giovedì 31 dicembre 2009

Sit-in a Oukacha in sostegno alla protesta dei detenuti islamici

CASABLANCA (30 dicembre 2009). Nuvole grigie, cariche di pioggia si addensano nel cielo sopra il carcere di Oukacha, a Casablanca. Si è concluso da poco il sit-in organizzato dall’associazione Ennassir in solidarietà con i detenuti islamici in sciopero della fame all’interno della prigione. In ventinove stanno portando avanti la protesta da 37 giorni, per opporsi ai trattamenti subiti all’interno del carcere e al progressivo peggioramento delle loro condizioni di detenzione. Tra loro c’è Kassim Britel, cittadino italiano vittima, tra le altre illegalità, delle extraordinary renditions operate dalla CIA. Il suo stato di salute si sta deteriorando inesorabilmente: dall’inizio della protesta ha già perso 5 chili, è debole e la stanchezza gli impedisce di lasciare la cella. Altri otto membri del gruppo, già provati dai patimenti subiti durante la lunga prigionia, versano in condizioni critiche.
Da cinque anni l’associazione Ennassir si occupa del sostegno ai detenuti islamici (all’incirca mille attualmente, secondo le stime dell’associazione) e dell’assistenza alle loro famiglie. Denuncia gli abusi e le violazioni subite e cerca di far chiarezza sul “dossier salafita”, divenuto un vero tabù all’interno del paese in seguito agli attentati del 16 maggio 2003. Inoltre, in collaborazione con l’AMDH, sta portando avanti un lavoro di mediazione con le autorità, nel tentativo di ottenere un miglioramento delle condizioni di detenzione e nella speranza di arrivare alla liberazione dei detenuti. Finora tuttavia, l’intransigenza dei responsabili marocchini ha impedito qualsiasi progresso nelle trattative. “La maggior parte di queste persone, finite in carcere nel corso della repressione seguita agli attentati, è palesemente innocente. Sono vittime di arresti illegali e di processi sommari”, ricorda Abderrahim Mouhtad, il presidente dell’associazione.
Mouhtad sta ripiegando gli striscioni esposti durante la manifestazione. Ammucchiati dietro la sella del suo motorino ci sono i fogli con le fotografie dei detenuti. Per terra un’altra pila di carte su cui è impresso il comunicato di Ennassir e le rivendicazioni dello sciopero. Celle sovraffollate, impossibilità di portare avanti gli studi, tanto professionali quanto universitari, perquisizioni umilianti, sotto le continue provocazioni dei secondini e del direttore del carcere. I detenuti non hanno intenzione di mollare: lo sciopero non cesserà fino a quando le loro richieste non verranno accolte. “C’è stata una grande partecipazione da parte delle famiglie e dei membri dell’associazione, che sta facendo il possibile per comunicare al paese quanto sta succedendo qui a Oukacha. Ma i nostri mezzi restano limitati”, continua Mouthad. Il parcheggio di fronte all’ingresso della prigione è ancora pieno di gente, in gran parte donne. Le stesse che fino a pochi minuti fa intonavano slogan e youyou. Le mogli e le madri che da anni lottano affinché sia resa giustizia ai loro cari. Parcheggiate sul bordo della strada, una lunga fila di camionette bianche, con ai lati la scritta Securité Nationale. I poliziotti sorvegliano la zona. Hanno assistito alla manifestazione, senza intervenire. Il sit-in si è svolto senza problemi, dalle undici a mezzogiorno come previsto. “Non ci sono state reazioni violente da parte delle forze dell’ordine, almeno questa volta. La situazione è ben diversa quando portiamo le nostre dimostrazioni a Rabat, di fronte alla sede della Delegazione delle carceri. Lì i poliziotti ci sgomberano in pochi minuti, con la forza se necessario”, dichiara il presidente Mouthad.
Oltre al sit-in organizzato da Ennassir, altre iniziative sono in programma per sostenere l’azione dei detenuti di Oukacha. Oggi, i detenuti islamici di tutte le prigioni del regno stanno osservando uno sciopero della fame di ventiquattro ore, in solidarietà con la protesta portata avanti dai “fratelli” a Casablanca. Ma, nonostante i numerosi appelli diffusi da Ennassir e dall’AMDH, nonostante le iniziative pubbliche promosse, e nonostante la gravità delle condizioni dei detenuti in sciopero, l’opinione pubblica non sembra mostrare alcuna reazione. All’indifferenza delle autorità, della Delegazione generale delle carceri, del Primo ministro (che dal 2007 ha il controllo della Delegazione) e del Ministero della Giustizia, si somma così il silenzio della società marocchina. Neanche la stampa nazionale, fino a questo momento, ha mai dato risalto alla vicenda.

Zahra libera dietro le sbarre

(Articolo pubblicato da Tel Quel, n. 403, 19-25 dicembre 2009)

Il processo in appello della “più giovane detenuta politica del Marocco” è previsto per il 23 dicembre. Zahra Boudkour è in prigione da 19 mesi per aver preso parte ad una manifestazione. Fisicamente provata, il suo stato d’animo resta più che mai combattivo.

Nella sua cella del carcere di Boulmahrez a Marrakech, Zahra attende l’arrivo della sera, il momento in cui i guardiani non passano più, le altre detenute abbassano il volume della televisione e i loro bambini smettono di piangere. E’ allora che Zahra si immerge, come può, nei suoi manuali di diritto. “Sto studiando il corso sui contratti – spiega – ho ricevuto il materiale da poco e in gennaio ci saranno gli esami”. Vuole diventare avvocato. Nel maggio 2008 frequentava il secondo anno all’Università Cadi Ayyad di Marrakech. Ma a ventuno anni la sua vita è precipitata.

Studentessa modello e ribelle
Zahra è nata a Zagora, dopo ben undici tra fratelli e sorelle. Il padre è un militare e un vecchio combattente della resistenza. Rimasta orfana della madre a due anni, è stata cresciuta dalla sorella maggiore Moulouda. “Un’infanzia normale, né felice né triste. Al liceo ero la prima della classe, ma fin dall’adolescenza sono rimasta colpita dalle ingiustizie sociali che vedevo attorno a me. Molta gente moriva per la mancanza di cure adeguate, per la mancanza di acqua”. Per “difendere gli interessi del popolo” a vent’anni Zahra decide di iscriversi alla Facoltà di legge all’Università di Marrakech. Aderisce all’UNEM (Unione nazionale degli studenti marocchini) e al partito Annahj Addimocrati (la Via Democratica). Spinta da una motivazione incrollabile abbraccia il marxismo-leninismo come vocazione e raggiunge le fila dei “moutons noirs” alla facoltà.
Il 14 maggio 2008 è tra i tremila studenti che manifestano contro gli elevati costi di accesso alle visite ospedaliere imposti agli studenti. Gli agenti di polizia si gettano nel mucchio. Abdelkebir Bahi viene spinto giù dalla cima di un palazzo e si ritrova la colonna vertebrale fratturata. Altri diciotto studenti sono arrestati, condotti al commissariato di piazza Jamaa Al Fna e torturati per cinque giorni. All’epoca si è molto discusso dei trattamenti riservati a Zahra, l’unica ragazza del gruppo. E’ stata gettata nuda in una cantina, dove i poliziotti hanno minacciato di violentarla e dove ha ricevuto dei colpi alla testa, inferti con una spranga di ferro, le cui tracce sono presenti ancora oggi.
Il 9 giugno 2008, un primo gruppo di sette studenti è stato condannato ad un anno di prigione. Il giorno seguente i diciotto detenuti, tutti assieme, hanno iniziato uno sciopero della fame, durato quarantasei giorni, per protestare contro la sentenza del tribunale. Il processo del “gruppo degli 11” (di cui fa parte Zahra) si è svolto in un clima di tensione costante, tanto che, posticipato più volte, si è trascinato per più di un anno. Alla fine, il 9 luglio 2009, è stato pronunciato il verdetto della corte di primo grado: uno studente è stato condannato a quattro anni di prigione e gli altri dieci a due anni. I capi di accusa che gli sono imputati sembrano riferirsi più a dei criminali di professione, che a dei giovani manifestanti. Zahra è accusata di “possesso di arma bianca”, “costituzione di gruppo armato” e “insulti all’indirizzo dei magistrati”. Perché un tale accanimento contro una manciata di ragazzi? Forse per la loro appartenenza politica o per l’origine saharaoui di una parte del gruppo? “Colpire Annahj era tra i loro primi obiettivi – conferma Zahra – nel commissariato i poliziotti ci domandavano se eravamo dei marxisti. Se rispondevamo sì cominciavano a colpirci”.

Nascosta durante la visita del re
Da allora per questi ragazzi la vita ha il sapore amaro della prigione. Lasciata per molto tempo in una cella affollata (oltre 50 detenute), Zahra è arrivata da poco in un settore più tranquillo, dove divide il suo spazio con altre sette prigioniere (più i neonati). Tuttavia le è ancora impedito di camminare all’aria aperta (“non vedo il sole da tre settimane”), la doccia settimanale la fa con l’acqua fredda, e, soprattutto, le viene impedito di consultare un dottore specialista mentre le sue condizioni di salute peggiorano. La ragazza subisce ancora i postumi dei colpi ricevuti (forti dolori alla testa) e dello sciopero della fame (ipoglicemia e dolori addominali). Più volte ha chiesto di essere trasferita in ospedale a spese della sua famiglia, ma senza successo. Nonostante ciò Zahra non si lascia impietosire: “dovreste parlare piuttosto degli altri dieci ragazzi del mio gruppo. Sono sottoposti a condizioni atroci, vivono ammassati in cento nella stessa cella”.
I suoi fratelli e sorelle, molto uniti tra loro, la sostengono come possono. Moulouda si è trasferita a Marrakech per poterle far visita ogni settimana e per farle avere del cibo decente. Malgrado i tentativi di isolarla e i frequenti cambiamenti di cella (in occasione della visita del re, in settembre, è stata addirittura trasferita a Kelaat Sraghna), Zahra riesce sempre ad intendersi bene con le compagne di prigione. Si occupa dei loro figli, scrive per loro lettere e comunicati e gli offre consigli in materia giuridica. Ha anche tenuto dei corsi di alfabetizzazione. Quando ha un momento di calma si abbandona alla lettura: scrittori palestinesi, russi, tutto quello che i carcerieri non riescono ad intercettare. Libri e giornali, di solito, vengono trattenuti o sequestrati dalle guardie della prigione, così come le lettere che Amnesty le invia continuamente.
Quest’anno ha ottenuto il permesso di sostenere gli esami in prigione. Ma, dal momento dell’arresto, la studentessa modello ha iniziato a ricevere delle “strane” valutazioni. “Per prima cosa mi hanno rimproverato l’assenza alle sedute di esame – racconta con ironia – poi, dopo aver ripetuto le prove per due volte, mi hanno comunicato i risultati, all’inizio positivi, trasformati però una settimana più tardi in valutazioni insufficienti”. Zahra sembra comunque decisa a sfidare questa intimidazione e a riprendere i suoi studi alla Facoltà. “Se mi impediranno di arrivare al diploma non fa niente. E se sarò costretta di nuovo alla prigione ci ritornerò. La libertà del popolo vale questo prezzo!”.
Mercoledì 23 dicembre riprende il processo in appello del “gruppo Zahra Boudkour”. Gli avvocati sperano in una riduzione della pena, cosa che significherebbe la liberazione immediata per i dieci studenti. Cosa ne pensa Zahra? “La pena può diminuire come aumentare, ma a me non interessa. Ci sono cose ben peggiori della prigione”.

Zoé Deback

Aggiornamento.

