martedì 28 giugno 2011

Marocco: la rivoluzione non è nella costituzione

A tre giorni dal referendum, un’analisi del nuovo progetto presentato dal regime di Rabat come “la grande svolta democratica” del paese maghrebino. Il giurista Mohamed Larbi Ben Othmane ci guida nella lettura del testo che, al di là della "pubblicità ingannevole", non comporta il passaggio ad una monarchia parlamentare e non assicura la piena acquisizione degli standard democratici.

(di Jacopo Granci e Francesco La Pia. Una prima versione dell'articolo è disponibile sul sito Meridiani)

Alcuni "supporters del re" bloccano (con l'aiuto delle forze di polizia) la marcia del "20 febbraio" (circa 2 mila persone). Rabat, 26 giugno 2011

Venerdì 1° luglio si svolgerà, in Marocco, il referendum sulla proposta costituzionale presentata ufficialmente il 17 giugno scorso da Mohammed VI. L’intero arco politico presente in Parlamento (eccetto due partiti minori della sinistra radicale) ha prontamente appoggiato il progetto, mentre il Movimento 20 febbraio e le organizzazioni che lo sostengono hanno espresso il loro giudizio negativo, chiamando al boicottaggio della consultazione (per non legittimare il sistema in atto). I giovani dissidenti hanno detto no alla nouvelle constitution octroyée. No al suo contenuto (“una riforma cosmetica e insufficiente”), no al processo di confezionamento “anti-democratico” che l’ha partorita. La commissione Mannouni – nominata dal sovrano in seguito al discorso del 9 marzo e composta da tecnici e burocrati di comprovata fedeltà al regime – ha lavorato per tre mesi sostanzialmente a porte chiuse. Con essa si è voluta dare l'impressione di un ascolto degli attori politici e della società civile, inquadrato però in una logica di iniziativa reale, per cui la funzione degli interlocutori è stata meramente consultiva.
A primo impatto la nuova carta sembra apportare alcuni innegabili avanzamenti. Vi si riconosce – dopo l’arabo – la lingua amazigh come idioma ufficiale del regno (art. 5); il diritto di voto ai marocchini all’estero (art. 17) e “la volontà di raggiungere la parità tra uomo e donna” (come recita l’art. 19). La dissoluzione dei partiti politici può ora avvenire solo per via giudiziaria (art. 9) e non più su iniziativa dell’esecutivo; il potere legislativo del sovrano, che lo esercita tramite dahir (decreto reale), viene limitato ad alcuni ambiti espressamente definiti (art. 42). La persona del re non è più “sacra” ma resta inviolabile (art. 46) e viene vietata la transumanza politica dei parlamentari eletti (art. 61), un fenomeno comune negli ultimi anni, quando parte dei deputati hanno abbandonato i propri schieramenti politici per passare tra le fila del PAM (Partito dell’autenticità e della modernità, l’ultima formazione di regime creata nel 2008). Tuttavia, nonostante gli apporti positivi, restano vasti i poteri attribuiti al sovrano e centrale il suo ruolo decisionale nell’impianto istituzionale.
Le due settimane concesse alla popolazione per comprendere il testo appaiono insufficienti e gli organi di stampa nazionali ed europei non ne hanno finora offerto degli studi approfonditi, fatta eccezione, forse, per il settimanale francofono Tel Quel, che nell’introduzione all’articolo “Plus roi que jamais” si chiede: “per alcuni uomini politici si tratta di una «costituzione di transizione». Dicevano la stessa cosa dopo la riforma del 1996, durante il governo di alternanza e perfino al momento dell’ascesa al trono di Mohammed VI […]. Gli appuntamenti mancati con la storia cominciano a farsi numerosi. Il Marocco è per caso condannato a vivere in uno stato di «eterna transizione»?”.
Per il costituzionalista Mohammed Larbi Ben Othmane, direttore dell’Ecole de Gouvernance et Economie (EGE) di Rabat – con cui abbiamo cercato di analizzare nel dettaglio la nuova carta –, “la transizione politica, almeno quella fino ad oggi custodita nelle mani del Palazzo, può considerarsi conclusa. E il risultato non è il compimento della democrazia, ma la consacrazione costituzionale della «monarchia esecutiva», dove il sovrano regna e governa”. Secondo il professore, per un esame attento del progetto è necessario scindere il nuovo testo in due parti, a cui corrispondono due differenti valutazioni. La prima si focalizzata sui “Principi generali” (Titolo I) e sulle “Libertà e diritti fondamentali” (Titolo II, una novità rispetto al testo in vigore), mentre la seconda è incentrata sull’architettura istituzionale dello Stato e la ripartizione dei poteri (Titolo III – Titolo XIII).

“PROFESSIONE DI FEDE”
Secondo Larbi Ben Othmane, la prima parte del testo può essere definita una “professione di fede”, una dichiarazione d’intenti che propone un elenco “esaustivo” di principi, diritti e libertà. Ma, come ricorda il professore, “nella storia del Marocco post-indipendenza la professione di fede è diretta e corrente espressione della volontà del monarca, un atto privo di garanzie sulla futura applicazione”.
In effetti, gran parte delle libertà e dei diritti riconosciuti (tutela dei diritti fondamentali, libertà di espressione, riunione e di associazione, etc..) erano già presenti nel testo del 1996, ma nulla ne ha impedito la violazione nella generale impunità. Esempi recenti sono gli attacchi ripetuti alla libertà d'espressione (la condanna dei giornalisti Ali Lmrabet, Toufiq Bouachrine e in ultimo Rachid Nini, la chiusura del settimanale Le Journal Hebdomadaire e del quotidiano Al Jarida Al Oula), la repressione e i processi iniqui contro gli islamisti - o presunti tali - sospettati di terrorismo, la negazione dell’accesso pluralistico ai media, specie alla luce dell'attuale campagna referendaria dove televisioni, radio e giornali non danno spazio a chi rifiuta le concessioni monarchiche, e gli interventi violenti delle forze dell’ordine contro manifestazioni pacifiche (ben lontano dall’essere garantite).
Sotto questo aspetto, lo sforzo necessario ed imprescindibile secondo Ben Othmane è la “mise à niveau dell'ordinamento legislativo corrente”. Da una parte l'attuazione delle promesse, della “professione di fede”, attraverso l'approvazione di leggi organiche ad hoc per provvedere all’attuazione dei principi stabiliti (come il carattere ufficiale della lingua amazigh ed il funzionamento delle collettività locali), dall'altra la rielaborazione del corpus dei codici che non sono in linea con le libertà ed i diritti sanciti dalla carta costituzionale. Ad esempio il Codice penale ed il Codice della stampa. “Prendiamo il caso della sacralità del re. Il sovrano non è più riconosciuto come persona sacra (al contrario dell’art. 23 della costituzione in vigore), ma finora tutte le condanne per «attacco od offesa ad un membro della famiglia reale» non sono mai state emesse per inosservanza dell'articolo 23, bensì per le disposizioni contenute nei codici penale (artt. 163-180) e della stampa (art. 41). E’ lì che permane immutata la sacralità del monarca e, ancor più grave, di tutti i membri della famiglia reale”, afferma il giurista, ricordando quanto accaduto al caricaturista Khalid Gueddar nell’ottobre del 2009, condannato a quattro anni di carcere (con il beneficio della condizionale) per aver ritratto, in modo irriverente, il principe Moulay Ismail.

LA “PRODEZZA”
Come accennato in precedenza, in caso di approvazione della proposta costituzionale, l'architettura istituzionale del regno resterebbe intatta. “Presentare il testo come una svolta radicale rispetto al passato, quando in realtà il monarca non ha ceduto nulla delle sue prerogative, ma vede i suoi poteri rafforzati e meglio delineati, è quella che io definisco una «prodezza». In effetti la nuova carta dà l'impressione che l'organizzazione del potere sia mutata, ma a conti fatti il sovrano continua ad dirigere la vita politica, economica e religiosa del paese”.
Mohammed VI, “Capo dello Stato e suo Rappresentante supremo, Simbolo dell’unità della nazione, Garante della perennità e della continuità dello Stato, Arbitro supremo delle sue istituzioni” (art. 42), mantiene la presidenza del Consiglio dei ministri (art. 48), ha la facoltà di approvare le leggi (art. 50) e di emanare dahir. Nomina i ministri e può mettere fine alle loro funzioni (art. 47). Allo stesso modo, può sciogliere entrambe le camere del parlamento (art. 51) e dichiarare lo stato d’emergenza (art. 59). Il monarca resta al vertice degli apparati militari (art. 53) e referente di tutte le forze di sicurezza – polizia, polizia politica e servizi segreti – che operano nel regno (in quanto Presidente del Consiglio Superiore di Sicurezza, come stabilisce l’art. 54).
La nuova carta costituzionale, inoltre, conserva intatto il ruolo di “suprema guida religiosa” attribuito al monarca alawita (riconosciuto come discendente del profeta Mohammed) su volere del vecchio re Hassan II. In base all’art. 41, il sovrano è Amir Al Mouminine (Capo dei credenti) e presiede il Consiglio degli Ulama. Sopravvive in questo modo il vecchio art. 19, nel mirino delle contestazioni cominciate a febbraio, di cui negli anni passati è stato fatto un uso prettamente politico per imporre il volere reale e mettere a tacere le opposizioni (per esempio con la minaccia dell’allontanamento dalla Umma islamica). Del resto, la stessa Corte suprema (ora Corte costituzionale, di cui il re nomina la metà dei membri ed il presidente, art. 130) aveva stabilito in passato che “tutte le decisioni del re, in quanto Amir Al Muminine, non possono essere oggetto di nessun ricorso”.
Il professor Larbi Ben Othmane puntualizza quello che ritiene uno dei passaggi fondamentali nell'analisi del progetto. “Dalla sua ascesa al trono Mohammed VI ha fatto un uso dell’art. 19 ancor più considerevole rispetto ad Hassan II, come nella creazione dell'HACA (L’Alta Autorità sulle Comunicazioni e l’Audiovisivo) – avvenuta tramite dahir reale, senza alcun coinvolgimento del governo e del parlamento – e nella fase propositiva della Mudawwana (la modifica del codice di famiglia, poi ratificata dall'assemblea eletta nel 2004). Con il nuovo testo, l’art. 19 è stato scorporato in due articoli: il 41, tramite il quale il sovrano esercita in maniera diretta ed esclusiva tutte le prerogative religiose, ed il 42 che lo definisce Capo dello Stato e gli conferisce esplicitamente facoltà legislative. Quello che prima era vago e interpretabile, con la nuova formulazione formalizzato in modo chiaro e definito”.

