lunedì 31 gennaio 2011

Rachid Ghannouchi rientra a Tunisi dopo venti anni di esilio

TUNISI - Il leader islamista Rachid Ghannouchi è rientrato ieri (domenica 30 gennaio) in Tunisia dopo vent’anni di esilio trascorsi a Londra. Ad attenderlo all’aeroporto della capitale una folla di sostenitori in festa, che fin dalle prime ore del mattino si è assiepata di fronte all’arrivo dei voli internazionali. Ghannouchi, come altri membri del partito islamico Annadha (in arabo “la rinascita”), aveva lasciato il paese nel 1991, dopo la dissoluzione del movimento voluta dall’ex presidente Ben Ali. Su di lui pesa ancora una condanna all’ergastolo pronunciata dal tribunale di Tunisi, ma il ministro della Giustizia del nuovo governo di transizione ha già emesso un provvedimento per la revisione dei processi politici e delle condanne inflitte agli oppositori sotto il vecchio regime.


Rachid Ghannouchi ha creato negli anni settanta il Gruppo Islamico, un’associazione clandestina consacrata al recupero della dimensione religiosa e politica dell’islam nel territorio tunisino. Il Gruppo trae ispirazione dagli scritti di Sayyid Qutb e dall’esperienza dei fratelli musulmani, con cui Ghannouchi è entrato direttamente in contatto nei quattro anni di permanenza in Siria (1964-1968 Facoltà di Filosofia all’Università di Damasco). “Il nostro obiettivo era di convincere il popolo che l’islam non rappresentava solamente la tradizione, ma anche un modo di vita, un sistema globale”, ricorda lo stesso leader nel corso di un’intervista rilasciata a Vincent Geisser nel giugno 2001. “All’inizio i nostri nemici erano lo Stato e i comunisti. Dopo il 1978 abbiamo rivisto obiettivi e priorità. Avevamo ormai acquisito una coscienza sociale e il conflitto con i comunisti è divenuto secondario”, continua Ghannouchi, che nel 1979 viene arrestato per la prima volta e trasferito in una cella speciale nei sotterranei del Ministero dell’Interno. Viene rilasciato dopo un mese, con il divieto di pronunciare prediche all’interno delle moschee del paese.
Nel 1981, quando Bourghiba apre la vita politica al pluripartitismo, l’organizzazione si trasforma nel Movimento di Tendenza Islamica (MTI) e chiede di essere legalizzata. L’MTI non ha mai ricevuto il riconoscimento ufficiale del regime, ma si è subito diffuso in tutto il territorio nazionale grazie all’azione degli imam nelle moschee e degli studenti nei campus universitari. In occasione del congresso fondativo, il movimento iscrive nel suo manifesto “il rifiuto della violenza, il rispetto del multipartitismo e del diritto della donna alla partecipazione nella vita pubblica”. Ciò nonostante i suoi rappresentati diventano i bersagli principali del governo e della polizia politica. Lo stesso Rachid Ghannouchi viene arrestato per la seconda volta nel luglio del 1981 e condannato a undici anni di carcere. Ne sconta tre, poi viene liberato nel 1984 in seguito allo scoppio delle “rivolte del pane”. In questo periodo si intensificano i contatti tra l’MTI e le opposizioni di sinistra. Il regime di Bourghiba vacilla e la sua repressione nei confronti dei dissidenti si fa sempre più aspra. Il 1987 è l’anno più duro per i seguaci di Ghannouchi, ormai la prima forza di opposizione nel paese, quello più violento per il popolo tunisino. Il vecchio dittatore dichiara guerra aperta al movimento islamico ed esegue centinaia di arresti. Due attentati insanguinano le città di Sousse e Monastir. Per il regime il responsabile è l’MTI, anche se il leader ha sempre negato un coinvolgimento del suo movimento in quegli episodi. Rachid Ghannouchi torna in carcere, ma viene graziato dopo il colpo di stato che sancisce la destituzione di Bourghiba e l’ascesa al potere di Ben Ali.
Il nuovo regime sembra inizialmente disposto ad accettare la partecipazione degli islamisti alla vita politica, così il Movimento di Tendenza Islamica assume la nuova denominazione di Annadha (la legge tunisina vieta la formazione di partiti a carattere religioso, ndr) e si presenta alle elezioni legislative del 1989. Il partito di Ghannouchi, grazie al sostegno della Tunisia rurale, riporta la vittoria all’appuntamento con le urne. O almeno questa è l’ipotesi, dato che Ben Ali denuncia brogli e falsifica i risultati delle elezioni, forte dell’appoggio offertogli da una parte dell’opposizione sindacale e comunista. Il dittatore lancia una campagna per screditare Annadha, diffonde nel paese la paura del “pericolo fondamentalista” e riprende la caccia all’islamista già conosciuta dal movimento di Rachid Ghannouchi sotto Bourghiba. Nel 1991 il partito viene dissolto con l’accusa di “sovversione” e “attacco ai fondamenti istituzionali dello Stato”. Il suo leader parte in esilio a Londra, altri elementi di spicco si rifugiano in Francia, mentre centinaia di attivisti finiscono nelle prigioni del regime.


Al suo arrivo all’aeroporto di Tunisi, accolto dagli Allahu Akhbar intonati dalla folla, il leader islamista ha dichiarato all’AFP che non si candiderà alle elezioni presidenziali previste per il prossimo giugno, confermando così quanto già affermato a Londra poche ore dopo la fuga del dittatore Ben Ali. “Non mi presenterò alle presidenziali – ha riferito Ghannouchi – così come non si presenterà nessun altro esponente di Annadha. Dopo venti anni di assenza, il mio partito non è pronto a gettarsi nell’arena politica. La priorità è ricostruire il movimento e riprendere l’attività all’interno della società tunisina”.

A Tunisi continuano le violenze della polizia e delle milizie

TUNISI - Nel momento in cui l’interesse internazionale si è spostato verso l’Egitto e i media stranieri hanno lasciato il paese, i manifestanti tunisini che ancora reclamano la dissoluzione dell’RCD (il partito del dittatore) e le dimissioni del primo ministro Mohamed Ghannouchi vengono messi brutalmente a tacere. Malgrado la partenza di Ben Ali e l’annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, le milizie dell’RCD continuano a seminare il caos e la polizia ne approfitta per reprimere, lasciandosi dietro decine di arresti, feriti e i primi morti della Tunisia post-rivoluzionaria, come dimostra quanto accaduto nella capitale il 28 e il 29 gennaio scorso.