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 423, 26 dicembre 2009 - 8 gennaio 2010)

Zahra Boudkour. L’ingiustizia prosegue

Il processo della giovane militante e dei suoi nove compagni, tutti detenuti nella prigione di Boulmharez, previsto per il 23 dicembre davanti alla Corte d’appello di Marrakech, è stato rinviato al 10 febbraio. Zahra si è detta sorpresa all’annuncio del rinvio, “ma il suo morale resta ben saldo”, spiega la sorella Ghalia. Il 20 dicembre una carovana di solidarietà, allestita dal comitato di sostegno ai detenuti politici e dall’AMDH, è arrivata a Marrakech. Le autorità hanno vietato la manifestazione prevista all’esterno della prigione di Boulmharez, mentre sabato 19 si è tenuta una giornata di sostegno agli studenti di Cadi Ayyad nella sede locale del PSU (Partito Socialista Unificato). La pena di due anni di prigione, inflitta nel luglio scorso a Zahra e ad altri 9 dei suoi compagni, si estinguerà il 15 maggio 2010. Con il susseguirsi dei rinvii, tanto in prima istanza quanto in appello, gli studenti avranno già scontato la gran parte della pena prevista quando arriverà il pronunciamento finale della Corte d’appello. Mourad Chouini, uno tra i più vecchi (29 anni) del “gruppo Boudkour”, era stato condannato invece a quattro anni di carcere.

domenica 27 dicembre 2009

Il silenzio che uccide

CASABLANCA - L’ingiustizia provoca sofferenza. Ma la sofferenza diventa ancora più grande, e perfino insopportabile, se l’ingiustizia è accompagnata dal silenzio e dall’indifferenza. A questo proposito, vorrei rivolgere una domanda ai miei concittadini e vorrei chiedere loro scusa in anticipo se, nel farlo, disturberò quel clima di “letizia” che, come d’incanto, sembra calare dal cielo durante questo “gioioso” periodo di feste. Quanti di voi hanno mai sentito parlare di Abu Elkassim Britel? Quanti di voi conoscono la storia di questo quarantenne di origine marocchina, divenuto cittadino italiano e poi abbandonato, o peggio scaricato, dallo Stato che lo aveva accolto? Pochi, immagino, e del resto anche io la ignoravo prima del mio arrivo in Marocco, circa tre mesi fa.
Quella di Kassim Britel è una storia fatta di arresti illegali, di torture e di processi iniqui. E’ una storia fatta di “consegne speciali” operate dalla CIA con il beneplacito, forse, dei nostri stessi servizi segreti. Ma è una storia fatta anche di silenzio, il silenzio con cui le autorità italiane hanno lasciato che tutto questo accadesse, il silenzio che continuano a mostrare di fronte ad un uomo, ripeto un cittadino italiano, che da otto anni subisce trattamenti degradanti e vede violati i suoi diritti di essere umano. Un silenzio che in questi giorni rischia di uccidere Kassim ben più dello sciopero della fame che sta portando avanti da oltre un mese nella prigione di Oukacha, tra l’indifferenza dell’opinione pubblica.
Cercherò qui di ripercorrere, per sommi capi, la sua vicenda. Kassim Britel, arrivato in Italia nel 1989, dopo dieci anni ha acquisito la cittadinanza italiana. Viene sequestrato illegalmente nel marzo del 2002 in Pakistan, poiché sospettato di appartenere ad una rete terroristica. Dopo due mesi di “interrogatori” viene consegnato alla CIA. A nulla è valsa la richiesta di aiuto e protezione presentata all’Ambasciatore italiano in loco. Con un aereo americano è trasportato in Marocco, suo paese di origine, dove non rientrava da oltre cinque anni. Uno dei tanti casi accertati per cui la Jeppersen Dataplan (una consociata della Boeing) è finita sotto accusa nei tribunali americani, nel quadro dell’inchiesta sulle extraordinary rendidtions effettuate dalla CIA. Kassim viene trattenuto e torturato per otto mesi nella prigione segreta di Temara, dove la DST (servizi segreti marocchini) opera impunemente dall’avvio della “guerra al terrorismo”. Rilasciato nel febbraio del 2003 senza nessuna accusa, è arrestato di nuovo il 16 maggio dello stesso anno, mentre cercava di rientrare in Italia. Immediatamente ricondotto a Temara, ha passato lì altri quattro mesi di interrogatori e torture, durante le quali è costretto a firmare una confessione, per porre fine ai maltrattamenti. Questo il solo elemento in mano al giudice al momento del processo, una confessione estorta sotto tortura. Nessuna prova, nessun elemento giuridico rilevante a suo carico. Risultato: una condanna a 15 anni di carcere, ridotta a 9 anni in appello.
Quello che è successo in Marocco, dopo gli attentati di Casablanca (16 maggio 2003), resta una delle pagine più nere che il paese ha conosciuto dalla fine degli “anni di piombo” e dalla morte di Hassan II. Le autorità hanno iniziato una vera e propria “caccia all’islamista”, che ha portato a decine di sparizioni e a centinaia di arresti arbitrari, trasformati rapidamente in condanne decennali, attraverso dei processi che ben poco hanno a che fare con il rispetto della legalità e con l’indipendenza del potere giudiziario, di fatto inesistente. Un ampio dossier delle violazioni commesse dalla polizia e dai servizi del Regno è stato raccolto dall’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo e dall’associazione Ennassir (in arabo “l’aiuto”). Tra i casi più gravi figura quello del cittadino italiano Kassim Britel.
Anche in Italia, sul caso Britel, era partita una indagine della magistratura, archiviata nel settembre 2006 per la totale mancanza di elementi che collegassero Kassim ad una qualsiasi attività terroristica o comunque criminale. Della vicenda si sono occupate alcune delle ONG più conosciute, come Amnesty International, Human Rights Watch e la Federazione Internazionale per i Diritti dell’Uomo, che hanno denunciato gli abusi subiti da Kassim e il comportamento in merito del nostro governo, oltre a quello del governo marocchino, americano e pakistano. Ma le autorità del nostro paese non hanno fatto nulla di concreto per ottenere la sua liberazione, per riportarlo a casa. Neanche dopo il pronunciamento della giustizia italiana. I grandi media hanno continuato ad ignorare la sua esistenza, le sue proteste e le sue richieste di aiuto.
Poche settimane fa a Casablanca ho conosciuto Khadija (Anna, prima dell’ingresso nella Umma islamica), la moglie di Kassim. A questa donna, che con grande forza e ostinazione non ha mai rinunciato a lottare e a chiedere che al marito sia resa giustizia, facendo fronte tanto alle assurde pretese dei carcerieri marocchini quanto al disinteresse complice della classe politica italiana, va la mia stima più sincera. Il mio pensiero invece va a Kassim, chiuso nella sua minuscola cella della prigione di Oukacha, lontano solo pochi chilometri dalla camera in cui sto scrivendo questa lettera. Da trentaquattro giorni ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il peggioramento delle sue condizioni di detenzione, di per sé proibitive, inflittogli a fine novembre. Il suo stato di salute, già allo stremo dopo la violenza delle torture e otto anni di carcere, si è aggravato pesantemente nelle ultime ore. Quel che resta della sua vita è più che mai in pericolo, mentre l’opinione pubblica, ancora una volta, rimane all’oscuro della vicenda. Ma a provocare la sua morte non sarebbe il rifiuto dell’alimentazione o gli “acciacchi” ormai indelebili dovuti alla prigionia, bensì il silenzio con cui l’Italia risponde ai suoi appelli, alle sue dimostrazioni, ai suoi scioperi, la sola arma rimasta a sua disposizione. Un silenzio divenuto nel tempo sempre più assordante.
La triste sorte toccata ad un concittadino di origine straniera, per di più di fede musulmana, forse non fa notizia, e di certo non rientra negli interessi dell’attuale classe politica, ma merita almeno il rispetto e l’attenzione, quando non l’aperto sostegno, che ogni uomo dovrebbe mostrare nei confronti di un essere umano privato ingiustamente dei propri diritti.

Jacopo Granci

giovedì 24 dicembre 2009

Sbattere due volte contro lo stesso ostacolo

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 422, 19-25 dicembre 2009)

Il “caso Aminatou Haidar” rappresenta un passo in dietro nel progetto marocchino di promuovere l’autonomia nel Sahara.

Nel 1991 il simbolo dei prigionieri politici di tutta l’Africa, dopo la liberazione di Nelson Mandela, era Abraham Serfaty. Incluso nel Guinness dei “regimi repressori”, Hassan II era presentato al grande pubblico come un tiranno perverso. Era questa l’immagine che ne offriva il libro-denuncia di Gilles Perrault, Notre ami le Roi, un’opera scritta grazie alle ricerche condotte dalla moglie di Serfaty, Christine Daure. Il libro descrive, tra i tanti orrori, il calvario subito dai gruppi di sinistra finiti in carcere negli anni settanta per aver contestato la marocchinità del Sahara Occidentale e per aver difeso il diritto del suo popolo all’autodeterminazione. Questo gruppo, di cui Serfaty rimaneva l’ultimo testimone ancora in carcere, una volta fuori di prigione ha cambiato progressivamente guida e si è integrato nella vita politica ordinaria. La maggior parte dei suoi militanti aveva purgato le proprie colpe e, in alcuni casi, aveva rivolto una domanda di grazia reale, il ché implicava la ritrattazione della passata attività e il riconoscimento degli errori commessi. La detenzione a cui era ancora costretto Abraham Serfaty infastidiva sempre più Hassan II, che si sforzava di contrastare l’idea diffusa da Perrault. Il monarca, infatti, si era subito attivato per favorire la creazione di un Consiglio consultivo dei diritti dell’uomo, con l’obiettivo di migliorare l’immagine del regime. Ma i suoi sforzi risultavano vani fintanto che Serfaty rimaneva il più vecchio prigioniero politico del continente.

Il passo falso del regime
Hassan II, tuttavia, aveva assunto al suo servizio un ottimo prestigiatore in materia di falsificazione della realtà: Driss Basri, che aveva accumulato una grande esperienza durante gli anni in cui era ministro dell’Interno e dell’Informazione. Trovare una soluzione per far uscire di prigione un Serfaty recalcitrante e indomito, condannato all’ergastolo, non era facile. Era impossibile convincerlo a firmare un documento dove rinunciasse pubblicamente alle sue idee. Bisognava inventarsi una formula immaginaria, che permettesse di liberarlo senza che ciò costringesse Hassan II ad abbandonare i suoi principi. Basri alla fine l’ha trovata, frugando nel mare dell’assurdo. In maniera arbitraria ha attribuito a Serfaty la nazionalità brasiliana, quella con cui suo padre era entrato in Marocco. Quindi, in quanto cittadino straniero, l’oppositore è stato esiliato in Francia. Ma una tale assurdità doveva presto trovare una conclusione. Alcune settimane dopo la morte di Hassan II, Serfaty è rientrato in Marocco. Mohammed VI gli ha concesso la grazia e l’ha nominato consigliere in uno dei suoi ministeri.

