venerdì 29 luglio 2011

Melilla, la speranza oltre la “valla”

Storica enclave spagnola situata in territorio marocchino, Melilla può essere considerata – assieme alla gemella Ceuta – una delle principali vie di accesso all’Europa per i flussi migratori provenienti dall’Africa nera. La città autonoma (che a differenza delle altre autonomie iberiche non ha il potere di legiferare né un proprio tribunale) sorge lungo la costa mediterranea del regno, non troppo distante dal confine con l’Algeria. Ammassati nei boschi di Gourougou, sul promontorio che sovrasta il porto e la vecchia fortezza, o nascosti nella vicina Nador, decine di maliani, nigeriani, congolesi ma anche pakistani e bengalesi aspettano l’occasione giusta per varcare le temibili frontiere dello spazio Shengen. La crisi economica che sta mettendo in ginocchio parte dell’eldorado europeo non scoraggia gli animi di chi è in cerca di un futuro. Come non li scoraggiano le retate notturne della polizia spagnola o di quella marocchina.
Tuttavia, l’ingresso nell’enclave non garantisce ai migranti la realizzazione del piano e il passaggio ad una nuova vita. Con i suoi 70 mila abitanti e i circa 30 mila lavoratori transfrontalieri che ogni giorno varcano il confine del territorio maghrebino, Melilla si è infatti trasformata in una barriera di contenimento più che in uno spazio di accoglienza o meglio ancora di transito verso la penisola. Solo una minima parte delle centinaia di sin papeles (oltretutto senza diritti né la possibilità di un impiego) che popolano la città riesce ad imbarcarsi nelle navi dirette ad Algeciras, le regolarizzazioni avvengono con il contagocce, mentre chi sfugge all’espulsione o al rimpatrio forzoso resta nel limbo di Cañada fatto di cartoni, baracche di fortuna e lavoretti saltuari (lavavetri, parcheggiatori..) o nel perimetro del CETI (Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes).
Costruito nel 1998, il centro di permanenza temporanea voleva essere una risposta, oltre al rafforzamento del reticolato di frontiera, la valla, alla prima grande emergenza immigrazione vissuta nell’enclave ad inizio degli anni novanta, quando arrivarono a Melilla centinaia di profughi subsahariani. Da allora il controllo dei nove chilometri di recinzione, che “custodiscono” una superficie di appena 12 chilometri quadrati, si è fatto sempre più serrato, sia da parte della Guardia Civil che della Gendarmerie.


Dal canto suo il Marocco, partner europeo nel “processo di Barcellona” e principale destinatario dei fondi MEDA, ha ceduto alla pressione di Bruxelles che ha vincolato il trasferimento di denaro all’adozione di misure restrittive per contrastare i flussi. Nel novembre 2003 Rabat approvava così una legge contro l’immigrazione irregolare, rispondendo alla politica di sub-appalto del controllo transfrontaliero promossa dall’UE (lo stesso hanno fatto Tunisia e Libia, con accordi bilaterali). Il regno alawita, che tra il 2005 e il 2010 ha attuato oltre 80 mila respingimenti, si è andato trasformando da paese di transito a capolinea. Nei suoi confini sono ormai stimati circa 30 mila subsahariani, tra lavoratori, studenti e “clandestini”. Inoltre, la sede locale dell’HCR (Alto commissariato ONU per i rifugiati) ha registrato in media dal 2005 cento domande di asilo al mese, anche se il Marocco continua a non riconoscere il diritto alla protezione umanitaria nel proprio territorio: i rifugiati non possono beneficiare della carta di soggiorno né del permesso di lavoro, e spesso vengono espulsi assieme agli altri sans papiers.
Un nuovo periodo di tensione alle porte di Melilla si è avuto nell’autunno del 2005, dopo l’avvio dei lavori per l’ulteriore consolidamento della valla di frontiera. In quell’occasione i migranti, accampati nella vicina foresta, tentarono l’assalto in massa alle reti con scale fatte di rami e arbusti, ma le forze di polizia reagirono sparando. Il bilancio stilato a fine 2005 parla di 11 mila tentativi di ingresso illegale, quattordici morti, un numero imprecisato di feriti e oltre 7 mila arresti effettuati in territorio marocchino. A seguito del tragico evento, interi autobus di migranti vennero trasferiti coattivamente nella fascia desertica meridionale del paese, spinti in terra algerina con poche riserve d’acqua e abbandonati così al proprio destino.