La “carovana della libertà”
Circa cinquemila manifestanti da domenica 23 gennaio hanno occupato la casbah, dove si trova la sede del primo ministro e di altri dicasteri. L’hanno chiamata la “carovana della libertà”, una marcia partita dalle regioni dell’interno (Sidi Bouzid, Gafsa, Kasserine, Thala e Metlaoui), dove più alto è stato il numero dei morti durante la rivolta scoppiata a fine dicembre, composta da ragazzi, studenti, disoccupati e madri con i figli al seguito. Raggiunta la capitale si sono accampati nella piazza dove si affacciano le finestre del premier Ghannouchi, sistemando alla meglio i materassi e le coperte offerte dagli abitanti della città. Si sono portati dietro le foto dei loro martiri, per ricordare che il sacrificio compiuto rimarrà vano finché il partito dell’ex dittatore non verrà dissolto, per protestare contro un governo e un sistema politico che conserva ancora i feticci del vecchio regime. “L’asino è partito in Arabia Saudita, ma il carro è rimasto qui”, è lo slogan emblematico scandito dalla piazza. Al sit-in promosso dalla carovana, nel corso della settimana, si sono uniti poi centinaia di cittadini provenienti da tutto il territorio nazionale. “Basta RCD”, “Ghannouchi vattene”, i cori hanno rimbalzato per giorni e giorni da una parte all’altra della città. Dalla casbah all’avenue Habib Bourghiba, il cuore pulsante della ville nouvelle, teatro quotidiano di marce e cortei pacifici. Almeno fino a venerdì 29 gennaio, quando il riemergere della violenza ha proiettato Tunisi in un brusco ritorno al passato.
I primi sintomi di un recupero dei vecchi sistemi di dissuasione si erano già avuti a metà della settimana scorsa, quando gli agenti anti-sommossa hanno ricominciato a sparare gas lacrimogeno sulla folla e a disperdere i manifestanti a colpi di manganello. Solo pochi giorni prima (sabato 22 gennaio, ndr) era stata la stessa polizia a scendere in piazza per esprimere la sua adesione alla rivoluzione e per scrollarsi di dosso la tetra immagine di “cane da guardia” della dittatura che si era guadagnata durante l’era Ben Ali. Nient’altro che una messa in scena, come dimostrano i nuovi eventi, per rifarsi una verginità agli occhi della Tunisia rivoluzionaria. A due settimane dal fatidico 14 gennaio, in un paese sull’orlo del caos, una cosa sembra evidente: Ben Ali non c’è più, ma i metodi brutali della sua polizia restano, al servizio del primo ministro Ghannouchi e delle eminenze grigie che stanno soffocando la rivoluzione del gelsomino e le speranze di un intero popolo.

Cadaveri tra i manifestanti della casbah
Venerdì 28 gennaio, dopo la presentazione del nuovo esecutivo di “unità nazionale”, l’atteggiamento repressivo del governo nei confronti dei manifestanti si è fatto più esplicito. A pattugliare il centro della capitale, oltre ai militari e ai celerini, sono tornate le milizie dell’RCD, armate di bastoni, spranghe di ferro e coltelli. Alle 18:00 l’avenue Habib Bourghiba sembra un campo di battaglia. Nell’aria l’odore acre del gas lacrimogeno. Le saracinesche dei negozi abbassate e un silenzio pesante, rotto soltanto dal rumore degli elicotteri che sorvolano il viale. Ammassati sulla strada gli ombrelloni divelti e le sedie sfasciate dei café, oltre ai contenitori della spazzatura sradicati, circondati dall’immondizia accumulata in una giornata fino a quel momento pacifica. Ad ogni angolo della strada, gruppi di poliziotti in tenuta anti-sommossa sono affiancati da civili armati. Di fronte all’hotel Africa stazionano una decina di furgoni, su cui gli agenti stanno trascinando uomini in manette.
Questo è l’epilogo di una giornata di sangue cominciata qualche ora prima nei pressi della casbah, dove alcune centinaia di manifestanti rifiutavano di abbandonare la protesta nonostante le intimidazioni delle forze dell’ordine. “A metà pomeriggio le milizie sono penetrate tra la folla ed hanno iniziato a seminare il panico, lanciando pietre verso i poliziotti”, riferisce l’avvocato Mohamed Ali Hichri, testimone dell’accaduto assieme ad altri colleghi. “Qualche minuto prima i militari presenti sulla piazza ci avevano avvertito: «abbiamo avuto l’ordine di ritirarci, stanno arrivando gli anti-sommossa e faranno un massacro»”, continua l’avvocato. L’intervento delle milizie ha innescato la reazione feroce della polizia, che ha sgomberato la piazza a colpi di manganello e di gas lacrimogeno. Tra i manifestanti decine i feriti e le persone finite in manette, mentre le milizie hanno potuto lasciare la zona della casbah indisturbate in direzione dell’avenue Habib Bourghiba, dove hanno riprodotto lo stesso scenario che ricorda fin troppo bene le tecniche “benaliane” di sabotaggio del dissenso e di legittimazione della repressione. Stando alla testimonianza di Ali Hichri, alcuni colleghi dell’ordine degli avvocati, tra cui Ahmed Seddiq e Saïda el Haqmi, hanno constato personalmente “che almeno due cadaveri sono stati portati via dalla polizia durante gli scontri avvenuti alla casbah”, come si legge in una dichiarazione consegnata dai legali al ministero della Giustizia. Nella stessa dichiarazione gli avvocati affermano di aver visto alcuni agenti, dopo l’intervento, portare delle casse di coltelli nella zona del sit-in, “per giustificare il massacro con la scusa che i manifestanti erano armati”. Secondo altri testimoni, presenti al momento dell’arrivo delle milizie e dell’intervento della polizia, i morti sarebbero tre, tra cui una donna anziana soffocata dal gas e dalla calca prodottasi nella piazza.


I media locali tacciono
Il giorno dopo l’accesso alla casbah è ostruito da un recinto di filo spinato e da squadre di poliziotti che pattugliano i vicoli tortuosi della città vecchia. La piazza è vuota. Dei manifestanti non c’è più traccia. Alcuni hanno lasciato la capitale in modo precipitoso, altri hanno trovato riparo in ricoveri di fortuna, assistiti da dottori e avvocati accorsi volontariamente. La “carovana della libertà” è stata spazzata via. Nella Tunisia rivoluzionaria e democratica sembra già vietata ogni forma di dissenso.
Fuori dal Palazzo di giustizia, a pochi passi dalla casbah, una ventina di manifestanti finiti in arresto nei giorni scorsi è appena uscita dal tribunale. Hanno ottenuto la libertà condizionata, mentre la difesa ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sulle violenze commesse dalle forze dell’ordine. Nei loro volti sono ancora evidenti le contusioni per i colpi ricevuti. Uno di loro solleva la maglia e mostra i segni delle bruciature e delle lacerazioni cosparse su tutto il torace. Si chiama Faysal, ha ventitre anni e viene da Sidi Bouzid: “ieri, dopo l’attacco delle milizie, i poliziotti mi hanno caricato in un furgone. Dicevano che mi avrebbero accompagnato all’autobus per tornare a casa. Invece mi hanno picchiato e rinchiuso in un sotterraneo per tutta la notte”.
Mentre i giornalisti stranieri hanno lasciato il paese per raggiungere il Cairo, a Tunisi continuano le violenze e la repressione. Oggi (sabato 29 gennaio, ndr) nell’incrocio tra l’avenue Bourghiba e Porte de France sono ricomparse le milizie, che hanno attaccato il corteo delle Fammes democrates (associazione per la laicità e l’uguaglianza dei diritti uomo-donna) e degli studenti delle superiori, sotto lo sguardo complice dei reparti speciali. I media locali tacciono sull’accaduto, troppo impegnati ad osannare il nuovo governo di unità nazionale e a chiedere la ripresa dell’attività economica. “Ho rifiutato l’invito di Nessma TV in segno di protesta contro il reportage mandato in onda dalla rete per discreditare i manifestanti della casbah e giustificare le violenze commesse nei loro confronti”, spiega sul suo profilo Facebook il giornalista e scrittore tunisino Soufiane Ben Farhat. “Da due settimane non si fa altro che parlare di libertà di stampa e di informazione ma a quanto pare, in questa seconda repubblica post-rivoluzionaria, le televisioni e i giornali hanno soltanto cambiato padrone”, è l’amaro commento dell’avvocato Ali Hichri.

sabato 22 gennaio 2011

Il regime algerino ha due alternative: la transizione democratica o l’esplosione imminente

