mercoledì 28 luglio 2010

“Un mestiere ad alto rischio”

Come più volte sostenuto dalle ong internazionali che difendono i diritti dell’uomo, in Tunisia la professione di giornalista rimane “un mestiere ad alto rischio”. L’arresto del reporter Fahem Boukadous, avvenuto il 15 luglio scorso, ne è l’ennesima conferma.

In Tunisia chiunque osi criticare le autorità o difendere i diritti dell’uomo si trova in una situazione di pericolo. I militanti e le ong che difendono i diritti umani, così come gli avvocati e i giornalisti, sono nel mirino del regime. Non possono dar vita ad associazioni indipendenti senza temere l’ingerenza o l’accanimento della burocrazia tunisina. Spesso sono oggetto di provvedimenti giudiziari a seguito dei quali vengono rinchiusi in carcere sulla base di false accuse montate ad hoc. Gli amici, i familiari, perfino i loro bambini sono vittime di continue vessazioni. Alcuni hanno perduto il lavoro. I loro uffici e le loro case vengono perquisiti e saccheggiati dalle forze di sicurezza. Sono seguiti costantemente, sottoposti ad una sorveglianza opprimente. I loro telefoni vengono intercettati, i collegamenti internet sono sotto controllo e le mail piratate o bloccate. I maltrattamenti e le violenze fisiche sono compiuti dai poliziotti o dagli agenti dei servizi segreti su ordine delle stesse autorità. La persecuzione è permanente: ostacola gli attivisti nella loro azione in favore dei diritti dell’uomo e gli impedisce di avere una normale vita privata. Con il ricorso a simili espedienti, le autorità vogliono far sapere a tutti coloro che vivono in Tunisia che è meglio riflettere due volte prima di esprimere una critica o di schierarsi in difesa dei diritti umani.

Questa la nota introduttiva del rapporto “Tunisie. Des voix indépendantes réduites au silence”, pubblicato da Amnesty International il 13 luglio 2010. Il documento accusa in modo chiaro le autorità tunisine di far ricorso ad ogni mezzo a disposizione, legale e non, pur di mettere a tacere le voci critiche che si levano all’interno del paese. I timori espressi dalla ong hanno trovato l’ennesima conferma appena 48 ore dopo la diffusione del rapporto, quando il giornalista indipendente Fahem Boukadous, corrispondente del canale satellitare Al Hiwar Ettounsi, è stato arrestato nei pressi dell’ospedale Farhat Hached di Susse. “Dovevamo ritirare i risultati di alcuni esami, quando quattro poliziotti in borghese hanno chiesto a mio marito di seguirlo per un breve controllo”, racconta la moglie Afef dalle colonne del Nouvel Obsevateur. Da allora né gli avvocati né i familiari hanno più saputo niente di lui.
Il 6 luglio scorso Fahem Boukadous era stato condannato a quattro anni di reclusione dalla Corte d’appello di Gafsa per “partecipazione ad intesa criminale e diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico”. Un processo iniquo, speditivo e unilaterale, concluso in gran fretta senza la presenza dell’accusato e senza che la difesa abbia potuto beneficiare del diritto di parola. Il giornalista non era in aula al momento del giudizio, poiché ricoverato da alcuni giorni all’ospedale di Susse in seguito al sopraggiungere di una grave crisi respiratoria. Alle autorità è bastato attendere le dimissioni del paziente per dare esecuzione alla sentenza., Ma il verdetto emesso dal tribunale, secondo l’avvocato Rida Ridaoui, “costituisce una grave infrazione alle procedure del Codice penale”, che prevede il rinvio del processo quando l’imputato non può essere presente all’udienza a causa del suo stato di salute.
“Se lasciando l’ospedale sarò incarcerato, non entrerò in una cella ma in una tomba”, ha scritto Boukadous in una lettera aperta rivolta all’opinione pubblica internazionale. Da venti anni malato di asma e affetto da crisi polmonari improvvise, il giornalista tunisino aveva lanciato un appello poche ore dopo il pronunciamento della corte, mentre si trovava ancora ricoverato a Susse. “La promiscuità della prigione, la sporcizia, l’umidità, il calore opprimente dell’estate e il fumo passivo che sarei costretto a respirare in quelle minuscole gabbie sovraffollate non faranno che aggravare la mia situazione”.

