mercoledì 31 marzo 2010

Anfgou un anno e mezzo dopo la visita del re

Ancora un reportage dal “Marocco profondo”. Nel gennaio del 2007 trentatre bambini sono morti di freddo ad Anfgou, un villaggio confinato sulle vette del Medio Atlante. Tutto il Paese è toccato dalla tragedia e, per qualche settimana, sulla minuscola cittadina si accendono i riflettori dei media. Perfino il sovrano si reca sul posto, dove inaugura la costruzione di nuove infrastrutture, assicurando il suo impegno per promuovere lo sviluppo della zona. Ma, superato il dramma e la commozione iniziale, tanto le autorità quanto l’opinione pubblica hanno rapidamente voltato pagina. Il villaggio è così ricaduto nel più completo isolamento e gli abitanti hanno ripreso il ritmo aspro della quotidianità, senza che nulla sia realmente cambiato. Omar Brouksy, ex-giornalista del Journal Hebdomadaire, è tornato ad Anfgou qualche settimana prima dell’inizio dell’inverno (fine settembre 2009). Un anno e mezzo dopo il passaggio del re e le promesse cadute nel vuoto.

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 411, 3-9 ottobre 2009)

Nell’aprile 2008 Mohammed VI rende visita al villaggio di Anfgou, dove trentatre bambini sono morti durante l’inverno a causa del freddo e della neve. Al suo arrivo il re inaugura un ambulatorio, una strada e…una moschea. Per l’occasione viene installata l’elettricità. Ma un anno e mezzo dopo, delle promesse del monarca restano soltanto le tracce. Lavori interrotti e cantieri abbandonati. All’euforia reale si è sostituita la dura realtà quotidiana e il villaggio è stato velocemente dimenticato.

Lo sguardo perso, quasi inebetito. Lahcen, padre di famiglia, ha più o meno trent’anni e non parla una parola d’arabo. E’ un berbero, nato e vissuto ad Anfgou. Seduto di fronte al ruscello che scorre a qualche metro da casa sua, pensa alla dura prova che, tra un mese al massimo, lo aspetterà. La neve coprirà le montagne che circondano il paese a perdita d’occhio. “Quando arriverà il freddo, i bambini non riusciranno a resistere. Cadranno ancora una volta a decine, come l’anno passato, come ogni inverno”, sospira fissando le cime ancora verdeggianti. Il dramma tormenta ancora Anfgou, un villaggio conficcato nel cuore del Medio Atlante, difficile da scovare perfino sulle carte geografiche. Un villaggio tagliato fuori dal resto del paese: non ci sono scuole, niente ospedali, nessuna strada degna di questo nome, insomma dello Stato non c’è alcuna traccia. Anfgou, non essendo considerato un comune, non dispone di un budget proprio. “C’è un proverbio che dice: se vuoi del male a qualcuno, indicagli la via che porta ad Anfgou”, sentenzia Lahcen.

Un sapore di incompiuto
Poco lontano, tra i terreni coltivati ad orzo sulla sponda di un fiume, una ragazza raduna quello che resta della mietitura. Dovrebbe avere sedici o diciassette anni, ma ne dimostra una trentina. Scheletrica, il viso già solcato dalle rughe, gli occhi stanchi e spenti, è seguita da tre ragazzini. I suoi figli. Lavora da mattina a sera e mangia poco. All’età di vent’anni, avrà già cinque o sei bambini. Ad Anfgou non esistono strategie contraccettive, poiché lo Stato, che dovrebbe promuoverle, è semplicemente assente. E le ong? Le associazioni femministe? Le fondazioni reali, principesche e quant’altro? No, Anfgou e i villaggi vicini non rappresentano una priorità per questi attori. Non destano interesse. Da queste parti le ragazze si sposano presto e spesso lo fanno con consanguinei. Finita l’infanzia diventano subito madri, con diversi figli a carico. Ad Anfgou, in breve, non esiste l’adolescenza…
Nel gennaio 2007 trentatre bambini sono morti a causa del freddo. Le immagini di una popolazione abbandonata, indifesa di fronte ai capricci della natura, hanno scioccato i marocchini. L’opinione pubblica si è commossa per la triste sorte riservata al villaggio, le cui case, in argilla, sono crollate una dopo l’altra. In quei momenti, come già successo in occasione del terremoto ad Al Hoceima (marzo 2004), lo Stato è rimasto a guardare. Le voci di una imminente visita reale ad Anfgou circolavano già dal dicembre 2007, prima della tragedia. Ma il sovrano ha atteso fino all’aprile 2008, prima di rendersi sul posto. Nonostante il dramma, l’arrivo del re è accolto in maniera calorosa dagli abitanti. Da un giorno all’altro, su questo paesello sconosciuto e dimenticato si sono accese le luci dei riflettori. La strada che da Tounfit porta ad Anfgou (circa sessanta chilometri) è pressoché impraticabile. Vestigia del periodo coloniale. Ma il monarca ha voluto ugualmente percorrerla in auto e una volta ad Anfgou ha piazzato la sua tenda. L’intero parterre politico (quasi tutti i membri del governo e perfino il Primo ministro El Fassi) e militare (Ben Slimane, capo della gendarmerie, ha trascorso la notte in una casetta d’argilla) ha accompagnato Mohemmed VI, che durante la sua permanenza ha inaugurato una moschea, un ambulatorio e una nuova strada per far uscire dall’isolamento il villaggio berbero. Assieme al re in paese è arrivata anche l’elettricità, ma il suo costo è troppo elevato per gli abitanti. Risultato: candele, ampolle a petrolio e lampadine elettriche si alternano a seconda delle risorse del momento.
Un anno e mezzo dopo la visita reale, tuttavia, la vita quotidiana degli abitanti (oltre tremila) non ha subito cambiamenti. “Certo, arrivando fin qui sua maestà ci ha restituito la nostra dignità. Ci sembra di contare almeno qualcosa, ma…..”. Un sapore di incompiuto sembra velare le parole della gente. Tutte le speranze suscitate dall’attenzione del sovrano si sono a poco a poco dissolte. Per quanto riguarda la moschea, inaugurata dal re durante il suo primo giorno ad Anfgou, l’area edificabile su cui doveva essere costruita è in stato d’abbandono. La strada invece, che doveva collegare il paese a Taounfite (la città più vicina), non è ancora pronta. Secondo gli ingegneri responsabili dei lavori, il cantiere non chiuderà prima del 2010, a causa delle asperità del terreno. Allo stato attuale, però, sembra difficile che il tragitto possa entrare in funzione nei tempi previsti. Per di più la nuova strada sarà costruita in una pendice diversa rispetto alla vecchia, già esistente. Curiosamente passerà a fianco alla foresta di cedri. Le malelingue affermano che è stata concepita per agevolare i commercianti di legname e non la popolazione di Anfgou.

Interessi economici
Al di là di questi giudizi, le foreste di cedro che si estendono a perdita d’occhio sulle montagne circostanti rappresentano una ricchezza considerevole per la regione. Un “gallina dalle uova d’oro”, secondo Abdessalam Ouhajjou, studente universitario originario della zona. In effetti si tratta di una risorsa molto ambita dalle autorità. Ogni anno il ritorno economico dei cedri di Anfgou è stimato attorno ai 10 milioni di dirham (un milione di euro). Ma gli abitanti non ne beneficiano in nessun modo. Con questi soldi non è mai stata realizzata alcuna infrastruttura, la popolazione sopravvive in condizioni disumane. “Non solo non riusciamo a sfruttare le nostre risorse, ma in più le guardie forestali ci rendono la vita impossibile e ci tempestano di processi spesso ingiusti”, insorge un abitante del posto.
La ricchezza del legname risponde unicamente agli interessi delle autorità locali, le sole a trarne profitto dal momento dell’indipendenza fino ad oggi. Durante la visita reale, quattro abitanti del villaggio sono stati ricevuti dalla consigliera di Mohammed VI Zoulikha Nasri, che si è rivolta loro in questi termini: “la strada, l’ambulatorio e l’elettricità sono i dossier approvati da sua maestà. Avete altre richieste?”. Con grande sorpresa Zoulikha Nasri si è vista rispondere da uno dei suoi interlocutori: “vorremmo creare delle cooperative, per gestire i proventi delle nostre foreste”. Era stato fissato un incontro a Rabat, nell’ufficio della signora Nasri. Ma, quando i quattro sono arrivati nella capitale, ad attenderli c’era solo un funzionario, che li ha informati dell’assenza improvvisa della consigliera, “in missione a Palazzo”. Si sarebbe incaricato lui di trasmetterle la richiesta. Inutile dire che da quel giorno non si è saputo più niente…
L’ambulatorio inaugurato dal re è ancora in costruzione. Di tanto in tanto un infermiere e una levatrice si danno il cambio. All’interno non c’è alcun medicinale e, di certo, nemmeno un dottore. Tutto questo mentre la mortalità infantile e i casi d’urgenza continuano ad assediare la popolazione. Per raggiungere il villaggio più vicino, Tounfite, si ha una sola scelta: avviarsi lungo la vecchia strada dissestata. Tre ore di marcia a bordo di furgoni malridotti per coprire una distanza di circa cinquanta chilometri.
In questi giorni, a poche settimane dall’arrivo della neve e del grande freddo, la gente di Anfgou rimugina amarezza e sconforto. E’ convinta che se le promesse reali non sono state mantenute, la responsabilità va imputata alle autorità locali, incaricate della direzione dei dossier. Nel caso specifico, il comune di Amenzi, a cui spetta la gestione amministrativa di Anfgou, e la provincia di Khenifra, indifferenti ai bisogni del piccolo villaggio berbero. Contatto dal Journal Hebdomadaire, il direttore di gabinetto del governatore di Khenifra, costantemente “in riunione”, sembra non avere tempo per le spiegazioni.