Oggi si terrà ad Algeri la manifestazione indetta dal partito di opposizione di Said Sadi (Rassemblement pour la Culture et la Democratie), a cui hanno aderito alcuni dei sindacati autonomi non riconosciuti dal regime, oltre a figure di spicco come lo stesso Benbitour e l’associazione degli studenti di Tizi Ouzou. La città è militarizzata e le autorità, tramite un comunicato emesso dalla prefettura della capitale, hanno vietato la marcia annunciando arresti e processi per chi disobbedirà agli ordini. Lo scontro sembra inevitabile. Tra le richieste avanzate da Sadi, la transizione ad un regime democratico che sia garante dei diritti delle libertà dei cittadini e la liberazione dei manifestanti arrestati in occasione delle sommosse scoppiate in tutta l’Algeria ad inizio gennaio. Tra il 5 e il 9 gennaio scorso, la rivolta innescatasi sulla scia del sollevamento tunisino aveva provocato cinque morti e più di ottocento feriti (quasi tutti tra le fila della polizia), mentre oltre mille persone (tra cui alcuni giornalisti che documentavano gli eventi) sono finite in carcere con l’accusa di devastazione e tentato omicidio. Per l’occasione si era parlato di una reazione violenta della popolazione in seguito all’innalzamento dei prezzi dei beni di prima necessità, tanto che il governo aveva subito deciso di rivedere il costo della farina, dell’olio e dello zucchero. Ma quanto successo nelle due settimane seguite al sollevamento, continue proteste degli studenti e suicidi a catena in ogni angolo del paese, ha dimostrato che la rabbia espressa dagli algerini è radicata ben più in profondità. Quella offerta dal governo “è una risposta puramente tecnica ad una contestazione violenta che solo i ciechi possono ridurre all’aumento del costo della vita”, affermava a ragion veduta il 10 gennaio Le Quotidien d’Oran. Il popolo algerino sembra ormai stanco di un regime autoritario che nega ai cittadini le libertà fondamentali di cui si fa garante la stessa Costituzione. Sembra averne abbastanza di una gestione dello Stato clientelare e mafiosa, così simile a quella del fuggitivo Ben Ali, che li espropria dei sostanziosi proventi delle ricette petrolifere.
“Il regime ha due sole alternative: la transizione democratica o l’esplosione imminente”, è quanto affermato dall’ex primo ministro di Bouteflika (dicembre 1999-agosto 2000) Ahmed Benbitour al quotidiano El Khabar il 20 gennaio scorso. Per Benbitour l’apparato di potere algerino è ormai di fronte ad un bivio: lasciare intatta la situazione attuale, con il rischio di una esplosione imminente, o avviare subito una apertura politica che preserverebbe l’Algeria da uno scenario alla “tunisina”. La “rivoluzione del gelsomino”, che ha spazzato via in meno di un mese il presidente Ben Ali, il suo clan, la sua polizia e il suo regime dittatoriale, non sembrerebbe offrire altri margini di manovra ai dirigenti del paese.

Aspettando di vedere cosa succederà ad Algeri nelle prossime ore, quale sarà la reazione delle autorità nei confronti dei manifestanti e quale delle due direzioni indicate da Ahmed Benbitour imboccherà il regime, vi propongo la sintesi di alcuni articoli e interviste pubblicate nei giorni scorsi dalla stampa e dai blog indipendenti algerini.


Il governo mobilita polizia televisioni e radio per bloccare la manifestazione : Algeri sotto pressione
(DNA-Algérie, 21 gennaio 2011, Sihem Balhi)

L’RCD persiste nel suo intento e il governo pure. Le autorità algerine hanno chiesto alla popolazione di non rispondere all’appello dell’opposizione, invitandola a non partecipare alla manifestazione in programma sabato 22 gennaio nel pieno centro di Algeri per invocare l’apertura democratica del regime. La marcia è stata indetta dall’RCD (Rassemblement pour la Culture et la Democratie), partito di opposizione che conta 19 deputati sui 385 totali dell’Assemblea popolare nazionale.
“Si chiede ai cittadini di dar prova di saggezza e di non rispondere ad eventuali provocazioni destinate a pregiudicare la loro tranquillità, il quieto vivere e la serenità”, è quanto indicato nel comunicato della prefettura di Algeri trasmesso giovedì sera all’agenzia algerina APS, che aggiunge: “la manifestazione di sabato non ha ricevuto l’autorizzazione dei servizi amministrativi competenti”. La prefettura ricorda che “le manifestazioni ad Algeri non sono autorizzate” e che “ogni assembramento in strada di più di tre persone è considerato come un attacco all’ordine pubblico”. Di fatto i cortei sono vietati nel paese dal 1992, vale a dire dalla proclamazione della stato d’assedio agli albori della guerra civile. Da giovedì sera, il comunicato viene diffuso ininterrottamente dalla radio e dalla televisione di stato. Come se non bastasse, in queste ultime ore la polizia ha inviato ingenti rinforzi – più di 10 mila uomini - ai commissariati della capitale, mentre gli accessi alla città saranno vietati fin dall’alba. Dall’inizio della settimana numerose camionette anti-sommossa sono state posizionate di fronte alla sede dell’UGTA (l’Union générale des travailleurs algériens, il sindacato ufficiale accusato dai manifestanti di voler sabotare l’evento a colpi di provocazioni, ndr), nei pressi dell’Assemblea popolare e del Senato.
Nonostante il divieto, il leader dell’RCD si è detto determinato a rispettare l’appuntamento, inizialmente previsto per il 18 gennaio e poi rinviato al 22. La marcia vuole sollecitare il governo ad abrogare la legge che dal giugno 2001 ha ripristinato lo stato d’assedio (una breve interruzione si è avuta tra il 1999 e il 2001, ndr), oltre ad invocare l’apertura dello spazio audio-visivo e la liberazione dei manifestanti finiti in carcere dopo la rivolta scoppiata nei primi giorni di gennaio. Le autorità hanno annunciato da parte loro che procederanno all’arresto di tutti coloro che non rispetteranno le disposizioni emanate dalle istituzioni.
“Se non sarà l’opposizione a mobilitare le masse credo che assisteremo ad eventi ancora più devastanti di quelli registrati in Tunisia”, ha dichiarato giovedì Said Sadi a Reuters. “Qui la collera e il risentimento sono più forti che a Tunisi”. Sadi ha affermato inoltre che la soluzione della crisi politica algerina non può prescindere dal ridimensionamento del ruolo dell’esercito. “Non spetta ai militari prendere decisioni, l’esercito deve diventare una istituzione dello stato e mettersi al suo servizio. Abbiamo bisogno di un cambiamento netto del sistema politico, abbiamo bisogno di trasparenza, dell’instaurazione di uno stato di diritto e della democrazia”.


La disperazione algerina e il mutismo ufficiale
(El Watan, 18 gennaio 2011, Ghania Lassal)