Cambiamento di strategia
Nel passo falso compiuto da Mohammed VI con Aminatou Haidar, sembra che il Marocco non si sia reso conto delle contraddizioni in cui è incappato. Questa misura presuppone non solamente una violazione della legge marocchina sulla nazionalità, di cui un cittadino non può essere privato, ma costituisce anche un passo indietro nel quadro del progetto marocchino di voler concedere una autonomia più larga al Sahara Occidentale. Il problema dell’autodeterminazione di questo popolo non potrà mai essere risolto fintanto che il Marocco continuerà a negare l’esistenza dell’identità saharaoui. Al contrario, dovrebbe prima di tutto riconoscere l’esistenza di tale identità, e il suo diritto ad esistere. La pretesa che questa possa essere compatibile con la nazionalità marocchina dipende dalla definizione che si intende dare al concetto stesso di nazionalità. Se lo si vuole concepire come un qualcosa di rigido o come la somma delle differenti identità che si sono sviluppate nel corso della storia del paese. Un discorso differente, invece, è sapere se i Saharaoui accetterebbero la suddetta compatibilità. E per far sì che l’accettino, il Marocco deve rendersi conto che c’è una sola soluzione possibile: trasformarsi in una democrazia credibile. Il caso di Aminatou Haidar dimostra che il Marocco non ha ancora imparato la lezione.
Il discorso pronunciato dal re Mohammed VI al momento della commemorazione della Marcia verde, il 6 novembre scorso, presentando il falso dilemma “patriottismo o tradimento”, cerca di impedire ogni dissidenza che rischi di minacciare il “fronte interno”, tanto mitizzato, schierato in modo unanime a sostegno dell’appartenenza del Sahara al Marocco. Un fronte che, durante l’ultimo decennio, si è visto incrinato a causa delle visite effettuate dai giornalisti marocchini nei campi di Tindouf e da qualche timida voce, che ha cercato di opporsi ai discorsi ufficiali lasciando intendere che i Saharaoui avrebbero bisogno, prima di tutto, del riconoscimento della loro dignità come popolo e della loro specificità: nella lingua, nella cultura, nell’identità e nella storia.
Il caso di Aminatou Haidar sembra essere una conseguenza della nuova politica che Rabat, a quanto, vuole pare imporre ad ogni costo. Ma, invece, che rafforzare la pretesa unanimità nazionale suscitata dalla questione del Sahara, questa vicenda divide ancor più il “fronte interno”. Un recente editoriale del settimanale marocchino Le Journal Hebdomadaire ha descritto l’atteggiamento delle autorità come un atto “illegale, immorale e stupido”.
Quali sono i fattori che hanno spinto il re ad operare questo cambiamento di strategia, questo ritorno al passato? La visita ai campi di Tindouf dei sette attivisti saharaoui che al loro ritorno sono stati arrestati con l’accusa di collaborazione militare con il nemico? Al momento di un viaggio a Laayoune, nel giugno scorso, prima del fallimento dei candidati “ufficiali” alle elezioni municipali, ho sentito dire dalle autorità in loco che la politica di “apertura” condotta negli ultimi anni non aveva dato risultati, se non l’avvio di una nuova Intifada nel 2005, e che era giunto il momento di far rispettare il principio di autorità. In realtà, la politica marocchina nel Sahara è fallita per l’emergere di un contro-potere nel territorio, frutto della radicalizzazione dell’azione tribale e della sua manipolazione ad opera di alcune figure, che hanno acquisito una forza e un potere maggiore di quello che Rabat voleva. Forse le autorità hanno intenzione di rettificare qualcosa? La ristrutturazione annunciata dal re relativa al CORCAS (Consiglio consultivo per il Sahara) potrebbe essere il primo risultato, con l’obiettivo di porre un freno al potere accumulato da alcune famiglie saharaoui. Altri provvedimenti, come la nomina di un Saharaoui a capo della seconda camera del Parlamento, peraltro segretario generale del PAM (una creazione politica del regime), si iscrivono in questa direzione, anche se nei fatti poco contribuiranno a cambiare l’immagine del Marocco all’estero: un’autocrazia che non riesce a nascondere il suo vero volto. Non possiamo nemmeno ignorare le conseguenze che il caso Aminatou Haidar ha generato all’interno della politica spagnola. Al di là del tipo di soluzione a cui si potrebbe giungere in queste ore, si è venuto a creare un problema di fondo per la diplomazia spagnola, che tra qualche settimana si troverà a rivestire la presidenza dell’UE: offrire al Marocco uno status di partner privilegiato può ancora essere considerata una mossa saggia, dal momento che il suo sistema politico non si preoccupa di uniformarsi ai canoni base dell’Europa, quali la libertà di stampa o il rispetto dei diritti dell’uomo?

Bernabé Lopez Garcia
(Professore di Storia contemporanea dell’Islam
all’Università Autonoma di Madrid e
membro del Comitato Averroé)

martedì 22 dicembre 2009

Aminatou Haidar: il ritorno a Laayoune

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 422, 19-25 dicembre 2009)

L’attivista saharaoui è rientrata a Laayoune nella notte tra il 17 e il 18 dicembre, grazie al coinvolgimento degli Stati Uniti nella vicenda. Un vero schiaffo per la diplomazia marocchina.

Dopo l’espulsione arbitraria verso Lanzarote avvenuta il 14 novembre scorso e uno sciopero della fame durato 32 giorni, l’attivista saharaoui ha vinto finalmente la sua battaglia. Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre è rientrata a casa, a Laayoune, a bordo di un aereo, messo a disposizione dalla Spagna, equipaggiato delle attrezzature mediche necessarie, in compagnia della sorella Laila e di Martin de Guzman, direttore dell’ospedale di Lanzarote, dove l’attivista saharaoui era stata ricoverata in terapia intensiva il giorno precedente. All’uscita dall’ospedale, prima di salire a bordo dell’aereo, Aminatou Haidar ha dichiarato ai media presenti che il suo ritorno a Laayoune costituisce “un trionfo del diritto internazionale, dei diritti umani e della giustizia internazionale”.
Anche in questo caso, la vicenda sembra sia stata risolta al di là dell’Atlantico, malgrado la discrezione esibita dai responsabili americani. Il Marocco non sembra aver capito ancora che la battaglia di Aminatou Haidar per il rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale beneficia di un largo sostegno negli Stati Uniti. Del resto è stato grazie alla pressione dell’Ambasciata americana a Rabat che nel 2006 l’attivista è riuscita ad ottenere il passaporto per poter viaggiare all’estero. L’appoggio del Centro Robert F. Kennedy, che gli ha conferito il suo prestigioso premio nel 2008 e che segue da vicino l’evolversi della situazione nella regione, è stato ugualmente determinante. Per capire il peso rivestito da questo centro, basti sapere che il vincitore dell’edizione 2009, il successore dell’attivista saharaoui, si è visto consegnare il premio alla Casa Bianca, dalle mani del presidente Obama in persona.

La gestione americana
Nei giorni che hanno seguito l’espulsione di Aminatou Haidar, Jeffrey Feltman, assistente di Hilary Clinton incaricato dell’area mediorientale e nordafricana, aveva utilizzato toni molto duri nei confronti dell’ambasciatore marocchino negli Stati Uniti, Aziz Mekouar. Con il passare dei giorni, la richiesta avanzata da alcuni paesi (come Messico e Costa Rica) di inscrivere il caso Haidar all’ordine del giorno delle riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stava facendo sempre più pressante. Il Marocco è riuscito ad impedirlo solo grazie alla ferma opposizione dell’alleato francese, che ha sistematicamente posto il suo veto.
Nell’edizione del 17 dicembre, il quotidiano El Pais riporta una notizia secondo cui Mohamed VI avrebbe inviato a Washington il suo fedele amico Fouad Ali El Himma e Yacine Mansouri, capo della DGED, per negoziare il ritorno di Aminatou Haidar. Sicuri della loro posizione, una volta arrivati negli Stati Uniti i diplomatici marocchini sono caduti dalle nuvole. “Un responsabile marocchino è rimasto profondamente scioccato dal tono di Hilary Clinton”, riferisce una fonte vicina al governo americano. Di fronte alla collera del Segretario di Stato, i Marocchini non hanno avuto altra scelta che piegarsi al diritto internazionale e acconsentire al rientro di Aminatou Haidar. Nonostante il fallimento, i responsabili marocchini cercano di salvare le apparenze. “In cambio chiedono ai differenti paesi coinvolti, Stati Uniti in testa, di ringraziarli ufficialmente per il loro atto di buona volontà”, rivela la stessa fonte.
Il Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM) guidato da El Himma si era affrettato ad inviare a Washington Fatiha Laayadi, Khadija Rouissi e Mbarka Bouida per sostenere la causa dello Stato marocchino nell’affare di fronte alle ONG e ai Think Tanks americani. Secondo il rappresentante di una nota ONG presente ad una delle conferenze sostenute, la performance degli inviati marocchini era al limite della decenza. La mancanza di rispetto dimostrata nei confronti della Saharaoui ha reso le loro posizioni irricevibili.
L’interessamento americano alla vicenda, maturato all’ombra dei negoziati ufficiali, spiega la brusca virata del Parlamento europeo. Il 17 dicembre, nella sorpresa generale, gli euro-deputati avevano rinunciato all’ultimo minuto a presentare una risoluzione di condanna dell’espulsione illegale della Haidar, al fine di non “compromettere la ricerca di una soluzione diplomatica al caso”. “Ho l’impressione che oggi ci siano le condizioni per giungere ad una soluzione. Questo dibattito supplementare non farebbe che complicare il lavoro dei nostri canali diplomatici”, aveva affermato il leader del gruppo socialista europeo, il tedesco Martin Schulz.

La Spagna sotto accusa
Lo stesso giorno, il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos si era presentato davanti al Parlamento per illustrare la strategia diplomatica spagnola nella vicenda, soggetta a forti critiche interne. Per la prima volta Moratinos ha riconosciuto di essere stato informato dal suo omologo Taieb Fassi Fihri dell’espulsione di Aminatou Haidar fin dal 13 novembre, vale a dire la sera dell’arrivo dell’attivista all’aeroporto di Laayoune.
All’inizio di questa settimana, il Parlamento spagnolo aveva aumentato la sua pressione sull’esecutivo, chiedendo una risoluzione rapida della vicenda e, soprattutto, ribadendo il diritto all’autodeterminazione del popolo saharaoui. Durante gli incontri con gli inviati stranieri, la strategia difensiva adottata dalle autorità marocchine ha fatto leva sul timore di possibili disordini a Laayoune e Smara, nel caso di un ritorno di Aminatou Haidar. Sul posto la situazione resta effettivamente tesa (vedi reportage). Il prossimo round di discussioni informali organizzato da Christopher Ross tra il Marocco e il Fronte Polisario non può più ignorare il problema del rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale.

La dichiarazione. El Himma volta gabbana
Fouad El Himma, che fino a poco tempo fa utilizzava toni di minaccia all’indirizzo della Spagna e dell’Europa riguardo alla vicenda dell’attivista saharaoui, spiega ora, dalle colonne del quotidiano Al Jarida Al Oula (edizione del 18 dicembre), che la salute di Aminatou Haidar “interessa tutti i Marocchini”. Dal momento che si tratta di una “questione umanitaria”, è possibile cercare una soluzione provvisoria che “le permetta di rientrare a casa dai suoi figli”. Dopo di ché, afferma il fondatore del PAM, l’attivista saharaoui dovrà tuttavia scegliere la sua nazionalità, perché “non è possibile concedere uno status particolare agli abitanti della regione”. Il fondatore del PAM dichiara che la situazione nel Sahara Occidentale “resta nelle mani della comunità internazionale, la quale non riconosce la sovranità marocchina sul territorio, ma sancisce la legittimità della sua amministrazione da parte del Marocco. Per questo sono le leggi marocchine ad esservi applicate, in attesa di una decisione definitiva”. Non bisogna dimenticare che il PAM, come del resto l’intera classe politica marocchina, aveva denunciato con forza “il comportamento della suddetta Aminatou Haidar”. “Ci opporremo, con tutti i mezzi a nostra disposizione, al ritorno della Haidar in Marocco, Stato che lei stessa ha rinnegato”, aveva affermato Biadillah all’inizio di dicembre.

REPORTAGE

Nel Sahara ritorna la tensione

La vicenda di Aminatou Haidar e l’ondata di repressione diretta contro gli attivisti saharaoui hanno fatto crescere la tensione a Laayoune e a Smara. Le forze di sicurezza controllano il territorio. Le autorità marocchine negano l’inizio di una nuova escalation, ma la tensione è palpabile.

Domenica 13 dicembre, il sole è allo zenith e inonda di luce le vie del centro di Laayoune. Seduti nelle terrazze dei bar, gli uomini guardano passare il tempo. I bambini giocano nelle strade, nel complesso l’ambiente sembra sereno. Lo sciopero della fame di Aminatou Haidar, dopo aver fatto il giro del mondo, non sembra sconvolgere la vita degli abitanti. Le persone interrogate per strada sulla vicenda dell’attivista saharaoui evitano di pronunciarsi in merito e, dopo aver gettato occhiate furtive attorno a loro, mettono generalmente fine alla discussione. “E’ una tematica sensibile da queste parti”, inizia a spiegare un ragazzo seduto a lato del Café Las Dudas, in pieno centro. Nemmeno lui osa finire il discorso: un uomo posizionato sul marciapiede di fronte gli fa segno di interrompere la conversazione. “Nessuno ne parla in pubblico a causa dei poliziotti in borghese disseminati dappertutto. Controllano l’intera città”, spiega Djimi Galia, attivista saharaoui, vice-presidente dell’ASVDH (l’Associazione saharaoui delle vittime di gravi violazione dei diritti umani).
Nel pomeriggio, una deputata spagnola arriva all’aeroporto Hassan I di Laayoune. Rosa Diez, presidente del partito UPyD (centro) e amica di Aminatou Haidar, è stata incaricata dalla militante di consegnare una lettera ai suoi figli, Hayat, 15 anni e Mohamed, 13 anni. La riunione si svolge in presenza del padre, a casa di un membro della famiglia. L’appartamento è situato poco lontano dal centro. “Penso a voi tutti i giorni”, scrive l’attivista saharaoui. Dopo aver letto la lettera il giovane Mohamed si scioglie in lacrime. Hayat, invece, è combattuta tra il sostegno allo sciopero della fame condotto dalla madre e le possibili conseguenze a cui questo potrebbe portare. “E’ il mio modello, lei è tutto per me. Deve continuare la sua battaglia fino alla fine. Ma allo stesso tempo resta pur sempre mia madre…”. Una mezz’ora dopo l’arrivo della deputata, una quindicina di poliziotti in borghese, travestiti da giornalisti, entrano nell’appartamento muniti di videocamere e macchine fotografiche.
Il padre, sotto stress, fa allontanare tutti dall’appartamento. Rosa Diez si reca allora a casa di Djimi Galia, amica da sempre di Aminatou Haidar, ma anche là arrivano subito i poliziotti. “Ci hanno detto che bisognava avere una autorizzazione del governo per poter continuare la visita. E che se non ce l’avevamo bisognava lasciare subito l’abitazione. Io ho replicato: una autorizzazione? Questo territorio non è sotto la tutela marocchina? Perché allora quando sono a Casablanca, a Fes o a Marrakech non ho bisogno di chiedere un’autorizzazione per vedere i miei amici? Siamo partiti per non creare problemi a Djimi e alla sua famiglia”, spiega la deputata spagnola.