Uno stato di permanente sopravvivenza
Anfgou è un villaggio particolare. I suoi tremila abitanti non vivono più come una tribù, ma come una famiglia. Ogni straniero che mette piede in paese è accolto spontaneamente, ospite dell’intera popolazione, costretta pertanto ad uno stato di permanente sopravvivenza. Passata l’euforia per la visita di Mohammed VI, la gente si ritrova a far fronte alla dura realtà quotidiana: la mancanza di infrastrutture e di un’assistenza di base che possa permettere un vero sviluppo della zona.
Sono le cinque del pomeriggio. Un vento gelido, proveniente dalle vette che si stagliano a nord, spazza i vicoli sterrati di Anfgou. I paesani si guardano tra loro e, per un attimo, le conversazioni cadono sotto un silenzio di marmo. Queste lunghe giornate d’autunno non sono che una tregua, l’ultima prima della neve che invaderà il villaggio tra qualche settimana. Una ragazzetta rinsecchita esce di casa seguita dai tre figli: “è arrivato il momento di raccogliere la legna….”.
Omar Brouksy

martedì 30 marzo 2010

Dimenticati nel “Marocco profondo”

Sei anni dopo l’approvazione del Codice della famiglia (Moudawwana), migliaia di coppie vivono ancora senza un contratto di matrimonio. La procedura di regolarizzazione è in attesa di una legge-quadro che prolungherà la data limite del deposito dei dossier. Intanto nei villaggi dimenticati nel cuore dell’Atlante, continua il fenomeno delle unioni tra minori, mentre le autorità locali si dimostrano incapaci di provvedere all’attuazione della nuova legislazione in materia.

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 412, 10-16 ottobre 2009)

La Fondazione Ytto (che si occupa della custodia e della riabilitazione delle donne vittime di violenze) si è lanciata da due anni in una campagna di sensibilizzazione serrata, all’interno di una delle regioni più colpite dal fenomeno dei mariages coutumiers (“matrimoni consuetudinari”, al di fuori della legge e dunque sprovvisti di tutela giuridica, ndt). Ad inizio ottobre la Fondazione presieduta da Najat Ikhich è partita all’assalto di tre comuni della provincia di Azilal: Tamda Noumerside, Ait Mhamed e Ait Abbas. L’obiettivo è regolarizzare i matrimoni e mettere fine alle unioni tra minori. Dal momento dell’approvazione della Moudawwana (il codice di famiglia, diventato legge nel febbraio 2004, ndt), il codice ha concesso alle coppie un periodo di cinque anni per conformare i matrimoni alla nuova legislazione, ossia fino al febbraio 2009. Il termine ultimo è stato ampiamente superato senza che si siano ottenuti i risultati sperati.

Imilchil, dove i minori hanno il loro moussem
Per gli abitanti dell’Alto Atlante, la prima preoccupazione è quella di sopravvivere. Tutto lascia credere, infatti, che in queste zone recondite ci si trovi all’interno di un altro Marocco, dove i cittadini non dispongono né di acqua né di elettricità. Le montagne su cui sono inerpicate poi, alte più di duemila metri, rendono la vita di queste popolazioni di “serie b” ancora più difficile. “Soffriamo di tutte le carenze possibili. Non abbiamo strade e il nostro tasso di analfabetismo è tra i più elevati del regno: 87% per le donne e 77% per gli uomini. Questo è un terreno fertile per le unioni orfi (coutumieres), senza atto di matrimonio, in cui non c’è bisogno di spendere soldi in formalità e burocrazia”, spiega Malika, consigliere municipale ad Ait Mhamed. La sola strada asfaltata della regione conduce ad Imilchil, una cittadina nota per il suo moussem (un vecchio “santo” locale – morto ormai da decenni – che ancora attira gente da tutto il Marocco per i matrimoni collettivi tra minori che era solito celebrare, ndt). Come per gli altri comuni rurali dell’Atlante, l’inverno è sinonimo di isolamento completo. “Per mesi i bambini non vanno più a scuola e l’ambulatorio rimane chiuso. Ogni anno un considerevole numero di donne e di neonati non sopravvive ai mesi invernali, a causa dei parti problematici, dal momento che l’ospedale più vicino è distante settanta chilometri”, spiega una eletta al comune di Ait Abbas, circa settanta chilometri a sud di Azilal. Queste popolazioni sono completamente ignare delle novità apportate dal nuovo codice della famiglia. I matrimoni sono ancora celebrati con la sola benedizione della fatiha (la sura di apertura del Corano, ndt), in presenza di dodici testimoni. I bambini nati da tali unioni non possiedono atto di nascita e, di conseguenza, non possono andare a scuola. In queste regioni lontane e dimenticate, per di più, il ripudio è ancora una pratica corrente. Le mogli e i bambini vengono così privati dell’eredità e degli aiuti alimentari, accordati dalla Moudawwana al momento della separazione.
Da due anni ormai Ytto sta cercando di prestare soccorso a questa gente, promuovendo campagne di regolarizzazione delle “unioni fuorilegge” in collaborazione con le autorità amministrative della regione. L’associazione si appoggia essenzialmente sul sostegno economico proveniente dall’estero, tra cui spicca il notevole contributo del Conseil general de l’Isere (Francia), oltre che sugli apporti dei singoli membri. “Il Consiglio consultivo per i diritti umani (organizzazione governativa marocchina, ndt) ci ha concesso un versamento di 10 mila dirham (circa mille euro), ben poca cosa se si pensa alla mole di lavoro che richiede questa zona. Quanto al Ministero per lo sviluppo sociale, la famiglia e la solidarietà, non ha mai ritenuto utile rispondere alle nostre lettere di sollecitazione”, lamenta la signora Ikhich.

“Andate a cercare le vostre mogli!”
Prima tappa. Il comune di Tamda Noumerside. L’equipe di Ytto è formata dalla presidente della fondazione e dal suo stato maggiore, di cui fanno parte giovani casablancaises provenienti dai quartieri popolari, “la generazione del futuro, sono militanti femministe in costruzione”, dice di loro Najat. Queste formiche operose si occuperanno di riempire le schede delle coppie che desiderano regolarizzare il loro matrimonio. Due avvocati di Solidarité Feminine e due membri dell’Ong francese Femme contre les integrismes si sono uniti alla carovana per indicare ai futuri sposi i documenti di cui hanno bisogno. Ytto aveva informato le autorità dei villaggi e della regione del suo arrivo, nella speranza di ricevere un aiuto per lo meno logistico, ma a Tamda nulla è stato predisposto per facilitare il suo lavoro. “Si direbbe che al caid non importi granché della nostra presenza qui”, confida un’attivista. I volontari hanno preso in prestito i megafoni di alcuni negozianti: “ogni persona che ha bisogno di assistenza legale deve presentarsi all’interno del municipio”, scandiscono in mezzo alla folla del suq.
Il giorno seguente è la volta di Ait Abbas, altro paese pesantemente colpito dal fenomeno dei mariages coutumiers (all’incirca un matrimonio su tre non ha riconoscimento giuridico). Il venerdì è giorno di mercato e l’affluenza al villaggio è notevole. Questa volta il caid ha allestito una tenda per la consultazione. In un primo momento solo gli uomini rispondono all’appello di Ytto. “Andate a cercare le vostre mogli, altrimenti niente assistenza legale”, tuona la signora Ikhich. “Bisogna provocare le mentalità, altrimenti non cambierà mai niente in questo paese”, continua la responsabile. Una mezzoretta più tardi le prime donne fanno il loro ingresso sotto la tenda.
Ad Ait Abbas ci troviamo di fronte ad una tra le popolazioni più povere del Marocco. Donne e uomini sprovvisti dei mezzi necessari per riuscire a condurre un’esistenza almeno decente. Il comune apre soltanto il giorno del mercato, una volta alla settimana. L’unico ambulatorio del villaggio rimane chiuso quasi tutto l’anno e la scuola non ha ancora ripreso l’attività. “Insegniamo tutte le materie, per tutti i livelli, nella stessa aula. In inverno servono tre ore di cammino per raggiungere la scuola, una piccola struttura priva di bagni e di elettricità. Le persone qui vivono in estrema povertà, tirano avanti mangiando pane e olio d’oliva”, racconta una maestra originaria di El Jadida.