Cinque algerini (il numero è salito a dieci negli ultimi quattro giorni, ndt), in diverse regioni del paese, hanno provato ad immolarsi dandosi alle fiamme. Tali atti, tanto simbolici quanto violenti, non sembrano tuttavia capaci di scuotere i nostri ufficiali. Non una reazione, né una dichiarazione, nemmeno un commento di indignazione o di compassione. Solo il silenzio più ottuso. Pertanto questi “fatti di cronaca” dovrebbero sollevare più di una domanda. Tanto più che da qualche anno tendono a moltiplicarsi sotto diverse forme. Sebbene ognuna di queste persone abbia le proprie motivazioni, i loro gesti servono a testimoniare la disperazione più profonda e la perdita di fiducia nella giustizia. A mancare non sono certo gli esempi. Di simili “fatti di cronaca” si parla e si è parlato quotidianamente. E se si prova orrore, a ragione, di fronte ai modi impiegati a Tebessa o a Bordj Menaiel, questi stessi modi non sono in realtà una novità. Molti sono i cittadini arrivati al punto di compiere gesti del genere.
Nel maggio 2004, un padre di famiglia proveniente da Djelfa si è introdotto nella maison de presse Thar Djaout e si è dato fuoco di fronte ad alcuni giornalisti. Gli abiti erano impregnati di benzina. Sperava in questo modo di denunciare “la disperazione (hogra, in arabo), l’ingiustizia e la corruzione”. L’uomo è deceduto qualche giorno dopo il gesto disperato, a causa delle ferite e delle ustioni riportate. Nell’ottobre del 2009 è un’intera famiglia a sfiorare la morte nei pressi di Chlef. Un padre di famiglia di soli venticinque anni voleva protestare contro la demolizione della sua abitazione. Accompagnato dalla moglie e dalla figlia di tre anni, l’uomo si è cosparso di benzina di fronte alla sede del consiglio comunale, ripetendo poi l’operazione sul corpo della moglie e della figlia. Trasformatisi in torce umane, i tre hanno scampato la morte solo grazie al pronto intervento dei soccorritori.
Tutto porterebbe a pensare che questi atti siano compiuti soltanto da giovani disoccupati in preda alla disperazione. Ma non è così. Nell’ottobre scorso a Tiaret una cinquantenne, vedova e madre di tre figli, si è vista rifiutare l’assegnazione di un alloggio comunale. Per contestare l’ingiustizia subita, la donna, che lavorava con una ditta di pulizie, si versata addosso una tanica di combustibile nella sede dell’assemblea locale. Al momento di darsi fuoco è stata salvata da alcuni elementi della protezione civile.
Le difficili condizioni di vita spingono gli algerini anche ad altri gesti ugualmente disperati, meno spettacolari forse, ma di sicuro più ricorrenti. Almeno una trentina di suicidi al mese sono i dati ufficialmente recensiti nel paese. E una nuova forma di protesta sembra aver fatto ormai la sua comparsa: il suicidio collettivo. Nel luglio del 2010, una trentina di disoccupati della provincia di Ouargla aveva minacciato di gettarsi dal tetto dell’ANEM della città. Un estremo tentativo per far intendere la loro voce, dopo aver atteso invano che l’agenzia gli procurasse un impiego qualunque. Qualche giorno prima, lo stesso sgomento aveva spinto una decina di ragazzi ad assaltare la sede del consiglio comunale. Dopo essersi procurati delle ferite su tutto il corpo, si sono cosparsi di benzina al grido: “o il mare o il suicidio”. Sono in molti infatti a scegliere ancora oggi la via del mare, gli harragas. Migranti che “bruciano (harg, in arabo) la frontiera” lanciandosi alla ventura in mare aperto su piccole imbarcazioni, anch’esse sinonimo di suicidio. Al colmo del cinismo e del disprezzo, le autorità non hanno saputo fare di meglio che concordare una serie di misure legali per punire questo genere di comportamento.

Intervista al politologo algerino Abdesselam Ali-Rachedi, realizzata da Zine Cherfaoui per El Watan (18 gennaio 2011)

Qual è la sua lettura delle rivolte che hanno scosso le più grandi città del paese la scorsa settimana? Cosa si aspetta da una simile esplosione?
Le rivolte sono divenute un fenomeno ricorrente ormai da diversi anni. Generalmente si tratta di sollevamenti locali, spesso effimeri. La rivolta resta il solo mezzo di espressione, dal momento che il regime ha chiuso i canali di comunicazione con la società. Personalmente, ho più volte denunciato sulla stampa nazionale questa chiusura del campo politico e mediatico, alla base dei sollevamenti. Quindi, l’esplosione avuta ad inizio gennaio non mi ha affatto sorpreso.

Condivide il parere di alcuni osservatori che limitano le manifestazioni ad un problema di innalzamento dei prezzi e di costo della vita?
Il prezzo dei prodotti di prima necessità non è che un pretesto. Sono i genitori ad essere toccati dall’innalzamento del costo della vita e non i giovani manifestanti. Il vero motivo della rivolta è il malessere diffuso, dato da una condizione di sopravvivenza, precaria e instabile, che annulla perfino la speranza di un futuro migliore. La conseguenza sono i suicidi, le partenze per mare, gli harragas. Ricordiamoci quello che gridavano i giovani cabili durante la rivolta della primavera 2001: “non potete ucciderci, siamo già morti”. L’umiliazione dovuta alla hogra porta a gesti estremi, come i suicidi, oppure al risveglio della dignità dell’individuo, come nel caso delle manifestazioni a sostegno dei detenuti finiti in carcere dopo la rivolta di inizio gennaio.

Perché in Algeria è così difficile la costruzione di un’alternativa democratica?
Alla base c’è un grande ritardo nella costruzione di un vero spirito civico e partecipativo. La causa sta in un sistema educativo arcaico, riconducibile più ad una macchina di propaganda (l’islam, la nazione araba e la rivoluzione) che ad una istituzione destinata a forgiare uno spirito critico e a fornire conoscenza. Una responsabilità questa che rimonta al tipo di regime instaurato fin dal 1962. Oltre a questo, il sistema repressivo e la polizia politica impediscono la nascita di attori indipendenti all’interno della società civile. Fino a pochi anni fa il campo dell’attivismo cittadino era occupato solo dagli islamisti, con la chiara benedizione degli apparati di potere.

Quanto successo in Tunisia può riprodursi in Algeria?
Non a corto termine e non con lo stesso esito, almeno per una buona ragione. L’esercito tunisino si è rifiutato di sparare sui manifestanti per poi mettersi al servizio del sollevamento popolare. In Algeria, dove i militari e i servizi segreti sono il centro nevralgico del regime, è impossibile immaginare un simile epilogo.


La libertà di espressione si restringe
(El Watan, 19 gennaio 2011, Nadjia Bouaricha)