“Un’ingiustizia nell’ingiustizia”
Le accuse mosse all’indirizzo di Boukadous fanno riferimento agli eventi accaduti nel 2008 a Redeyef, un bacino minerario situato nella regione di Gafsa, dove negli ultimi anni il tasso di disoccupazione è cresciuto di pari passo alla modernizzazione degli impianti e all’aumento vertiginoso delle esportazioni. La popolazione locale, giudicando fraudolenti i risultati del concorso di assunzione indetto dalla Compagnia dei Fosfati, si era ribellata alla corruzione e alle pratiche clientelari in voga nell’amministrazione tunisina, chiedendo nuovi posti di lavoro e più trasparenza. La zona fu invasa dalle forze di sicurezza e gli scioperi, protrattisi per settimane, soffocati nel sangue: alla fine vennero uccisi tre manifestanti (un quarto morì poche settimane più tardi per le lesioni riportate al midollo spinale). Fahem Boukadous, inviato di Al Hiwar Ettounsi, era uno dei rari giornalisti presenti al momento del sollevamento (assieme a Gabriele Del Grande, autore dello splendido reportage “Tunisia: la dittatura a sud di Lampedusa”, pubblicato in fortresseurope.blogspot.com). Le sue immagini, che documentano gli scontri e la repressione violenta operata da esercito e polizia, hanno fatto in poco tempo il giro del mondo, grazie alla diffusione su Youtube e Dailymotion. In Tunisia invece non sono mai andate in onda.
Stando alle accuse del regime, il corrispondente di Al Hiwar non sarebbe affatto un giornalista, bensì un elemento sovversivo coinvolto nella rivolta e condannato dunque per “reati di diritto comune che non hanno niente a che vedere con la sua professione”. Il tribunale di primo grado e poi la corte d’appello l’hanno riconosciuto colpevole di “associazione a gruppo criminale”, del danneggiamento di beni pubblici e privati, oltre che del ferimento di alcuni ufficiali di polizia in seguito al lancio di bottiglie incendiarie. Ma per Hassiba Hadj Sahraoui, responsabile dell’area Maghreb di Amnesty International, il processo contro Boukadous non è stato altro che “una farsa grottesca, un’ingiustizia nell’ingiustizia”. I suoi difensori, infatti, non hanno mai potuto convocare testimoni, si sono visti negare il diritto al controinterrogatorio e nell’ultima udienza sono stati totalmente esclusi dal dibattimento. “Fahem Boudakous è un detenuto di opinione, finito agli arresti per aver esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà di espressione”, ha dichiarato la responsabile nel comunicato diffuso in rete dalla ong. Un parere condiviso da Jean-François Julliard, segretario generale di Reporters sans frontières, che aggiunge: “questo verdetto è l’ennesima decisione arbitraria presa dal regime di Ben Ali all’indirizzo di coloro che disturbano il suo potere. Una decisione evidentemente politica, che condanna un giornalista per aver esercitato il proprio mestiere in maniera indipendente”.
Contro l’arresto del reporter si è subito schierato Taoufik Ben Brik, poeta, romanziere e giornalista, considerato uno dei principali oppositori al palazzo di Cartagine. “Fahem, tu sei il mio fratello di latte e il mio cavallo di battaglia”, ha scritto Ben Brik, uscito di prigione il 27 aprile scorso dopo sei mesi di reclusione. La sua colpa, aver criticato il presidente tunisino nei giornali francesi in occasione della campagna elettorale (ottobre 2009) che ha incoronato Zine El Abdine Ben Ali per la quinta volta consecutiva. Qualche settimana dopo il suo arresto era stata la volta di Zouhair Makhlouf, altro giornalista, condannato a tre mesi di carcere e al pagamento di 3 mila euro di multa per aver realizzato un reportage sulle condizioni di lavoro nella zona industriale di Nabeul (50 km a sud di Tunisi).