Dhar lmra… dhar lbhima
A Blad Tmazirt, un douar (piccoli raggruppamenti di case in territorio rurale, ndt) vicino ad Ait Abbas, gli abitanti parlano soltanto tamazigh (la lingua berbera, ndt). Le donne sono considerate come esseri umani di seconda categoria. “Sono loro a svolgere tutte le mansioni possibili. Lavorano la terra, tagliano la legna e si occupano dei bambini. Da queste parti la gente dice dhar lmra bhalou bhal dhar lbhima (la schiena di una donna è solida come quella di un mulo)”, sentenzia una delle volontarie di Ytto. “Queste persone hanno bisogno di assistenza giuridica. Non hanno i mezzi per sostenere i costi dei certificati rilasciati dall’amministrazione”, spiega Naima Ame, avvocato e membro di Solidarité Feminine.
Naima dà consigli alle coppie, indicandogli esattamente i documenti di cui hanno bisogno. “Il presidente del tribunale di Azilal ci ha promesso di dare la priorità ai nostri dossier. Stessa cosa per le autorità locali e comunali che, secondo gli accordi, dovranno fornire i documenti necessari per la regolarizzazione il più rapidamente possibile”, puntualizza madame Ikhich. Le famiglie di Ait Abbas, nella maggior parte dei casi, non dispongono di uno stato civile riconosciuto. Le unioni tra minori sono una pratica corrente e i figli crescono nella completa illegalità. Un ragazzo di sedici anni, arrivato sotto la tenda della Fondazione per regolarizzare il suo matrimonio con un’adolescente, confessa di essere stato costretto dalla famiglia. Un uomo sulla ventina invece, sposato da pochi giorni con una quindicenne, non è al corrente che questa unione è ormai vietata dalla legge. La presidente di Ytto continua la sua opera di sensibilizzazione, rivolgendosi soprattutto ai capifamiglia: “mi siete tutti testimoni, quest’uomo si impegna a non sposare sua figlia prima della fine degli studi”. Poi aggiunge, rivolta ai suoi collaboratori: “spesso le ragazzine arrivano alla fondazione chiedendomi di convincere i genitori a lasciarle finire la scuola”. Grazie al programma Tissir i genitori che concedono ai loro figli la possibilità di studiare sono sempre più numerosi: il programma prevede un indennizzo di 80 dirham (circa 8 euro) al mese per ogni bambino iscritto a scuola in contesto rurale. Una vera manna per le famiglie povere dell’Alto Atlante.
Terza ed ultima tappa: Ait Mhamed, circa 20 km da Azilal. Questa volta gli avvocati dell’associazione sono assistiti dal presidente del tribunale di Azilal e da alcuni rappresentanti delle istituzioni locali. “Ait Mhamed è l’esempio di ciò che si può fare quando le autorità e la società civile condividono gli stessi obiettivi e sono animati dai medesimi propositi”, commenta infine la signora Ikhich. La cittadina mostra ancora i segni della devastazione, dovuta all’ennesima inondazione che ha colpito la regione. Ytto ne approfitta per rifornire l’ospedale di medicinali e per distribuire audiocassette di sensibilizzazione, in tamazigh, sul nuovo codice della famiglia e sull’importanza dell'istruzione.
Mentre decine e decine di altri comuni rurali della zona (Talougite, Wawizghte, Demnate, Kelaate Sraghna, etc…) continuano ad essere colpiti dal fenomeno dei mariages coutumiers, lo Stato e i suoi molteplici apparati brillano per la loro assenza.
Hicham Houdaifa

domenica 28 marzo 2010

Storia di ordinaria repressione nel “Marocco profondo”

E’ una giornata fredda e piovosa, piuttosto insolita nella regioni interne del Souss. Lasciata alle spalle la pianura brulla che circonda Guelmim, la strada prosegue in direzione est, verso le montagne. Una lunga scia di asfalto mal ridotto si fa largo tra le pareti rosse e pietrose dell’Anti Atlante. Dopo le prime gole, il percorso scende dolcemente. Il paesaggio cambia, in maniera improvvisa, e i colori assieme a lui. Le tinte vermiglie delle rocce lasciano così spazio al verde intenso dell’oasi di Taghjijt.
Le mura di fango e paglia sono attorniate da una fitta foresta di palme. Sul fianco della collina le nuove costruzioni in cemento sovrastano i resti del villaggio berbero, antico crocevia attraversato dalle carovane beduine in viaggio verso la costa atlantica del Sahara. Nonostante la bellezza del luogo, il turismo sembra aver disertato Taghjijt, appena sfiorato dai camper e dai furgoni diretti alle dune di sabbia che circondano Zagora. L’unico albergo presente in paese è chiuso ormai da tempo, almeno a giudicare dall’aspetto polveroso e dimesso della facciata. I datteri del palmeto sono la sola risorsa a disposizione degli abitanti. Ben poca cosa, dato il valore irrisorio del prodotto e l’abbondante disponibilità in tutta la fascia predesertica che separa il Marocco dalla vicina Algeria.
La piccola cittadina di Taghjijt, circa tre mesi fa, è finita nelle cronache di alcuni media indipendenti nazionali, dopo che un sit-in allestito dagli studenti del villaggio ha innescato la repressione delle forze di sicurezza. Le autorità si sono dimostrate incapaci di gestire la protesta, del tutto pacifica fino all’intervento della polizia, oltre che sorde alle rivendicazioni dei giovani universitari. Le violenze sarebbero passate inosservate agli occhi dell’opinione pubblica, se due giovani blogger del posto, Bachir Hazzam e Boubker Yadil, non avessero pubblicato in internet un resoconto dettagliato degli eventi accaduti il 1° dicembre scorso. A finire di fronte al giudice, tuttavia, non sono stati i responsabili dell’aggressione, bensì sei abitanti del villaggio, tra cui i due blogger. Bachir Hazzam, condannato a quattro mesi in prima istanza, è uscito di prigione da pochi giorni, dopo che la corte d’appello ha dimezzato la sua pena.

L’oasi violata
La strada sterrata che attraversa il palmeto è inondata dal diluvio incessante caduto nelle ultime ore. Supero le prime case, mentre le ruote dell’auto presa a noleggio arrancano con fatica, immerse nel fango della carreggiata. In giro non c’è anima viva. Vecchi e giovani se ne stanno al riparo nelle terrazze dei rari café. Rassegnati, aspettano la fine della tormenta.
L’arrivo di uno straniero, da queste parti, non passa inosservato. Raggiunta la piazza principale, una spianata melmosa su cui si affaccia un edificio elegante e rifinito (l’unico della città), mi si fa incontro uno strano personaggio, basso e barbuto, dall’aria complessivamente non troppo amichevole. Si tratta del caid, massima autorità del villaggio alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Vuole conoscere la mia identità e le ragioni della mia presenza a Taghjijt. Un bel guaio, dato che non sono un giornalista accreditato e non ho alcuna giustificazione plausibile da offrire. A tirarmi fuori dall’impiccio ci pensa però Abdellah Hazzam, fratello del blogger Bachir, il mio contatto in loco.
Abdellah studia all’Università di Agadir (distante 200 Km), come molti altri ragazzi del posto. Appassionato di romanzi francesi e delle poesie di Baudelaire, frequenta il primo anno alla facoltà di Lettere. Anche lui il 1° dicembre scorso ha preso parte alla manifestazione tenutasi davanti al comune, “nella piazza dove ci siamo incontrati poco fa”, precisa con un sorriso di intesa. Gli studenti chiedono agevolazioni sul prezzo dei trasporti e l’allestimento di una biblioteca in paese. “In facoltà ci assegnano spesso delle ricerche, ma qui non abbiamo a disposizione alcun tipo di materiale. Niente manuali, niente libri né riviste, insomma in queste condizioni non possiamo studiare”. Nel primo pomeriggio decine di ragazzi, rientrati in paese per festeggiare l’Aid Kebir assieme alle famiglie, si radunano di fronte al municipio, mentre i quattordici gendarmi di stanza a Taghjijt osservano la scena senza intervenire. Al sit-in prendono parte giovani saharawi, attivisti amazigh, simpatizzanti islamisti e gauchistes. “La manifestazione – tuttavia - non aveva presupposti politici”, assicura Abdellah. Gli universitari di Taghjijt infatti, di ogni appartenenza e colore, rivendicano un diritto universale, garantito in teoria dalla stessa costituzione marocchina (art. 13). Il diritto allo studio. Il caid però rifiuta di prendere in considerazione le loro richieste e domanda l’intervento massiccio della polizia di Guelmim, inventandosi una ribellione che non ha mai avuto luogo. “Non abbiamo né lanciato pietre né appiccato fuochi, al contrario di quanto riferito dal procuratore durante il processo. Sono solo calunnie per giustificare la punizione che ci hanno inflitto”, conferma il giovane studente.
All’arrivo delle forze ausiliarie, una “lista nera” finisce nelle mani delle autorità. Nell’elenco compaiono i nomi di circa ottanta ricercati. A consegnarla “sono stati alcuni abitanti del villaggio che lavorano per il caid, pagati per informare e tenere la situazione sotto controllo. Gli stessi che lo hanno avvertito del tuo arrivo”, afferma Bachir Hazzam, rimasto in silenzio dall’inizio della conversazione. I poliziotti irrompono in paese e arrestano tre studenti, che vengono picchiati e insultati fino al trasferimento nel carcere di Guelmim. La caccia all’uomo prosegue durante la notte: ogni abitazione è passata in rassegna. La cittadina rimane isolata per quarantotto ore, mentre la polizia continua il rastrellamento. Anche Abdellah è tra i ricercati: “uno zio che vive dall’altra parte dell’oasi mi ha tenuto nascosto due giorni, dopodiché sono scappato verso Agadir”.