50 prigionieri politici
Le abitazioni degli attivisti saharaoui sono sorvegliate costantemente dalla polizia. “La situazione dei diritti dell’uomo qui è critica”, spiega Brahim Elansari, militante saharaoui, membro di Annajh (estrema sinistra) e dell’AMDH. “I Saharaoui che militano pacificamente per il loro diritto all’autodeterminazione sono messi a tacere; per noi non esiste libertà di opinione, di espressione, di riunione o di manifestare”. Gli attivisti in più denunciano il rifiuto delle autorità marocchine di riconoscere le associazioni saharaoui come l’ASVDH o la CODESA (di cui è presidente Aminatou Haidar), malgrado il via libera del tribunale amministrativo. “Spesso siamo vittime di arresti e di processi arbitrari. Una cinquantina di prigionieri politici saharaoui restano tuttora in carcere”, prosegue Brahim Elansari.
E’ difficile capire se la battaglia di questi militanti per l’autodeterminazione sia condivisa dall’insieme dei Saharaoui. Secondo una fonte della Sicurezza Nazionale di stanza a Laayoune, solo “una trentina di persone” portano avanti la lotta. Per molti abitanti la priorità resta la stessa che altrove: assicurarsi i mezzi per sopravvivere e risolvere i problemi quotidiani. “Il Marocco, il Polisario, Aminatou Haidar, tutto questo non mi interessa. La sola cosa che voglio è trovare un lavoro”, si lascia andare Hassan, un giovane saharaoui senza alcuna prospettiva per il futuro.
“Dal 2008 l’Intifada ha perduto molta della sua forza, cerchiamo continuamente di riflettere sul modo di ricostituire il movimento”, riconosce Brahim Elensari. “Abbiamo già avuto molte perdite nel corso della nostra lotta, e dallo scontro con le autorità abbiamo ricavato più sconfitte che vittorie”, si lamenta un altro militante. Gli attivisti saharaoui non beneficiano di alcuno spazio pubblico e l’adesione alla loro battaglia può essere misurata soltanto dal seguito che ricevono le loro manifestazioni. Tuttavia, la massiccia presenza della polizia ne ostacola sempre più l’organizzazione. Il 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti dell’uomo, non è stata autorizzata alcuna conferenza a Laayoune, nemmeno quella dell’AMDH. “Le autorità hanno avuto paura che venisse politicizzata dai Saharaoui”, spiega un membro della sezione locale.
Sotto pressione, gli attivisti devono dunque accontentarsi di azioni simboliche come l’invito allo sciopero della fame di 24 ore in sostegno ad Aminatou Haidar o il rifiuto di indossare abiti nuovi il giorno dell’Aid, come vorrebbe la tradizione. Nonostante ciò i militanti non perdono la speranza. “Nel momento in cui gli sarà concessa l’occasione, tutti i Saharaoui scenderanno in strada”, annuncia Mohamed, un sostenitore di Aminatou Haidar. Martedì sera l’ennesimo tentativo di riunione è stato represso a Matala, quartiere saharaoui di Laayoune, dove hanno luogo la maggior parte delle manifestazioni.

I graffiti della RASD
Che cosa succede a Smara, città distante circa cento chilometri da Laayoune, situata in pieno deserto e considerata come il bastione storico della lotta saharaoui? “Non c’è niente da vedere qui, è tutto calmo”, sostengono i poliziotti al posto di blocco posizionato all’ingresso della città. L’arrivo dei giornalisti, tuttavia, sembra un po’ preoccuparli. “Che cosa siete venuti a fare qui? Chi dovete vedere? Per quale motivo?”. Dei poliziotti in borghese raggiungono il posto di blocco per avere informazioni, seguiti dopo qualche minuto dal responsabile della Sicurezza Nazionale e dalla sua squadra. “Come già saprete, non avete il diritto di intervistare alcune delle persone che risiedono in città senza una autorizzazione ufficiale”. Perché? “E’ così e basta, succede la stessa cosa in tutti i paesi del mondo”, risponde seccato il responsabile, rifiutandosi di fornire ulteriori spiegazioni. Dopo un’ora di attesa e svariate telefonate, dopo aver riempito schede su schede per i servizi di informazione e dopo aver risposto di nuovo alle domande sul motivo del nostro arrivo, siamo riusciti ad entrare in città.
Non c’è molta gente nella strada principale, a parte i militari e la polizia. Alcuni Marocchini, pur badando alle loro occupazioni, osservano a distanza le manovre del responsabile della sicurezza e della sua squadra, che seguono le orme dei giornalisti ovunque essi vadano. In giro non si vede nemmeno un Saharaoui. La tensione è palpabile. Nei quartieri saharaoui, le pareti delle case sono coperte di scritte e disegni, a loro volta cancellati dalle autorità con un sottile strato di cemento. E’ possibile ancora distinguere dei graffiti che rappresentano la bandiera della RASD (Repubblica Araba Democratica dei Saharaoui). A Smara, incontrare gli attivisti saharaoui è impossibile. “Ci sono troppi rischi di rappresaglie all’indirizzo delle loro famiglie, la pressione è enorme”, spiega un militante al telefono. “Dopo l’arresto di Aminatou Haidar ci sono state delle manifestazioni, immancabilmente represse. Tre ragazzi tra i 21 e i 22 anni sono stati arrestati all’inizio di dicembre. Il primo è stato condannato ad un anno di carcere giovedì scorso, con l’accusa di vilipendio alla bandiera nazionale. Gli altri due sono stati trasferiti a Laayoune”.

Chi rappresenta i Saharaoui?
“Le autorità dicono che siamo dei separatisti, degli indipendentisti. Noi difendiamo semplicemente gli interessi dei Saharaoui, reclamiamo il nostro diritto all’autodeterminazione”, spiega a Laayoune Dahha Rahmouni, una militante “scomparsa” durante gli anni di piombo e poi liberata, come Aminatou Haidar, Djimi Galia e Brahim Dahane, dopo il cessate il fuoco del 1991. “Abbiamo incontrato i parlamentari saharaoui qui a Laayoune. Ci hanno detto che se avessero difeso la nostra causa avrebbero finito per danneggiare i loro interessi”.
La ristrutturazione del CORCAS (il Consiglio consultivo per il Sahara), annunciata al momento dell’ultimo discorso reale, rilancia la questione della rappresentanza dei Saharaoui. “Il discorso del re costituisce un ulteriore passo avanti nell’escalation lanciata in quest’ultimo anno, ma allo stesso tempo è la conferma di un fallimento – afferma un militante – poiché dimostra che il CORCAS e le politiche portate avanti fino ad oggi non funzionano”. Dal canto suo Dahha Rahmouni assicura che “lo Stato marocchino non nutre la minima fiducia verso i Saharaoui, nemmeno verso quelli dichiaratamente pro-marocchini. Quale potere ha il CORCAS? Non mi sembra sia stato lui a proporre il piano per l’autonomia”. Poi prosegue: “noi non siamo membri del Fronte Polisario, ma non c’è che lui a rappresentare i Saharaoui e a difenderci veramente, non vedo nessun altro”.
I militanti saharaoui incontrati a Laayoune ritengono che la loro lotta per l’autodeterminazione sia assolutamente legittima. Denunciano la volontà dello Stato marocchino di farli passare per dei “mercenari”. “Quando i Saharaoui arrivano fino a Tindouf, lo fanno per riunirsi alle loro famiglie rimaste dall’altra parte, per incontrare l’altra metà del popolo saharaoui. Entrare nel territorio della RASD non significa complottare con un paese nemico. Se fossero dei Marocchini ad attraversare la frontiera allora potrei comprendere l’accusa di tradimento, ma nel caso dei Saharaoui no!”. Di fronte alla nuova ondata repressiva dispiegata negli ultimi mesi e culminata con l’espulsione di Aminatou Haidar, alcuni militanti di Laayoune pensano che il Fronte Polisario non debba più continuare i negoziati con lo Stato marocchino, “se non vuole correre il rischio di perdere la sua legittimità qui”. Si dicono “delusi” dall’atteggiamento tenuto dalla comunità internazionale di fronte alle continue violazioni dei loro diritti perpetrate dal Marocco. “L’ONU è debole, e i paesi occidentali non pensano che ai loro interessi”.
L’espulsione di Aminatou Haidar, tuttavia, ha permesso di riportare la questione del conflitto nel Sahara Occidentale al centro dell’attenzione. “Pensavamo di essere stati ormai dimenticati, ma adesso si parla di noi in tutto il mondo”, spiega Djimi Galia. “Ancora una volta il Marocco ha dato prova di non preoccuparsi di rispettare le leggi in vigore. Se riusciremo ad attivare un meccanismo di controllo internazionale, sulla questione del rispetto dei diritti dell’uomo, saremo riusciti a fare un passo nella giusta direzione”, assicura un militante. La MINURSO potrebbe incaricarsi di questo compito, cosa che il Marocco ha rifiutato in modo categorico appena qualche mese fa, al momento del rinnovo della missione dell’ONU.
A Laayoune i militanti saharaoui attendono ancora il ritorno di Aminatou Haidar. Al momento del fallito tentativo spagnolo di ricondurla a casa, due settimane fa, i suoi sostenitori si sono subito mobilitati e lo stesso ha fatto la polizia. “Credo che il Marocco si sia ormai reso conto che con il ritorno di Aminatou Haidar potrebbe cominciare una nuova Intifada. Tutti qui vogliono fare qualcosa. Vedrete cosa succederà quando Aminatou rientrerà”, afferma un militante in tono di sfida. Fino a questo momento, dall’espulsione dell’attivista, a Laayoune non ha avuto luogo nessuna manifestazione degna di nota. “Oggi la situazione è ancora calma”, confessa in maniera discreta un giovane commerciante marocchino, che non sembra farsi illusioni su quello che potrà succedere a breve. “Ma come si dice, domani è un altro giorno…”.