La persecuzione nei confronti dei dissidenti, dei giornalisti e dei militanti per i diritti dell’uomo è una realtà ormai consolidata in Tunisia. Amnesty International ritiene che questi attacchi siano la conseguenza diretta delle leggi e della strategia politica delle autorità, che vogliono ridurre al silenzio le rare voci che ancora continuano ad esprimersi in maniera libera e indipendente.
Dal rapporto di Amnesty International “Tunisie. Des voix indépendantes réduites au silence”. (Traduzione del paragrafo dedicato alla libertà di espressione)

Le autorità tunisine esercitano uno stretto controllo sui media. La maggior parte degli organi di stampa o dei canali radio appartengono allo Stato o a personalità vicine al governo. I giornali dei partiti politici di opposizione, invece, sono privati del denaro pubblico, una pratica in contrasto con la legge sul finanziamento pubblico dei partiti politici. I caporedattori e i giornalisti subiscono continue intimidazioni. I giornali indipendenti che pubblicano articoli critici nei confronti delle autorità o che denunciano la corruzione vengono sequestrati e distrutti. I corrispondenti stranieri che cercano di documentare la repressione dell’opposizione politica e dei militanti per i diritti umani si vedono vietare l’ingresso nel paese.
Il Codice penale e il Codice della stampa contengono disposizioni formulate in modo vago che puniscono come infrazione penale “la diffusione di notizie false atte a turbare l’ordine pubblico” (art. 49 del Codice della stampa) e “l’incitamento alla ribellione” prodotto attraverso discorsi pubblici, striscioni, manifesti e pubblicazioni (art. 121 del Codice penale). Anche il reato di diffamazione viene definito in modo vago e ampiamente interpretabile nell’art. 245 del Codice penale e nell’art. 50 del Codice della stampa. Mentre l’art. 121 (ter) del Codice penale proibisce la distribuzione, la vendita e l’esposizione di volantini “che possano nuocere all’ordine pubblico o ai buoni costumi”.
Quei giornalisti che rivolgono critiche al governo sono spesso condannati sulla base di accuse inventate e inverosimili, o diventano oggetto di persistenti vessazioni e intimidazioni. Possono perdere il lavoro da un giorno all’altro o vedersi relegati a svolgere mansioni secondarie. Per loro è di fatto impossibile lavorare nei media nazionali. Nel caso in cui siano ingaggiati dai media stranieri, difficilmente si vedono rinnovato l’accredito stampa oppure si vedono sistematicamente negato il permesso di filmare e trasmettere immagini.

Il 27 gennaio 2009 alcuni poliziotti in borghese hanno circondato i locali di Radio Kalima, che aveva iniziato la messa in onda via satellite solo 24 ore prima. Dopo un blocco durato tre giorni, i locali della radio sono stati chiusi. Gli ufficiali hanno posto i sigilli e sequestrato tutti i materiali. Sihem Ben Sedrine, attivista per i diritti umani e caporedattrice di Radio Kalima, è oggetto di una inchiesta per aver utilizzato una frequenza radio senza autorizzazione. Durante il blocco dell’emissione sono stati segnalati numerosi casi di maltrattamenti e intimidazioni. Naziha Rejiba, conosciuta con il nome di Oum Ziad, è una giornalista, co-fondatrice di Radio Kalima e attivista per i diritti dell’uomo. Da anni è vittima di atti intimidatori e maltrattamenti. Alcuni suoi articoli sono stati censurati e i giornali su cui erano pubblicati sono stati sequestrati. Per le autorità tunisine si trattava di notizie mendaci.
Nel novembre 2009 Taoufik Ben Brik, giornalista conosciuto per le sue posizioni critiche nei confronti del governo, è stato condannato a sei mesi di prigione sulla base di prove prefabbricate e false testimonianze. E’ stato accusato di aggressione, distruzione di beni altrui, offesa ai buoni costumi e diffamazione. Ben Brik ha sempre negato ogni imputazione, spiegando che un tale accanimento era dovuto in realtà alle sue critiche rivolte al regime. E’ stato liberato dopo aver scontato l’intera pena.