Davanti al restringimento dei canali di libera espressione, la piazza resta l’unico spazio per le rivendicazioni popolari. In Algeria, dal 9 gennaio 1992, resta in vigore lo stato di emergenza. Gli attori politici e sindacali, così come i difensori dei diritti umani, subiscono tutte le imposizioni dovute all’ostilità del contesto. Il diritto costituzionale di formare un partito politico è violato, come quello di creare un giornale libero e indipendente dall’apparato di potere. Le vie di Algeri restano sotto stretta sorveglianza, ben rafforzata al minimo sospetto di contestazioni o manifestazioni pacifiche. Algeri vive oggi sotto un opprimente clima di timore, spaventata da un possibile contagio della rivoluzione tunisina.
I furgoni delle unità antisommossa sono onnipresenti. Le linee telefoniche disturbate e alcuni social network oscurati. Una semplice coincidenza? “Lo stato di emergenza prevede un dispositivo di leggi e istituzioni incaricate di bloccare lo spazio fisico e legale alla libera espressione. Per esempio il codice penale, che limita notevolmente la libertà di stampa. Quindi, non solamente questa legge deve essere abrogata, ma vanno eliminati anche tutti quei dispositivi che ne conseguono e che sono stati tenuti nascosti per anni, restituendo la libertà ai giornalisti, ai sindacalisti e ai partiti politici. Ancora meglio, è tutto il clima che gira attorno a questi dispositivi che deve essere cambiato”, afferma il primo segretario del Front des Forces Socialistes, Karim Tabbou.
Per l’avvocato Mustafa Bouchachi, presidente della Lega algerina per i diritti dell’uomo, “lo stato di emergenza è mantenuto contro la società civile, le opposizioni e in generale tutti gli algerini”. “Se il regime avesse colto il messaggio lanciato dai giovani in rivolta ad inizio mese, si sarebbe mosso subito per abrogare questa legge liberticida. Non è solo la disoccupazione ad aver spinto gli algerini alla protesta, ma anche la chiusura dello spazio politico e mediatico – ricorda Bouchachi - L’Algeria è uno dei rari paesi arabi ad impedire ai cittadini di manifestare a sostegno di Gaza. Dopo dieci anni (il ripristino dello stato d’assedio dopo la fine della guerra civile è avvenuto nel giugno 2001, ndr) sono ancora vietate le manifestazioni e i sit-in. Ogni domanda di autorizzazione viene sistematicamente rifiutata. Bisogna abrogare lo stato di emergenza, o il paese vivrà una vera esplosione sociale”.
Meziane Meriane, coordinatore del Syndicat National autonome des professeurs, ribadisce che lo stato d’emergenza limita le libertà e i diritti degli algerini, tra cui quelli sindacali. “In molti casi abbiamo indetto manifestazioni e sit-in, vietati in nome dello stato d’assedio. Siamo stati picchiati e trasferiti nei commissariati. Io penso che ogni cittadino abbia il dovere di chiedere l’abrogazione di questa legge, mantenuta dal 2001 per far fronte alla minaccia terrorista, ma che ora non ha più nessuna ragione di sussistere”. “Prendono le decisioni a nostro nome senza di noi e ci impediscono pure di esprimere pubblicamente il nostro rifiuto”, ha ribadito Lyes Merabet, presidente del sindacato autonomo del personale sanitario pubblico. Per Mohamed Djemma, membro del Mouvement pour la Societé et la Paix (MSP), “questa situazione è durata anche troppo e va a solo vantaggio del potere che se ne serve per mantenere la pressione sulla società civile. Il risultato è che le strade delle città restano vuote e i suoi elementi rappresentativi, volti ad inquadrare la società e a promuovere contestazioni pacifiche, sono stati falcidiati”. Il membro dell’MSP, pur facendo parte dell’alleanza presidenziale, ritiene infatti che questa situazione sia “una spada di Damocle che pesa sulla testa dei partiti e dei sindacati, i quali non possono esprimersi in piazza e per le strade come invece sarebbe loro diritto”.


“Non possiamo più parlare di stato d’assedio, ma di stato totalitario”
(El Watan, 19 gennaio 2011, Said Rabia)

Il sindacalista Mohamed Badaoui è stato arrestato per aver inviato degli sms che descrivevano la situazione all’interno del paese. Cosa pensa un uomo di diritto come lei sulla legalità dell’accesso al contenuto delle comunicazioni private e delle intercettazioni telefoniche?
Analizzare la situazione generale del paese, avere un proprio parere sugli eventi che succedono e far circolare le proprie idée sono dei diritti fondamentali. L’articolo 39 della Costituzione recita: “è garantito il segreto della corrispondenza e delle comunicazioni private”. Il problema dunque non sta nel testo, ma nel suo rispetto. In un paese come il nostro, dove la giustizia è portata ad applicare le istruzioni provenienti dai vertici invece della legge, il cittadino non ha alcuna garanzia.

Pensa che lo stato d’assedio possa costituire, per il potere, un argomento sufficiente a giustificare il ricorso ad una pratica simile?
Lo stato d’assedio può restringere alcune libertà nel quadro della lotta contro il terrorismo e solo per un corto periodo, ma non può, in ogni caso, intaccare le libertà fondamentali previste dalla Costituzione. Oggi non possiamo più parlare di stato d’assedio, ma di stato totalitario.

A quali conseguenze può portare una tale violazione nel contesto attuale, segnato dalle recenti manifestazioni in tutto il paese e da quanto sta accadendo in Tunisia?
Le violazioni delle libertà pubbliche (associazione, riunione, espressione) e dei diritti dell’uomo e del cittadino sono ormai una realtà da diverso tempo e, in assenza di garanzie come l’indipendenza della giustizia e la separazione dei poteri, possiamo attenderci il peggio.

venerdì 21 gennaio 2011

Il regime marocchino orfano di Ben Ali

Il seme della rivoluzione tunisina sembra espandersi ai paesi vicini come l’Egitto e l’Algeria. E in Marocco cosa sta succedendo? All’apparenza tutto resta tranquillo, forse troppo tranquillo, come spiega la giornalista Zineb El Rhazoui (ex Journal Hebdomadaire) nella breve analisi pubblicata in Voxmaroc, un blog di informazione indipendente creato dalla stessa Zineb e da Ali Amar (fondatore ed ex direttore de Le Journal Hebdomadaire).

Il regno alawita sembra immerso in una calma “precaria” dal 14 gennaio scorso. Quel venerdì sera non pochi marocchini hanno festeggiato la caduta del despota di Cartagine nei bar di Casablanca o Rabat, ma le dimostrazioni di gioia, pur sincere, non sono andate oltre. Il makhzen incombe. Il giorno prima della fuga del dittatore, decine di attivisti avevano organizzato un sit-in di solidarietà popolare di fronte all’ambasciata tunisina. Sono stati dispersi a colpi di manganello dalla polizia di Mohammed VI. Al momento della partenza di Ben Ali gli stessi attivisti sono ritornati, vittoriosi, davanti all’ambasciata, ma questa volta a riceverli c’erano solo un pugno di agenti dall’aspetto affabile. E’ evidente che la rivoluzione del gelsomino non è stata ben accolta dalle autorità marocchine. Nessuna dichiarazione ufficiale del governo, nessun partito politico ha osato pronunciarsi e, salvo rare eccezioni, quello che resta della stampa nazionale ha deciso di voltare lo sguardo altrove. Le tre televisioni marocchine, quanto a loro, hanno preferito concentrare i loro telegiornali sulle attività quotidiane del monarca, consuetudine ininterrotta dall’epoca di Hassan II.
Sarà la quiete che preannuncia la tempesta ? La paura ben dissimulata degli ufficiali marocchini sembrerebbe avallare questa ipotesi, dal momento che in Marocco il regime Ben Ali era preso a modello. Al momento dell’ascesa al trono nel luglio 1999 Mohammed VI, giovane sovrano in cerca di legittimazione, desideroso di fornire un’immagine di cambiamento, aveva parlato di “nuovo concetto di autorità” per rompere con il regime di polizia istituito dal padre negli anni precedenti. Ma gli attentati islamisti del 16 maggio 2003 a Casablanca hanno segnato una svolta nella nuova politica marocchina appena instaurata. Il re ha annunciato in un discorso divenuto celebre “la fine dell’era lassista”. Da allora il regime marocchino ha assunto una sembianza decisamente “benaliana”.
Come in Tunisia, il modello marocchino ha scommesso su uno sviluppo economico sbrigativo, sull’apertura dei mercati, per mascherare una netta stretta securitaria all’interno del paese. Sono stati chiusi giornali e associazioni, ma poco importa finché le grandi catene commerciali e le imprese internazionali aprono le loro porte sull’economia marocchina. Come in Tunisia, il monarca e la sua entourage fanno la parte del leone in questo sviluppo economico di facciata, mosso dalla voracità di una casta al servizio di sua maestà che approfitta di un clima assai propizio per gli affari di famiglia. D’altronde, il disagio del regime marocchino di fronte alla caduta dell’alleato tunisino può essere spiegato anche dagli oscuri legami economici presenti tra i due paesi maghrebini. La banca marocchina Attijariwafabank, controllata dalla holding reale ONA/SNI, aveva incorporato la Banque du Sud, una banca privata tunisina presieduta da Sakhr El Materi, genero di Ben Ali. Questo controverso personaggio si è così direttamente associato a Mohammed VI, tanto che qualche mese fa è stato accolto con tutti gli onori in Marocco, dove la sua società (che si occupa della vendita di auto) sarà la prima impresa straniera ad essere quotata nella borsa di Casablanca, permettendogli così di trasferire capitali nel regno. Pertanto, se la Francia ha annunciato il congelamento dei conti bancari della famiglia Ben Ali, il Marocco si è guardato bene dal farlo.
Come in Tunisia, vi è qualcosa di marcio nel regime di Mohammed VI. Ben prima del gesto compiuto da Mohamed Bouzizi, i diplomés-chomeurs marocchini hanno scelto di darsi alle fiamme, in più di un’occasione, nell’indifferenza generale. Dal momento dell’ascesa al trono del nuovo re, si sono registrate rivolte a Sefrou, Sidi Ifni, Al Hoceima e, recentemente, a Laayoune, represse sistematicamente con la violenza. Perché questi episodi non hanno mai scatenato una rivoluzione? Perché Mohammed VI è riuscito a negoziare una parvenza di transizione grazie a sottili concessioni nel campo dei diritti e delle libertà. Ma queste, lontano dall’aver inserito il Marocco nei binari della democrazia, si stanno restringendo a mano a mano che il sovrano acquista sicurezza e controllo sulle élites del paese. A farne le spese negli ultimi mesi sono state la stampa indipendente, l’opposizione politica, la società civile e le libertà individuali nel loro complesso. Se queste valvole di sfogo, già limitate in partenza, continueranno ad essere ridotte c’è il rischio che il coperchio del regime venga sollevato, come successo nella vicina Tunisia.
(20 gennaio 2011)