Christophe Guguen

lunedì 21 dicembre 2009

Benhachem: “io sono il servitore dei re alawiti”

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 421, 12-18 dicembre 2009)

Se non hai il minimo pudore puoi dire tutto, puoi fare di tutto. Se non devi rendere conto a nessuno, anche in questo caso, puoi dire tutto e puoi fare di tutto. Se godi di una totale impunità, ancora una volta, puoi permetterti tutto. Questo accade anche nel “più bel paese del mondo”, dove dei semplici responsabili amministrativi si comportano come dei despoti, come dei veri reucci. Prendiamo l’esempio più recente, quello del rimprovero sferzante che Hafid Benhachem, delegato generale dell’Amministrazione penitenziaria, ha rivolto all’indirizzo della presidente dell’AMDH Khadija Ryadi e del vice-presidente Abdelilah Benabdesslam.
Prima di entrare nei minimi particolari di questa nuova “prodezza benhachemiana”, gettiamo un breve sguardo sul passato, o più esattamente sul conto fin troppo pesante, di questo “alto funzionario” dello Stato. Nato nel 1936 a Boufakran, entra nel corpo di polizia come semplice agente. In seguito ricopre numerosi incarichi all’interno della Direzione generale della sicurezza nazionale (DGSN). Nel 1971 è nominato capo di circoscrizione all’Amministrazione centrale del Ministero dell’Interno. In seguito ricopre incarichi differenti, tra cui quello di governatore all’Amministrazione territoriale, dal gennaio 1975 al maggio 1997, quando viene infine nominato direttore generale della DGSN, incarico che ha conservato fino al 25 luglio 2003. Questo richiamo alla memoria è necessario poiché prova in maniera irrefutabile che questo signore ha ricoperto, durante tutti gli anni di piombo, un incarico tale da permettergli di essere al corrente di quanto stava segnando quei terribili anni neri: torture, sequestri, sparizioni e morti sospette. Un incarico tale da permettergli di conoscere, nei minimi dettagli, gli orrori subiti da migliaia di Marocchine e Marocchini. Dal 1971 al 2003, fate voi il conto, sono più di trent’anni.
Ben inteso, può sempre sostenere di non essere mai stato un torturatore. Forse. Ma fu ugualmente complice, per il suo silenzio. Sapeva ed ha taciuto. Un torturatore dal colletto bianco, come ne esistono tanti al giorno d’oggi. Dopo l’ascesa al trono, Mohammed VI lo ha destituito dal suo incarico. Il signor Benhachem ha avuto paura per il suo avvenire, dal momento che era stato uno dei più stretti, fedeli e obbedienti collaboratori di Driss Basri, di fatto il suo mentore, senza il quale non avrebbe mai avuto una carriera così folgorante. Bisogna ricordare che il cammino per raggiungere tali vertici all’interno del Makhzen è sempre cosparso di sofferenze, grida, torture e scioperi della fame che spesso terminano con la morte (Saida Mnebhi e i suoi amici). Anche l’IER è d’accordo su questo punto. Ebbene, questo signore, dal conto così pesante, ha ricevuto l’incarico di dirigere le prigioni marocchine! Bisogna altresì riconoscere che quanto ad esperienza acquisita, non si poteva trovare un miglior capo-carceriere. Il signor Benhachem è un uomo coraggioso, franco, che si assume pienamente la responsabilità dei suoi atti e dei suoi trascorsi. Prova ne è quanto dichiarato ai rappresentanti dell’Associazione marocchina per i diritti umani: “Sono fiero del mio passato nei servizi di sicurezza”, testimonianza, a suo avviso, del patriottismo che lo ha sempre contraddistinto. Come segnalato all’inizio di questo articolo, Benhachem ha prestato servizio per tutta la durata degli anni di piombo, vale a dire per più di trent’anni.
Nel “più bel paese del mondo”, essere un torturatore, costituisce dunque l’apice del patriottismo! Dare la caccia agli uomini e alle donne che lottano per i loro diritti, per la democrazia, per l’uguaglianza, per la fine della tortura, per denunciare le sparizioni e i rapimenti, chiudere gli occhi di fronte ai centri di tortura di Derb Moulay Cherif, Agadez, Tazmamart, significa dare prova di patriottismo.
Quale indecenza! Un patriottismo che ha fatto del Marocco lo zimbello del mondo intero, che gli è valso la condanna da parte di tutte le associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, che ne ha fatto un paria tra le nazioni. Il signor Benhachem dovrebbe rispondere del suo silenzio criminale davanti alla giustizia, se solo fossimo in un paese democratico, se solo non beneficiasse dell’impunità riservata da queste parti ai torturatori. Ma il signor Behachem è andato oltre, non ha solamente messo alla berlina le associazioni per i diritti dell’uomo, ha anche attaccato la stampa, accusandola di falsità. Ciliegina sulla torta: secondo questo decoroso responsabile dal passato “così prestigioso”, le prigioni marocchine sarebbero le migliori dell’intero mondo arabo, di tutta l’Africa e perfino migliori di quelle francesi. Per completare il quadro, il signor Benhachem non ha esitato a scagliarsi contro la presidente dell’AMDH e il suo aggiunto affermando: “se i miei modi non vi stanno bene, non dovete fare altro che lasciare il Marocco e installarvi altrove!”.
Come se questo paese gli fosse stato trasmesso per via testamentaria. Detto tra noi, se la maggioranza dei Marocchini avesse avuto dove andare, questo paese si sarebbe spopolato già molto tempo fa. Quanta sufficienza! Quanta boria! Quale disprezzo per la giustizia! Se li avessi fatti io questi discorsi, mi avrebbero preso per un pazzo in preda al delirio. Detto questo, non c’è più niente di cui stupirsi. Qualche giorno dopo la sua nomina al Ministero dell’Interno, Ahmed Midaoui si è indirizzato in questi termini al direttore de Le Journal Hebdomadaire: “skout ou alla n’khili dar bouk” (“Taci o te la chiuderò io quella bocca”). Sempre negli ultimi giorni, Taoufiq Bouachrine, direttore del defunto Akhbar El Youm, ha avuto diritto allo stesso trattamento da parte di un alto funzionario della DST e vi risparmio gli insulti che ricevono quasi quotidianamente i laureati-disoccupati. La stessa cosa era successa alla popolazione di Sidi Ifni durante il sabato nero e agli studenti di Cadi Ayyad, torturati nel commissariato di Jamaa El Fna. E’ questo il discorso patriottico dei sostenitori del nuovo regno. E’ questo il linguaggio utilizzato per esprimere il nuovo concetto di autorità.
Nel frattempo, facciamo notare al signor Benhachem che, stando ai rapporti annuali prodotti dalle organizzazioni per i diritti umani e in seguito alle denunce provenienti dai prigionieri o dalle loro famiglie e/o dalle visite effettuate nei luoghi di detenzione, la situazione nelle prigioni non sembra affatto migliorata: sovrappopolamento, trattamenti umilianti inflitti ai prigionieri, violenze e torture, malnutrizione, insufficienza delle cure mediche, corruzione, accanimento sessuale, ostacolo alle visite, trasferimenti abusivi, promiscuità, suicidi, ingresso illegale di sostanze stupefacenti, e la lista dei mali è ancora lunga.
L’Osservatorio marocchino delle prigioni (OMP), dal canto suo, riceve annualmente quasi 3500 reclami inviati da prigionieri allo stremo. Dei veri e propri SOS, per allertare sia l’associazione sia l’opinione pubblica. Nel suo rapporto relativo all’anno 2008, l’OMP segnala che le denunce più frequenti sono quelle relative alle torture e ai trattamenti degradanti (39%), seguite da quelle relative all’assenza di cure mediche (30%) e ai trasferimenti abusivi che non tengono conto degli interessi dei prigionieri e delle loro famiglie (18%). Le altre segnalazioni riguardano l’insufficienza dell’alimentazione, il rifiuto da parte dell’amministrazione di lasciar proseguire ai prigionieri i loro studi, e le pessime condizioni in cui si svolgono le visite. Per concludere, riportiamo qui di seguito il discorso fatto dal signor Benhachem a Christine Serfaty, presentatasi al cospetto di questo alto responsabile per avere informazioni sulle condizioni di Zahra Boudkour: “Sapete signora, io sono il servitore dei re alawiti”. Christine Serfaty aveva avuto l’imprudenza di far notare al signor Benhachem gli anni passati al fianco di Driss Basri. I re alawiti dovrebbero sbarazzarsi il più velocemente possibile di questo tipo di servitori…


Khalid Jamai, CHRONIQUE

Il primo carceriere del regno

(Articolo pubblicato da Tel Quel, n. 402, 12-18 dicembre 2009)

Hafid Benhachem. A 73 anni è al comando delle prigioni marocchine, che controlla utilizzando il pugno di ferro. I suoi metodi scandalizzano il mondo associativo ma confortano i sostenitori della pubblica sicurezza. Chi è veramente?

Dalla sua nomina a delegato generale dell’Amministrazione penitenziaria, Hafid Benhachem ha regolarmente fatto parlare di sé. I suoi progetti per ristrutturare le prigioni marocchine (e per meglio controllarle) hanno generato un gran clamore, come del resto il divieto imposto al personale penitenziario di indossare l’hijab o come le ispezioni imposte alle famiglie dei detenuti ritenuti “speciali” (islamisti e trafficanti di droga per esempio). Oggi quest’uomo si ritrova al centro di una polemica che lo contrappone all’associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH). Al termine di una riunione con alcuni quadri dell’associazione, Hafid Benhachem avrebbe loro seccamente ribattuto: “se non amate questo Marocco che continuate tanto a criticare, allora andatevene!”. Una reazione per nulla sorprendente, secondo un militante dell’associazione che già in passato ha avuto a che fare con Benhachem. “E’ un uomo che non sempre valuta le parole che sta per pronunciare. Come gli altri incaricati della sicurezza pubblica, non ha idee ma solo certezze. Proviene da un altro mondo, quello della repressione. Per questo è stato nominato alla testa dell’Amministrazione penitenziaria”, conclude l’attivista.

E all’improvviso Benhachem…
Tutto è successo martedì 29 aprile 2008. Nel pomeriggio di quel giorno i Marocchini hanno appreso la notizia che il re Mohammed VI ha ricevuto Hafid Benhachem per nominarlo delegato generale dell’Amministrazione penitenziaria. La sorpresa è totale. Da cinque anni nessuno aveva più sentito parlare di Benhachem, silurato dalla Direzione generale della sicurezza nazionale (DGSN) l’indomani degli attentati del 16 maggio 2003. “Al tempo pensavamo che il re avesse deciso di mettere alla porta uno degli ultimi uomini forti del sistema Basri ancora in carica”, ricorda un osservatore. Ma la sorpresa non si è fermata là. Oltre ad aver tirato fuori dall’armadio un vecchio responsabile (al momento della sua nomina Benhachem aveva 72 anni), il re gli ha concesso un’amministrazione sottratta (per la prima volta nella storia del Paese) alla tutela del ministro della Giustizia e affidata direttamente al Primo ministro (quindi al monarca stesso, ndt). In via eccezionale, quattro ministri hanno assistito alla cerimonia di investitura di Benhachem. Oltre al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia, erano presenti anche il Primo ministro e il ministro delle Finanze. Un segnale che è stato subito raccolto. Secondo il nostro osservatore, “la presenza di questi alti responsabili testimonia la necessità di mobilitare tutti i mezzi necessari, specie quelli finanziari, per il buon funzionamento dell’Amministrazione penitenziaria”. Ma una domanda resta ancora senza risposta: come spiegare la riesumazione di Benhachem, simbolo di un’epoca che credevamo ormai superata? Il nostro militante associativo crede di avere la spiegazione. “Benhachem è stato nominato in seguito alla spettacolare evasione di nove detenuti islamisti dalla prigione di Kenitra. Il suo compito è quello di rimettere ordine nelle prigioni e far cessare ogni genere di favoritismo, specie quelli di cui hanno beneficiato per un certo periodo i detenuti islamisti. Il vantaggio di Benhacem rispetto ai suoi predecessori? Una conoscenza precisa e dettagliata del dossier e dei differenti ideologi del movimento salafita”, conclude l’attivista. Nominato a capo della DGSN nel 1997, è in effetti sotto Benhachem che sono iniziate le retate “preventive” all’indirizzo degli islamisti, qualche settimana dopo gli attentati dell’11 settembre.
I primi passi mossi all’interno dell’Amministrazione penitenziaria si sono subito diretti verso i settori dei detenuti salafiti, nelle numerose prigioni del regno. Hafid Benhachem gli ha inviato i suoi collaboratori più stretti per avviare un “dialogo ideologico”. La speranza di vedere alcuni prigionieri islamisti lasciare il carcere sembrava essere rinata, ma le settimane sono trascorse senza alcun passo avanti significativo e gli osservatori hanno iniziato a manifestare il loro disincanto. I detenuti salafiti, fino ad ora, sono rimasti esclusi dalle famose (e tanto attese) grazie reali. In più le condizioni della loro detenzione hanno iniziato a subire notevoli peggioramenti. “Benhachem rifiuta ogni minima concessione a questa gente. Analizzando gli avvenimenti con il dovuto distacco, pensiamo che si sia servito dei primi contatti per sondare meglio il terreno e per domare in maniera efficace questa categoria di detenuti. Si è reso conto che c’erano dei dissensi tra i prigionieri e che questi non possedevano realmente il peso che gli era attribuito. Gli scioperi della fame che si ripetono senza sosta non sembrano nemmeno sfiorarlo. E’ un seguace delle maniere forti. Non conosce altri metodi di azione”, analizza una fonte vicina ai detenuti islamisti.
Le maniere forti, Hafid Benhachem, le ha ugualmente applicate al personale della sua nuova amministrazione. Dalla sua nomina il saluto alla bandiera è obbligatorio per tutti e la minima infrazione è sanzionata con trasferimenti punitivi o perfino con la radiazione definitiva. “Tutto, fino all’ispezione dei visitatori, è divenuto ancor più inflessibile. Le mogli e i parenti dei detenuti, per esempio, si sono viste controllare le parti intime con il pretesto che vi fossero nascosti dei telefoni cellulari”, afferma uno dei nostri interlocutori. Una inflessibilità naturale per Hafid Benhachem, che ha passato tutta la sua carriera al Ministero dell’Interno, all’ombra del ministro Basri, il braccio destro di Hassan II.