I partner internazionali della Tunisia non hanno mai denunciato, fino a questo momento, la strategia del regime volta a mettere a tacere ogni minimo dissenso. L’Unione Europea e gli Stati Uniti continuano a confidare nel discorso ufficiale promosso da Tunisi, che descrive il proprio governo come un accanito promotore del rispetto dei diritti umani. I rapporti di Amnesty International che censiscono le gravi violazioni dei diritti dell’uomo prodotte nel paese vengono sistematicamente ignorati dagli Stati che intendono rinforzare i propri legami commerciali e la cooperazione in materia di sicurezza con la Tunisia. Se questi governi non inizieranno ad esercitare una vera pressione sulle autorità tunisine, affinché risanino il loro bilancio in materia di diritti umani, la persecuzione contro gli attivisti, gli oppositori e i giornalisti indipendenti continuerà indisturbata.
Amnesty International – Luglio 2010

Testimonianze:
“Ho scelto la professione di giornalista per mettermi al servizio della libertà di espressione, per amore della verità e dell’integrità. Sono disposto ad assumermi i rischi di questa scelta e a percorrere lo stesso cammino di coloro che mi hanno preceduto, con altrettanta audacia e altrettanto coraggio. I processi iniqui e le condanne non riusciranno a dissuadermi, anche se in gioco c’è la mia vita. Sono pronto a sacrificarla sull’altare della libertà e della democrazia”.
(Fahem Boukadous, 10 luglio 2010)

lunedì 12 luglio 2010

Melilla. La frontiera delle tartarughe

In fondo alla discesa sterrata una massa umana informe e rumorosa si accalca a pochi metri dai cancelli della frontiera. I poliziotti sembrano osservare la scena con aria impassibile ma, di tanto in tanto, assestano colpi di manganello a caso in mezzo alla folla. “Cercano di separare le donne dagli uomini, per mettere un po’ di ordine nei passaggi e per lasciare spazio a chi rientra con il carico”, commenta un funzionario della dogana in modo fin troppo diplomatico.
Sono quasi le dieci e il calore del sole africano comincia a farsi sentire. Nell’aria polverosa si distingue un vago odore di pesce. I marinai sono rientrati dal porto e, assieme ai contadini del quartiere, allestiscono con casse di legno e qualche banchetto un mercato improvvisato lungo la strada che scende al valico. Ma i passanti non vi prestano troppa attenzione. I più si affrettano correndo verso il fondo della discesa, mentre gli altri risalgono mestamente la carreggiata in senso opposto, trascinandosi dietro grosse sacche di tela.
Ogni giorno circa trentamila marocchini, in gran parte donne, attraversano il confine che li separa da Melilla. Alcuni lo fanno per rifornirsi di beni di prima necessità, curiosamente meno cari dall’altra parte della frontiera. La maggioranza, invece, contrabbanda prodotti di ogni genere raccolti nei magazzini che circondano lo scalo iberico. Ad agevolare questo commercio, gli accordi siglati tra i governi di Madrid e Rabat negli anni settanta, che permettono la circolazione nell’enclave spagnola agli abitanti di Nador, il capoluogo della regione del Rif (Marocco settentrionale) situato a soli dieci chilometri di distanza. Da allora, sebbene la legislazione in materia di immigrazione sia divenuta via via più restrittiva, i passaggi giornalieri continuano ad essere autorizzati senza bisogno del visto o del timbro sul passaporto.