I blogger rompono il silenzio
In casa Hazzam si è radunata una piccola folla. Seduti attorno alla tavola imbandita per l’occasione (formaggio, pane, olive e ovviamente datteri), alcuni abitanti del villaggio discutono animatamente in darija (il dialetto marocchino). Poi Bachir prende la parola. “Terminato il coprifuoco, ho deciso di scrivere un articolo nel mio blog (hazzam82.maktoobblog.com), per raccontare quanto successo a Taghjijt e denunciare la violenza delle autorità”. Barba ben curata e djellaba color avorio, questo ventisettenne dall’aria timida e riflessiva è membro dell’associazione islamica Al Adl Wal Ihsane (“Giustizia e Carità”), da trent’anni nelle mire del regime. In quegli stessi giorni anche Boubker Yadil, altro blogger della zona, ha pubblicato un resoconto dettagliato degli avvenimenti verificatisi il 1° dicembre. Per entrambi viene emesso un mandato di cattura. Mentre Yadil si dà alla fuga, Hazzam non riesce ad evitare l’arresto, colpevole secondo la polizia giudiziaria di “aver diffuso informazioni che danneggiano l’immagine del Marocco nel settore dei diritti umani”. Ad attenderlo in carcere, oltre ai tre studenti fermati durante la manifestazione, c’è anche Abdallah Boukfou, il proprietario dell’internet point utilizzato dai due blogger. “Al momento dell’irruzione, gli agenti hanno sequestrato tutti i computer presenti nel locale, perfino le memorie esterne conservate negli armadi”, racconta M’barek, lo zio di Boukfou.
Il processo è speditivo, viziato da pesanti anomalie. Il 15 dicembre Hazzam è condannato a quattro mesi di prigione. Sei mesi il verdetto per i tre universitari, colpevoli di “distruzione di beni pubblici”, “raduno armato” e “insulti all’indirizzo di un funzionario”. Al gestore del cybercafé, invece, tocca la pena più severa, un anno di reclusione per “incitamento all’odio razziale”. Il motivo di un tale accanimento: nel materiale informatico sotto sequestro, la polizia ha rinvenuto i comunicati di alcune associazioni amazigh. “Boukfou è membro del movimento berbero che da anni lotta contro le discriminazioni subite dagli abitanti della zona. Per questo, oltre alle torture durante l’interrogatorio, è stato punito con una condanna esemplare”, afferma Said Ezzaoui, responsabile della LADH (Lega amazigh per i diritti dell’uomo) eletto nel consiglio comunale di Taghjijt.
Dopo la sentenza, un coro di critiche, dentro e fuori i confini nazionali, si leva all’indirizzo del governo. Secondo un responsabile locale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo), “il regime continua a rispondere con la violenza, piuttosto che con seri programmi di sviluppo, alle richieste dei cittadini che vivono in condizioni di disagio”. Il sito Global Voices (che riunisce blogger di tutto il mondo) e Reporters sans frontieres protestano per l’arresto di Hazzam. “Invece di gettare degli innocenti in prigione, le autorità marocchine farebbero meglio ad indagare sugli abusi commessi dai loro servizi di sicurezza”, dichiara un comunicato dell’organizzazione francese, che nella graduatoria mondiale relativa alla libertà di stampa ha retrocesso il Marocco alla 127° posizione.
Alla fine la corte d’appello, spinta forse dalla pressione internazionale esercitata su Rabat, ha ridotto le condanne pronunciate dal tribunale di primo grado. Bachir Hazzam e i tre studenti, avendo già scontato la loro pena, sono così rientrati al villaggio l’8 febbraio scorso, mentre in prigione restano ancora Abdallah Boukfou e Boubker Yadil, sorpreso ad inizio gennaio dopo un mese di latitanza. “Eravamo in ottanta rinchiusi nella stessa cella, costretti a dormire per terra uno a fianco all’altro”. Il ricordo del carcere vela di amarezza il volto di Bachir. I due grandi occhi bruni fanno fatica a staccarsi dal pavimento della sala. Tuttavia, nonostante la brutta esperienza vissuta, il cyberdissidente non sembra scoraggiarsi: “continuerò a pubblicare articoli nel mio blog, a difendere le mie idee, nella speranza che il Marocco diventi finalmente uno Stato democratico e rispettoso dei diritti umani”.
In un paese in cui i media difficilmente sfuggono al bavaglio della monarchia, internet resta probabilmente l’ultima frontiera capace di garantire un accesso libero all’informazione. L’unico mezzo per dar voce al malessere di quelle regioni remote, in cui gli abitanti, poveri e in gran parte disoccupati, sono costretti a sopravvivere di espedienti. In questo senso il lavoro dei blogger come Hazzam e Yadil risulta determinante per rompere la cortina di silenzio che avvolge il “Marocco profondo”, per far emergere dall’oblio le centinaia di Taghjijt, dove la presenza dello Stato riesce a farsi notare solamente per la brutalità con cui cerca di mantenere lo status quo.

giovedì 18 marzo 2010

Khalid sostiene il MALI

Khalid. Polemica: "...è troppo caldo!".

Il sacro e il profano

Di seguito l’articolo scritto da Aziz El Yaakoubi in risposta alle accuse lanciate dal regime e dall’intera classe politica marocchina all’indirizzo del MALI (Movimento Alternativo per le Libertà Individuali). Per saperne di più sull’affaire MALI: Aziz El Yaakoubi racconta il MALI; Il Groupe MALI scuote il Marocco.

“Non sono dei nostri”, “un atto odioso, commesso da agitatori che sfidano gli insegnamenti di Dio e del Profeta”. Ecco come l’iniziativa di un movimento che, in modo inedito in Marocco, riunisce giovani di differenti estrazioni sociali, dai più poveri ai più agiati, è stato interpretato dagli organi di Stato e dalla stampa populista e faziosa. Un’azione che aveva come obiettivo principale l’apertura di un dibattito pubblico sulla non-conformità del Codice penale marocchino con la Costituzione (che stipula chiaramente all’articolo 6: “l’islam è la religione di Stato, che garantisce a tutti il libero esercizio di culto”) e con gli accordi internazionali in materia di diritti umani, che il Marocco ha ratificato da trent’anni (l’articolo 18 del Trattato internazionale relativo ai diritti civili e politici).
Le autorità, per giustificare il loro accanimento, hanno fatto appello al rispetto dei principi condivisi dalla schiacciante maggioranza della popolazione marocchina. Ma quella tirata in ballo dal regime, è piuttosto una maggioranza schiacciata, abituata alla paura ed alla sottomissione, che ha lasciato le “eminenze grigie” riflettere al suo posto. Una maggioranza difesa principalmente da coloro che ne traggono profitto. Il Re prima di tutti, attraverso lo status di “Comandante dei credenti” (art. 19 della Costituzione), che assicura l’obbedienza totale delle masse al capo spirituale e permette al sovrano di utilizzare la fede a scopi politici. In secondo luogo i movimenti islamici, che ne approfittano per lanciare una nuova crociata in difesa dell’identità religiosa. In entrambi i casi viene fatto appello a semplici astrazioni dogmatiche, l’articolo 19 e la difesa dell’identità, per colmare l’assenza di veri programmi politici e la mancanza di riforme sociali ed economiche più che mai necessarie.
In tutta questa confusione, sono i diritti dei cittadini ad essere calpestati, in nome della religione, della morale e dell’identità nazionale. La sollecitazione lanciata dal MALI è rivolta principalmente agli intellettuali, ai democratici e a tutte le forze vive di questo Paese. In attesa di una loro risposta (qualcosa comincia già a farsi sentire), non resta che denunciare l’atteggiamento dei partiti politici. Il dibattito sarebbe dovuto partire proprio da loro, e invece eccoli scegliere per l’ennesima volta la posizione più comoda. Più facile. Seguire le direttive impartite dalla monarchia. Condannare per evitare di discutere, soffocare il dissenso invece di cogliere la provocazione ed aprire un confronto salutare per la nostra società.
Alcuni alti responsabili del potere e della stampa ufficiale hanno attribuito l’iniziativa del gruppo alla mano invisibile delle potenze straniere. Durante gli interrogatori subiti dai sei membri del MALI presenti a Mohammedia, le domande principali degli inquisitori erano volte a svelare i veri istigatori dell’azione. Bisognava assolutamente riconoscere che dietro alla manifestazione c’erano i corrispondenti della stampa spagnola, presenti quella domenica a Mohammedia non in quanto giornalisti accreditati, ma come partecipanti o meglio ancora promotori. Questo per dire ancora una volta come il regime, ed in secondo luogo la “maggioranza schiacciata” della società, si rifiutano di ammettere e di accettare i cambiamenti profondi che minacciano l’ordine stabilito e le idee progressiste sostenute dalle nuove generazioni. Cambiamenti inevitabili per un paese ormai aperto sul resto del mondo, che in più si fregia del partenariato stretto con l’Unione Europea.
Nel momento in cui questo articolo va in stampa, non si sa ancora se verranno adottati dei provvedimenti giudiziari. Se lo Stato decidesse di citarci in giudizio, ciò rappresenterebbe il tentativo disperato di uccidere, prima ancora che sia nato, un Marocco plurale, un Marocco senz’altro migliore.

Aziz El Yaakoubi
(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 410, 26 settembre-2 ottobre 2009)

Aziz El Yaakoubi racconta il MALI

Intervista ad Aziz El Yaakoubi, una delle penne più giovani e coraggiose del panorama giornalistico marocchino. L’incontro è avvenuto ad inizio novembre in un bar poco lontano dalla redazione del Journal Hebdomadaire, il settimanale dove Aziz ha lavorato fino a due mesi fa, quando il regime ha messo fine alla pubblicazione.

J. G. : Come sempre in questi casi, mi piacerebbe partire dall’inizio. Chi era Aziz El Yaakoubi prima di trasformarsi nel promettente giornalista che ho di fronte?
A. E. Y. : Sono nato nelle montagne dell’Alto Atlante Occidentale, un piccolo villaggio berbero nascosto tra le cime che separano Essaouira da Agadir. E’ lì che ho trascorso la prima parte della mia esistenza. Non c’era televisione, elettricità, vivevo in una condizione diciamo da medio evo. A dieci anni mi sono trasferito ad Imin Tanoute, una cittadina poco distante dalla strada nazionale che collega Marrakech all’Atlantico, per frequentare la scuola media. Dopodiché è stata la volta della città rossa, dove ho proseguito gli studi al liceo scientifico locale. A Marrakech vivevo in un collegio per studenti. Lì ho subito scoperto il significato della parola militanza: per avere un pasto decente bisognava battersi tutti i giorni. Nel convitto erano presenti due grandi correnti politiche: quella islamista, legata all’associazione Al Adl Wal Ihsane (che il regime rifiuta di riconoscere come partito politico da quasi trent’anni, nda), e quella marxista-leninista, chiamata in gergo basiste (la maggior parte degli aderenti è iscritta al partito Annaj Democrati, ultimo retaggio politico dei movimenti comunisti che dominavano gli atenei negli anni settanta, nda). Nel mio primo anno di collegio ho raggiunto gli islamisti, quasi per inerzia. Le loro idee erano più vicine all’educazione tradizionale che avevo ricevuto fino a quel momento. Sono cresciuto in una famiglia musulmana praticante, di stampo piuttosto conservatore.
La prima esperienza da militante, tuttavia, è durata appena un anno. Durante l’adolescenza, lontano da casa, ho capito quali erano i miei veri interessi, che andavano ben al di là moschea. Oltre alla battaglia per la difesa dei diritti degli studenti, per la verità condivisa dalle entrambe le correnti, avevo maturato un’apertura più ampia, che superava il dogma religioso nel quale non mi riconoscevo più. Le letture, il contatto con alcuni professori e le ore trascorse in biblioteca mi hanno aiutato a capire quale direzione prendere.
Entrato all’università, mi sono avvicinato ai basistes. Anche se, pur avendo un gran rispetto per le lotte portate avanti dagli amici comunisti, non ero particolarmente attratto dall’ideologia marxista-leninista. Così ho optato per il movimento trozkista, noto in Marocco come l’Unione degli studenti rivoluzionari. A Cadi Ayyad c’erano davvero tutte le correnti politiche, gauchistes, islamisti, saharawi, amazigh (movimento berbero, nda). Ma nel 2002, una volta ottenuta la laurea in Scienze economiche, sono tornato al paese, interrompendo il mio cammino da militante.

