrepita, il passante riesce a malapena a leggere le parole “urgenze” o “ospedale”, cancellate dall’insidia degli anni. All’interno c’è silenzio e un vago odore di rancido. Nessuno all’ingresso, i corridoi sono vuoti… “Questa sera, come sempre, ci siamo solo io e un infermiere a mandare avanti l’intera struttura – si dispera un medico – non bisogna stupirsi, poi, se ci sono dei problemi”. Se ne sta rintanato in una sala polverosa. Le attrezzature sembrano uscite da un’epoca lontana. Per mancanza di mezzi, qui regna il “sistema D”. “Ci ritroviamo ad occuparci di cose che non hanno alcun rapporto con il nostro lavoro. Chiamare le autorità per rifornire l’ambulanza di benzina, per esempio, perché c’è un paziente da evacuare d’urgenza verso Tiznit o Agadir”, prosegue il giovane dottore, confinato qui al termine dei suoi studi. Tutta la città è ancora sconvolta dalle conseguenze di questa penuria di risorse. Solo l’anno scorso due donne, due sorelle, sono morte mentre stavano raggiungendo un altro ospedale a centinaia di chilometri da Sidi Ifni. Avevano appena partorito.

Nel porto di Sidi Ifni, dei marinai…
Dall’altra parte della città, sul bordo del mare, c’è il porto. E’ là che cominciarono gli scontri nel giugno 2008. Più di un anno è passato e il rapporto tra le autorità ed i pescatori resta ancora teso. M’barek, stivali fino al ginocchio, un grosso maglione di lana nonostante il calore soffocante e occhiaie profonde sul viso, dà sfogo alla sua rabbia: “Solo due giorni fa due uomini sono morti in mare. L’imbocco del porto è estremamente pericoloso. Si verificano incidenti di continuo. Per assicurare il passaggio basterebbe giusto dragare un po’ il fondale”.
A qualche metro da lui, una decina di camion stanno caricando casse e casse di sardine pescate durante la notte. Decine di pesci sventrati, invece, restano a terra, immersi in una poltiglia vischiosa e nauseabonda di viscere e sangue. E’ tutto quello che rimarrà della pesca del giorno, una volta che i camion saranno ripartiti verso Agadir. “Qui non ci sono industrie per la lavorazione del pesce. Tutto ciò che viene pescato è poi portato all’estero su immensi battelli-frigorifero o altrove in Marocco su questi camion. I pesci di Sidi Ifni costituiscono un’immensa ricchezza. Ma noi non ne approfittiamo”, spiega, disincantato, Farès Hafifi, uno dei promotori del blocco del 2008. Come i suoi compagni di sventura, giura di essere pronto a manifestare di nuovo, se il cambiamento promesso non arriverà. A Sidi Ifni l’attesa è infinita, ma non la pazienza dei suoi abitanti.

Amélie Amilhau

martedì 17 novembre 2009

“Villes sans bidonvilles”. Le promesse non mantenute

Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 417, 14-20 novembre 2009.

Dopo cinque anni dall’avvio ufficiale, il programma « Ville sans bidonvilles » (VSB) sembra andare a rilento, soprattutto nelle grandi città del Regno. Alla carenza di terreni si aggiungono i problemi di gouvernance locale, mentre il finanziamento e l’assistenza sociale restano di fatto inesistenti.

37 città su 83 dichiarate ufficialmente “senza bidonvilles”: è questo il bilancio presentato a inizio novembre dal Ministero dell’Ambiente e della Gestione Urbana. Non molto incoraggiante. Le operazioni condotte fino ad ora hanno permesso il trasferimento di diverse migliaia di nuclei familiari, ma i comuni coinvolti, ad eccezione di Agadir, sono tutti di piccola o media grandezza. Nei grandi centri urbani, dove sono concentrate la maggior parte delle bidonvilles, i ritardi non fanno che accumularsi. La scadenza del programma voluto da Mohammed VI è già stata posticipata al 2012. “E bisognerà aggiungere di sicuro qualche anno supplementare”, ironizza un eletto locale di Mohammedia. Durante tutto questo tempo la disoccupazione urbana e l’esodo rurale continueranno a riempire le baraccopoli. Il numero stimato delle famiglie che dovranno beneficiare dei nuovi alloggi è già passato da 212 mila a quasi 300 mila. Il piano VSB, lanciato nel luglio del 2004, ha promesso una rottura radicale con le sterili campagne di “riassorbimento” portate avanti ad intervalli regolari (senza risultati) fin dagli anni settanta. La nuova strategia reale punta sul coinvolgimento degli abitanti, l’apertura al settore privato e la sottoscrizione di accordi tra lo Stato e le collettività locali: obiettivo, lo sradicamento totale delle bidonvilles dal contesto urbano.