Barrio Chino
Khadija si sveglia ogni mattina alle cinque. Quando si mette in cammino è ancora notte. Costeggia il doppio reticolato alto sette metri che protegge la fortezza Shengen per raggiungere il Barrio Chino. E’ in questo punto della frontiera che da dieci anni Khadija, come migliaia di sue connazionali, entra in Spagna tutti i giorni per caricare sulle spalle un enorme fardello, fissato al petto e al bacino da una corda. Cinquanta chili di merce incollati alla schiena da trasportare al di là del confine, piegata sulle ginocchia a novanta gradi per riuscire a muovere, lentamente, un passo dopo l’altro. “All’inizio pensavo di non reggere – racconta la donna, sulla quarantina – fare la portatrice è un lavoro duro, faticoso, ma ormai mi sono abituata”. Ha appena concluso la prima staffetta della giornata, per un compenso di 50 dirham (meno di 5 euro). I carichi più pesanti, all’incirca un quintale, vengono pagati un po’ di più (anche 70 o 80 dirham). Con una smorfia di sofferenza sul viso deposita il “pacco” in un carretto arrugginito, aiutata da un paio di ragazzini, e ritorna ciondolante verso la fila in attesa, pronta a passare di nuovo dall’altra parte. Un secondo viaggio le permetterebbe di raddoppiare il magro guadagno. Ma il varco rimane aperto dalle otto all’una e solo le più resistenti riescono a compiere il tragitto due o tre volte nello stesso giorno.
Khadija non è che una piccola leva nel complesso ingranaggio del contrabbando, che ogni anno muove da Melilla a Nador una quantità di merci pari, secondo stime non ufficiali, a 700 milioni di euro. Dal giugno del 2008 una decisione del governo di Rabat, assecondata dalle autorità spagnole, ha trasferito l’attività transfrontaliera dal Paso Beni Enzar, l’accesso principale riservato ora al traffico dei veicoli (e vietato, in teoria, al commercio), al Paso Barrio Chino, un piccolo attraversamento pedonale, nascosto allo sguardo dei turisti che transitano sempre più numerosi da un lato all’altro del confine.
Attraverso il Barrio Chino si trasporta di tutto, dai vestiti alle coperte, dagli utensili per la casa ai pezzi di ricambio per automobili, dai televisori agli alcolici. I traffici avvengono alla luce del sole, senza alcun pudore. Alla dogana nessuno controlla. Il volume giornaliero di passaggi calcolato in questo tratto oscilla tra i cinquemila e i diecimila (a seconda della quantità di merci che di volta in volta approdano dalla penisola). Ma le strutture sono decisamente insufficienti. Inadeguate ad accogliere un simile flusso. “Prima non si formavano queste code immense”, ricorda Soumia, trentacinque anni da cinque portatrice. “A Beni Enzar c’era molto più spazio. Qui i tornelli sono troppo stretti – continua la giovane contrabbandiera in un discreto spagnolo – e a volte è davvero difficile passare con le nostre zavorre fissate sulla schiena. Restiamo incastrate. Così, oltre alle botte dei poliziotti, rischiamo di ricevere calci e spintoni da quelli che sono bloccati dietro di noi”. Perché gli agenti vi colpiscono con i manganelli? Soumia sembra quasi sorpresa dall’ingenuità della domanda. “Non c’è una ragione precisa. A volte lo fanno perché qualcuno mette un piede fuori dalla fila o perché vuole domandare qualcosa. Oppure perché non ha i soldi per il bakchich”. I doganieri di Nador, disposti a chiudere un occhio sul contrabbando, esigono infatti da ogni portatore una “tassa di passaggio”, che varia da 5 a 10 dirham in base al volume e al contenuto del carico trasportato. “Dobbiamo pagare prima per entrare a Melilla e poi, una volta caricata la merce, per tornare in Marocco. Se non lo facciamo non ci lasciano passare e ci rispediscono in fondo alla coda”, precisa Soumia, che non può permettersi di rimanere senza lavoro, neanche per un giorno.