mercoledì 19 gennaio 2011

La rivoluzione è contagiosa

Il ricorso al suicidio come estremo tentativo di ribellione alla miseria e alla repressione si sta espandendo velocemente all’interno dei paesi arabi. Tunisia, Algeria, Egitto e perfino Mauritania. Lunedì 17 gennaio un giovane mauritano si è dato fuoco a Nouakchott, di fronte al palazzo presidenziale, per esprimere la sua rabbia nei confronti del regime guidato dal generale golpista Abdelaziz, secondo quanto riferito da fonti giornalistiche locali. Lo stesso giorno, al Cairo, il proprietario di un piccolo ristorante si è cosparso di benzina davanti al Parlamento ed ha appiccato le fiamme sul proprio corpo. Il gesto è stato imitato la mattina seguente da altri due giovani egiziani, immolatisi di fronte al palazzo dove si riunisce il Consiglio dei ministri. I tre, come del resto il giovane mauritano, si trovano ricoverati con ustioni diffuse su tutte le parti del corpo. In Algeria sono già sette i tentavi di suicidio segnalati da mercoledì 12 gennaio. L’ultimo caso martedì 18 gennaio: una donna si è data fuoco nella provincia di Sidi Belabs (600 km a sud-ovest di Algeri) dopo che le autorità locali si erano rifiutate di concederle una sovvenzione per l’alloggio. Prima di lei due giovani disoccupati, uno nella regione di Mostaghanem (350 km ad ovest di Algeri) e l’altro nei dintorni di Tebessa (al confine con la Tunisia) avevano tentato di mettere fine alla loro vita con le stesse modalità.
L’estremo gesto compiuto da Mohamed Bouazizi a Sidi Bouzid il 17 dicembre scorso, che ha dato il via al sollevamento del popolo tunisino fino alla destituzione del dittatore Ben Ali, sembra avere un eco e una diffusione sorprendente tra le società arabe e arabo-berbere della regione, accomunate dalla gestione autoritaria e repressiva del potere e dalla grave condizione socio-economica cui si trovano a far fronte. Bouazizi, ventiseienne disoccupato morto il 4 gennaio a causa delle ustioni, è divenuto un martire della “rivoluzione del gelsomino” ed un’icona di riferimento sia in Maghreb che nell’intero mondo arabo. Il rischio di contagio preoccupa i regimi dell’area, legittimati non certo dal consenso popolare ma dallo stato di polizia con cui da decenni sorvegliano popolazioni fino ad oggi rimaste asservite. I vari Bouteflika, Mubarak e perfino i loro sostenitori occidentali (USA e Francia), pur felicitando il popolo tunisino, si sentono più che mai minacciati dal pericolo che il seme rivoluzionario si espanda alle altre società della regione.

Di seguito un articolo sullo stesso tema pubblicato dal quotidiano algerino El Watan il 16 gennaio 2011.

 
I regimi arabi in stato di allerta

La caduta del potente Zine El Abidine Ben Ali dopo ventitre anni di dominio assoluto, sotto le pressioni di una autentica rivolta di popolo, mette i regimi arabi in stato di allerta. Coscienti della loro ampia impopolarità, della loro illegittimità e del risentimento covato dalla popolazione, i dirigenti arabi cercano di premunirsi contro la diffusione di uno “scenario alla tunisina”.
Pur precipitandosi a dichiarare il proprio sostegno al popolo tunisino in rivolta e ormai rivoluzionario, i regimi arabi si preparano fin da ora a neutralizzare un possibile contagio. “La rivoluzione tunisina è il primo sollevamento popolare di questo tipo che riesce a rovesciare un capo di stato in un regime arabo. Può essere una fonte di ispirazione per l’intera regione”, afferma Amir Hamzawi, ricercatore alla fondazione americana Carnegie Endowment. Secondo lui “gli ingredienti che si trovano in Tunisia sono infatti presenti in tutta l’area”. Le società arabe vivono tutte nelle stesse condizioni di quella tunisina: popoli asserviti, opposizioni represse, diritti negati, libertà confiscate, corruzione generalizzata e miseria diffusa.. Questa constatazione è valida per l’insieme dei regimi arabi. Dal Marocco all’Algeria, dall’Egitto alla Giordania, ritroviamo questi fattori “detonatori”. L’ingiustizia sociale e la chiusura dello spazio politico stanno generando disgusto, ripugnanza ed esasperazione.

Similitudini
Le società arabe, che si sentono in uno stato di totale abbandono, rischiano di riversare la loro rabbia per strada, nelle piazze, come hanno ben dimostrato i tunisini, vissuti sotto uno dei più duri regimi di polizia fin dal momento dell’indipendenza (1956). Ormai niente è impossibile. Quanto successo in Tunisia mostra che il cambiamento può venire dalle società stesse, che nessun dittatore può resistere alla volontà di un popolo unito in rivolta. “Speriamo che quanto accaduto in Tunisia possa ripetersi in altri paesi arabi, dove i dirigenti stanno arrugginendo ai loro posti di comando”, commenta il direttore di una televisione libanese. L’esperienza tunisina dimostra infatti che non c’è più bisogno di una democrazia esportata a colpi di bombardamenti e invasioni, all’americana, per liberare i popoli oppressi.