GOVERNO: “UN'AUTO SENZA MOTORE”
Secondo l'interpretazione data dai principali mezzi d'informazione nazionali, nelle elezioni legislative – annunciate per il prossimo ottobre – sarà nominato Primo ministro il segretario del partito che uscirà vincitore dalle urne.
Tuttavia, la lettura dell’articolo 47 (nomina del Primo ministro, che assumerà il titolo di Capo del governo) data dal giurista Ben Othmane sottolinea la presenza di non poche ambiguità. Il re può scegliere e nominare il Capo del governo all'interno del partito vincente, ma questi non sarà obbligatoriamente il suo segretario. Inoltre, il sovrano farà la sua scelta in funzione “del risultato globale delle elezioni”. Con ogni probabilità, spetterà ancora una volta a Mohammed VI mettere insieme una maggioranza parlamentare, a proprio uso e consumo, che potrebbe escludere il partito con più seggi alla camera bassa. La composizione del governo resta quindi nelle sue mani, lasciando immutata quella discrezionalità reale che il nuovo testo si propone di abolire.
“Se ad esempio vincesse il PJD (Partito della giustizia e dello sviluppo), non è automatico che Benkirane (il segretario del partito) venga nominato a dirigere il governo, e se il PJD non può formare un'alleanza perché gli altri partiti rifiutano di partecipare ad una coalizione con a capo una forza islamista, il re può sceglierne una che lasci al margine il partito maggioritario proprio alla luce del risultato globale delle elezioni”, fa notare il costituzionalista. “Da qui si comprende l'importanza di questa piccola nota all’apparenza accessoria”.
In base all’articolo 92, poi, il Primo ministro presiede il Consiglio di governo, ma non il Consiglio dei ministri (presieduto dal re, art. 48), a cui vengono assegnate le competenze esecutive preponderanti, ad esempio l’orientamento della strategia politica dello Stato (art. 49). “Chiamare il Primo ministro Capo del governo e poi privarlo delle funzioni esecutive, di cui resta, nel migliore dei casi, semplice delegatario del Palazzo, è una truffa. Anche a questo mi riferisco quando parlo di «prodezza»”, è il commento inappellabile del nostro esperto.
Ulteriore segno della debolezza governativa lo troviamo nel titolo XII della nuova carta, dedicato alla “Bonne gouvernance”. In questa parte vengono elencate alcune istituzioni, definite “indipendenti”, che dovrebbero contribuire ad assicurare lo standard democratico del paese. L'articolo 159 le suddivide in tre categorie: protezione dei diritti e delle libertà, come nel caso del CNDH (Consiglio nazionale dei diritti umani) e dell'HACA; sviluppo umano, per esempio il Consiglio consultivo per la famiglia e l'infanzia; democrazia partecipativa, come nel caso del Consiglio della gioventù e delle azioni associative. I vertici di tali istituzioni, di carattere consultivo, vengono nominati direttamente dal re tramite dahir. Le loro competenze sfuggono all'esecutivo (comunicano i risultati delle loro azioni una volta all'anno in Parlamento) pur essendo a carico del budget governativo. Ben Othmane si chiede dunque “quali competenze abbia il governo ed in particolare il Primo ministro, dal momento che le funzioni nevralgiche, così come la supervisione delle istanze appena elencate, restano appannaggio del Capo dello Stato. Il Primo ministro potrà forse uscire dalle urne, ma è privato dei suoi pieni poteri, come un’auto sprovvista di motore”.

GIUSTIZIA: “POTERE INDIPENDENTE”?
Quanto all’amministrazione della giustizia, “l'autorità giudiziaria” sancita dal testo in vigore diventa a tutti gli effetti un “potere” (art. 56), definito “indipendente” (come del resto nella carta del ’96). Di conseguenza, l’attuale Consiglio superiore della magistratura si tramuta in Consiglio superiore del potere giudiziario. L’istanza, presieduta dal sovrano, oltre alla permanenza dei giudici eletti e dei supremi rappresentanti della magistratura, vede l'ingresso del presidente della CNDH, del Presidente della camera dei rappresentanti, e di cinque esperti scelti dal re.
Secondo Larbi Ben Othmane l'apertura del Consiglio segna un passo in avanti rispetto al passato, un passaggio positivo ma incapace di garantire l’indipendenza della giustizia. “Prima considerazione: la metà dei membri del Consiglio è nominata dal monarca, che per di più lo presiede. Lo stesso re designa poi i magistrati e ne determina le carriere. La seconda considerazione esula invece dall’analisi del testo. Nei tribunali del regno, infatti, colui che detiene la maggiore autorità è il procuratore, funzionario nominato direttamente dal ministro della Giustizia, come recita il codice penale. Occorre ora ricordare che il Ministero della Giustizia è uno dei cinque dicasteri detti «di sovranità», vale a dire alle dirette dipendenze del monarca”.
La questione dei ministeri di sovranità, così come nei testi precedenti, viene omessa dal nuovo progetto costituzionale. Storicamente, nella prassi politica del regno alawita, il monarca ha sempre avuto il diritto di nomina (e di revoca), indipendentemente dal mandato governativo, dei cinque ministri chiave (Interno, Difesa, Esteri, Giustizia e Affari Islamici) del suo gabinetto. Ad esempio Mohammed VI, nei suoi dodici anni di regno – in cui si sono susseguite tre legislature – ha sostituito sei ministri dell’Interno (da uno zelante Driss Basri, fedele servitore di Hassan II durante gli “anni di piombo”, all’attuale Taieb Cherkaoui, considerato un tecnocrate), mentre Ahmed Toufiq, ministro degli Habous e degli Affari Islamici, è in carica dal novembre 2002 (succeduto al ventennale Alaoui M’deghri). “Nemmeno in questo caso c’è da aspettarsi un vero cambiamento – rilancia il costituzionalista – del resto i ministri di sovranità, invenzione tipicamente marocchina, si possono leggere tra le righe del testo. Come dicevamo, l’articolo 41 assegna in maniera esclusiva il potere religioso al monarca. Dunque spetta a lui scegliere il ministro degli Habous che più gli piace. Stessa considerazione per l’articolo 54, in base al quale il re presiede il Consiglio superiore di sicurezza, al quale partecipano, oltre ai vertici degli apparati di polizia e dei servizi, i ministri dell’Interno, degli Esteri, della Giustizia e della Difesa. Queste persone devono godere della massima fiducia del sovrano, e non del popolo, per poter accedere ad un organismo di fondamentale importanza strategica e di controllo”.

“PUBBLICITA’ INGANNEVOLE”
Il costituzionalista francese Bernard Cubertafond, esperto di politica e diritto marocchino, ricordava nel suo testo La vie politique au Maroc (2001) come la carta fondamentale del regno, voluta da Hassan II e approvata nel 1996 con il 99,6% di consensi, abbia sancito la predominanza di una “sovra-costituzione, […] nocciolo duro su cui poggia la base autoritaria del regime, al fianco di una costituzione subordinata che regola il funzionamento delle istituzioni democratiche”. La “sovra-costituzione” di cui parla il giurista francese fa riferimento agli articoli 19 e 106 (“la forma monarchica dello Stato, così come le disposizioni relative alla religione musulmana, non possono essere fatte oggetto di una revisione costituzionale”) del testo in vigore, che assicurano il primato del sovrano, ponendolo al di sopra del dibattito politico e degli stessi organismi a carattere democratico (ad esempio la Camera dei Rappresentanti, eletta a suffragio universale, o in questo caso di un governo uscito dalle urne).
“Sono d’accordo con l’analisi di Cubertafond – asserisce il professor Ben Othmane – e sottolineo, sotto questo aspetto, la continuità tra il testo in vigore e quello presentato il 17 giugno, anche se più che di sovra-costituzione io parlerei di extra-costituzione. A margine della nuova carta c'è, ancora una volta, uno spazio decisionale e di controllo politico i cui attori – ovvero il sovrano – e le cui prerogative sfuggono alla costituzione per sua stessa ammissione, come dimostrano gli articoli 41/42 (ex art. 19) e 175 (ex art. 106). In altre parole, colui che detiene la sovranità e accentra su di sé tutti i poteri, compreso quello religioso, non deve rendere conto del suo operato né alle istanze elette né tantomeno al popolo”.
La nuova carta, dunque, è sprovvista dei tratti “rivoluzionari” ampiamente annunciati. Il progetto presentato lo scorso 17 giugno non rappresenta, in sostanza, una novità nella storia costituzionale del paese e sembra iscriversi, piuttosto, in una logica di conservazione del sistema in atto. Pur definendo quella marocchina una “monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale, […] fondata sulla separazione, l’equilibrio e la collaborazione dei poteri” (art. 1), non garantisce il rispetto delle prerogative enunciate.
Ciò nonostante, da dieci giorni a questa parte i giornali nazionali, oltre alle radio ed alle televisioni, diffondono appelli ininterrotti ed entusiastici a sostegno del plebiscito referendario (trasformato in un sondaggio di gradimento sulla figura del sovrano). Le copertine dei principali quotidiani lanciano ormai slogan (con titoli a caratteri cubitali) più adatti ad una tifoseria che a presunti organi di informazione: “Il progetto della nuova costituzione: la grande svolta democratica”, “Sì alla costituzione per consacrare l’indipendenza della giustizia”, “Sì alla costituzione per una monarchia parlamentare”, “Sì alla costituzione per costruire una società democratica”, “Sì, sì, sì…”. Perfino gli imam (che guarda caso fanno capo al Ministero degli Affari Islamici) durante la preghiera collettiva del venerdì hanno scandito a chiare lettere: “votare sì è un dovere religioso e nazionale”.
Per Mohammed Larbi Ben Othmane, “il modo in cui il nuovo testo è stato presentato dalla stampa nazionale (e straniera), ed enfatizzato dai partiti politici e dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali – che hanno aperto immediatamente la campagna referendaria per un “sì” cieco e ostinato, rinunciando ad un dibattito serio e approfondito sul progetto – è a tutti gli effetti una pubblicità ingannevole”. In queste condizioni, la sua approvazione è già un dato acquisito. Resta da verificare quale sarà la vera percentuale di coloro che, venerdì prossimo, decideranno di boicottare la consultazione. Per il momento, in ogni caso, il Marocco continuerà a reggersi su una monarchia costituzionale che, in base a quanto stabilito dalla stessa carta fondamentale, sembra gelosamente conservare i requisiti di una monarchia assoluta.

mercoledì 22 giugno 2011

Marocco: nuova costituzione, vecchio regime?