Una visione puramente quantitativa
La buona volontà si scontra con le vecchie abitudini. Il censimento degli abitanti delle baraccopoli, affidato alle autorità locali, continua ad essere oggetto di dispute e falsificazioni. Quanto agli eletti locali, spesso sono frenati nelle loro iniziative dalla prospettiva di veder scomparire una tale “riserva di elettori”. “Quando si verificano dei problemi, in molti casi è colpa dei partners locali, che non fanno la loro parte. Le collettività locali per esempio, o addirittura gli stessi abitanti delle baraccopoli, che rifiutano le offerte presentate”, afferma Mazhar Benabbou, direttore degli studi all’Istituto Nazionale per la Pianificazione e l’Urbanismo. “A tutt’oggi non c’è concertazione con le popolazioni per valutare quali siano i loro bisogni, i loro mezzi e le loro aspettative. Un lavoro pertanto essenziale”.
Per sbarazzarsi delle bidonvilles, le istituzioni sembrano aver adottato una visione puramente quantitativa degli obiettivi da raggiungere. Un rapporto della Banca Mondiale datato 2006, sottolinea che “l’eterogeneità della popolazione delle bidonvilles non è stata presa in esame. I beneficiari del programma VSB hanno caratteristiche socio-economiche differenti. Differenti i livelli di guadagni, i risparmi di cui dispongono, e differenti sono anche le aspettative e gli interessi a prendere parte al programma”.
Le nuove offerte di alloggio, comuni all’insieme degli abitanti coinvolti, non sembrano affatto tener presente queste peculiarità. Del resto, secondo le cifre fornite dallo stesso Ministero della Gestione Urbana, 10 mila alloggi già costruiti resterebbero tuttora vacanti. Troppo piccoli, mal posizionati o troppo cari, secondo le testimonianze degli abitanti.

La carenza di competenze
“L’assistenza sociale è un qualcosa di innovativo. Non era mai stato proposto niente di simile nei piani precedenti. Tuttavia non c’è un personale qualificato che possa ricoprire questo ruolo in maniera proficua. Non ci sono scuole che forniscano una preparazione adeguata in questo campo. A svolgere le funzioni di assistenti sociali spesso sono dei quadri delle stesse società che hanno in appalto la costruzione delle abitazioni, o dei semplici impiegati dell’Agenzia per lo Sviluppo Sociale”, spiega Mazhar Benabbou. Di fronte alla carenza di competenze, il Ministero ha deciso di creare nuovi corsi all’Università di Meknes, nel 2006. Una sessantina di diplomati hanno seguito una formazione biennale focalizzata sull’assistenza sociale. Senza risultati. Questo ruolo esige un livello di competenze nettamente superiore a quello raggiunto in due anni dai giovani studenti.
Al termine dei due anni, così, nessun laureato è stato assunto dal Ministero. Una grave mancanza, che ha portato al clima di ostilità e resistenza già conosciuto durante le precedenti campagne di “riassorbimento”. Gli abitanti che si oppongono alle nuove proposte di alloggio o che non dispongono delle risorse sufficienti per beneficiarne, finiscono per essere espulsi dal programma. Come se non bastasse, vengono poi sfrattati dalle loro baracche, destinate alla demolizione.
Ad Anza, storica bidonville di Agadir, centinaia di famiglie si sono ritrovate per strada dall’oggi al domani, mentre si sono verificati scontri tra gli abitanti e le forze dell’ordine a Oum Azza, Mohammedia, Larache, Marrakech e nel douar El Askar di Fes. A Rabat, il programma di risanamento del douar Kora è giunto a conclusione. Almeno secondo le autorità. Ma le centinaia di baracche servono ancora da rifugio per le famiglie più povere. “Non abbiamo i soldi sufficienti per comprare gli appartamenti che ci propongono. Anche il prestito ha un costo troppo elevato: bisogna rimborsare 800 dinari (80 euro circa) al mese”, spiega un ragazzo all’ingresso della bidonville. “Le autorità ci vogliono sgomberare, ci hanno dato tempo fino alla festa dell’Aid (sabato 28 novembre). Dopodiché verranno con i bulldozers”.

La rivendita dei terreni agli speculatori
L’accesso al programma VSB resta un problema reale per le famiglie senza risorse o con entrate modeste. In media, secondo i differenti studi realizzati in proposito, solo due terzi degli abitanti delle baraccopoli possono permettersi l’acquisto di un appartamento o di un lotto di terra. Il finanziamento del programma poggia in gran parte sulla partecipazione diretta (alle spese) delle famiglie, a cui lo Stato concede una piccola sovvenzione. La creazione di un fondo di garanzia, per sostenere il prestito concesso dalle banche alle famiglie che devono acquistare i nuovi alloggi, non sembra aver dato i frutti sperati. Lanciato nel 2005, questo strumento fatica ancora a trovare il suo pubblico, sia a causa di una scarsa comunicazione  verso le popolazioni interessate, sia a causa delle rate mensili troppo elevate per la gran parte delle famiglie.
Ad Agadir, dichiarata ufficialmente “ville sans bidonville” nel dicembre 2008, molte famiglie che avevano acquistato dei lotti di terreno sono stati costretti a rivenderli agli speculatori, causa la mancanza di risorse per costruire un nuovo alloggio.  Lo stesso sindaco della città ha riconosciuto pubblicamente la presenza del fenomeno. I vecchi abitanti della bidonville sono così costretti “a ricostruire nuove baraccopoli fuori dalla città”. “Ma è questo in realtà l’obiettivo del programma – spiega Abdessalam Adib, un membro dell’AMDH – dal momento che i terreni recuperati con la distruzione delle baracche valgono oro. Vengono cacciati via i poveri di modo che i promotori dell’iniziativa possano costruire nuovi alloggi destinati ad altre classi sociali. Il piano è in mano alla mafia dell’immobiliare che porta avanti la sua speculazione. Non c’è il minimo interesse a fornire alloggi sociali a basso costo”. Dal canto suo Mazhar Benabbou riconosce che “sistemare gli abitanti delle baraccopoli fuori dalle città serve solo ad allontanare il problema, non certo a risolverlo”.

Christophe Guguen