J. G. : Perché hai deciso di tornare al “medio evo”?
A. E. Y. : Appena uscito dall’università non riuscivo a trovare lavoro. Il decennio che va dal 1995 al 2005 è stato assolutamente disastroso per l’equilibrio economico e sociale del Marocco. La disoccupazione è aumentata a ritmo costante e, laurea o no, trovare un impiego era un’impresa impossibile. Non avevo abbastanza soldi per aspettare un’occasione decente senza fare niente. Per questo ho deciso di tornare al paese, sulle montagne. Per due anni ho trascorso intere giornate in famiglia, in preda alla frustrazione. Mi sentivo bloccato. Poi ho capito che il tempo stava passando in fretta. Dovevo muovermi, mettermi in gioco, se non volevo ridurmi a sopravvivere di espedienti, come la gran parte dei miei connazionali. Da qui la scelta di trasferirmi a Casablanca. Per tirare su qualche soldo, ho lavorato per due anni e mezzo in un call center. Senza la benché minima idea di cosa potesse diventare il mio futuro. In quel periodo ho conosciuto un amico giornalista. E’ stato lui, dopo notti e notti passate a discutere, che mi ha proposto di scrivere. Per imparare il mestiere, ho iniziato nel sito di informazione gestito da Maroc Telecom. Non era gran ché, ma mi permetteva di familiarizzare con la scrittura. Ci sono rimasto quasi due anni, prima di venir ingaggiato dall’Economiste, giornale di riferimento per i capitalisti marocchini. Ho accettato quel posto anche se, diciamo a livello ideologico, ero consapevole di lavorare per il nemico. L’anno trascorso al quotidiano, tuttavia, mi è servito ad affinare la tecnica e lo stile, insomma mi ha permesso di diventare davvero un giornalista.

J. G. : Un anno utilissimo, a giudicare dai risultati. E’ stato dopo l’esperienza all’Economiste che sei passato al Journal?
A. E. Y. : Sì, lavoro al Journal Hebdomadaire da poco più di un anno. Sono stato contattato da Fadel Iraqi, il direttore del giornale, nell’ottobre 2008. Appena ricevuta la chiamata, ho raggiunto subito l’equipe. In effetti era l’unico media nazionale a riservarmi un avvenire professionale. Non so quanto avrei ancora resistito all’Economiste. Avevo bisogno di libertà e indipendenza, caratteristiche pressoché assenti nel panorama della stampa marocchina attuale.

Aziz El Yaakoubi, oltre ad essere un giornalista apprezzato (alcuni dei suoi reportage, come quello sulla produzione di hashish nelle montagne del Rif, sono stati ripresi dal Courrier International), è salito alla ribalta nelle cronache nazionali per aver preso parte alla polemica iniziativa lanciata dal MALI in pieno ramadan. Era il settembre 2009, quando Aziz e cinque altri membri del gruppo hanno cercato rompere il digiuno in pieno giorno, sfidando la severa legislazione marocchina in materia.
Nel seguito dell’intervista ho voluto di ripercorrere assieme a lui quei momenti, cercando di chiarire le ragioni di un gesto che ha scioccato l’opinione pubblica, scatenando l’ira del regime e delle forze islamiste. Prima però, per entrare meglio nel tema, vi propongo la traduzione di un articolo uscito al tempo sul settimanale indipendente Tel Quel.

(Estratto dell’articolo “Ramadan, tra libertà e repressione”, pubblicato da Tel Quel, n. 390, 19-25 settembre 2009).

Per la prima volta un gruppo di cittadini marocchini rivendica in pubblico il proprio diritto a non rispettare il digiuno durante il ramadan. Le autorità minacciano ritorsioni legali, mentre l’iniziativa accende il dibattito su scala nazionale.

Domenica 13 settembre 2009 uno strano spettacolo va in scena all’interno della stazione di Mohammedia. Decine di poliziotti si mescolano ai viaggiatori stravolti, che cercano di capire cosa stia succedendo, mentre una folla di giornalisti e fotografi si fa strada attorno a…. sei persone dall’aspetto ordinario. “Facciamo parte del MALI, il Movimento Alternativo per le Libertà Individuali”, scandisce Zineb El Rezaoui, ex-giornalista e ideatrice del movimento. Cos’è il MALI (l’acronimo, in dialetto marocchino, significa: che cos’hai da rimproverarmi?)? Un gruppo nato su facebook, all’inizio del mese di digiuno, che “sostiene la libertà di culto, la libertà di coscienza e in generale tutte le libertà personali”. “Si tratta di un movimento che animerà azioni concrete per protestare contro le violazioni quotidiane (piccole e grandi) commesse ai danni delle libertà individuali di cui ogni cittadino marocchino dovrebbe godere”, scrive Zineb El Rezaoui in un comunicato diffuso in rete il 24 agosto. La prima azione prevista è un pic-nic simbolico in pieno giorno, durante il ramadan, per protestare contro l’articolo 222 del Codice penale, secondo cui “ogni persona che, conosciuta per la sua appartenenza alla religione musulmana, rompa il digiuno in un luogo pubblico durante il periodo di ramadan, senza alcun motivo ammesso dalla stessa religione, è punito con un’ammenda dai 12 ai 120 dirhams e con il carcere da uno a sei mesi”. Per questo motivo Zineb e gli altri si sono dati appuntamento alla stazione di Mohammedia, punto di ritrovo prima di incamminarsi verso la vicina foresta. Tra i sei non tutti hanno l’intenzione di rompere il digiuno. Alcuni sono arrivati fin lì soltanto per discutere di libertà e di rispetto dei diritti. Ma la polizia non ammette eccezioni. Schierata lungo i binari, circonda i sei giovani e li costringe a salire sul primo treno diretto a Casablanca, senza che nessun panino sia uscito dagli zaini. (….)

Ayla Mrabet

J. G. : Aziz El Yaakoubi e il MALI. Parlami un po’ di questa esperienza.
A. E. Y. : Sono diventato un membro del Movimento Alternativo per le Libertà Individuali (MALI) solo qualche giorno prima degli eventi di Mohammedia. Più o meno alla fine di agosto (2009). Zineb El Rezaoui, una delle due fondatrici del gruppo, lavorava con me al Journal. Aveva dato le sue dimissioni da poco, ma eravamo rimasti molto legati. E’ stata lei a farmi conoscere il MALI, un progetto che ho subito condiviso. Sono stato il primo ad aderire al gruppo facebook.

J. G. : Già, il gruppo facebook. Perché il movimento ha scelto di utilizzare la rete?
A. E. Y. : Il movimento è nato da un’idea di Zineb El Rezaoui e Ibtissam Lachgar, compagne di studi in Francia. Rientrate entrambe in Marocco, hanno continuato a frequentarsi e alla fina hanno deciso di creare il MALI. Il primo passo è stato un gruppo su facebook, una piattaforma molto in voga nel paese, come un po’ dappertutto nel mondo. La scelta di facebook non è avvenuta per caso. Questo strumento, oltre alla grande capacità di diffusione, ci assicurava un target potenzialmente recettivo: giovani connazionali, forse animati dalle nostre stesse aspirazioni. L’alternativa che ci trovavamo di fronte era dar vita ad un’associazione, con tutti gli ostacoli del caso come i tempi burocratici e gli impedimenti legali. Attraverso internet invece, abbiamo ricevuto quasi duemila adesioni soltanto nella prima settimana. Un fenomeno sorprendente.

J. G. : Un fenomeno sicuramente sorprendente, e soprattutto originale.
A. E. Y. : Fare il militante in internet non è poi così difficile, la prova è che In Marocco ci sono molti gruppi facebook che si proclamano attivisti per una causa o per l’altra. Ma fino a quel fatidico 13 settembre, mai nessuno, partendo dalla rete, aveva avuto il coraggio di scendere in strada per far sentire la propria voce. Questa è un’altra delle novità del MALI, il solo per il momento ad aver proposto un’azione simile. Un esempio che spero possa essere ripreso quanto prima.