Una riforma “cosmetica” l’ha definita l’ex direttore del settimanale marocchino Tel Quel Ahmed Benchemsi. Per il sito di informazione Mamfakinch, la nuova costituzione voluta dal re Mohammed VI promette solo una “democrazia ingannevole”. Queste alcune delle reazioni negative suscitate nell’opinione pubblica dal discorso del sovrano (17 giugno) a margine del quale è stato presentato il nuovo testo costituzionale che sarà sottoposto a referendum il 1° luglio.
Dopo l’inizio delle contestazioni nel paese, quattro mesi or sono, Mohammed VI aveva annunciato (il 9 marzo scorso) una riforma della carta marocchina in senso democratico. Nonostante il plauso e le felicitazioni delle principali cancellerie occidentali, il testo redatto dalla commissione Mannouni delude quanti si attendevano un cambiamento profondo della struttura di regime e una concreta limitazione dei poteri del sovrano. Il progetto della nuova costituzione, pur definendo quella marocchina una “monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale, (…) fondata sulla separazione, l’equilibrio e la collaborazione dei poteri” (art. 1), non assicura, infatti, il rispetto delle prerogative enunciate.
Nonostante alcuni innegabili avanzamenti, per esempio il riconoscimento della lingua amazigh come idioma ufficiale del regno (dopo l’arabo), il diritto di voto ai marocchini all’estero e “la volontà di raggiungere la parità tra uomo e donna” (come recita l’art. 19), restano vasti i poteri attribuiti al sovrano e centrale il suo ruolo decisionale nell’impianto istituzionale.
Mohammed VI, “Capo dello Stato e suo Rappresentante supremo, Simbolo dell’unità della nazione, Garante della perennità e della continuità dello Stato, Arbitro supremo delle sue istituzioni” (art. 42), mantiene la presidenza del Consiglio dei ministri (con la possibilità di delegare, a propria discrezione, alcune funzioni esecutive al primo ministro, che nel testo viene enfaticamente chiamato Capo del governo – art. 48), ha la facoltà di approvare le leggi (art. 50) e di emanare dahir (decreti reali, art. 42). Nomina i ministri (su proposta del Capo del governo, art. 47, anche se i cinque “ministeri di sovranità” – Interno, Esteri, Difesa, Giustizia e Affari islamici – resteranno sotto il suo diretto controllo) e può mettere fine alle loro funzioni (art. 47). Allo stesso modo, può sciogliere entrambe le camere del parlamento (art. 51) e dichiarare lo stato d’emergenza (art. 59). Mohammed VI resta vertice degli apparati militari (art. 53) e referente di tutte le forze di sicurezza – polizia, polizia politica e servizi segreti – che operano nel regno (in quanto Presidente del Consiglio Superiore di Sicurezza, come stabilisce l’art. 54).
La nuova carta costituzionale, inoltre, conserva intatto il ruolo di “suprema guida religiosa” attribuito al monarca alawita (riconosciuto come discendente del profeta Mohammed) su volere del vecchio re Hassan II. In base all’art. 41, il sovrano è Amir Al Mouminine (Capo dei credenti), presiede il Consiglio degli ulama ed esercita in maniera diretta ed esclusiva tutte le prerogative religiose del caso. Sopravvive in questo modo il vecchio art. 19, nel mirino delle contestazioni, di cui negli anni passati è stato fatto un uso prettamente politico per imporre il volere reale e mettere a tacere le opposizioni (per esempio con la minaccia dell’allontanamento dalla Umma islamica). Del resto, la stessa Corte suprema (ora Corte costituzionale, di cui il re nomina la metà dei membri e il presidente, art. 130) aveva stabilito in passato che “tutte le decisioni del re, in quanto Amir Al Muminine, non possono essere oggetto di nessun ricorso”. Quando poi all’articolo 41 si affiancano gli articoli 56 e 57 – “il re presiede il Consiglio superiore del potere giuridico” e nomina i magistrati – il quadro si completa. La costituzione voluta da Mohammed VI accentra (come in passato) tutti i poteri (salvo alcune deleghe concesse al primo ministro, scelto all’interno del partito uscito vincitore dalle elezioni politiche) nelle mani di una sola figura, il sovrano. Perfino la giustizia, presentata sulla carta come un “potere indipendente”, rimarrà sotto il suo controllo.
Le rivendicazioni del Movimento 20 febbraio, che durante quattro mesi ha continuato a chiedere “un re che regna ma non governa”, e il riconoscimento della piena sovranità popolare non sono state prese in considerazione (nel testo la sovranità "appartiene alla nazione"). Il Marocco continuerà a reggersi, dunque, su una “monarchia costituzionale”, che per implicita ammissione della stessa costituzione sembra avere tutti i requisiti di una “monarchia assoluta”.
“Per me è chiaro – afferma Larbi, blogger dissidente marocchino, voce emblematica della dissidenza nel paese – eravamo sotto un regime dove la monarchia godeva di vasti poteri e il re guidava l’esecutivo, e resteremo sotto lo stesso regime, con qualche ritocco di facciata”. Lo stesso Larbi, nell’articolo Pourquoi je rejette la constitution de Mohammed VI, ricorda: “La commissione ad hoc incaricata di preparare la revisione è stata partorita interamente dal monarca, composta essenzialmente da uomini e donne di comprovata fedeltà al re. Il Palazzo, cieco e sordo, ha scelto di ignorare le proteste di coloro che l’avevano spinto alla riforma e ha deciso di appoggiarsi su una classe politica atrofizzata e infeudata, che per di più era ben lontana dal domandare una nuova carta. Si è rivolto con disprezzo alle contestazioni del Movimento 20 febbraio, che ha subito rifiutato questo modello imposto. Fin dall’inizio, non erano presenti le condizioni necessarie all’elaborazione di una costituzione democratica”.

Il popolo manifesta contro il progetto della nuova costituzione. Tangeri, domenica 19 giugno.

I giovani del “20 febbraio” hanno convocato domenica 19 giugno manifestazioni di protesta in tutto il paese. La risposta della popolazione è stata notevole (soprattutto a Tangeri e a Casablanca, dove hanno sfilato circa 25 mila persone). Il movimento ha respinto in modo categorico il nuovo progetto costituzionale, considerato niente più che “una riforma sultanesca”, lontana dalle aspirazioni democratiche di cui si è fatto portavoce. La strategia dei dissidenti è chiara: continuare le mobilitazioni e promuovere una campagna di sensibilizzazione per il boicottaggio del referendum (a cui hanno già aderito alcune organizzazioni politiche, sindacali e associative che sostengono il “20 febbraio”). Resta da vedere con quali mezzi i sostenitori del cambiamento radicale attueranno la loro campagna di sensibilizzazione, dato che la macchina mediatica (ed economica) del regime, appoggiata da/su i principali partiti dell’arco parlamentare, ha già dispiegato le sue forze per consacrare “la rivoluzione del re” con il plebiscito delle urne (va considerato inoltre che i marocchini avranno a malapena il tempo di leggere - o ascoltare, visto che il 50% della popolazione è analfabeta - il nuovo testo prima di sottoporlo al voto, dato che solo tredici giorni separano la presentazione della carta dal referendum).
In più, dopo il discorso pronunciato dal sovrano, nelle piazze marocchine sono comparse, per la prima volta dall'inizio delle contestazioni, centinaia di “supporters del monarca” (sudditi fedeli o figuranti addestrati e pagati dalle autorità?) che, tra venerdì 17 e domenica 19 giugno, non hanno esitato ad attaccare (non solo verbalmente, ma anche fisicamente) i dissidenti scesi in strada. Risultato: bandiere e striscioni del movimento bruciati, lancio di uova e sassi contro i manifestanti, mentre sono spuntati i primi gruppi di baltajia (termine traducibile con “delinquenti”) che oltre alle foto del re brandiscono bastoni ed armi bianche (vedi foto in basso).
Domenica scorsa a Rabat quasi duemila royalistes – per lo più ragazzi tra i dieci e i vent’anni – hanno sfiorato il linciaggio degli attivisti dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) e dei pochi membri del “20 febbraio” giunti in anticipo al quartiere Takadum, luogo in cui si sarebbe dovuta svolgere la marcia degli oppositori. Nella cittadina di Safi, dove il 2 giugno l’attivista Kamal Omari è morto in seguito alle violenze inflittegli dalla polizia durante una manifestazione, un “raduno spontaneo” di fedeli del sovrano intonava il coro: “il popolo vuole hashish e pasticche allucinogene”. Lo stesso giorno, a Casablanca, un individuo attorniato dai ritratti di Mohammed VI e da una decina di compagni esultanti dichiarava fiero: “abbiamo fatto quindici prigionieri del 20 febbraio e gli abbiamo sfilato i cellulari”. A pochi passi qualcun altro arringava i passanti al grido di “viva il re”, mostrando mazzette di banconote da 200 dirhams (circa 20 euro, il taglio massimo disponibile).
Per il giornalista Khalid Jamai, “gli strateghi del regime sembrano aver dimenticato che facendo appello a queste «orde di depravati» come strumento repressivo, oltre ad attentare alla stessa immagine e credibilità di Mohammed VI, stanno trasformando pericolosamente il referendum sulla costituzione in un referendum sulla persona del monarca”. In effetti sembra che qualcuno, come già accaduto in Tunisia e in Egitto prima della caduta dei rispettivi despoti, stia cercando di mettere il popolo contro il popolo in nome di presunti valori supremi (quale per esempio l’intangibilità del sovrano alawita), anche a costo della spirale di violenza che potrebbe innescare un simile confronto.


A questo proposito, propongo la lettura dell’articolo scritto da Francesco la Pia – testimone domenica scorsa a Rabat del tentativo di linciaggio operato dai royalistes a danno dei militanti del “20 febbraio” – pubblicato sul sito meridianionline.


Marocco: attacco ai manifestanti a pochi giorni dal referendum

Domenica 19 giugno a Rabat, nel quartiere popolare di Takadoum, i supporters del sovrano Mohammed VI hanno lanciato la sfida al Movimento 20 febbraio. I giovani attivisti della capitale avevano infatti convocato un corteo per esprimere il proprio dissenso rispetto alla proposta del nuovo testo costituzionale voluto dal monarca dopo l’inizio delle contestazioni nel paese (testo che dovrà essere approvato tramite referendum il 1° luglio). Il Movimento, ritenendo che la nuova costituzione non cambierà la struttura di potere del Marocco e piuttosto, sotto una facciata liberale, manterrà il controllo del re sulla vita politica ed economica, ha chiamato a manifestare in tutto il territorio nazionale.
Mentre le marce di Casablanca, Tangeri, Fez e delle principali città si sono svolte regolamente - sfidando il divieto imposto dal regime -, ed in alcune vi sia stata la repressione da parte degli agenti di polizia (ad Oujda per esempio), nella capitale ad attendere i sostenitori del 20-F, con pietre ed uova, vi era una contromanifestazione dei supporters del re. All'incirca duemila persone, in gran parte giovani e ragazzini, con l'oramai usuale corredo di bandiere e ritratti reali hanno quindi impedito ai sostenitori del no (o meglio del boicottaggio) al referendum di sfilare.
L'atmosfera era festante, anche se – a giudizio di chi scrive – lievemente artificiosa. I dimostranti a più riprese si sono affrettati a dirmi che il loro gesto era spontaneo – difatti circola la voce che queste manifestazioni, così come il presidio permanente dei royalistes situato da quasi un mese dinanzi al Parlamento (l'unico che non abbia subito il divieto) vengano finanziate dal regime.