Un prodotto della “scuola Basri”
Il nostro uomo ha visto il giorno nel 1936 a Boufekrane, una regione agricola non lontano da Meknes. La sua famiglia, i Benhachem, ha legami di parentela con gli Alawiti. Fa parte, dunque, del lignaggio ufficiale del regno, e questo spiega il titolo di Moulay ereditato dal piccolo Hafid. Verso la fine degli anni sessanta, Benhachem ha raggiunto le fila della polizia, cominciando la sua carriera dai gradini più bassi. Il Marocco aveva da poco ottenuto l’indipendenza, l’amministrazione aveva bisogno di nuovi quadri e c’era molto lavoro da fare. Le promozioni erano dunque all’ordine del giorno. Nel 1971 Hafid Benhachem viene assunto dal Ministero dell’Interno, ed è subito nominato capo di circoscrizione, una carica equivalente a quella di Caid o di Pacha. Ciò significa che a 33 anni, questo giovane poliziotto ha assistito da una posizione di primo piano all’ondata di repressione che si è abbattuta sul Paese in seguito ai due colpi di Stato falliti contro Hassan II. In poco tempo Benhachem acquisisce il titolo di governatore e gli viene affidato un dipartimento nevralgico all’interno del Ministero: la Direzione degli affari generali, la famosa DAG. Il suo compito era quello di raccogliere i rapporti provenienti dalle differenti prefetture del paese e di coordinare l’azione dei servizi di informazione e della sicurezza nazionale alle dipendenza dell’Interno. “A quel tempo Benhachem si era già fatto una ottima reputazione grazie alla sua notevole memoria e alla sua capacità di sintesi. Era chiamato l’elefante, perché conosceva a memoria i nomi di tutti gli oppositori e di tutti i gruppi di sinistra o islamisti. Era un uomo di fiducia del ministro Basri, assieme costituivano un tandem davvero temibile”, ricorda un militante di sinistra, che a quell’epoca ha avuto a che fare con Benhachem. Ad ogni modo, all’inizio degli anni ottanta i Benhachem facevano ormai parte della piccola borghesia della capitale. La famiglia trascorreva giorni felici nel quartiere Soussi, ed ha perfino accolto al suo interno, dal 1978, un giovane ragazzo di nome Hicham Mandari, i cui genitori attraversavano momenti difficili. Le biografie postume di Mandari descrivono questo periodo come una parentesi di fasto, potere e spensieratezza.
Ma c’è ancora una domanda a cui si deve dare risposta: qual è stato il ruolo di Benhachem nella repressione che ha conosciuto il Marocco durante gli anni di piombo? Mistero. Di certo, avendo rivestito un ruolo di tale responsabilità al Ministero dell’Interno, deve aver seguito tutto da molto vicino. Alcuni ex-detenuti affermano addirittura di averlo notato durante il corso degli interrogatori, nei vari centri di detenzione. Nel 2004, in occasione delle audizioni pubbliche organizzate dall’AMDH in parallelo a quelle tenute dall’IER, il suo nome è stato citato da una delle vittime della repressione nel Sahara. Idjimi El Ghalia, sequestrato nel 1987 a Laayoune, ha affermato a volto scoperto che Benhachem “dirigeva gli interrogatori, presentandosi come il braccio destro di Driss Basri”.
Nel 1997 Hafid Benhachem torna al suo primo amore e prende la guida della DGSN, incarico che continua a ricoprire dopo la morte di Hassan II, l’incoronazione di Mohammed VI e il siluramento del suo complice di sempre: Driss Basri. Da quel momento Benhacem cerca di adattarsi alle esigenze del nuovo regno, non senza fatica. La DST è passata alle dipendenze del generale Hamidou Laanigri, militare di carriera e nemico giurato di Basri. Anche il Ministero dell’Interno ha cambiato inquilino e allo stesso tempo una nuova sfida alla pubblica sicurezza inizia a minacciare il paese, dopo l’11 settembre 2001: il terrorismo. Una fonte interna al Ministero rivela che “Laanigri ha subito criticato la gestione della sicurezza nelle città, ed ha accusato la DGSN di aver perso il controllo di intere aree urbane”. E’ in questo contesto che Hafid Benhachem esce di scena, riuscendo a farsi dimenticare in fretta. Oggi quest’uomo si sta prendendo la sua rivincita e sta portando avanti la sua ultima battaglia professionale: mettere ordine nelle prigioni (e tra i prigionieri). Poco importa con quali metodi…

Driss Bennani

domenica 20 dicembre 2009

UE-Marocco. Uno statuto, quali progressi?

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 421, 12-18 dicembre 2009)

Agli impegni non mantenuti in materia di good governance, agli attacchi alla libertà di stampa e al diritto di libera espressione, si è aggiunta la vicenda Aminatou Haidar: l’Europa nutre forti timori sulla strada intrapresa dal Marocco e ci tiene a farlo presente. Le buone intenzioni non sono più sufficienti a far sì che lo “status di partner privilegiato” concesso dall’Europa, finora niente più di una semplice dichiarazione, si trasformi in un accordo concreto. Il Marocco deve passare dalle parole ai fatti.

L’espulsione arbitraria di Aminatou Haidar ed il rifiuto categorico delle autorità marocchine di lasciarla rientrare a Laayoune ha inasprito le tensioni già esistenti tra l’Europa ed il Marocco. Giovedì 10 dicembre, qualche ora dopo la conclusione del summit dei Capi di Stato e di governo europei a Bruxelles, la Presidenza dell’UE ha ufficialmente chiesto a Rabat di rispettare i suoi “obblighi internazionali relativi ai diritti dell’uomo” e di “cooperare” con Madrid per arrivare ad una “soluzione positiva” nella vicenda della militante saharaoui. Regolarmente descritto come il Paese “più avanzato” della regione in materia di good governance e nel rispetto dei diritti dell’uomo, il Marocco ha ricevuto nelle ultime settimane numerosi segnali di condanna, volti a denunciare il mancato rispetto degli impegni sottoscritti. I discorsi pronunciati dalle autorità marocchine sarebbero fin troppo distanti dalla realtà presente nel Paese.
Un anno dopo l’avvio ufficiale delle trattative, che hanno concesso al Regno alawita lo “status di partner privilegiato”, il Marocco sta negoziando con l’UE per definire meglio il nuovo statuto e per fissare obiettivi concreti che riflettano gli interessi di entrambe le parti. “Abbiamo siglato un accordo che concede al Marocco lo statuto avanzato, ora bisogna dar seguito ai nostri impegni, tanto dal lato europeo quanto dal lato marocchino”, afferma senza giri di parole Eneko Landaburu, il nuovo capo della delegazione europea a Rabat, entrato in carica lo scorso ottobre.
Che cosa si attendono gli Europei dal rafforzamento delle relazioni con il Marocco? La posizione geografica del Regno ne fa un partner strategico nelle questioni di immigrazione, terrorismo, estremismo islamico e lotta al traffico di droga. L’obiettivo della politica europea di buon vicinato è chiaro: assicurare lo sviluppo e la stabilità dei paesi vicini al fine di proteggere la stessa Unione. Quanto all’avvicinamento politico voluto da Mohammed VI, invece, i nostri vicini sono molto più cauti. Martedì 1° dicembre è stata organizzata una seduta pubblica alla Commissione Esteri del Parlamento europeo per fare il punto sull’anno appena trascorso.
Eneko Landaburu, in qualità di rappresentante dell’UE, Youssef Amrani, segretario generale del Ministero degli Esteri marocchino, e Ivan Martin, direttore di ricerca all’Istituto Complutense di Studi Internazionali, si sono presentati di fronte agli euro-parlamentari per esporre la loro visione del progetto di avvicinamento tra l’UE ed il Marocco e per rispondere alle domande dell’assemblea. L’incontro è durato un’ora e mezza. Secondo Eneko Landaburu, “gli impegni che il Marocco ha sottoscritto nel quadro dei nuovi accordi devono essere recepiti rapidamente nella legislazione nazionale. Il Marocco vuole raggiungere il Consiglio d’Europa e seguire le sue politiche. Il Consiglio d’Europa ha contribuito in maniera ingente all’edificazione dell’Unione, e il Regno alawita ha manifestato un chiaro impegno ad integrare soggetti chiave, come il rispetto dei diritti umani, nella sua agenda politica”.
Tuttavia, viste le domande rivolte dagli euro-deputati all’indirizzo dei tre relatori alla fine della loro esposizione, proprio la tematica dei diritti umani sembra sollevare ancora notevoli preoccupazioni. “Non siamo contro lo status di partner privilegiato che l’UE ha concesso al Marocco – spiega l’euro-deputato greco Charalampos Angourakis – “ma ci sono ancora troppi problemi legati al rispetto dei diritti umani, sia all’interno del Paese maghrebino sia nelle sue relazioni esterne, specie se prendiamo in esame quello che sta accadendo nel Sahara Occidentale”. L’euro-deputata francese Kiil-Nielsen continua sulla stessa linea: “un negoziato volto a rafforzare i legami tra l’UE ed il Marocco non può essere considerato un dibattito serio, se prima non viene presa in esame la questione dei diritti umani”. Allo scetticismo degli euro-deputati Youssef Amrani ha replicato ribadendo la posizione ufficiale delle autorità marocchine: “Il nostro cammino democratico è irreversibile. Stiamo costruendo un sistema democratico forte, che riflette il volere della società, dei partiti politici e il desiderio del re. Lavoriamo quotidianamente per arrivare a riforme profonde che consolidino definitivamente i valori democratici”. Ma al momento di rispondere ad una domanda in merito al conflitto nel Sahara Occidentale e ai sette attivisti saharaoui attualmente detenuti nel carcere di Salé, Amrani stenta a conservare il suo sangue freddo e lancia accuse all’Algeria: “Non era mia intenzione toccare questa tematica, dal momento che siamo chiamati a discutere sulle relazioni UE-Marocco. Ma mi avete chiesto di entrare nella questione. Quindi, prima di tutto, lasciatemi dire che sul piano dei diritti umani e della trasformazione democratica il Marocco è del tutto privo di complessi. E’ il solo Stato della regione ad avere un sotto-comitato per i diritti umani con l’UE. Per quanto riguarda la vicenda del Sahara marocchino, invece, i diritti umani c’entrano ben poco. Quando l’inviato speciale delle Nazioni Unite ha cercato di avviare un secondo round di discussioni informali, la controparte ha fatto di tutto pur di silurare i negoziati di Manhasset, in cui noi tutti siamo coinvolti. […] Nessuno in quest’aula si domanda perché il ministro algerino, quando gli è stato domandato di recente che cosa facessero i Saharaoui a Tindouf, si è rifiutato di rispondere! E’ laggiù che dovete cercare i problemi relativi ai diritti umani, non nel Sahara marocchino!”.