J. G. : Come è nata l’idea di rompere il digiuno in pubblico?
A. E. Y. : E’ stata Zineb a lanciare la proposta. Il gruppo si era formato proprio durante il ramadan e lei voleva sfruttare la coincidenza. Io in principio non ero d’accordo. Il mio passato da militante mi portava a pensare che fossero ben altre le priorità per cui battersi in modo concreto, come per esempio il diritto al lavoro e la riforma dell’insegnamento. Immaginavo che il nostro gesto potesse fornire una ghiotta occasione ai conservatori e ai fondamentalisti per gridare alla difesa dei valori e della tradizione. Alla fine Zineb è riuscita a convincermi. Dopo ore e ore di discussioni, anche piuttosto animate, ho capito che se vogliamo seriamente parlare di libertà, dobbiamo considerare queste libertà come un unico insieme, un blocco compatto e inscindibile. Ecco allora che militare per i diritti individuali assume la stessa importanza che militare per i diritti collettivi. E’ dopo aver maturato questa considerazione che ho deciso di prendere parte alla manifestazione di Mohammedia.

J. G. : Qual era l’obiettivo dell’iniziativa?
A. E. Y. : Chiedere l’abrogazione dell’articolo 222 del Codice penale, una legge che contraddice i trattati internazionali in merito al rispetto delle libertà individuali sottoscritti dal Marocco. La manifestazione non sosteneva soltanto i diritti di coloro che non fanno il ramadan, ma anche di tutti quei cittadini praticanti che ne hanno abbastanza di una politica di regime basata esclusivamente su divieti di questo genere. Non sarà certo qualche panino mangiato all’aria aperta a dissolvere le convinzioni dei credenti. E se così fosse, vorrebbe dire che la maggior parte della popolazione segue il dogma religioso soltanto per paura e imposizione.
Altro punto fondamentale. L’articolo 222 vieta la rottura del digiuno a tutti i marocchini, considerati automaticamente musulmani per nascita. Ma che cosa significa rompere il digiuno in pubblico? Se mangio affacciato alla finestra di casa mia sono in pubblico o in privato? E poi, perché tutti i marocchini devono essere considerati musulmani? Io, per esempio, non sono credente e rivendico il diritto di non osservare i precetti religiosi in cui non mi riconosco. Senza contare la grande anomalia che si pone per i connazionali di religione ebraica e cristiana.
Purtroppo, mentre sul contesto internazionale la monarchia cerca di fornire l’immagine di un Marocco tollerante e aperto, nella legislazione interna rimangono in vigore codici assolutamente proibitivi e discriminatori, come quelli che regolamentano la vendita delle bevande alcoliche, o quelli che vietano il proselitismo, ostacolando la libera professione delle fedi diverse da quella musulmana, in pieno contrasto con quanto stabilito dalla stessa costituzione.

J. G. : Come ha reagito l’opinione pubblica al vostro gesto?
A. E. Y. : I primi ad aver diffuso la notizia sono stati i giornali populisti di regime, quelli più letti nel paese. Parlando dell’iniziativa di Mohammedia, non hanno neanche fatto riferimento ai contrasti legislativi presenti nell’ordinamento marocchino. Gli è bastato dipingerci come dei pericolosi blasfemi. Di conseguenza l’opinione pubblica ha reagito, a primo impatto, con grande ostilità. Ad eccezione dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani), nessuna altra organizzazione ha cercato di difendere e spiegare le ragioni della manifestazione. E’ solo in questi ultimi giorni, dopo gli articoli pubblicati dalla stampa indipendente (Le Journal Hebdomadaire, Tel Quel, Al Jarida Al Oula) che le polemiche si stanno allentando e si inizia a riflettere in modo diverso sul nostro gesto.

J. G. : Qual è stato invece l’atteggiamento delle autorità?
A. E. Y. : Repressione vecchio stile. Il giorno della manifestazione, alla stazione di Mohammedia c’erano centinaia di poliziotti ad attenderci. Forse si aspettavano decine di aderenti all’iniziativa (in effetti, quando è stata proposta l’azione, circa sessanta persone all’interno del gruppo facebook avevano confermato la loro partecipazione). Quando hanno visto che eravamo solo in sei, ci hanno circondato, costringendoci a salire sul primo treno diretto a Casablanca. A questo punto arriva la parte più assurda. Dopo il rientro a Casablanca sono iniziati gli arresti, gli interrogatori e gli insulti. I poliziotti sono venuti a cercarmi a casa, mi hanno prelevato ed ho trascorso un’intera settimana all’interno del commissariato. Un accanimento sproporzionato, sintomo che il regime, dietro all’autoritarismo ostentato continuamente, nasconde in realtà una debolezza profonda. Un’instabilità celata che lo porta a considerare ogni azione fuori dal coro come una minaccia. In quei giorni il sovrano ha perfino riunito tutti i rappresentanti dei partiti politici per invitarli a condannare pubblicamente il nostro gesto. L’accusa principale che ci è stata rivolta è di “attacco all’integrità dello Stato e all’identità nazionale”.

J. G. : Dopo il gran polverone sollevato e il fango che è stato gettato sul MALI, pensi ancora di aver fatto la scelta giusta quel 13 settembre?
A. E. Y. : Assolutamente. Non rimpiango di aver preso parte all’iniziativa. Al contrario, se prima ero ancora un po’ scettico, dopo gli eventi di Mohammedia mi sono convinto che la nostra azione era quanto mai giusta e necessaria. Una provocazione salutare, forse eccessiva nei modi, lo ammetto, attraverso la quale abbiamo cercato di sollevare un dibattito.
Viviamo in una società attraversata da forti contrasti, che inevitabilmente rimettono in discussione i valori e il tradizionalismo di cui è ancora permeata. Da una parte l’apertura dei mercati e l’occidentalizzazione delle élites, dall’altra il ritorno dirompente del fondamentalismo. Invece di subire queste dinamiche, seguendo ciecamente le direttive imposte, l’opinione pubblica dovrebbe fermarsi a riflettere. Ma stando alle attuali condizioni, difficilmente un simile dibattito potrà aver luogo. L’ipocrisia che riveste la società e la dittatura che la opprime, ostacolando la libera espressione della gente, fa sì che risulti impossibile sapere quello che realmente pensano i marocchini. A volte viene da chiedersi se, dopo anni e anni di lavaggio del cervello e di omologazione all’interno delle scuole, conservino ancora un pensiero autentico.

J. G. : Dalle tue parole sembrerebbe che la transizione di cui tanto si parla nel paese sia in realtà ancora lontana.
A. E. Y. : Non nego che il Marocco abbia vissuto un’apertura politica ed economica durante gli anni novanta. Ma a mio avviso è sbagliato affermare che in Marocco sia ancora in atto una vera transizione, tanto a livello politico quanto sociale. Ci sono delle spinte, tenute tuttavia ben a freno. La prima vittima di questo cambiamento sarebbe proprio la monarchia e, finché il sovrano continuerà a mantenere il controllo su tutti i poteri, nessuna reale trasformazione farà seguito agli annunci e alle promesse esibite ad hoc per tranquillizzare i partner europei.
Un esempio, il tanto celebrato Codice della famiglia, la moudawwana. Quei giuristi occidentali che hanno salutato la promulgazione del codice con elogi infiniti, o non hanno letto l’intero testo o sono vittime della stessa ipocrisia che affligge il paese. Nella moudawwana ci sono alcuni articoli che affidano la sorte della donna nelle mani di un giudice: è lui a decidere se una moglie abbia o meno il diritto di separarsi dal marito. Una persona con totali poteri discrezionali, senza alcuna limitazione legale, il più delle volte immerso in quella mentalità arcaica e conservatrice che il codice stesso afferma di voler superare. Tutto questo per ribadire che c’è una grande differenza tra il discorso ufficiale propugnato all’estero dal regime e la realtà presente all’interno del paese.

J. G. : In un tuo articolo recente hai parlato di una “società schiacciata, educata alla paura e alla sottomissione”. Puoi spiegarmi meglio questa definizione?
A. E. Y. : Il crimine più grande che lo Stato continua a commettere contro i suoi stessi cittadini è la devastazione in cui versa l’insegnamento pubblico, l’unico accessibile ai marocchini. Quando parlo di una “società schiacciata, educata alla paura e alla sottomissione”, mi riferisco soprattutto a questo. Le scuole, di qualunque livello, non hanno i mezzi necessari per assicurare un servizio degno di questo nome. Senza contare che i programmi imposti dal Ministero sono gli stessi da decenni. A partire dagli anni ottanta, per esempio, è stato sospeso l’insegnamento della filosofia. Solo negli ultimi tempi si torna a parlare di pensiero politico nelle facoltà. Dei piccoli accenni, che sinceramente sfiorano il ridicolo. Nella migliore delle ipotesi le scuole, dalle elementari all’università, possono essere considerate una fabbrica di automi privi di autocoscienza. Neanche gli studenti universitari, come tu stesso hai constatato (sono attualmente stagista all’università Hassan II di Casablanca, nda), riescono ad esprimersi su tematiche quali la necessità di una riforma della giustizia o della modifica costituzionale. La soluzione di tutti i problemi resta il re, verso il quale continua ad essere impartita una sorta di venerazione. Questo significa che il livello dell’istruzione sta sprofondando in modo vergognoso. Anche i recenti rapporti delle agenzie internazionali hanno segnalato la gravità della situazione. Il popolo marocchino ha perduto il suo spirito critico. Dagli anni settanta ad oggi si è assistito ad un declino sia intellettuale che culturale. Non ci sono più grandi pensatori, grandi scrittori. La generazione di Chraibi, Choukri, Khair-Eddine e Zafzaf resta solo un lontano ricordo. La società sembra essersi arresa ad un potere che ha fatto di tutto per impoverirla, non solo sul piano culturale.

J. G. : Per concludere vorrei tornare ancora sul MALI. Se ben ricordo, il procuratore di Casablanca parlava di un possibile processo a vostro carico?
A. E. Y. : Si, è esatto. Ma dopo le minacce e le provocazioni piovute durante gli interrogatori, non è stato avviato nessun provvedimento giudiziario. Del resto non abbiamo commesso alcun reato. A Mohammedia i poliziotti non ci hanno permesso nemmeno di uscire dalla stazione.