Domenica 19 giugno, Rabat (Foto Francesco La Pia)

Tuttavia, quando nel quartiere sono stati avvistati alcuni attivisti del 20-F, è iniziata una caccia all'uomo che solo l'intervento della polizia ha potuto contenere. Gli sventurati membri del 20-F si sono dovuti rifugiare nel primo locale disponibile, finché le forze dell'ordine, dopo più di un'ora schierate per proteggerle, non li hanno scortati sulle loro camionette per evitare che la folla li aggredisse.
Già dalla giornata di sabato, in diversi dibattiti radiofonici, vi sono stati diverbi infuocati tra i sostenitori della riforma di Mohammed VI e chi criticava i metodi seguiti dalla commissione ad hoc – istituita dal sovrano – ed il risultato da questa prodotto.
La commissione Manouni – nominata in seguito al discorso reale del 9 marzo e composta da esperti e tecnocrati – ha lavorato per 3 mesi a porte chiuse, senza che trapelassero indiscrezioni. In questo periodo sono filtrati alcuni segnali positivi – offerti all’opinione pubblica – funzionali all’accettazione di questo metodo di elaborazione della carta che, all’interno dell’attuale contesto arabo, non trova eguali. Gli stessi partiti politici hanno avuto accesso alla proposta costituzionale solamente poche ore prima dell’apparizione televisiva del sovrano, senza alcuna possibilità di discutere il progetto o di presentare degli emendamenti. Nel frattempo, in Tunisia il governo provvisorio ha scelto di posporre l’elezione dell’assemblea costituente al 23 ottobre, per garantire un maggior standard democratico, mentre in Islanda i cittadini si esprimono e dibattono sulla futura costituzione via facebook. Sono situazioni ben distinte da quella del regno alawita, nel quale il re non ha neppure preso in considerazione l’idea di una costituente democraticamente eletta.
E' importante segnalare come il sovrano, concludendo il discorso alla nazione pronunciato la sera del 17 giugno, abbia dichiarato esplicitamente il suo voto favorevole nel referendum dell'1 luglio. Ciò pone dinanzi alla questione di un eventuale voto negativo. Verrebbe questo inteso come un gesto contro il sovrano? La questione non è di poco conto se si considerano le percentuali plebiscitarie del si (98,8% nel 1970; 98,8% nel 1972; 99,98% nel 1992; 99,6% nel 1996) delle consultazioni indette da suo padre Hassan II.
Uno degli aspetti più interessanti da seguire in questi dieci giorni che rimangono al referendum sarà lo spazio concesso alle ragioni del dissenso. L’Alta Autorità sulle Comunicazioni e l’Audiovisuale (HACA) ha diramato il 17 giugno una circolare che proibisce ogni appello al boicottaggio del referendum - secondo l’art. 90 del Codice elettorale - ritenendo responsabili i mezzi d’informazione che tollerino questo tipo di messaggio nelle proprie trasmissioni. La stampa ufficiale – in buona parte – non concede voce al 20 Février ed è della settimana scorsa il divieto – posto dal Makhzen – ai tipografi di stampare volantini e striscioni del Movimento, pena l'arresto.
La strategia adottata dal regime ricorda quella antecedente alla cacciata di Mubarak in Egitto: infiltrazioni nelle manifestazioni dell’opposizione ed induzione di situazioni di violenza che permettano al sistema repressivo di agire impunemente. La stampa ufficiale opera un totale discredito nei confronti del Movimento, nell’intento di delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica che non ha accesso alla rete informatica. Una situazione che può sfuggire di mano allo stesso Makhzen, nel momento in cui orde di ragazzini vengono lanciate contro degli attivisti.
Ciò nonostante il 20-F ha sfidato ufficialmente il regime, chiamando al boicottaggio. Ma non è solo. Al suo fianco si sono schierati alcune delle organizzazioni che l’hanno sostenuto fin dal principio delle contestazioni, come l’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani), il PSU (Partito Socialista Unitario), il PADS (Partito dell’avanguardia democratica e sociale), il CNI (Consiglio nazionale Ittihadi), la CDT (Confederazione democratica del lavoro), Annhj Addimocrati (partito erede della tradizione marxista-leninista) e Giustizia e Carità (associazione islamista, non riconosciuta ma tollerata dal regime).
Il movimento Amazigh è diviso al suo interno tra i sostenitori del sì (che nella nuova costituzione vedono l’opportunità di un agognato riconoscimento del proprio idioma come lingua ufficiale del regno al fianco dell’arabo) e chi – in linea con l’appoggio dato finora al 20-F – spinge per l’astensione. A giorni è prevista una riunione per cercare una posizione comune, anche se appare difficile che questa possa essere raggiunta.
Tutti i partiti rappresentati in Parlamento (ad eccezione del PSU e del PADS) e la principale centrale sindacale, l’UMT (Unione marocchina dei lavoratori), si sono invece espressi per il sì. (Nel caso dell’UMT è in atto una campagna interna al sindacato per promuovere il boicottaggio del referendum nonostante la linea ufficiale espressa dai suoi rappresentanti, ndr).
Gli schieramenti, oramai, sembrano pressoché definiti; ciò che è accaduto negli ultimi giorni, invece, fa temere una radicalizzazione dello scontro.
Il 20 Febbraio, sebbene questa domenica sia riuscito a mobilitare diverse migliaia di persone nei grandi centri, deve studiare una nuova strategia, per non rimanere confinato nell'universo telematico. Considerando che resta solamente un altro fine settimana prima del referendum, se vuole diffondere tra la popolazione le motivazioni del suo rifiuto alla proposta costituzionale, è necessario che riesca ad introdursi nello spazio mediatico che normalmente lo oscura. La prima prova di un'effettiva svolta democratica per il Marocco consiste in un aperto dibattito sul proprio futuro. Ciò che occorre chiarire è dove questo potrà svolgersi e quali voci potranno ricevere ascolto.

venerdì 17 giugno 2011

In attesa della nuova costituzione, ancora le vecchie abitudini

RABAT – Mancano solo poche ore al discorso di Mohammed VI e alla presentazione del nuovo testo costituzionale, voluto dallo stesso sovrano dopo l’inizio delle contestazioni nel paese. Intanto il Movimento 20 febbraio ha già fissato una nuova giornata di mobilitazione per domenica 19 giugno. Indipendentemente dagli avanzamenti più o meno “democratici” che stabilirà la carta, le manifestazioni per il cambiamento non si arresteranno. Tuttavia, secondo le prime indiscrezioni filtrate in rete, la tanto annunciata divisione dei poteri, l’indipendenza della giustizia e la cancellazione dell’art. 19 (che sancisce il potere religioso del monarca, base per il suo controllo assoluto) non saranno contemplate dal testo partorito dalla commissione Mannouni (nominata dal sovrano e non scelta dal popolo, come invece chiedeva il movimento).
Se l’impianto politico e istituzionale del “Marocco della nuova era” – celebrato dal Palazzo e dagli alleati occidentali (in primis Francia e USA) – non sembra quindi avviato verso il cambiamento promesso, le pratiche repressive di un regime autocratico e autoritario restano concretamente immutate. Ce lo ricordano gli attacchi brutali contro i manifestanti pacifici, un’escalation di violenza cominciata il 15 maggio e terminata il 2 giugno con la morte dell’attivista Kamal Omari. Oppure gli arresti dei manifestanti a Fes e i maltrattamenti dei prigionieri durante gli interrogatori. Infine, la condanna dei dieci attivisti della regione di Bouarfa, vittime di un processo politico denunciato a gran voce dall’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo.
E’ proprio su quest’ultimo episodio che si concentra l’articolo scritto per (r)umori dal Mediterraneo dalla ricercatrice Montse Emperador, professoressa all’Università di Lione e studiosa dei movimenti sociali in Marocco. Di seguito la traduzione in lingua italiana.


 
L’altra faccia della revisione costituzionale marocchina. Dieci attivisti associativi e sindacali condannati a tre anni di prigione.

Dopo un processo durato quasi dodici ore, la notte scorsa (alba del 17 giugno) dieci attivisti associativi e sindacali sono stati condannati dai due ai tre anni di carcere nella cittadina di Bouarfa (situata nella regione dell’Orientale, a settanta chilometri dalla frontiera algerina). I capi d’accusa mossi contro i militanti sono “manifestazione illegale” e “utilizzo o incitazione all’uso della violenza contro le forze dell’ordine”. Tuttavia, per raccontare questa storia, è necessario fare un passo indietro. Il 18 maggio scorso, nove ragazzi erano finiti in arresto a seguito di un intervento della polizia contro il sit-in dei diplomés-chomeurs (laureati-disoccupati), che da alcuni giorni bloccava le strade della città. I nove sono stati rilasciati il giorno stesso, ma in meno di una settimana è partita una nuova ondata di arresti: il 24 maggio altre nove persone sono state condotte, manette ai polsi, nella prigione di Bouarfa.
Il 26 maggio, durante il processo per direttissima contro i nove fermati due giorni prima, la sezione locale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo) ha organizzato un raduno di solidarietà di fronte al tribunale di prima istanza di Bouarfa. Nel corso della manifestazione, due membri dell’AMDH e allo stesso tempo sindacalisti presso la CDT (Confederation democratique du travail) sono stati arrestati con l’accusa di “incitamento all’uso della violenza contro le forze dell’ordine” dispiegate in massa per l’occasione.
Uno dei due attivisti incarcerati il 26 maggio è Saddik Kabbouri, segretario generale della sezione cittadina della CDT, membro dell’organizzazione per la tutela dei diritti umani e coordinatore, dal 2006, di una rete associativa locale promotrice di una campagna di mobilitazione contro il degrado dei servizi pubblici e l’aumento del prezzo dei prodotti di base. La coordinazione di Kabbouri aveva ottenuto, dal maggio 2006, la distribuzione gratuita dell’acqua potabile, dopo una serie di manifestazioni di massa che avevano visto la partecipazione di oltre 10 mila persone (la metà della popolazione cittadina). Il boicottaggio contro l’ONEP (Office National de l’eau publique) ha permesso a tutti gli abitanti del territorio di poter ignorare le fatture dell’acqua ed ha promosso la rete guidata da Kabbouri al rango di interlocutore sociale privilegiato nel dialogo con il potere in carica. La coordinazione, infatti, non si è fermata alla gestione dell’acqua pubblica, ma ha continuato la sua azione di denuncia, mettendo in primo piano il problema della qualità della sanità pubblica, la riduzione del tasso di disoccupazione e la corruzione dilagante in seno al consiglio municipale.
Tale movimento, dal carattere prettamente sociale, si è sviluppato a ridosso di una congiuntura geo-climatica segnata dalla siccità, che ha seriamente penalizzato l’economia della regione. Situata in una zona prettamente arida, la vitalità mineraria (rame e manganese) della città durante l’epoca del Protettorato è rimasta un vago ricordo. Con l’esaurimento dei prodotti del sottosuolo e la chiusura delle miniere, la popolazione attiva di Bouarfa è attualmente ripartita tra pubblico impiego, allevamento e la raccolta dei tartufi. Quest’ultima è senz’altro l’attività più lucrativa, dal momento che il prodotto è quasi interamente esportato sul mercato internazionale. Tuttavia si tratta di una risorsa instabile, sottomessa ai capricci meteorologici. Nel 2005, l’accumulo di diverse annate di siccità aveva fatto scomparire questa possibilità di impiego. In un contesto di crescente tensione sociale, alcuni giovani e disoccupati avevano organizzato quattro tentativi di “emigrazione collettiva” verso la vicina Algeria. A colpire è la forte carica simbolica del gesto: la frontiera tra Marocco e Algeria, all’altezza di Bouarfa, resta ancora contesa, parzialmente minata e integralmente militarizzata. Gli abitanti disposti a compiere, oltrepassando il confine, un simile atto di trasgressione ribadivano “la necessità di cercare una soluzione altrove”, lontano da un paese che li condanna alla hogra (termine traducibile con “miseria, disperazione e mancanza di prospettive”).
Bouarfa non è rimasta insensibile alle proteste animate in tutto il territorio nazionale dal Movimento 20 febbraio. Questa piattaforma politica, le cui origini risalgono agli appelli diffusi dai giovani marocchini attraverso internet fin dal mese di gennaio, ha già indetto e realizzato cinque giornate di manifestazioni nazionali per esigere, tra le altre cose, la democratizzazione delle istituzioni politiche. L’obiettivo finale implica la limitazione del ruolo esecutivo esercitato dal re, costituzionalmente garantito, l’indipendenza della giustizia e la fine della logica oligarchica con cui viene gestita ogni attività economico-finanziaria nel paese. Nella regione dell’Orientale, la coordinazione guidata da Kabbouri ha fatto proprie le rivendicazioni del “20 febbraio”, integrandole con alcune problematiche locali: l’alto tasso di disoccupazione, la precarizzazione dei servizi pubblici e la marginalizzazione politica ed economica della ex cittadina di minatori.
Stando a quanto riferito da una delegazione dell’AMDH giunta a Bouarfa per seguire il processo, il verdetto emesso qualche ora fa dalla corte di primo grado sarebbe viziato dalle condizioni criticabili in cui si è svolta l’udienza: agli accusati non è stato nemmeno permesso di sedersi in aula, mentre il giudice non ha lasciato la possibilità all’avvocato di esporre la propria linea difensiva né tantomeno le sue critiche relative ai vizi di procedura emersi dopo gli arresti. Gli attivisti per i diritti umani presenti in tribunale denunciano il “processo politico” montato ad arte contro i membri più attivi di un movimento sociale che ha tenuto testa alle autorità locali per più di cinque anni.
Le accuse concernenti la natura politica del processo e della condanna emessa contro i militanti di Bouarfa arriva appena due giorni dopo che la commissione consultiva per la revisione della costituzione (nominata dal sovrano nel marzo scorso) ha rimesso la sua proposta ai partiti e alle associazioni implicate nei lavori della “commissione Mannouni”. Mohammed VI pronuncerà questa sera (17 giugno) un discorso alla nazione durante il quale presenterà i punti salienti del nuovo testo costituzionale (che sarà sottoposto a referendum entro 15 giorni). Le indiscrezioni filtrate attraverso la stampa parlano dell’ampliamento delle competenze riconosciute al primo ministro, al governo e al parlamento. Ciò nonostante, il susseguirsi di fenomeni repressivi, come quelli di Bouarfa o le violenze sui manifestanti registrate il 29 maggio, o ancora la condanna ad un anno di carcere (emessa l’8 giugno) all’indirizzo di Rachid Nini, caporedattore del quotidiano Al Massae, il giornale più venduto in Marocco, sembrano suggerire che gli apparati di sicurezza continueranno a rimanere al di sopra del controllo delle urne.