“Uno spettacolo da terzo mondo”
Nella parte melillense del Barrio Chino, a duecento metri dall’accesso al territorio marocchino, un ampio piazzale in terra battuta funge da centro di smistamento per i prodotti in arrivo dal porto. Decine di furgoni stracolmi, circondati dai portatori che attendono la consegna del carico, depositano al suolo la merce già impacchettata. In mezzo alla confusione e al via vai continuo si intravedono tovaglie, scarpe, lenzuola e perfino pneumatici, raccolti alacremente dalle staffette. Schiacciate dai fardelli e fiaccate dal caldo torrido, le donne raggiungono a fatica la catena umana in marcia verso Nador. Avanzano piano, in fila indiana, lungo il reticolato di confine. Con il mento che sfiora le ginocchia. Come tartarughe inchiodate a terra dal peso di un guscio troppo voluminoso.
Gli agenti della Guardia Civil controllano che il transito verso la frontiera avvenga in piccoli gruppi formati al massimo da cinque o sei unità. Nemmeno loro si fanno scrupoli ad usare il manganello. “Se c’è troppa calca i marocchini non riescono a riscuotere le mance e chiudono i cancelli. Questa gente, poi, finisce per perdere la testa e diventa incontrollabile”, sembra discolparsi un poliziotto a pochi metri dalla dogana. Spinto dall’orgoglio, o più probabilmente da un impeto di indignazione, un collega aggiunge: “nessuno ha il coraggio di fare qualcosa e lasciano a noi la patata bollente. Chi gestisce il contrabbando è protetto e può permettersi di sfruttare questa gente, pagandola una miseria. E’ uno spettacolo da terzo mondo, proprio qui in casa nostra!”.
Eppure il comune di Melilla e la Delegazione del governo iberico avevano annunciato nel giugno 2008, al momento del trasferimento del flusso transfrontaliero al Paso Barrio Chino, la costruzione di apposite strutture per migliorare le condizioni di lavoro dei corrieri marocchini, definite dalla stampa locale “inumane e degradanti”. Ma il tendone di plastica sistemato lungo il confine non ha retto più di tre mesi. La prima pioggia consistente se l’è portata via. Stessa sorte è toccata ai sei bagni installati a lato dello spiazzo sterrato e all’unica fonte di acqua potabile messa al servizio di migliaia di persone. Da allora non è cambiato più niente. Nemmeno dopo il grave incidente che il 17 novembre 2008 è costato la vita a Safia Azizi, una maghrebina di quarantun anni originaria di Fès, calpestata a morte dai compagni qualche secondo dopo aver messo piede in territorio spagnolo. Safia era laureata in letteratura araba. Un’eccezione nell’universo del contrabbando, dove per lo più lavorano ragazze madri bandite dalla famiglia, mogli ripudiate o in generale donne analfabete. A lungo disoccupata, si era trasferita a Nador in cerca di maggior fortuna.
Dunia, una portatrice nata a Meknès, era presente al momento della tragedia. “La polizia aveva aperto il varco da pochi minuti e i primi a passare si sono ammucchiati all’altezza dei cancelli di ingresso”, ricorda con voce dimessa. Poi, indicando la frontiera, cambia tono e con la rabbia negli occhi aggiunge: “quella gabbia di metallo non sembra fatta per degli esseri umani, assomiglia più ad un mattatoio. La verità è che ci trattano come bestie e, con il passare del tempo, rischiamo davvero di diventarlo”. I passaggi troppo stretti, le lunghe attese e l’impazienza dei corrieri, che cercano di affrettare i tempi per fare più viaggi e aumentare la paga, formano spesso una combinazione pericolosa. Nel Paso Barrio Chino gli affollamenti continuano ad essere una realtà quotidiana e i feriti una conseguenza inevitabile.