J. G. : Esiste ancora un Movimento Alternativo per le Libertà Individuali?
A. E. Y. : Il MALI continua ad esistere, almeno virtualmente. Per capire se dietro la lista degli aderenti al gruppo facebook ci sia ancora una coscienza e la volontà di reclamare i propri diritti, bisognerebbe lanciare una nuova iniziativa. Ma per il momento né io né Zineb abbiamo la forza di ricominciare il calvario lasciato poche settimane fa. Dobbiamo far passare un po’ di tempo prima di ritornare alla carica. Del resto il movimento non rivendica solo la libertà di coscienza, ma tutte le libertà personali che continuano ad essere violate nel paese. Per esempio, la libertà di vivere e manifestare la propria omosessualità.

Casablanca, 7 novembre 2009

lunedì 15 marzo 2010

Khalid e Sidi Ifni

Khalid. La polizia marocchina respinge l'onda popolare di Sidi Ifni a suon di manganello.

Khalid. Processo ai manifestanti e militanti di Sidi Ifni: "(il giudice è raffigurato come un venditore d'aste) giudizio venduto...."

La lenta agonia di Sidi Ifni

Enclave spagnola fino agli anni sessanta, la piccola città di pescatori è stata teatro di duri scontri tra la popolazione locale e le forze di sicurezza marocchine nel giugno 2008. Alle rivendicazioni degli abitanti, che chiedevano la fine della marginalizzazione imposta al territorio, le autorità hanno risposto con la violenza della repressione. Dopo due anni gli ifnaouis si dicono pronti a riprendere la lotta.

Le onde dell’oceano si infrangono rumorose sulla spiaggia rossastra. Appena qualche metro di sabbia separa l’Atlantico dalla parete rocciosa su cui è adagiata Sidi Ifni, una cittadina colorata e all’apparenza sorniona, duecento chilometri a sud di Agadir. La pioggia caduta negli ultimi giorni non sembra aver scoraggiato le carovane di surfisti in rotta verso Dakhla e le rive del Sahara.
Alle dieci del mattino le vie del centro sono già affollate. E’ domenica, giorno di mercato. Mentre gli uomini se ne stanno seduti nelle terrazze dei bar, quasi intorpiditi dai primi tiepidi raggi di sole, le donne, cariche di borse, provvedono agli acquisti. Nel mio girovagare senza meta mi imbatto in una piazza circolare, ben curata, su cui si affaccia il municipio e una vecchia chiesa oggi convertita in Palazzo di giustizia. E’ Place Hassan II, ma tutti la ricordano ancora come Plaza de España, il fulcro dell’attività politica ed economica durante il periodo coloniale. A pochi passi di distanza in direzione del mare si trova la Barandilla, una balaustra in marmo che costeggia il ciglio del promontorio, dove gli ifnaouis vengono a passeggiare la sera in attesa del tramonto. Nella toponomastica della città come del resto nella sua architettura, si celano le tracce di un passato non troppo lontano che la popolazione locale fatica a dimenticare.

C’era una volta Santa Cruz del Mar Pequeña
Raggiunte le isole Canarie nel XV secolo, gli Spagnoli cercarono a più riprese di conquistare un approdo sicuro nella costa nordafricana. Gli abitanti della regione, i bellicosi Baamrane, resistettero a lungo, prima di cedere alla superiorità iberica nel 1859. Gli occupanti, che presero possesso del territorio solo nel 1934, trasformarono le poche case sparse lungo il litorale nella “ridente” Santa Cruz del Mar Pequeña. Questo il nome scelto per la città, costruita in puro stile moresco, oggi conosciuta come Sidi Ifni. Nella memoria dei vecchi ifnaouis è ancora scolpita la frase che il generale José Vega Rodriguez pronunciò nel 1969, al momento di rimpatriare le ultime truppe: “Qui lasciamo il meglio di ciò che la Spagna poteva offrire”. In effetti, al tempo dell’occupazione iberica, Santa Cruz aveva acquisito un ruolo di primaria importanza nella gestione dei domini coloniali nel Maghreb occidentale. Dalla piccola cittadina dipendeva il controllo politico e militare dell’intera regione del Sahara. La sede del governatore dettava ordini e direttive agli avamposti di Laayoune, Smara e Dakhla. L’aeroporto permetteva un collegamento costante con le vicine Canarie e l’ospedale della città “era uno dei più efficienti di tutta l’Africa del nord”, come ricordano ancora con vanto gli abitanti di Sidi Ifni. “Avevamo una radio locale, cinema, scuole reputate e perfino un casinò”, rammenta Makhjuba, una vecchia ifnaoui dal volto scuro, solcato da rughe profonde. I suoi stivali di gomma calpestano ogni giorno la poltiglia di fango e pesce marcito che ricopre la banchina del porto. Dà una mano al mercato dei grossisti, in cambio di qualche orata che rivende poi in paese. “Al tempo degli Spagnoli la città era dinamica, viva, gli abitanti non subivano discriminazioni e il lavoro non mancava. Quando se ne sono andati, a Ifni non è rimasto nulla”. Oggi anche i giovani sembrano avere nostalgia per un’epoca che non hanno vissuto. La città, una volta passata in mano marocchina, è stata messa da parte, dimenticata. Chiuso l’aeroporto, oggi una tetra spianata di rovine e immondizia, scomparsi gli impieghi pubblici e tagliati i fondi per l’ospedale. Dietro la facciata decrepita, su cui si fatica a leggere la scritta “urgenze”, non è rimasto neanche uno specialista. Solo un giovane medico, affiancato da una manciata di infermieri. “Lavoriamo in condizioni impossibili: i macchinari sono pochi e obsoleti, a volte non abbiamo nemmeno la benzina per utilizzare l’ambulanza”, confessa il dottore che lamenta l’impotenza della struttura sanitaria.
Quali le ragioni di questo brusco cambiamento? Ismail, seduto su una cassetta di legno all’ingresso del molo, sembra avere una risposta. “Gli abitanti della zona, appartenenti alla tribù degli Ait Baamrane, sono storicamente considerati dei ribelli. Prima di cedere alla conquista spagnola, i capi della tribù non hanno mai riconosciuto apertamente l’autorità del sultano alawita. Tra gli Ait Baamrane e la monarchia ci sono sempre stati dei rapporti conflittuali”. Allo stesso tempo bisogna però riconoscere che la tribù dei Baamrane si è battuta a lungo contro gli occupanti iberici, riuscendo perfino ad imporsi sul terreno militare. Se nel 1969 gli accordi di Fes restituirono al Marocco l’enclave di Sidi Ifni, mentre i domini del Sahara rimasero sotto il controllo di Franco per altri sei anni, fu anche per merito della resistenza. “Rabat ci ha ringraziato costringendoci all’isolamento e ad una lenta agonia”, precisa Ismail fissando la scogliera schiaffeggiata dalle onde. Oltre ai vecchi rancori, nuovi eventi sopraggiungono a complicare le relazioni già tese tra l’autorità centrale e la lontana Ifni. “Nel 1971, in occasione della visita reale, qualcuno tentò di uccidere Hassan II mentre stava attraversando in auto il quartiere di Colomnine. Da quel momento il sovrano ce l’ha giurata a morte”. Come se non bastasse, dopo la partenza degli Spagnoli dal Sahara Occidentale e l’inizio del confronto tra l’esercito marocchino e il Fronte Polisario, alcune famiglie degli Ait Baamrane si sono schierate in difesa della RASD (Repubblica araba saharawi e democratica), sostenendo il governo di Tindouf. L’ennesimo affronto mal digerito dalla monarchia.

Dal Collettivo al blocco del porto
All’interno del Café Chez Fatima, a qualche passo da Plaza de España, lo stereo diffonde le note di una lenta melodia gnawa. Le foto esposte sulle pareti ritraggono la città in bianco e nero all’inizio del secolo scorso: l’imbarcadero utilizzato dagli Spagnoli per trasferire merci ed equipaggi sulla terraferma, la scalinata in pietra che dalla Barandilla scende verso la spiaggia e il campo di volo. “L’unica risorsa a disposizione di Sidi Ifni, una volta tornata sotto il controllo marocchino, era la pesca”, esordisce Fares Hafifi, pescatore e membro della sezione locale di Attac. Il piccolo porto, incastonato tra le rocce del promontorio e le correnti dell’Atlantico, è riuscito per anni a tenere in piedi l’economia dell’intero borgo. I proventi di una sola barca bastavano ad assicurare la sopravvivenza di due o tre famiglie. Almeno fino alla fine degli anni novanta. Poi l’arrivo dei grandi pescherecci provenienti dal nord ha ridotto i marinai della zona in miseria. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli stellari e per molti l’emigrazione è rimasta la sola via d’uscita. “Chi possiede documenti spagnoli, un caso non raro a Ifni, tenta la traversata in mare fino alle Canarie. Servono appena tre giorni di navigazione”, spiega Hassan, un disoccupato in possesso dei diplomi di informatico e elettricista. La città si sta spopolando, sono sempre più quelli che decidono di partire.
“Nel 2005, di fronte all’indifferenza delle autorità, gli abitanti hanno reagito con la formazione di un Collettivo locale”, interviene Mohamed Salah, rimasto in silenzio fino a quel momento. Il Collettivo, di cui fanno parte formazioni politiche, sindacati e associazioni, chiede la fine della marginalizzazione imposta alla regione. “Volevamo far pressione sul governatore perché si preoccupasse dello sviluppo economico e sociale del territorio – conferma Mohamed, uno dei fondatori – così abbiamo organizzato i primi scioperi, avanzando una lista di rivendicazioni indispensabili per il futuro della città”. Tra le richieste, il completamento dei lavori al porto, la riattivazione dell’ospedale e la costruzione di una via di collegamento tra Ifni e Tan-Tan, cittadina alle porte del Sahara situata cento chilometri più a sud. “Ci parlano di risorse turistiche, ma di fatto viviamo ancora in una condizione di isolamento. La strada mal ridotta che arriva da Tiznit si trasforma in un sentiero sterrato appena varcato il paese”. Nell’agosto 2005 la prima mobilitazione, repressa dalla polizia. Le dimostrazioni del Collettivo proseguono, con il sostegno aperto della popolazione. Le autorità prendono tempo, fanno promesse, ma nessun cambiamento sembra concretizzarsi. “Lo Stato ha continuato ad ignorare le nostre esigenze”, puntualizza Mohamed Salah. Mentre il Collettivo preferisce non rinunciare al dialogo, pescatori e disoccupati scelgono un’altra via per far sentire la propria voce. Il 30 maggio 2008 rompono gli indugi e bloccano l’accesso al porto. I camion in partenza verso Agadir non possono lasciare il molo e ai pescherecci è proibito uscire in mare. La scelta, per quanto drastica, riceve ancora una volta la solidarietà dei cittadini, stanchi delle promesse di Rabat e del declino che costringe centinaia di ifnaouis all’emigrazione. “La protesta è andata avanti una settimana”, ricorda Fares. Oltre alle vecchie rivendicazioni, i manifestanti reclamavano la creazione di fabbriche per la lavorazione del pesce in loco. “Tutto il pescato di Ifni se ne va all’estero, in seguito al passaggio nelle industrie di Agadir. Di questa immensa ricchezza a noi non restano che le briciole”, conclude il pescatore, tra i protagonisti del blocco. Sabato 7 giugno, dopo otto giorni di sit-in, la polizia interviene per soffocare il malcontento. Per la città si apre uno dei capitoli più bui della sua storia.