giovedì 16 giugno 2011

Rida, “salafita” marocchino, racconta e si racconta…

Rida Benotmane, ex detenuto islamico trentaquattrenne, è uscito di prigione lo scorso gennaio, dopo aver scontato una condanna a quattro anni. Rida era per caso un pericoloso terrorista pronto a commettere attentati e ad uccidere civili innocenti? No. Il suo crimine, secondo la polizia politica, era quello di “diffondere informazioni su internet atte a compromettere l’immagine del regime marocchino”. La sua colpa, l’aver criticato la politica anti-terrorista del regno alawita su alcuni forum di discussione in rete.

Quello di Rida non è un caso isolato, in un paese che dall’11 settembre 2001 (e in particolar modo dopo gli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003) ha fatto della “caccia all’islamista” il perno della sua strategia di sicurezza. Sono oltre duemila i detenuti islamici condannati in Marocco dopo l’approvazione della legge anti-terrorismo. Ma chi sono veramente queste persone? Fondamentalisti intransigenti, potenziali jihaddisti pronti a combattere la loro “guerra santa”? Bersagli di una strategia mirata ad eradicare il dissenso religioso nel regno? Oppure vittime delle violazioni e degli abusi operati dai servizi segreti e dalla polizia politica marocchina, desiderosa di fomentare una “minaccia terrorista” nel paese?
Il dossier “detenuti islamici” o “salfiyya jihadiyya”, come è stato etichettato dal governo di Rabat, è tornato in primo piano nelle ultime settimane. Dopo il provvedimento di grazia concesso da Mohammed VI lo scorso 14 aprile, infatti, le provocazioni all’interno delle prigioni – dove restano rinchiusi ancora circa ottocento “salafiti” – sono riprese. La punta dell’iceberg è stata la rivolta scoppiata nel carcere di Salé il 16 e 17 maggio. In quell’occasione i media nazionali avevano parlato di “ammutinamento e violenze” operate dagli stessi detenuti all’indirizzo delle guardie carcerarie. Rida Benotmane, ormai portavoce della Coordination des Anciens Detenus Islamistes (CADI), racconta invece una storia diversa, una storia fatta di accordi tra i prigionieri islamici, la Delegazione delle carceri e il Ministero della Giustizia. Accordi che “qualcuno in seno all’amministrazione penitenziaria o al governo stesso ha cercato in ogni modo di far saltare”. E così è stato. Dopo la repressione del 16-17 maggio alla prigione Zaki, “dove per poco si è sfiorato il massacro”, si sono perse le tracce dei detenuti “ribelli”. C’è chi parla di trasferimento, chi di isolamento, chi di torture e ritorsione da parte dei carcerieri. Le informazioni sulla sorte toccata a questi prigionieri sono negate perfino alle ong per i diritti umani che presentano regolare richiesta al Ministero. Le famiglie, che si sono viste vietare le visite per 40 giorni, dal 6 giugno scorso sono entrate in sciopero della fame, per chiedere l’applicazione dei diritti detentivi sui loro cari e per chiedere il rispetto degli “accordi del 25 marzo”. Tra loro c’è anche una giovane ragazza italiana, Jessica Zanchi, moglie di Youness Zarli, scomparso dalla sua abitazione di Casablanca nell’aprile 2010 e riapparso “misteriosamente” nelle celle del regno con un’accusa di affiliazione terrorista.
Nel corso dell’intervista rilasciata a (r)umori dal Mediterraneo, Rida Benotmane ripercorre la sua vicenda personale, ritorna sul sequestro e le violenze che hanno preceduto la sua condanna in tribunale. Descrive i vecchi metodi che sopravvivono ancora oggi nel nuovo regno di Mohammed VI. Parla poi degli “accordi del 25 marzo”, ossia dell’illusione data dal regime – e ben presto smentita – di voler giungere ad una soluzione equa e definitiva del “dossier detenuti islamici”. Infine Rida, licenziato durante i primi mesi di reclusione per “abbandono del posto di lavoro”, si sofferma sul legame che unisce la “sfera salafita marocchina” di cui ormai fa parte alle iniziative proposte dal Movimento 20 febbraio. “Abbiamo deciso di appoggiare il movimento poiché nei discorsi di questi giovani viene ribadita la necessità di giungere ad una vera sovranità popolare, che lasci a tutte le componenti della società marocchina la possibilità di esprimersi. A me è sembrata la sintesi perfetta e l’obiettivo giusto. Una buona strada per contrastare il regime attuale, lontano anni luce dal rispetto dei diritti e delle libertà. (…)Tutto quello che chiediamo è di poter vivere in uno Stato che non ci perseguiti. Che non ci metta in prigione per le nostre idee. Ma che rispetti la nostra particolarità e ci accetti al suo interno”.

Rida Benotmane manifesta a Rabat, l'8 maggio 2011, contro l'attentato al Café Argana

Intervista a Rida Benotmane (Rabat, 28 maggio 2011)

Come è iniziata la storia dell’ex detenuto islamico Rida Benotmane?
Tutto è cominciato la notte del 19 gennaio 2007. Fino a quel momento ero un funzionario di un ente pubblico (Office du developpement de la cooperation), dove lavoravo da quattro anni. Ero allo stesso tempo un attivista, privo di alcuna affiliazione, anche se partecipavo alle manifestazioni e alle iniziative proposte dall’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani). L’interesse della polizia e dei servizi marocchini nei miei confronti è iniziato il giorno in cui Rumsfeld è venuto in visita a Rabat (2007), accompagnato da una delegazione israeliana. In quell’occasione, vista la situazione in cui si trovavano e si trovano tuttora i nostri fratelli palestinesi, il popolo era sceso in strada per protestare contro l’accoglienza riservata a questo personaggio.
Al tempo avevo una barba folta e lunga. Le autorità mi hanno etichettato subito come estremista islamico. A volte scrivevo in alcuni forum di discussione, esprimendo il mio parere sulla politica adottata dal Marocco nella lotta contro il terrorismo, il mio disappunto sull’utilizzo del centro di detenzione segreta di Temara, la mia avversità alla politica estera promossa dal governo, totalmente allineata alla posizione americana sulla strategia di intervento nell’area arabo-islamica. Controllavano i miei accessi internet: per loro ero un pericoloso islamista e, in virtù della strategia di prevenzione al terrorismo, sono stato arrestato e condannato.

In che condizioni si è svolto il suo “arresto”, se possiamo definirlo così?
Erano le dieci di sera, mi ricordo bene, quando una ventina di persone hanno fatto irruzione nel mio appartamento (situato guarda caso a Temara, poco distante dalla sede della DST). Mi hanno subito ammanettato e bendato, prima di caricarmi su una macchina. Alcuni di questi agenti sono rimasti nell’abitazione e l’hanno perquisita tutta, sequestrando poi computer, telefono, libri ed altri effetti personali. Mia moglie era in cinta di sette mesi, quella sera ha avuto una crisi violenta ed ha rischiato di perdere il bambino.
Una volta in macchina, il viaggio è durato appena una decina di minuti. Sentivo il rumore degli alberi che sbattevano sul veicolo, stavamo passando in mezzo ad una foresta. Capivo che mi stavano portando all’interno del centro di Temara, poiché tutto coincideva con le testimonianze dei malcapitati che mi avevano preceduto e che avevo letto nei rapporti di denuncia pubblicati dalle ong per i diritti umani. Cominciati gli interrogatori, gli agenti hanno dato subito il via alle minacce e alle intimidazioni. “Mettetelo nella fossa dei serpenti”, sono state le prime parole che ho udito. Volevano spaventarmi, stavano testando la mia reazione. Io rimanevo seduto, bendato e ammanettato per tutto il tempo dell’interrogatorio. Quando si stancavano, venivo rinchiuso in un’altra stanza, completamente spoglia, con solo un buco per i bisogni e una specie di lavandino lurido. In questi casi, mi toglievano la benda. Sulle pareti della cella c’erano numerose tracce di sangue. Non so dire se avessero appena sgozzato un montone o se si trattasse effettivamente di sangue umano, ma gli schizzi erano ben visibili su tutto il muro. E’ andata avanti così per tre giorni, senza mai dormire…

Mi parli un po’ di questi tre giorni di interrogatorio a Temara.
Con i miei interventi sui forum di discussione, con le mie critiche alla lotta la terrorismo e alla politica del governo, stavo gettando fango sul Marocco. Questo era il problema principale per le autorità. “Non faccio che esprimere le mie opinioni, se non siete d’accordo con me cercate di convincermi del contrario”, era la mia risposta. Ai servizi marocchini non piace che qualcuno gli tenga testa con argomentazioni solide e concrete. Così hanno iniziato ad intimorirmi: “in questo modo ti prenderai trent’anni di prigione, vediamo se hai il coraggio di continuare su questo tono”. Allora hanno provato a collegarmi a presunte cellule e gruppi terroristi. Volevano che confessassi di avere relazioni con gli islamisti algerini e di aver fatto parte del GSPC (Groupe Salafiste pour la Predication et le Combat, attivo tra gli anni novanta e i primi anni duemila, ndt). Stavo vivendo una situazione surreale. Non avevo alcun tipo di relazione con nessuno, ero un semplice funzionario che aveva espresso la sua posizione riguardo alla politica del proprio paese. Il peggio è arrivato quando hanno minacciato di coinvolgere mia moglie per costringermi a confessare il falso. Mi hanno mostrato un pezzo di carta dove c’erano scritti degli insulti nei confronti della monarchia e della dinastia alawita. Non era la mia calligrafia. In più, in tutti i miei interventi, sono sempre stato attento a non scadere nell’insulto o negli attacchi personali. La mia era una critica ragionata sul piano politico e ideologico. Dunque, si trattava di una “prova” fabbricata ad hoc. Quando ho risposto che non ero stato io a scrivere quella frase, i poliziotti hanno detto che il colpevole, allora, era mia moglie e che sarebbero andati subito a prenderla, dal momento che il pezzo di carta era stato ritrovato dentro alla mia agenda. La mia fu una reazione spontanea e, credo, naturale. Pur di non vederla immischiata in una situazione simile, mi sono assunto tutte le responsabilità.