Per prima cosa i diritti umani
La posizione espressa dalla diplomazia marocchina inviata in Spagna (Biadillah, Radi, Baraka, Mansouri) ricalca la linea presentata da Amrani in sede europea: il Marocco è “vittima” di “nemici dell’integrità territoriale” che cercano di destabilizzare il regno con un piano “diabolico”. “Strumentalizzando” Aminatou Haidar, quest’ultimi cercano poi di “intaccare” le eccellenti relazioni ispano-marocchine.
E’ in questo contesto che lunedì 7 dicembre si è svolta a Bruxelles la ottava sessione del Consiglio di associazione UE-Marocco. Una riunione ministeriale prevista da tempo, per esaminare lo stato delle relazioni tra l’Europa ed il Regno alawita, ma anche per decidere la via da seguire nel partenariato. Particolarmente attese erano le posizioni dell’UE riguardo ad Aminatou Haidar e ai numerosi attacchi ai diritti dell’uomo registrati in Marocco negli ultimi mesi. Ma al Consiglio non era presente nessun ministro europeo degli Affari Esteri, poiché nello stesso giorno, a Bruxelles, erano in programma altre due riunioni ministeriali. Taieb Fassi Firhi si è dunque ritrovato al fianco di Frank Belfrage, semplice direttore di gabinetto del Ministero degli Esteri svedese (a capo della delegazione UE in qualità di rappresentante della presidenza europea), del commissario europeo Benita Ferrero Waldner e di un rappresentante della futura presidenza spagnola. Approfittando della circostanza favorevole, Taieb Fassi Fihri ha chiamato in soccorso un alleato francese, il segretario di Stato agli Affari Europei Pierre Lellouche, che non ha mancato di elogiare il Marocco al momento del suo intervento. Durante il dibattito, Fassi Fihri si è trovato di fronte degli interlocutori per nulla decisi ad ottenere risposte chiare e precise. Interrogato su alcune delle recenti violazioni dei diritti umani commesse dal Marocco, il ministro è riuscito a nascondersi dietro l’alibi della “difesa ad ogni costo dei fondamenti della nazione: la monarchia, l’islam e l’integrità territoriale”. Una risposta fin troppo evasiva, che tuttavia non ha suscitato nessuna vera reazione nella controparte.
Le dichiarazioni rilasciate al termine della riunione riflettono la complessità dei rapporti di forza all’interno delle istituzioni europee. Il commissario Ferrero-Waldner, parlando a nome dell’UE, ha dichiarato di essere preoccupata per lo stato di salute di Aminatou Haidar, ed ha invitato la Spagna ed il Marocco a trovare una soluzione “politica o umanitaria”. Ha poi escluso un intervento diretto dell’UE nella vicenda, definendola una “questione bilaterale” tra la Spagna e il Marocco. Frank Belfrage ha espresso “l’inquietudine” dei 27 riguardo alla “drammatica situazione” dell’attivista saharaoui. In un comunicato pubblicato al termine del consiglio, la presidenza svedese ha precisato che, al momento della riunione, “l’UE ha sottolineato l’importanza del rispetto dei diritti umani e del lavoro di riforma nel cammino verso la democrazia. L’Unione sostiene gli sforzi compiuti dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale ed esprime la speranza di un rapido epilogo nella vicenda Aminatou Haidar”. Il Segretario di Stato francese Pierre Lallouche non ha rilasciato dichiarazioni in merito.

L’importanza della libertà di espressione
La sintesi ufficiale presentata dall’esecutivo europeo al termine del consiglio di associazione, nonostante tutto, indirizza al Marocco un messaggio forte. L’UE “riconosce che le riforme condotte negli ultimi anni hanno permesso di consolidare il rispetto dei diritti umani e di estendere il campo delle libertà individuali” (articolo 20 del nuovo accordo di associazione). La stessa Unione, però, tiene ugualmente conto delle numerose proteste e rivendicazioni avanzate dalle associazioni e dagli attori marocchini, spesso marginalizzati dal regime, che militano per il raggiungimento di un vero Stato di diritto. L’UE stima così che “la consegna, annunciata già da diversi anni, di dichiarazioni formali presso la Segreteria dell’ONU, in merito all’eliminazione di alcune riserve mantenute fino ad ora nelle Convenzioni internazionali e in merito all’adesione ad alcuni Protocolli facoltativi, costituirebbero dei progressi significativi” (art. 20). Il riconoscimento ufficiale dell’uguaglianza tra uomo e donna, lo sradicamento della tortura e delle sparizioni forzate sono direttamente legate all’eliminazione di tali riserve o all’adesione ai protocolli facoltativi.
Ma l’elemento centrale del nuovo accordo resta l’articolo 21, in cui l’UE chiede che “tutte le raccomandazioni dell’Istanza di Equità e Riconciliazione” siano messe in opera. Se questa stessa frase era già presente nel comunicato seguito alla prima riunione UE/Marocco tenutasi un anno fa, questa volta i redattori l’hanno riproposta in caratteri maiuscoli. Senza dubbio sanno che dopo il clamore mediatico seguito alla creazione dell’IER e al pagamento, grazie ai soldi dei contribuenti marocchini, delle indennità alle vittime degli anni di piombo, il regime non ha più fatto nulla di concreto per applicare le raccomandazioni redatte dall’Istanza. E non senza ragione. Tra queste raccomandazioni figura la necessità di una riforma costituzionale. In altri termini, l’Europa ribadisce ancora una volta al Marocco: “le vostre istituzioni politiche non sono democratiche. Se volete che le nostre relazioni si approfondiscano, dovete attuare delle riforme”. Quattro anni dopo la loro formulazione ufficiale, l’AMDH denuncia ancora la mancata applicazione delle raccomandazioni più importanti.
I recenti attacchi del regime contro la stampa indipendente, che hanno raccolto un interesse marginale all’estero, sono anch’essi alla base dell’articolo 21. “L’UE ricorda l’importanza attribuita al consolidamento della libertà di espressione e alla protezione delle fonti di informazione. L’UE ricorda inoltre l’importanza accordata ad una libertà di stampa che sia garantita dalla legislazione nazionale e che si inscriva nel quadro generale della protezione della libertà di espressione, diritto fondamentale consacrato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. In questo contesto, l’UE sollecita l’adozione di un nuovo Codice della stampa, che sia in conformità con le norme internazionali in materia, e che non preveda più alcuna pena detentiva per i giornalisti. L’UE invita poi il Marocco a salvaguardare la libertà di associazione e di riunione e a proteggere gli attivisti per i diritti dell’uomo, specie nel territorio del Sahara Occidentale. Invita le forze dell’ordine a dar prova di ritegno nel ricorso all’utilizzo della forza. L’UE apprezza il mantenimento della moratoria sulla pena di morte ed incoraggia il Marocco a compiere un passo decisivo nell’abolizione della pena capitale”. In merito al Sahara, l’articolo 29 indica che “l’UE resta preoccupata dal conflitto nel Sahara Occidentale e dalle conseguenze da questo provocate sul piano regionale. Sostiene pienamente gli sforzi del Segretario generale dell’ONU e del suo inviato personale, nel tentativo di giungere ad una soluzione politica giusta, durevole e mutualmente accettabile, che permetterà l’autodeterminazione del popolo saharaoui, come disposto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite”. L’UE esprime infine “il suo interesse all’avanzamento nel rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale, ricordando gli obblighi che spettano a ciascuna delle parti in causa”.
Martedì 8 dicembre a Ginevra, l’Istituto del Cairo, che si occupa del monitoraggio dei diritti umani nella regione, ha reso pubblico il suo “Rapporto sullo stato generale dei diritti dell’uomo nel mondo arabo. Sebbene il Marocco faccia prova di una relativa tolleranza nei confronti dei difensori dei diritti umani” – secondo lo studio – “le organizzazioni e i militanti saharaoui restano il bersaglio di arresti, torture e processi iniqui”.

Una decisione storica
In Spagna i partiti politici hanno assunto una unanime posizione di condanna verso l’attitudine del regime marocchino sulla vicenda Haidar. L’euro-deputato Willy Meyer, responsabile delle relazioni esterne del partito Izquierda Unida, si è rivolto all’UE, chiedendo che l’accordo di associazione con il Marocco venga immediatamente sospeso. “Il caso di Aminatou Haidar dimostra ancora una volta come il Marocco continui a violare l’articolo 2 dell’accordo, consacrato espressamente al rispetto dei diritti umani”, spiega in un comunicato.
Questa “clausola dei diritti dell’uomo”, inserita in ogni trattato firmato dall’Unione Europea, permette a ciascuno dei contraenti di sospendere l’accordo in questione, se la controparte si rende colpevole di gravi violazioni dei diritti umani. Il Parlamento europeo l’ha invocata recentemente per chiedere la sospensione dell’accordo UE-Israele, in seguito ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano a Gaza.
Nel 1992 sono stati gli euro-deputati a bloccare una prima volta l’accordo tra l’UE e il Marocco, rifiutandosi di approvare il rinnovo dei protocolli finanziari. Una forma di protesta contro le violazioni commesse dal regime di Hassan II. La situazione è stata poi ristabilita qualche mese più tardi e il Marocco, appoggiato dal suo alleato francese, si è visto proporre un nuovo accordo per l’instaurazione di un’area di libero scambio. Ma secondo numerosi osservatori, questa decisione storica del Parlamento europeo, considerata come un vero “schiaffo per Hassan II, ha di certo avuto il suo peso nell’avvio del processo di democratizzazione”.
Nella sottile ripartizione dei poteri all’interno delle istituzioni europee, il Parlamento ricopre un ruolo crescente. “E’ una cassa di risonanza enorme, in grado di mobilitare l’opinione pubblica”, spiega Catherine Schneider, direttrice del Centro di Studi sulla Sicurezza internazionale e le Cooperazioni europee (Università di Grenoble). Se il Marocco rischia di subire l’ostracismo del Parlamento europeo, dal momento che le voci critiche all’indirizzo del suo governo partono proprio da questa istituzione, l’esecutivo europeo resta il vero padrone dei giochi nella definizione della politica estera dell’UE. Composto dai membri del Consiglio e della Commissione, le sue posizioni sono determinate essenzialmente dal calcolo politico e riflettono gli interessi difesi dai paesi-membri più forti, o da quelli maggiormente coinvolti. Nel caso del Marocco le vecchie potenze coloniali, vale a dire Francia e Spagna, restano i due principali partner commerciali del regno. “L’obiettivo dell’UE, che consiste nell’incentivare il consolidamento dei diritti dell’uomo, è reale. Ma quando le misure a difesa di tali diritti rimettono in causa gli interessi dei paesi-membri, specie quelli economici, allora torna a prevalere la ragione di Stato”, analizza la signora Schneider.

Amnesty chiama in causa Rabat
Negli ultimi anni le strutture appositamente create, per favorire il dialogo in merito al rispetto dei diritti dell’uomo, hanno permesso in più di un’occasione di evitare la sospensione degli accordi. Nel quadro della politica europea di buon vicinato viene ormai posto l’accento sul sistema della “costrizione positiva”, piuttosto che sulla minaccia di un intervento radicale (quale per esempio la sospensione di un accordo, ndt).
Ad ogni modo, gli euro-deputati continuano ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per esercitare una sorta di pressione sui paesi terzi che continuano a violare le libertà pubbliche o individuali. Nel caso di Aminatou Haidar, viene ipotizzato un intervento nella seduta plenaria in programma la prossima settimana. “Tutto dipenderà dagli sviluppi della vicenda”, spiega l’euro-deputato portoghese Joao Ferreira.
In un comunicato pubblicato mercoledì 9 dicembre, Amnesty International reclama “il ritorno immediato e senza condizioni” dell’attivista saharaoui e annuncia di aver inviato al Primo ministro marocchino Abbas El Fassi 48 mila firme a sostegno dell’appello lanciato dall’organizzazione. L’ONG richiama infine l’attenzione delle autorità sul “preoccupante stato di salute” di Driss Chahtane, il direttore del giornale Al Michaal detenuto da due mesi nel carcere di Salé, “attualmente soggetto ad un trattamento punitivo che lo costringe in regime di isolamento”.

Christophe Guguen

sabato 19 dicembre 2009

“Mamfakinche”. Il Forum chiama in causa il Re

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 421, 12-18 dicembre 2009)

IER. Mohammed VI, sostenendo il rapporto conclusivo dell’Istanza di Equità e Riconciliazione, è chiamato ad applicare le raccomandazioni contenute nel rapporto stesso, ritenute indispensabili dai militanti dei diritti umani affinché la transizione democratica cominci veramente.

Ufficialmente la pagina delle violazioni gravi dei diritti dell’uomo è stata chiusa in modo definitivo con la pubblicazione del rapporto emesso dall’Istanza di Equità e Riconciliazione. Con la pubblicazione di tale rapporto e gli indennizzi concessi alle vittime, il regime ha cercato di lasciarsi alle spalle l’incubo degli anni di piombo. Ma questo è soltanto il parere delle autorità. L’organizzazione che si occupa delle vittime e delle famiglie delle vittime di quegli anni non è dello stesso avviso. In occasione del suo terzo congresso, che avrà luogo dall’11 al 13 dicembre prossimo, il Forum Verità e Giustizia ha scelto uno slogan che riassume perfettamente lo stato d’animo dei militanti delle associazioni per i diritti umani: Mamfakinche ("non lasceremo perdere").