Una straordinaria capacità di adattamento
“L’eco di questo evento, senza precedenti nel mondo arabo, si farà sentire senza ombra di dubbio in più di un paese nella regione”, dichiarava il giornale libanese Annahar nell’editoriale pubblicato ieri. Alcuni egiziani si sono uniti, venerdì al Cairo, ad un gruppo di tunisini che stavano celebrando, di fronte alla loro ambasciata, la fuga del presidente Ben Ali, ed hanno chiesto a loro volta la partenza di Hosni Mubarak, al potere dal 1981. “Egiziani ascoltate i tunisini, ora è il vostro turno!”, erano gli slogan scanditi dai manifestanti.
In Giordania migliaia di persone hanno manifestato in diverse città per protestare contro la crescita della disoccupazione e dell’inflazione, ma anche per invocare la fine del regime. In Algeria gli scontri sono cominciati ad inizio gennaio, dopo l’innalzamento dei prezzi dei prodotti di largo consumo. Ma anche se il messaggio proveniente dalla Tunisia è percepito in modo chiaro, il suo impatto a corto termine e i rischi di contagio restano difficili da valutare nell’immediato. I regimi autoritari arabi hanno dimostrato di avere una buona capacità di adattamento alle novità e ai venti di cambiamento. Alcuni esempi meritano di essere sottolineati. La rivolta algerina del 1988, assetata di diritti e di libertà, è stata dirottata ed ha permesso al sistema politico di rigenerarsi instaurando una democrazia di facciata. Anche in Siria la “primavera di Damasco” sbocciata nel 2000 è stata soffocata sul nascere. Diversamente dal regime di Ben Ali, estremamente totalitario e repressivo, in Algeria, in Marocco e in Egitto gli apparati di potere concedono piccole valvole di sfogo alla società civile e alle opposizioni. Altri invece, immersi nel petrolio come l’Arabia Saudita e la Libia, riescono a comprare il silenzio dei rispettivi popoli.
Per Claire Spencer, a capo del programma Medio Oriente e Nord Africa dell’Istituto Chatam House (Londra), la possibilità che l’Algeria segua una evoluzione “alla tunisina” resta tuttavia un grande punto interrogativo. E’ evidente che la maggior parte dei regimi arabi siano sotto tensione di fronte all’eventualità di un contagio della rivoluzione tunisina. Ma è difficile dire con altrettanta certezza se un simile scenario possa riprodursi in altri paesi arabi. Quando si arriva alla rivolta di piazza, tutti gli scenari diventano possibili…perfino i più cupi.
(Mokrane Ait Ouarabi)

martedì 18 gennaio 2011

La Tunisia in marcia

Lunedì 17 gennaio, appena tre giorni dopo la fuga precipitosa del dittatore Ben Ali dalla Tunisia ed il successo della “rivoluzione del pane” (in seguito ribattezzata “rivoluzione del gelsomino”), il primo ministro ad interim Mohamed Ghannouchi ha annunciato la composizione del governo provvisorio che guiderà il paese verso le elezioni legislative e presidenziali previste entro giugno 2011. Per la prima volta nella storia del paese tre dirigenti storici dell’opposizione, due dei quali non hanno mai avuto rappresentanza in parlamento, sono entrati a far parte dell’esecutivo. Tuttavia, i segnali di continuità con il vecchio regime restano evidenti e preoccupano il popolo tunisino. Nel nuovo governo di unità nazionale, dodici dei diciannove seggi previsti sono occupati da membri della RCD (Rassemblement Constitutionnel Democratique), il partito del presidente deposto. Sei tra questi, già in carica nel precedente esecutivo, rivestono i ministeri di maggior potere (oltre al primo ministro, il ministro degli Esteri, il ministro dell’Interno, della Difesa e delle Finanze).
Alle numerose critiche levatesi nel paese all’annuncio del nuovo governo di transizione si è aggiunta la voce di Rachid Ghannouchi, leader del movimento islamico Annahda (“la rinascita”), in esilio a Londra dal 1991 (dopo che il suo partito, premiato con il 17% dei voti alle elezioni legislative, era stato dichiarato illegale da Ben Ali). Secondo Ghannouchi il nuovo esecutivo “non assicura quella rottura necessaria con il regime appena deposto”; la strada da percorrere sarebbe invece la formazione di un consiglio costituzionale che comprenda le forze della società civile e non solo le formazioni politiche, per arrivare poi alla promulgazione di una costituzione veramente democratica.
Il portavoce del movimento in Francia, Hocine Jaziri, ha precisato che “Rachid Ghannouchi non si candiderà alle prossime elezioni presidenziali”. Annahda parteciperà invece alle elezioni legislative, poiché decisa a dare il suo contributo alla transizione democratica del paese. “Se non saremo riconosciuti come partito politico ci si troverà di fronte ad un grave problema di rappresentanza e di consenso popolare”, ha affermato Jaziri, che sul governo di transizione ha aggiunto: “non è un governo di unità nazionale, ma di esclusione nazionale”. Un posizione condivisa da Moncef Marzuki, il leader del Congres pour la Republique (sinistra laica) rientrato dall’esilio proprio in queste ore. Per l’oppositore, “la Tunisia merita di meglio”. “Quasi cento morti in quattro settimane di rivoluzione per ottenere cosa? Un governo che di unità nazionale ha solamente il nome, poiché formato prevalentemente da membri della vecchia dittatura”, ha affermato Marzuki che ha poi invitato i suoi concittadini a non abbassare la guardia: “Credo che il popolo tunisino non si lascerà ingannare tanto facilmente da questa mascherata”.
A ventiquattro ore dalla formazione del nuovo esecutivo già tre membri del governo Ghannouchi, un ministro e due sottosegretari appartenenti alla Union Generale des Travailleurs Tunisiens, si sono dimessi dal loro incarico, dopo che il sindacato a cui appartengono ha dichiarato di “non riconoscere il nuovo governo”. In tutto il paese migliaia di persone hanno sfidato lo stato d’assedio ancora in vigore per manifestare la loro contrarietà ad un governo troppo legato al vecchio regime. A Tunisi questa mattina duecento persone hanno sfilato nella avenue Habib Bourghiba con in mano ramoscelli di olivo, filoni di pane e fiori di gelsomino, scandendo slogan contro il partito dell’ex dittatore Ben Ali, prima di venire disperse con la forza dalla polizia. Centinaia i manifestanti scesi in piazza a Sfax, la seconda città della Tunisia, e a Sidi Bouziz, il villaggio da cui aveva preso il via la rivoluzione tunisina lo scorso 17 dicembre. Intanto per le vie della capitale continuano gli scontri a fuoco tra i militari e le milizie fedeli al vecchio regime, che cercano di seminare il caos, muovendosi nei quartieri con veicoli speciali e ben armati.

Di seguito due articoli pubblicati nel blog Nawaat.org (blog collettivo indipendente lanciato nel 2004 e oscurato dal governo Ben Ali), che affrontano il tema della transizione politica. Una fase delicata, sottolineano i giovani blogger, che il paese si trova ad affrontare dopo quattro settimane di rivoluzione (78 i morti ufficiali secondo il governo), che hanno messo fine ad un regime durato ventiquattro anni e ad una dittatura instaurata fin dal momento dell’indipendenza (1956).

Il vero miracolo tunisino

Imprevedibile, folgorante, esaltante, storico… Così possiamo descrivere quella che ormai è da tutti definita la “rivoluzione tunisina”. Una rivoluzione particolare, attuata da un popolo particolare, ricco di storia, ammirevole per la sua apertura e il suo carattere pacifico. Sono i giovani a costruire l’avvenire di una nazione, e proprio i giovani, frustrati dalla mancanza di prospettive, come dimostra l’atto coraggioso e disperato compiuto da Mohammed Bouazizi, hanno salvato la nazione, hanno innescato un sollevamento che ha coinvolto velocemente tutti i tunisini, arrivando in ogni parte del paese.

La maturità di un popolo
Il sollevamento del popolo tunisino, poi tradottosi in rivoluzione, è ancor più straordinario poiché attuato con maturità e in modo pacifico. Certo, alcuni manifestanti hanno risposto al fuoco della polizia e dei tiratori scelti appostati sui tetti dei palazzi lanciando pietre. E’ vero che i simboli del regime, come le sedi del Rassemblement Constitutionnel Democratique, sono stati saccheggiati e bruciati. Ma non è questa una prova ulteriore del suo carattere pacifico, tenuto conto dei numerosi omicidi e delle uccisioni arbitrarie di civili a cui abbiamo assistito? Come non stupirsi che la situazione non sia degenerata, mentre il governo ordinava di sparare perfino sui cortei funebri dei cittadini ammazzati per strada? In molti altri paesi a tanto accanimento sarebbero seguite l’insurrezione e la violenza. Ma in questo caso è la perseveranza di un popolo educato e responsabile, a cui troppe volte è stato promesso il potere di decidere del proprio avvenire, che ha prevalso.