Quali sono i capi di imputazione per cui è stato condannato?
Alla fine, sono stato condannato a due anni di carcere (diventati quattro al processo in appello) sulla base di due capi di imputazione. Il primo, “apologia del terrorismo”. Quando durante gli interrogatori mi hanno chiesto cosa pensassi della resistenza in Iraq, Palestina e Afghanistan io ho risposto onestamente che ogni popolo colonizzato ha il diritto di difendersi. Per loro, dunque, resistenza è solo sinonimo di Al Qaida e Zarkawi. Il secondo è l’“offesa alla persona del re”, secondo l’articolo 169 del Codice penale. Un’imputazione direttamente legata all’ammissione di colpevolezza strappatami sotto ricatto.

In merito alla sua vicenda si è parlato anche di alcune foto satellitari scattate sopra il noto centro di Temara, ma nulla in proposito è stato detto al processo. Perché?
Perché di Temara è vietato parlare. Comunque non ero stato io a scattare le fotografie satellitari sul centro di detenzione. L’immagine è stata diffusa attraverso un account utilizzato da più persone e, tra i vari nickname elencati sotto le immagini, c’era anche il mio. E’ stata la polizia, durante gli interrogatori dei primi giorni, ad attribuirmi la responsabilità. Per loro, io avevo scattato quelle foto e dunque io volevo far esplodere il centro. Era la conferma delle mie intenzioni terroriste. Sinceramente, credevo di esser diventato il protagonista di un film di fantascienza o di uno squallido romanzo poliziesco. Di fatto ero impotente di fronte alle loro calunnie e alle loro insinuazioni ridicole e inconsistenti.

Dopo i tre giorni trascorsi a Temara, è stato trasferito nel commissariato di Maarif (Casablanca), dove è rimasto per nove giorni nelle stesse condizioni di isolamento. Durante queste due settimane lei era un desaparecido sottoposto ad interrogatori estenuanti e a violenze psicologiche. Cosa mi dice invece della sua esperienza in carcere?
Una volta che il mio arresto è stato legalizzato, sono stato rinchiuso nella prigione di Salé, dove sono rimasto per sette mesi. Dopo la sentenza in appello, ho chiesto e ottenuto il trasferimento alla prigione di Ain Borja (Casablanca). Lì, grazie ad anni di lotta da parte dei detenuti, c’era la possibilità di scontare la pena in un ambiente senza tensioni, dove i prigionieri venivano trattati con rispetto dall’amministrazione penitenziaria e le visite dei familiari potevano svolgersi in un clima tranquillo. Purtroppo ci sono rimasto solo tre mesi, perché la Delegazione delle carceri aveva ricevuto l’ordine di separare i prigionieri islamici e di impedire la concentrazioni di gruppi troppo numerosi. Così sono passato a Oukacha (Casablanca). Dopo un anno e mezzo ho chiesto di ritornare alla prigione di Salé. A Oukacha il direttore era in aperto conflitto con i detenuti islamici, provava in ogni modo a mettere zizzania tra noi e i secondini, insomma era un inferno.
E’ durante i quattro anni trascorsi in carcere che ho avuto l’occasione di conoscere più da vicino la storia dei detenuti islamici e il motivo per cui si sono ritrovati in carcere con accuse decennali dall’oggi al domani. La mia conclusione è che lo Stato marocchino, attraverso l’appoggio dei servizi segreti, ha costruito dei dossier ad hoc, trasformando sospetti o timori preventivi in condanne per terrorismo. Decine e decine di miei compagni mi hanno raccontato le violenze e le torture subite sia a Temara sia al commissariato di Maarif. Era come rivivere la mia stessa storia decine e decine di volte. Pur di mettere fine ai colpi e alle umiliazioni, queste persone hanno accettato di firmare false confessioni. Ecco da dove vengono le cellule terroriste smantellate negli ultimi anni in Marocco. Ci hanno provato anche con me, ma poi si sono limitati alle due condanne che le ho esposto in precedenza. Al resto del lavoro ci pensa la stampa al servizio del regime. Pubblica le confessioni estorte sotto tortura, veicola la paura, ed ecco creato il “fenomeno terrorismo”. Altro che Al Qaida o fondamentalisti islamici.

Rida, appena uscito dal carcere di Salé, con la mamma Rachida e la figlioletta

Lei è uno dei fondatori, oltre che portavoce, della Coordination des ex detenus islamistes (CADI). Qual è lo scopo di questa coordinazione?
Appena tornato in libertà mi sono incontrato con altri ex-detenuti islamici. Non ci lasciavano in pace nemmeno fuori, eravamo continuamente seguiti e infastiditi. Così abbiamo deciso di creare una piccola coordinazione (CADI), per solidarizzare tra noi ex prigionieri e per divenire un punto di riferimento per i compagni ancora in carcere. La CADI, formalmente costituitasi il 12 maggio scorso, si è prefissa cinque obiettivi: il primo è fare in modo che i detenuti islamici ancora in carcere escano di prigione, poiché dalle discussioni avute con i compagni di cella e gli altri prigionieri è emerso che la maggior parte dei detenuti della cosiddetta salafiyya jihadiyya sono stati condannati per le loro idee e le loro opinioni, e non per aver effettivamente compiuto crimini o reati (come confermato da numerosi rapporti delle ong internazionali, ndr). Anche ai piani alti del regime si sono accorti della strategia miope – sequestri, torture e arresti di massa – intrapresa dopo l’11 settembre e ancor più dopo gli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca. Sanno che numerose ingiustizie sono state compiute e la grazia reale decisa lo scorso 14 aprile è un segno evidente di questa presa di coscienza. Il secondo obiettivo è battersi affinché venga abolita la legge anti-terrorismo, votata in gran fretta l’indomani degli attentati di Casablanca. Su questo punto riceviamo il sostegno di numerose altre organizzazioni della società civile, che ritengono il provvedimento contrario al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Terzo, ottenere un indennizzo per le centinaia di persone condannate e incarcerate ingiustamente, che come me hanno perduto il lavoro in seguito all’arresto e si trovano a dover ricostruire una vita da zero, oltre a mantenere intere famiglie. Quarto obiettivo, stiamo cercando di raccogliere e mettere insieme tutte le informazioni riguardo alle violazioni e ai soprusi subiti da quella parte di popolazione etichettata come salafiyya jihadiyya, in gran parte formata da giovani e gente con scarsa esperienza di attivismo militante, non in grado quindi di auto-tutelarsi o di diffondere le informazioni. Non esistono associazioni, lobby, media o partiti politici che difendano i nostri interessi e che facciano eco alle nostre vicende. Ultimo punto, esigere che i responsabili delle violazioni commesse contro di noi, ad ogni livello, vengano puniti.

La CADI può contare sull’appoggio di qualche altra organizzazione o associazione, oltre al sostegno degli ex detenuti islamici e delle loro famiglie?
Per prima cosa, la CADI non è un’associazione ma una coordinazione nata per il raggiungimento di alcuni obiettivi precisi, cinque come le ho appena elencato. Perciò non ha bisogno del riconoscimento legale delle autorità. Una volta raggiunti questi obiettivi potremo discutere se trasformarci in associazione, con uno statuto e una nuova strutturazione da sottomettere alla legislazione nazionale, oppure dissolverci semplicemente. Alla creazione della CADI hanno contribuito organizzazioni già esistenti e sensibili al problema dei prigionieri islamici, alle loro condizioni di detenzione e al dramma vissuto dalle loro famiglie: il Forum marocchino per la dignità (Al Karama) e l’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH). La riunione fondatrice della CADI, per esempio, l’abbiamo tenuta nei locali dell’AMDH a Rabat ed era presente il vice-segretario Abdelilah Benabdesslam. E’ un appoggio morale e allo stesso tempo pratico, dal momento che possiamo inviare le nostre relazioni e i nostri comunicati attraverso le loro reti diffuse su tutto il territorio nazionale e anche all’estero.
Per quanto concerne il sostegno finanziario, invece, la CADI si regge esclusivamente sulle donazioni degli stessi membri. Non accettiamo donazioni che provengano dall’esterno del nostro circuito o addirittura dall’estero, per non offrire l’occasione ai servizi di sicurezza di attaccarci anche su questo piano. Sarebbe facile sentirsi dire da un momento all’altro “la CADI è finanziata dalle reti del terrorismo internazionale o dalle lobby pro-Polisario”. E questo non possiamo permettercelo.

In che modo siete in contatto con i “confratelli” ancora in prigione?
I contatti tra la CADI e i detenuti ancora in carcere sono essenzialmente le famiglie stesse, che fino agli ultimi episodi di Salé avevano il diritto a visite regolari. Le mogli e i figli degli islamisti in prigione si sono costituiti anche loro in una coordinazione, Al Haqiqa (La Verità). Attraverso i loro racconti e le loro testimonianze riusciamo a seguire la situazione dei confratelli in carcere. Il tutto viene riportato nei nostri comunicati e diffuso attraverso conferenze stampa.