Il Forum di tutte le vittime
“Dopo quattro anni le raccomandazioni restano ancora nei cassetti del Consiglio consultivo. Ci rivolgiamo al monarca per ottenere l’applicazione di quella che resta una base di rivendicazioni minima e irrinunciabile per il movimento che difende i diritti umani nel Paese. A cominciare dalle raccomandazioni che necessitano solo di una semplice volontà politica”, tuona Mustafa Manouzi, segretario generale del Forum. Come le scuse ufficiali da parte dello Stato o l’abolizione della pena di morte. Dopo quattro anni di attesa (il rapporto è stato rimesso al Re nel dicembre 2005) niente è stato fatto, a parte gli indennizzi (eseguiti solo in parte, dato che gli ufficiali di Ahermoumou sono ancora in attesa), il limitato reinserimento delle vittime degli anni di piombo nel contesto lavorativo e l’estensione della copertura sociale. Eppure, il 6 gennaio 2006, il Re aveva pronunciato un discorso nel quale ribadiva la necessità di “trarre da questa parte della storia gli insegnamenti dovuti, al fine di dotarsi delle garanzie necessarie per evitare il riprodursi delle violazioni passate e per colmare le lacune lasciate in eredità”. E’ esattamente quanto domanda ancora oggi il Forum, assieme alle altre associazioni dei diritti umani. Per raggiungere questi obiettivi la sola strada da percorrere è l’applicazione delle raccomandazioni uscite dall’IER.
Il Forum Verità e Giustizia è l’organizzazione meglio posizionata per difendere questo dossier. Al suo interno sono rappresentate le vittime e le famiglie delle vittime di tutte le differenti ondate repressive perpetrate all’interno del Marocco. “Nel Forum sono presenti i militari d’Ahermoumou, le vittime di Ecouvillon, coloro che sono passati per Tazmamart, per Kelaat Megouna, Tagounit (bagni penali segreti, ndt). Tra i nostri membri ci sono anche dei militanti della Gioventù Islamica, le vittime delle rivolte urbane del 1965, del 1981, del 1984 e del 1990, i detenuti saharaoui e gli esiliati. Un patchwork rappresentativo di tutte le vittime degli anni di piombo”, spiega Mohamed Hassine, coordinatore del Forum a Casablanca.
Se non ci fosse stato il Forum, non si sarebbe arrivati alla creazione dell’IER. Driss Benzekri era presidente del Forum prima di essere avvicinato dall’entourage reale ed essere nominato, il 7 gennaio 2004, presidente dell’IER. In più, dal momento della sua creazione nel 1999, il Forum ha dato battaglia su tutti i fronti per spingere le autorità ad affrontare questo capitolo ancora oscuro della storia nazionale. Assieme all’AMDH ha reso pubblica, nell’ottobre 2000, una lista dei responsabili degli abusi più feroci, dove figurano i nomi del commissario Kaddour Yousfi, e dei generali Moulay Hafid Alaoui, Hamidou Laanigri e Housni Benslimane. Nel 2001 ha organizzato una grande conferenza nazionale, che ha prodotto raccomandazioni ben più ambiziose di quelle contenute nel rapporto finale dell’IER. “Abbiamo organizzato le carovane della memoria. Il primo pellegrinaggio ha avuto come obiettivo la prigione segreta di Tazmamart. Siamo arrivati fin laggiù quando ancora era proibito anche solo pronunciare quel nome”, afferma Abdelbaki Yousfi, membro dell’ufficio esecutivo del Forum.

Il CCDH fuori gioco
Alla fine il dossier è stato preso in mano dalla monarchia e il rapporto finale ha ricevuto l’approvazione del Re in persona. Nel rapporto sono contenute raccomandazioni di differente portata. Alcune possono avere immediata applicazione, mentre altre hanno bisogno di un lavoro a medio e lungo termine. Le scuse ufficiali dello Stato e la ratifica delle convenzioni internazionali, così come l’adesione del Marocco alla Corte internazionale di giustizia, dipendono solo dalla volontà politica. Il rafforzamento del principio della separazione dei poteri, l’inserimento dei diritti fondamentali nella costituzione, la condanna legale delle sparizioni forzate e il rafforzamento dell’indipendenza della giustizia, dipendono invece da un lavoro a carattere legislativo o da una vera riforma costituzionale. Un lavoro realizzabile a medio termine. Così come la riforma della politica di sicurezza, di importanza vitale per evitare di ricadere nelle violazioni commesse in passato. Oggi, tuttavia, il CCDH (Consiglio consultivo per i diritti umani), l’organismo incaricato di dare applicazione alle raccomandazioni dell’IER, sembra aver rinunciato ai suoi doveri. Ahmed Herzenni, a capo del Consiglio voluto dal Makhzen, si concede addirittura un eccesso di zelo. “E’ stata fatta piena luce sulla verità” - continua a ripetere a gran voce – “di conseguenza il dossier sugli anni di piombo può essere considerato definitivamente chiuso”. Non è dello stesso avviso Mustafa Mansouri: “il CCDH e il suo presidente sono venuti meno al ruolo che gli spetta. Il Consiglio è diventato un porta-parola dello Stato, pronto a tutto pur di difendere gli interessi del regime. Non è più una struttura affidabile”. All’inizio di dicembre, mentre promuoveva il progetto di risarcimento comunitario destinato ad undici regioni del Paese, Ahmed Herzenni ha annunciato che “il lavoro costante portato avanti dal Consiglio nella ricerca della verità ha permesso di far luce su 57 casi tra i 66 lasciati irrisolti dall’IER”. Tali dichiarazioni sono state recepite dal Forum con grande scetticismo. Membro dell’ufficio esecutivo e sorella di un attivista scomparso, Houria Esslami si scaglia contro questo genere di affermazioni-propaganda. “L’IER alla fine del suo lavoro aveva lasciato 66 casi di sparizioni forzate senza soluzione. Il signor Herzenni parla oggi di 9 casi rimasti, ma fino ad ora nessuna lista ufficiale dei militanti scomparsi è mai stata pubblicata o resa nota”. In palese contraddizione con quanto chiesto dall’Istanza stessa. Le famiglie degli scomparsi da molti anni sono in attesa di una risposta definitiva e motivata che riesca a far luce sulla sorte toccata ai loro cari. La verità non è ancora stata rivelata, al contrario di quanto affermato dal CCDH, e dunque non è ancora stata resa giustizia. “Non possiamo parlare di verità fintanto che casi importanti come quello Manouzi, Ben Barka, Ouassouli, Esslami e Rouissi restano irrisolti. E non è possibile nemmeno parlare di giustizia, dal momento che i torturatori, gli esecutori materiali di queste sparizioni, non sono stati portati in giudizio. Di fatto però resta l’importanza delle raccomandazioni seguite al lavoro dell’IER, che consideriamo la soglia minima necessaria per proteggere le generazioni future contro nuovi eventuali abusi da parte del potere. Le riteniamo delle decisioni intangibili”, dichiara Jawad Skalli, ex-sindacalista e membro del Forum.

Una nuova era di violazioni
Come arrivare, d’altronde, a chiudere il dibattito sugli abusi commessi nell’era di Hassan II, quando anche i primi dieci anni di regno di Mohammed VI sono stati macchiati da nuove pesanti violazioni dei diritti umani? A cominciare dall’ondata repressiva promossa dallo Stato dopo gli attentati del 16 maggio 2003: sparizioni, torture e processi sbrigativi. E non è tutto: i rapporti di tutte le associazioni che difendono i diritti dell’uomo puntano il dito sui metodi approssimativi utilizzati dai servizi segreti marocchini nella gestione dei dossier legati al terrorismo. Nel solo 2008, l’AMDH ha denunciato 26 nuovi casi di sparizioni forzate e i processi politici continuano a caratterizzare l’era di Mohammed VI. Ben poco, da questo punto di vista, sembra essere realmente cambiato. Il Forum Verità e Giustizia sta pensando alla possibilità di estendere il suo interesse alle violazioni commesse dopo il 2000. Fino ad ora il suo campo di azione è rimasto concentrato sugli anni che vanno dal 1956 al 1999. “Accettando il lavoro dell’Istanza di Equità e Riconciliazione abbiamo firmato un assegno in bianco al regime. Manteniamo viva la speranza che la controparte dia seguito alla parola data, ma non accetteremo per nessun motivo un ulteriore ritardo nell’applicazione delle raccomandazioni uscite dall’IER. Cosa lasceremo in eredità ai nostri figli – si interroga Mustafa Manouzi - se non riusciremo a rendere il Marocco più rispettoso della dignità dei suoi stessi cittadini?”.


I volti del Forum

Jawad Skalli, l’esiliato di turno
Nativo della città di Khenifra, Jawad Skalli ha trascorso quasi vent’anni in Canada prima di tornare per “cercare di contribuire all’avvenire del Paese”. Ex-militante dell’UNEM (Unione Nazionale degli Studenti Marocchini), Jawad è stato arrestato nel 1972, quando era studente alla Facoltà di Scienze di Rabat. Ha trascorso cinque anni in carcere, passando da Derb Moulay Cherif alla prigione di Ghbaila e poi alla prigione di Kenitra. Uscito dal carcere ha iniziato una carriera brillante nel settore tipografico, ma non ha mai smesso di sentirsi minacciato. Vedendo la sua famiglia in pericolo ha scelto la via dell’esilio. La sua analisi sul Marocco di oggi: “Sono stati compiuti dei passi in avanti, ma l’essenziale non è ancora stato fatto. Non si può costruire una democrazia sulla base di una costituzione anti-democratica. Nel migliore dei casi si tratta di un’utopia. Nel peggiore, di demagogia pura e semplice”.

Mustafa Manouzi, la continuità di una stirpe
Cugino di Houcine Manouzi e attuale segretario generale del Forum, Mustafa Manouzi è un avvocato, conosciuto per il suo modo di parlare franco, senza timore. Normale, fa parte di una famiglia, gli Ait Manouze, che ha dato numerosi martiri alla causa del Marocco democratico. Nato a Casablanca nel 1959, è finito in carcere due volte: nel 1981, condannato a un anno di prigione, e nel 1984, condannato a quattro anni, più cinque anni di allontanamento forzato da Casablanca. Il suo bilancio sui quattro anni trascorsi dal momento della pubblicazione del rapporto dell’IER: “Negativo. Il Consiglio consultivo è un organismo inefficiente e privo di autonomia. Bisogna rivolgersi direttamente al Re se si vuole ottenere l’applicazione delle raccomandazioni. Spetta a lui questa responsabilità, dal momento che ha sottoscritto il contenuto del rapporto prodotto dall’IER. Da questo dossier dipenderà la sorte di tutto il Paese”, afferma senza mezzi termini.

Houria, per la memoria del fratello
Houria Esslami non è finita in prigione per le sue idee politiche. Questa militante, membro dell’ufficio politico e presente alla creazione del Forum, è la sorella di Mohamed Esslami, scomparso nel 1997. Il suo caso rientra nella lista dei 66 disparus su cui l’IER non è riuscito a fare luce. “Aveva appena ottenuto la laurea in medicina. E’ venuto a farmi visita a Rabat. Un giorno è uscito di casa. Sono dodici anni che aspettiamo il suo ritorno”, ricorda Houria. Di professione traduttrice, Houria ha fatto parte del comitato di coordinamento delle famiglie degli scomparsi. Dopo dieci anni al Forum, guarda al lavoro dell’organizzazione con soddisfazione. “Per una ONG che ha portato avanti da sola la sua lotta, senza l’aiuto dei partiti politici, veder realizzate parte delle sue rivendicazioni è quanto meno positivo”, conclude quella che molti considerano il factotum del Forum.

Yousfi e la “vigilanza storica”
Poiché simpatizzante di Ilal Amam e attivista nel campo dei diritti umani, Abdelbaki Yousfi è stato arrestato nell’ottobre 1985. Ha trascorso 45 giorni nel centro di tortura di Derb Moulay Cherif prima di essere condannato a quattro anni di carcere. “In quell’epoca eravamo molto attivi. Abbiamo contribuito alla creazione di numerose associazioni che si battevano per i diritti della donna e che lottavano contro l’analfabetismo”, racconta Abdelbaki. Dopo l’uscita di prigione, Yousfi ha partecipato alla creazione delle associazioni dei laureati-disoccupati, prima di ritrovarsi tra i fondatori del Forum. “Nel congresso che si terrà a breve dovremo insistere sull’applicazione delle raccomandazioni dell’IER. Dobbiamo essere vigili, dobbiamo continuare a lottare affinché quanto successo in passato nel nostro Paese non possa più verificarsi”.

Hicham Houdaifa