L’esercito, baluardo della repubblica
Le forze armate tunisine, intervenute soltanto alla terza settimana del sollevamento, hanno dato prova di un comportamento esemplare, conquistandosi il rispetto della popolazione. Mal equipaggiato fin dall’indipendenza da un Bourghiba poco incline alle élites militari, l’esercito è sempre stato confinato nelle sue misere caserme, ben lontano da Cartagine. Tuttavia è stato capace di riprendersi il suo ruolo di protettore supremo della Repubblica, quando il Capo di stato maggiore Rachid Ammar si è rifiutato di sparare sui manifestanti. Quegli stessi manifestanti che cercavano riparo dietro ai camion delle forze armate dai colpi della polizia, l’unico vero guardiano del regime di Ben Ali. Aggiungiamo due elementi che possono spiegare meglio la prossimità dei militari tunisini alla popolazione e la loro adesione alla rivoluzione: il primo è la composizione stessa dell’esercito, fatto in gran parte da soldati di leva e non di mestiere; il secondo è il rancore nutrito da alcuni alti ufficiali, dopo l’esecuzione di un gruppo di graduati voluta qualche anno fa da Ben Ali in seguito all’esplosione di un aereo….

E’ una rivoluzione esemplare quella che ha cacciato un tetro regime di polizia, alimentato dal clientelismo e dalla corruzione. Malgrado la confusione che regna in Tunisia a qualche ora dalla fuga del dittatore, nonostante i saccheggi perpetrati dai sostenitori di palazzo, il popolo tunisino deve rimanere responsabile. Responsabile e vigile, per costruire una pagina inedita per il paese, la democrazia.
Abbiamo saputo cogliere il nostro appuntamento con la storia, riprendiamoci ora il nostro futuro, impegnandoci a sostenere le forze democratiche, progressiste e laiche, perché la vittoria di questa rivoluzione resti nelle mani del popolo tunisino e perché il miracolo tunisino non si trasformi in miraggio.
(Slim Mrad, 15 gennaio 2011)


La strada è ancora lunga
Riflessioni per una vera transizione democratica

Noi viviamo oggi degli avvenimenti che segneranno per sempre la nostra storia. La “rivoluzione del gelsomino” ci apre la via verso un avvenire che fino a pochissimo tempo fa non osavamo sperare. Ma l’entusiasmo legittimo provocato dalla fuga del dittatore e della sua entourage non deve renderci ciechi. Quale che sia la voglia di voltare pagina sui nostri anni bui, non possiamo lasciare che qualcun altro approfitti di questo momento e prenda il posto di Ben Ali. Ecco perché noi dobbiamo fin da ora costruire il futuro assieme.
La nostra è una rivoluzione popolare, partita dal paese profondo, dal popolo tunisino e dai suoi giovani. Dall’atto disperato compiuto da Mohamed Bouazizi è nata un’onda di indignazione che si è trasformata in una nuova fonte di speranza. E’ a lui che dobbiamo la nostra libertà, come a coloro che sono caduti sotto i colpi di una polizia al servizio della dittatura per difendere pacificamente il nostro diritto di vivere. E’ per loro che non dobbiamo lasciar strumentalizzare il nostro movimento, il nostro cammino verso la democrazia. Dobbiamo gridare in loro nome che non avremo mai più capi né maestri, che non permetteremo a nessuno di monopolizzare la nostra battaglia per servire i propri interessi. Grazie a loro abbiamo sconfitto la paura e non la lasceremo ritornare.
La fuga di Ben Ali e l’assunzione dei poteri da parte del premier Mohamed Ghannouchi, poi di Fuad Mebazaa come Presidente ad interim, sono lontani dal soddisfarci e non bastano a rassicurarci sulle vere intenzioni di coloro che hanno fatto parte a lungo della cerchia del dittatore. Gli appelli provenienti da un’opposizione frastagliata, già preda di lotte intestine, e rappresentata da elementi che non nascondono le loro miopi ambizioni, non sono di maggior conforto. E anche se alcuni di questi movimenti di opposizione sono legittimati dalle lotte condotte negli anni passati, nessuno tra loro può appropriarsi dei meriti della “rivoluzione del gelsomino”, risultato di un sollevamento popolare unito e solidale. Non possiamo lasciare che i politici di mestiere approfittino dei sacrifici e degli sforzi fatti dal nostro popolo.
La strada che porta alla costituzione di uno stato democratico in Tunisia è ancora lunga. Servirà ancora coraggio e pazienza per non perdere quanto ottenuto fino ad ora. Per questo dobbiamo considerare il periodo di transizione verso la democrazia come una tappa che per nessun motivo deve essere trascurata, durante la quale le numerose “riforme necessarie” dovranno essere effettuate in un clima pacifico e sotto lo sguardo vigile di tutti i cittadini.
Per il momento dunque è prematuro parlare della tenuta di elezioni libere in Tunisia. Non è affatto una rinuncia, al contrario è necessario che l’appuntamento elettorale venga preparato a dovere, lasciando ad ogni partito il tempo di ricostituirsi e di far conoscere il suo programma a tutti i tunisini. Bisogna ricordare che il nostro paese fino ad oggi non ha mai garantito il diritto alla libera espressione, né di riunione o di organizzazione delle forze politiche e delle associazioni. Bisogna poi tener conto del peso assunto dalla RCD e dalle sue strutture clientelari negli ultimi venti anni, un peso che difficilmente scomparirà in poco tempo così come tutti ci auguriamo. Non basteranno pochi mesi per stabilire le condizioni necessarie allo svolgimento di elezioni libere, equilibrate e rappresentative delle opinioni di tutti i cittadini.
Detto ciò, non è neanche questione di lasciare la dittatura, pur mascherata sotto altre vesti, riprendere il suo posto. Dobbiamo esigere la realizzazione delle “riforme necessarie” nel più breve tempo possibile, sotto il controllo di tutto il popolo. Bisogna trovare una soluzione che garantisca la condivisione del potere tra tutti i movimenti politici tunisini, che assicuri il loro consenso sulle riforme urgenti, da approvare all’unanimità, e che ci protegga dal pericolo di una nuova dittatura, neutralizzando ogni tentativo di gestione personalistica delle istituzioni.
In questa prospettiva bisogna presto arrivare alla costituzione di un governo di unità nazionale che avrà come mandato esclusivo: assicurare, da una parte, la gestione temporanea del paese per evitarne il crollo, e dall’altra approvare le riforme necessarie alla piena democratizzazione della Tunisia. Si può anche prendere in considerazione la tenuta di un dibattito aperto in vista della riforma dell’apparato istituzionale e l’approvazione di una nuova costituzione che garantisca tutti i diritti fondamentali ottenuti con la “rivoluzione del gelsomino”. Solo dopo l’approvazione popolare, tramite referendum, della nuova carta costituzionale si procederà allo svolgimento delle prime elezioni libere e democratiche della nostra storia.
E’ ugualmente necessario provvedere al più presto alla creazione di commissioni di inchiesta indipendenti, incaricate di far luce sui crimini e le malversazioni compiute dal regime di Ben Ali e di individuare tutti i responsabili, oltre che di riflettere sulle misure da adottare per risanare il sistema economico e sociale del paese. La riforma delle istituzioni è un elemento indispensabile per voltare pagina, rompere con la dittatura e restituire il suo posto e la sua importanza a tutto il popolo tunisino.
(Mourad Besbes, 17 gennaio 2011)