Cosa è successo all’interno della prigione di Salé il 16 e il 17 maggio scorso? La stampa ha parlato di “ammutinamento” dei detenuti islamici, di “rivolta” e “sequestro dei secondini”. Qual è l’opinione della CADI in proposito?
Abbiamo ricevuto le prime telefonate verso mezzogiorno di lunedì 16 maggio. I detenuti erano già sul tetto della prigione Zaki di Salé. In mattinata erano successi degli episodi strani, che hanno allarmato i prigionieri e li hanno spinti a salire sul tetto del penitenziario. Alcuni detenuti, tra cui Bouchta Charraf (noto per essere riuscito a diffondere una testimonianza video sulle torture subite a Temara, riportata dal sito di informazione Lakome.com) erano stati prelevati dalle rispettive celle e portati via da guardie armate senza alcuna spiegazione. Le porte della sezione riservata agli islamisti (M1 e M2) erano tutte chiuse, a differenza dei giorni passati. Qualcosa era nell’aria. C’era il timore di un ritorno ai maltrattamenti conosciuti negli anni precedenti. Quando poi i detenuti sono saliti sul tetto, hanno notato la presenza nel cortile interno al carcere di decine e decine di soldati pronti a fare irruzione nella loro sezione. In quel momento è iniziata la rivolta. Si è poi saputo che tutti i detenuti islamici di Salé sarebbero stati trasferiti in altri penitenziari. La decisione era stata presa in gran segreto dal capo della delegazione delle carceri, nonché fedele torturatore del regime sotto Driss Basri, Hafid Benhachem. I militari erano lì per assicurare la buona riuscita dell’operazione.
Nonostante i tentativi di mediazione, gli agenti hanno attaccato i detenuti sul tetto. I video diffusi dai media ufficiali hanno voluto far credere ad un sequestro volontario (5 guardie carcerarie) da parte dei prigionieri, colpevoli di aver scatenato le violenze. Tuttavia altri filmati mostrano come lo scambio di violenze sia iniziato solo dopo l’intervento delle forze anti-sommossa. Per la disparità dei mezzi e dei numeri a disposizione, per la ferocia con cui gli agenti si sono accaniti contro i detenuti, possiamo dire che alla prigione di Salé si è sfiorato per poco il massacro (35 feriti gravi). Per i prigionieri, certi ormai di andare in contro a nuove vessazioni e privazioni, si è trattato di legittima difesa. Io mi trovavo all’esterno del penitenziario, assieme alle famiglie, tra il pomeriggio del 16 e la mattina del 17. Sono continuati ad arrivare rinforzi militari per mettere fine alla resistenza dei detenuti, mentre sopra i tetti della prigione volavano elicotteri della Gendarmerie royale. E’ stato un assedio, durante il quale gli agenti hanno utilizzato pietre, bastoni, manganelli, gas lacrimogeno ed hanno sparato anche proiettili veri (non solo di caucciù) contro i prigionieri, come quello che ha perforato il petto di Zakaria Benaarif (nessuna novità al momento sul suo stato di salute).

Cosa è successo ai detenuti di Salé, dopo che il 17 maggio le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo della prigione Zaki?
Lo stiamo ancora appurando. Fino ad ora è stato impossibile entrare in contatto con i prigionieri, il Ministero si è rifiutato di rispondere alle richieste presentate dall’AMDH e dalle altre ong per i diritti umani. Ci sono stati dei trasferimenti immediati al carcere di Salé 2, altri alla prigione Toulal di Meknes. E’ difficile raccogliere informazioni poiché a tutti i detenuti è stato tolto il diritto di visita per quaranta giorni (per evitare che i familiari vedessero sui loro corpi le ferite e i segni delle ritorsioni dei secondini). Tuttavia, secondo le testimonianze dei pochi avvocati che sono riusciti ad incontrare i rispettivi clienti, i detenuti si trovano in uno stato di salute pessimo, portano addosso le ferite e i segni della violenza repressiva, sono stati privati di tutti gli effetti personali posseduti nella prigione di Zaki (secondo il sito di informazione Demain on-line gli effetti personali sono stati poi rivenduti dai secondini di Salé ai detenuti di diritto comune, ndr). Di alcuni dei prigionieri protagonisti della “rivolta” si sono perse completamente le tracce, non sappiamo dove si trovino in questo momento e quali siano le loro condizioni. Secondo alcune testimonianze sarebbero rinchiusi nelle celle di isolamento di Salé 2. In ogni caso, la macchina repressiva dell’amministrazione penitenziaria si è messa in moto e si è scagliata contro i “prigionieri ribelli” utilizzando il solo linguaggio che conosce, quello della violenza.

Da dove è scaturita la rivolta?
La vicenda esplosa il 16-17 maggio va letta in prospettiva storica. Per spiegare bene quanto successo e l’origine della rivolta, bisogna tornare in dietro di tre mesi. Il 17 febbraio i detenuti islamici avevano avviato numerose proteste – salendo in sit-in sui tetti dei penitenziari – in tutte le prigioni del regno per chiedere la revisione dei processi ingiusti e la scarcerazione. Centinaia di persone, condannate in modo arbitrario e in prigione da oltre otto anni, hanno voluto trasmettere un messaggio chiaro all’amministrazione penitenziaria e al Ministero della Giustizia: “è tempo che il dossier dei detenuti islamici venga risolto e si trovi un modo per far uscire di prigione i cittadini innocenti”. L’amministrazione ha fatto appello in quella circostanza ad un detenuto islamico riconosciuto e rispettato da tutti all’interno del contesto carcerale, Noureddine Nafiaa, per cercare di risolvere la crisi e giungere ad una soluzione.
L’accordo è stato raggiunto il 25 marzo, alla presenza dei responsabili dell’amministrazione penitenziaria, del segretario generale del Ministero della Giustizia, del segretario generale del Consiglio nazionale per i diritti umani (CNDH, org. governativa) e del presidente del Forum Al Karama. Lo Stato marocchino e i detenuti islamici, per bloccare le proteste, avevano sottoscritto i seguenti impegni: la liberazione progressiva di tutti i prigionieri ingiustamente condannati; il miglioramento, durante il periodo di revisione e analisi dei dossier, delle condizioni di detenzione di tutti i prigionieri, ossia la fine dei maltrattamenti da parte dei funzionari penitenziari, la fine delle perquisizioni ossessive nei bracci degli islamisti, l’apertura delle celle durante tutta la giornata, visite dei parenti regolari e in condizioni confortevoli.

La grazia reale concessa ai detenuti il 14 aprile rientra nell’accordo del 25 marzo?
Sì, durante le negoziazioni il segretario del CNDH Mohammed Sebbar aveva affermato che i dossier dei singoli detenuti sarebbero stati risolti per via giuridica. Cioè, coloro che dovevano ancora passare in appello sarebbero stati assolti, mentre i condannati in via definitiva sarebbero stati graziati. Una prima lista sarebbe uscita subito, come effettivamente è stato il 14 aprile, ed una seconda lista di centodieci prigionieri sarebbe stata liberata ad un mese esatto dalla prima grazia. Vale a dire il 14 maggio. Qualcuno potrebbe pensare ad una curiosa coincidenza: la seconda grazia non è arrivata, dunque l’accordo del 25 marzo non è stato rispettato, in più il 15 maggio gli ex-detenuti che volevano manifestare (assieme al “20 febbraio”) contro il centro di detenzione e tortura di Temara sono stati brutalmente repressi (violenze e arresti anche contro i rappresentanti della CADI. Oussama Boutaher, presidente della coordinazione e altri due rappresentanti sono in carcere con l’accusa di violenza contro pubblico ufficiale, ndr). Ventiquattrore dopo sono iniziati gli strani movimenti all’interno del carcere di Salé ed è partita la nuova rivolta dei detenuti…
Questo significa che il regime ha fatto solo finta di scendere a patti. L’attentato di Marrakech gli ha fornito l’occasione per far saltare ogni tentativo di soluzione del dossier “detenuti islamici” e in più gli ha dato il la per un ritorno in grande stile alla strategia securitaria. Del resto, perfino la grazia del 14 aprile era stata una mera operazione di facciata, una mossa ben congeniata per la consumazione mediatica, dato che alla maggior parte dei prigionieri liberati restavano solo poche settimane o addirittura pochi giorni di pena da scontare.

Quindi, il regime non ha mai avuto l’intenzione di risolvere il “dossier detenuti islamici”?
Con l’intervento nel carcere di Zaki l’accordo del 25 marzo è stato definitivamente rotto. Lo stesso Noureddine Nafiaa, considerato dalle autorità un interlocutore ponderato e affidabile oltre che principale artefice dell’accordo, è “scomparso” il 17 maggio. Da allora la moglie Meryem non ha più sue notizie, a parte le intimidazioni lanciate da alcuni funzionari della prigione di Salé lo scorso 26 maggio: “lo stiamo spellando vivo” è la risposta avuta dalla donna.
Credo che qualcuno in seno all’amministrazione penitenziaria o in seno al governo stesso abbia voluto fare di tutto per evitare una soluzione equa del dossier islamista in Marocco, per far saltare gli accordi e la riparazione delle vessazioni subite. Poter continuare a sbandierare un pericolo islamista e una presenza terrorista è una vera manna finanziaria per il regime, che riceve ingenti aiuti dalle potenze occidentali per combatterlo. In più risponde a chiari bisogni di “gouvernance interna”.

Chi sono questi “salafiti” – o meglio membri della “salafiyya jihadiyya”, come vi ha definito il regime – di cui si parla sempre di più e con poca cognizione di causa, non soltanto in Marocco?
Per prima cosa il termine salafiyya jihadiyya identifica un movimento transnazionale, che si richiama ad una certa idea della “guerra santa”. Chi aderisce al movimento, ambisce a raggiungere i focolai del jihad, come nel caso dell’Afghanistan al tempo dell’occupazione sovietica o del nuovo Afghanistan invaso dai contingenti Nato. Ad ogni modo l’obiettivo è raggiungere una zona di conflitto e schierarsi in difesa dell’islam. I marocchini avevano partecipato numerosi al jihad afghano contro i comunisti, con il beneplacito di Washington e del regime alawita. Queste persone, che nella maggior parte dei casi ora si trovano in prigione, continuano a difendere la scelta fatta. Per loro si è trattato di una vera guerra di liberazione: “era una buona causa”, ripetono incessantemente.
Dopo quell’esperienza, difficilmente i salafiti marocchini sono riusciti a raggiungere i nuovi conflitti. Questo perché lo scenario internazionale era nel frattempo cambiato, gli equilibri geopolitici degli anni duemila non erano gli stessi degli anni ottanta. Gli apparati di sicurezza del regime, dopo il 2001, hanno iniziato a mettere in cella chi, anche solo a parole, lasciava trasparire l’idea di voler raggiungere l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina e poi l’Iraq e la Somalia. Per Rabat, alleato fedele degli Stati Uniti, quelle non erano più “guerre giuste” ma minacce alla sicurezza dello Stato. Centinaia di persone sono finite in carcere per il solo fatto di aver intrattenuto una discussione come quella che stiamo avendo tu ed io adesso. Ma di fatto, a parte i vecchi “afghani”, quasi nessuno delle nuove generazioni di salafiti ha preso parte ad un jihad, passando così all’azione.
Nel caso dei salafiti marocchini poi, non esiste l’esigenza di entrare in conflitto con l’autorità del proprio paese. Anche se le scelte non sono condivise, in politica estera come nell’ordinamento interno, queste persone sanno che una strategia armata dentro i confini nazionali non verrebbe recepita dalla popolazione e che quindi non gioverebbe alla causa finale della difesa stessa della nazione e dei valori islamici.

Lei si considera un “salafita”? Perché?
Non ho problemi ad essere definito salafita. Con l’aggettivo salafita si vuole indicare un individuo attaccato ai valori islamici primordiali, alle pratiche ancestrali delle prime comunità di fedeli, in termini di rapporti sociali e di organizzazione politica. Un individuo che propone la riscoperta del bagaglio di esperienze offerto dagli antenati (salaf). Tuttavia, non ho nulla a che vedere con il termine jihadista. Io non ho mai abbracciato le armi, non ho mai ricevuto un addestramento militare per partire a combattere nei focolai del jihad. Il problema è che non ho mai nascosto la mia simpatia per quei movimenti di resistenza che oggi difendono il proprio paese dalle invasioni straniere e dalle mire di conquista militare ed economica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Simpatizzare per questo tipo di resistenza è divenuto estremamente pericoloso. Tanto basta, all’evidenza dei fatti, per essere etichettato come terrorista.