“Comercio atipico”
Per Abdelmoumen Chaouki, responsabile della Coordination de la société civile e direttore del mensile l’Echo del Rif, “Spagna e Marocco sono ugualmente responsabili di questa triste situazione, poiché traggono vantaggio da un lavoro estenuante, a costante rischio di incidenti, senza offrire in cambio le strutture adeguate”. Per capire meglio quanto incidano i proventi del contrabbando nell’economia dell’enclave basta dare uno sguardo ai dati forniti dal Tesoro spagnolo nel 2006. In quell’anno Melilla ha importato merci dalla penisola iberica e da paesi terzi per un valore totale di 674 milioni di euro, di cui solo 234 sono stati destinati al consumo interno. Il resto è servito ad alimentare i circuiti del “comercio atipico”, come viene pudicamente definito da queste parti. Quanto all’introito prodotto dall’attività transfrontaliera nel versante opposto, il governo di Mohammed VI non ha mai fornito alcun dato ufficiale.
L’affollamento caotico che ogni giorno irrompe in entrambi i lati del Barrio Chino nasconde in realtà un tessuto organizzativo ben rodato ed efficace. I prodotti, regolarmente acquistati dai commercianti di Melilla, arrivano al porto e vengono subito stoccati nei depositi adiacenti. Dopodiché sono rivenduti ai trafficanti marocchini, che corrompono i doganieri e allestiscono le reti di intermediari e facchini per il trasporto degli imballaggi dall’altra parte del confine. Di questi soltanto una porzione ridotta si ferma a Nador e nelle province del nord, mentre il grosso dei traffici arriva fino ai mercati di Casablanca e Rabat, dove la merce triplica abbondantemente il suo valore.
Fouad si occupa del trasferimento dei prodotti dai magazzini del porto fino alla frontiera. “Ogni trafficante segna i suoi pacchi con un numero, in modo che siano facilmente identificabili”, spiega il giovane maghrebino con passaporto spagnolo, intento a sistemare con lo scotch alcune bottiglie di liquori sotto la jellaba di una donna corpulenta. La catena degli intermediari si divide i compiti con precisione millimetrica. “Una volta rientrati in suolo marocchino, i portatori depositano il carico nel camion di un subordinato, che in cambio gli rilascia un biglietto. A fine giornata, poi, vanno a riscuotere il denaro dall’addetto ai pagamenti”.
Sono molte le categorie sociali che beneficiano, seppur in misura diversa, del “comercio atipico” e del sudore versato dalle “tartarughe” alla frontiera di Melilla. Oltre quattrocentomila persone, secondo la Camera di commercio americana di Casablanca, ne traggono almeno un vantaggio indiretto. Dalle famiglie più povere, che sopravvivono grazie ai pochi spiccioli delle staffette, ai trafficanti di Nador, che sfruttano la loro miseria per arricchirsi. Dai compratori della capitale, che possono acquistare merci a prezzi tutto sommato vantaggiosi, ai commercianti dello scalo spagnolo, che senza il contrabbando sarebbero costretti a cambiare mestiere, considerati i magri consumi di una città di appena 66 mila abitanti. Fermare tutto questo, secondo il responsabile della Coordination de la société civile “è forse una follia”, soprattutto in assenza di alternative concrete. Trafficanti e notabili godono infatti della protezione e della complicità delle autorità locali. Senza contare che a farne le spese sarebbero comunque i più disagiati, privati della loro unica fonte di sostentamento. Ma, come tiene a sottolineare lo stesso Chaouki, “una tale attività, instabile e pericolosa, non può certo essere un modello di sviluppo augurabile per il futuro della nostra gente”.