Il “sabato nero”
L’operazione comincia alle prime luci dell’alba. “La mia casa si trova all’ingresso del paese. Alle cinque di mattina ho sentito i rumori delle camionette e dei mezzi blindati che stavano circondando la città”, riferisce Elkhalil Rifi, membro di Attac. I vertici militari di Rabat hanno dispiegato circa diecimila agenti per infliggere una punizione collettiva ai “ribelli” di Ifni. Una prima colonna penetra nelle vie del centro, passando al setaccio casa per casa e seminando il terrore tra gli abitanti. Una seconda colonna imbocca la strada che scende al porto. Lo scontro è inevitabile. Tuttavia, la sproporzione delle forze in campo rende vano ogni tentativo di resistenza cittadina. “Il 7 giugno 2008 è ricordato da tutti come il sabato nero. Le forze di polizia hanno picchiato e distrutto a loro piacimento, senza obiettivi precisi. La loro furia si è scagliata perfino contro le donne, gli anziani e i bambini. Solo chi è riuscito a barricarsi dietro a porte di ingresso ben salde ha potuto impedire il saccheggio e scampare alle violenze”, ricorda Brahim Barra, portavoce della Ong francese.
La sede locale di Attac, una delle prime organizzazioni a schierarsi al fianco dei grevistes, si trova nel centro della città, a metà strada tra il mercato e la moschea. Al suo interno una decina di attivisti confabulano animatamente, attorno a un tavolo di legno guarnito con thé e pasticcini. “Continuano a ripeterci che gli anni di piombo sono finiti e che il Marocco rispetta i diritti dell’uomo. Ma il 7 giugno 2008 Ifni ha riassaporato le atrocità di Derb Moulay Cherif (centro di tortura segreto in cui transitavano i detenuti politici fino ai primi anni novanta, nda)”, esclama Rifi voltandosi di scatto. Miriam, seduta al suo fianco, conferma l’inferno di quelle ore: “Sono stata sequestrata mentre camminavo in strada. Non ne sapevo niente di ciò che stava succedendo. All’interno del commissariato mi hanno presa a schiaffi e manganellate. Poi alcuni agenti mi hanno spogliata…”. La ragazza si blocca, il volto coperto dalle mani che si rifugiano nervose sotto il foulard portato con eleganza.
Al termine della giornata si contano centinaia di feriti, le scuole della città sono evacuate e trasformate in caserme: nel commissariato non c’è posto per tutti i fermati e gli arresti proseguono per settimane. “La città è rimasta sotto occupazione militare fino al settembre 2008”, precisa Brahim. Intanto il dramma di Sidi Ifni fa il giro del mondo. Amnesty International e Human Rights Watch cercano di fare pressione su Rabat. All’interno del regno si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Anche i media ne parlano: Al Jazeera manda in onda i filmati delle violenze. Dopo tre mesi il Palazzo è costretto ad allentare l’assedio. Richiama i militari e allo stesso tempo cerca di salvare la faccia, scaricando tutte le responsabilità sui “ribelli”. “La stampa di regime ci ha dipinto come pericolosi terroristi” - spiega Barra - “ma, al contrario delle accuse che ci sono state rivolte, non abbiamo mai avuto obiettivi separatisti. Vogliamo soltanto veder riconosciuti i nostri diritti di cittadini”. Nel momento in cui viene tolto l’embargo dalla città, undici persone si trovano ancora in carcere. Ci sono membri del Collettivo locale, di Attac e dell’associazione dei laureati-disoccupati. Su di loro pendono gravi capi di imputazione. Nel marzo del 2009 il tribunale di Agadir li riconosce colpevoli, tra le altre cose, di “tentato omicidio, costituzione di banda criminale e armata, manifestazione non autorizzata e distruzione dei beni pubblici”.
Mohamed Issam, membro del Collettivo e militante del CMDH (Centro marocchino per i diritti umani), ha lasciato il carcere di Inezgane il 7 gennaio scorso. “Sono le mie prime settimane di libertà”, puntualizza con un sorriso ironico e lo sguardo chino sul pavimento polveroso. “Durante il processo alcuni poliziotti hanno testimoniato contro di me. Stando alle loro parole, avrei tentato di ucciderli. Ma io quel sabato ero scappato sui boschi prima dell’inizio dell’operazione”. Mohamed ha trascorso un anno e mezzo nel penitenziario di Agadir. A lui è toccata la pena più gravosa. “Le celle traboccavano di gente, ottanta detenuti in uno spazio di circa trenta metri quadrati. Niente docce, solo secchi d’acqua fredda”, riferisce il giovane ifnaoui, che dopo una breve pausa conclude il suo racconto: “per dormire non c’erano materassi e la superficie a disposizione non bastava per tutti. Eravamo costretti a stenderci di lato, uno appiccicato all’altro”. Il prossimo 24 marzo è atteso il processo in appello. Se la sua condanna venisse aggravata, Issam sarebbe costretto a tornare in prigione. L’incubo di Inezgane continua a tormentarlo.

La mafia di Tiznit
La brezza dell’oceano soffia leggera sul molo semideserto. Un fitto drappello di barche, lunghe al massimo tre o quattro metri, ondeggia seguendo il ritmo incalzante dei flutti trascinati dall’alta marea. I pescatori di Ifni non sono usciti in mare, troppo minaccioso per i piccoli scafi a causa della burrasca abbattutasi sulla costa durante la notte. “Solo i grandi battelli hanno preso il largo dopo il tramonto”, mi informa Fares Hafifi, indicando due pescherecci attraccati sul lato opposto della banchina.
La grande disponibilità di risorse ittiche e l’eccellente qualità del prodotto presente nelle acque della zona ha attratto le grandi flotte provenienti da Casablanca, Safi ed El Jadida, che dalla seconda metà degli anni novanta si sono impadronite del porto. Le reti hanno sostituito gli ami e la pesca a strascico ha massacrato i fondali, dove la gran parte delle specie si rifugia durante la riproduzione. “I pescherecci utilizzano tecniche illegali, come le reti piombate e quelle a maglie minuscole, che catturano tutto il pesce, compreso quello di piccola taglia la cui vendita sarebbe proibita”, spiega Fares. Chi dovrebbe controllare, la Delegazione dei porti, preferisce chiudere un occhio, poiché parte integrante di quel circuito d’affari che in paese chiamano “la mafia di Tiznit”. “Un apparato clientelare che ruota attorno all’autorità politica della regione, il governatore di Tiznit”, precisa il pescatore. E’ lui a concedere i permessi agli armatori delle grandi flotte e a lasciare campo libero ai grossisti, che rivendono le sardine di Sidi Ifni ad un prezzo dieci volte maggiore rispetto a quello di acquisto. Non è solo il mancato guadagno a preoccupare Fares. “A questo ritmo le nostre acque si spopoleranno. Già oggi non sono più pescose come un tempo. Con i metodi impiegati dalla mafia, l’ecosistema marino rischia di venire compromesso”. Di fronte a questa eventualità i marinai non escludono nuove mobilitazioni.
Dopo la rivolta sfociata nel “sabato nero”, erano molte le aspettative maturate in seno alla popolazione. Nonostante la repressione e le condanne, infatti, i membri del Collettivo sono riusciti a conquistare la maggioranza in consiglio comunale alle elezioni del 2009. Ma i poteri della giunta restano fortemente limitati dall’autorità del governatore, rappresentante in loco del Ministero dell’Interno. In concreto nulla sembra essere cambiato, come conferma il membro di Attac: “la situazione al porto è ancora drammatica. Per rinnovare l’attrezzatura i pescatori si sono coperti di debiti, che impiegheranno anni a colmare con i loro magri guadagni”. La lezione impartita dal regime a colpi di manganello non spaventa i “ribelli” di Sidi Ifni, che si dicono “pronti a riprendere la protesta, se necessario con un nuovo blocco”. La città è ormai stanca di aspettare un futuro che da quarant’anni tarda ad arrivare.