Il Marocco del futuro, per il “salafita” Rida Benotmane, sarà uno Stato democratico o un’autocrazia religiosa?
In Marocco i salafiti sono un’esigua minoranza della popolazione. Questo è un dato di fatto. Di conseguenza non abbiamo mai pensato ad un’organizzazione politico-sociale da imporre a tutta la popolazione. Non è nelle nostre volontà e men che meno nelle nostre capacità. Per questo non ci siamo mai veramente posti il problema “democrazia sì/democrazia no”. Tutto quello che chiediamo è di poter vivere in uno Stato che non ci perseguiti. Che non ci metta in prigione per le nostre idee. Ma che rispetti la nostra particolarità e ci accetti al suo interno. In ogni caso, non mi sognerei mai di prevaricare la volontà del popolo.

Qual è dunque il legame che unisce la CADI, i detenuti e gli ex detenuti islamici, al Movimento 20 febbraio?
La CADI ha adottato e appoggiato le iniziative del Movimento 20 febbraio proprio perché nei discorsi di questi giovani viene ribadita la necessità di giungere ad una vera sovranità popolare, che lasci a tutte le componenti della società marocchina la possibilità di esprimersi. A me è sembrata la sintesi perfetta e l’obiettivo giusto. Una buona strada per contrastare il regime attuale, lontano anni luce dal rispetto dei diritti e delle libertà. Tanto più che il movimento ha deciso fin da subito di lottare per la liberazione di tutti i detenuti di opinione, per l’abolizione della legge anti-terrorismo e per la fine delle violazioni e degli abusi commessi dalla polizia politica. Il “20 febbraio” è stato capace di oltrepassare le divergenze ideologiche tra le varie “opposizioni” presenti in Marocco. E’ riuscito ad inibire la politica del regime, che per decenni ha sfruttato queste divergenze per rafforzarsi, ed ha raccolto attorno a sé tutti gli attori e le forze sociali desiderose di cambiamento e della piena affermazione della volontà del popolo. Nel paese, adesso, c’è un solo vero nemico, sia per la sinistra, sia per i liberali, sia per gli islamisti e i militanti amazigh. Un solo nemico che impone la sua dittatura al popolo, che lo priva delle sue risorse e dei suoi beni, che segue le direttive di alleati stranieri (in primis Francia e Stati Uniti). Oggi è possibile, per tutte queste componenti, sedersi attorno ad un tavolo e discutere assieme sulle rivendicazioni e sulle iniziative da portare avanti. Ciò che ci accomuna è molto più importante di quello che ci divide. Questa consapevolezza è la più grande vittoria raggiunta fino ad ora dalla “primavera marocchina”.
Per noi islamisti non è stato facile né automatico arrivare ad una tale conclusione. Ne abbiamo parlato a lungo, dentro e fuori le prigioni, ma alla fine la scelta di sostenere il movimento è stata ampiamente condivisa. Per esempio, noi della CADI cerchiamo di difendere la causa dei detenuti islamici. Ma, quando partecipiamo alle iniziative del “20 febbraio”, mettiamo da parte la nostra specificità e rivendichiamo giustizia per tutti i detenuti politici e di opinione.

sabato 4 giugno 2011

Proteste e repressione in Marocco, una lettura al femminile….


Manifestazione a Marrakech, 8 maggio 2011

Si è firmata HAB, la giornalista e attivista marocchina che in un articolo pubblicato dai siti di informazione Demain on-line e Lakome ha offerto un interessante angolo di lettura del binomio proteste-repressione, ormai braccio di ferro domenicale (e non solo) tra i manifestanti pro-democratici e il regime alawita. Una riflessione al femminile, che mette l’accento sul ruolo avuto dalle donne nei primi mesi di mobilitazioni e sulla progressiva scomparsa della componente femminile dai cortei del “20 febbraio”, dopo l’inizio della “linea dura” impressa dalle autorità. Le donne, ricorda HAB, sono ancora una volta le prime vittime della violenza, sono i bersagli privilegiati degli insulti e delle minacce dei poliziotti, che così facendo le costringono a rinchiudersi dietro alle pareti della vergogna. Le ragazze difficilmente raccontano le loro esperienze all’interno dei commissariati o quanto vissuto per strada, mentre la furia dei poliziotti si scatena su di loro. Quello lanciato dalla giovane giornalista è un grido di allarme e allo stesso tempo un appello ad “infrangere il muro del silenzio”.

Manifestazione a Casablanca, 3 aprile 2011

Intanto, le proteste nel paese continuano. Nuove manifestazioni sono state indette per domenica 5 giugno e la rabbia della gente comincia a crescere. Lo scorso giovedì è morto a Safi il giovane Kamal El Omari, attivista del movimento pestato a sangue dagli agenti domenica 29 maggio, durante un corteo. Kamal è il secondo shaid (martire) della “primavera marocchina”, dopo il decesso di Karim Chaib il 21 febbraio a Sefrou. Il Movimento 20 febbraio non sembra voler cedere di fronte alla morsa repressiva del regime, mentre è attesa per la prossima settimana la presentazione del nuovo testo costituzionale, voluto dal sovrano e redatto dalla commissione Mannouni.

Manifestazione a Rabat, 20 marzo 2011


La vergogna delle donne, alleata del regime

“Lurida puttana! Se ti ribecco un’altra volta, ti infilo questo manganello nel culo!”. Questa minaccia è stata lanciata da un funzionario di polizia all’indirizzo di una casablancaise di 13 anni, durante una manifestazione indetta dal “20 febbraio”. L’adolescente, traumatizzata, ha fatto passare alcuni giorni prima di parlarne a sua madre. Si tratta di un fenomeno isolato nel rapporto di forza che si è instaurato tra il regime e il popolo in strada? Della mancanza di controllo di un agente che soffre di disturbi psichici? Oppure di una patologia sociale al servizio del potere?

Una repressione mirata
Da qualche settimana ormai, i cani vengono liberati contro la folla e le testimonianze della repressione in atto si moltiplicano. Insulti, fratture, commozioni celebrali, minacce di morte, ogni giornata di manifestazione si chiude all’insegna di una morbosa contabilità. Questa contabilità comprende i racconti delle donne, giovani e meno giovani, che riferiscono gli insulti, le minacce e le percosse di cui sono divenute a pieno titolo un “bersaglio privilegiato”. I racconti resi pubblici, per quanto ancora rari, confermano la presenza di uno schema operativo attuato dalle forze di intervento con costante metodicità. Le manifestanti vengono tirate per i capelli, colpite ripetutamente al seno, minacciate di violenza sessuale con i manganelli, oltre agli insulti e alle offese. Al momento dei fermi e dei trasferimenti in commissariato, di nuovo minacce e intimidazioni ben specifiche. I funzionari di polizia possono contare infatti su una valida spalla: i colleghi che si occupano della custodia cautelare (incaricati di sorvegliare le persone in stato di fermo temporaneo, ndt). “Mi hanno chiuso in una stanza assieme ad un solo poliziotto, che mi ha chiesto con insistenza se ero vergine e se andavo a letto con gli altri attivisti. Quando mi hanno rilasciato, sono stata picchiata dai miei genitori”, riferiva una studentessa di Agadir qualche settimana fa.

Manifestazione a Sbata (Casablanca), 29 maggio 2011

La paura e la vergogna
Dal 20 febbraio, il solo cambiamento ottenuto e la sola forza che resta agli attivisti è l’aver scardinato la geografia della paura. La piazza marocchina ha innegabilmente preso fiducia e, incoraggiata dagli eventi tunisini ed egiziani, ha capito che nessuno, in nessun modo, potrà fermare la richiesta di una vera democrazia e di libertà. Di certo una bella vittoria! Insufficiente, ma molto incoraggiante.
Tuttavia, in questa lotta per i nostri diritti più fondamentali, per la riappropriazione delle nostre vite e del nostro diritto di scelta, rischiamo di perderci a metà strada un’intera parte della società. Le donne, comprese le ragazze più giovani, sono vittime di una repressione mirata che cerca di far leva su due pilastri fatti propri dalla cultura tradizionale marocchina: quello della paura e quello della vergogna. Tale vergogna, e il suo corollario di silenzi, sembra rendere invisibile l’oppressione patita dalle attiviste. Peggio ancora, trasforma l’oppressione in norma sociale a cui conformarsi e ne fa uno spregevole alleato del regime.

Niente più donne, ma ragazzini…
Ieri, un amico mi ha confidato che sarebbe meglio per me non scendere in strada la prossima domenica (5 giugno, ndt). “E’ terribile quanto ti sto dicendo, ma il livello raggiunto dalla violenza e dai maltrattamenti è inammissibile, ed è meglio che non ci siano donne. I poliziotti le umiliano e minacciano di violentarle!”. Non ho preso parte alla manifestazione di Sbata (Casablanca) domenica scorsa (29 maggio, ndt), ma ho guardato i filmati diffusi su internet. E’ vero, c’erano molte meno donne rispetto alle marce di marzo e aprile, dove la loro presenza era massiccia e ben visibile. Ed è vero che il dispositivo di repressione messo in atto era a dir poco impressionante. Tuttavia, in mezzo alla folla, ho visto un gran numero di ragazzini.
Le donne, dunque, da sempre vittime di violenze politiche, sociali ed economiche, dovrebbero restare in silenzio e chiudersi in casa perché un manipolo di degenerati le minaccia di tutte le umiliazioni possibili? Dopo aver alzato la voce per qualche settimana, per rivendicare libertà e giustizia sociale, dovrebbero fare marcia indietro e attendere giudiziosamente che gli uomini (compresi i bambini) vadano a fare il loro “lavoro da uomini”? Nessuno ha voglia di prendersi le manganellate, ancor meno di mettere la propria vita in pericolo…uomini o donne che siano.

Infrangere il muro del silenzio
Di certo, le donne hanno bisogno di essere rispettate, ma hanno ancor più bisogno di libertà. Non di una pseudo-libertà concessa dall’alto (il riferimento è al codice della moudawwana approvato nel 2004, ndt), costruita in modo artificiale nei gabinetti governativi o di Palazzo, ma di una libertà vera, frutto di una profonda transizione sociale, operata dalle stesse donne marocchine. Anche se non è possibile cambiare tutto in un solo colpo, anche se resta illusoria la possibilità di sbarazzarsi di secoli di cultura patriarcale in un battito di mani, è tempo oggi che le donne di questo paese infrangano il muro del silenzio. E’ giunto il tempo di denunciare le violenze subite e di puntare il dito contro i responsabili politici e di polizia che trasformano tali pratiche in sistema, in leggi e comportamenti non scritti.
Le donne non devono più vergognarsi di ciò di cui non sono responsabili. E’ il momento di prendere coscienza che gli insulti vincolano solamente coloro che li proferiscono. Tutt’al più ci rivelano – se ce ne fosse ancora bisogno – una patologia del loro spirito. La vergogna, non potendo sperare che si rivolti sui nostri persecutori, non dovrà più minare la nostra sete di libertà.

Sbata (Casablanca), 29 maggio 2011