Tre anni dopo, nell’autunno del 2008, un nuovo assalto ricordava al governo di Madrid che il muro invalicabile in cui ha trasformato il confine, costituito da un doppio reticolato alto sei metri e da una fitta treccia di filo spinato che si snoda nello spazio interno, non basta a contenere la determinazione di chi è disposto a mettere in gioco la propria vita per inseguire un sogno o per sfuggire all’inferno. Il maltempo abbattutosi a lungo nella regione aveva fornito l’occasione adatta, causando la caduta di alcuni tratti della barricata e lo sfaldamento dei canali di scolo. Decine di migranti, oltre ad approfittare dei varchi di fortuna, erano riusciti così a passare attraverso le condotte di scarico del fiume Mezquita, che si diramano sotto il reticolato.
In ogni caso, per i “clandestini” in arrivo da Oujda che continuano ad assieparsi nei dintorni dell’enclave, restano ancora soluzioni alternative per violare le rigide barriere Shengen. Chi può farsi passare per marocchino (i residenti della regione di Nador possono varcare la frontiera senza visto né timbro sul passaporto) tenta la sorte all’accesso di Beni Enzar con documenti falsi. Quanto ai subsahariani e agli asiatici, se hanno ancora denaro, c’è la possibilità di ricorrere ai passeurs disposti a nasconderli nei propri veicoli. In ultimo, come testimoniano gli eventi occorsi recentemente, rimane la traversata marittima della baia che circonda Melilla. Solo duecento metri separano la costa marocchina da quella spagnola, un tragitto breve ma carico di insidie (e ben sorvegliato dalle marine dei due paesi) che i candidati al “primo mondo” ricoprono con piccole lance o vecchi gommoni e, a volte, addirittura a nuoto.
Nel giugno scorso la città autonoma ha lanciato l’allarme a seguito di un’inattesa ondata di arrivi. La polizia melillense ha registrato l’ingresso, in maggioranza via mare, di oltre duecentocinquanta migranti (circa quattrocentosessanta in luglio), il doppio rispetto allo stesso periodo del 2010. Le strutture di accoglienza offerte dal CETI non sono sufficienti per far fronte all’emergenza e in molti, nel tentativo di evitare il rimpatrio, hanno scelto di installarsi in accampamenti alla buona fatti di nailon e ferri vecchi, al fianco degli sfortunati precursori rimasti da anni intrappolati nel limbo.


Di seguito due contributi inviati a (r)umori dal Mediterraneo dalla giornalista spagnola Beatriz Mesa (corrispondente de El Periodico de Catalunya in Africa del nord), giunta a Melilla nei giorni scorsi.

DESTINI INCROCIATI
Tra suppliche, imprecazioni e preghiere mandate a memoria dai testi sacri, Joel è riuscito a sfuggire alle grinfie del mare. Un Mediterraneo impetuoso, quel giorno, tanto che non c’era possibilità di scelta. “Perdere la vita o raggiungere un sogno”, pensava con il corpo immerso sotto le onde e la mente rivolta al passato. Cosa vedeva Joel? Genitori adottivi senza grosse disponibilità economiche che, nonostante tutto, avevano deciso di dargli affetto e riparo. Tre fratelli a cui serviva un aiuto per terminare gli studi. Una madre sempre più debole e vecchia e un padre caduto in disgrazia. “In quel momento tutto mi è tornato alla mente: il motivo della mia partenza e l’obiettivo che mi ero prefisso. Pensavo di morire. La Guardia civil ha aspettato molto prima di venire in nostro soccorso, sapevano che non avremmo galleggiato a lungo e sono arrivati proprio quando le forze ci stavano abbandonando”, racconta con la rabbia ancora negli occhi. Secondo Joel, che ha raggiunto Melilla il 30 giugno scorso, gli agenti della polizia spagnola “volevano abbandonarlo in mare”. Del resto, alcune ong con sede nella città autonoma hanno confermato che tra le forze dell’ordine permangono alcuni elementi “razzisti”, che già in passato “hanno lasciato annegare i migranti”. E’ questo forse il prezzo da pagare per il viaggio verso “l’eldorado europeo”? E’ questo il tributo che i più sfortunati tra le centinaia di subsahariani devono versare per tentare il riscatto una volta varcate le frontiere di Ceuta e Melilla?
Nella memoria scorrono le fredde notti passate insonni, il caldo e la fame patiti durante i lunghi mesi di traversata del continente africano per raggiungere quello che nella mappa immaginaria è segnato come “il mondo dove è possibile costruire una nuova vita, per sé e per la propria famiglia”. Le rivoluzioni e le guerre ancora in corso in Nord Africa poco hanno favorito quei migranti che hanno scelto di giocarsi le proprie carte nei paesi emergenti o in via di sviluppo. Il giovane Joel, inizialmente, si era installato in Libia e proprio nel momento in cui le cose iniziavano a funzionare è arrivato il conflitto. Se n’è andato, come il resto dei suoi compatrioti, in modo precipitoso e sopraffatto dallo sconforto di dover ricominciare tutto da zero. “Lavoravo come manovale nel settore edilizio, ma vedendo l’evolversi della situazione ho deciso di fuggire in Marocco”, spiega senza nascondere il suo disappunto per il trattamento che i marocchini riservano alla popolazione di pelle nera. “Anche in Libia c’era razzismo, in alcuni casi più che in Marocco, ma qui nessuno è disposto a darti lavoro”, riferisce il ventenne ciadiano che da cinque anni ha lasciato la sua terra in cerca di un futuro migliore. Dopo un mese trascorso a Melilla sembra già stanco della lunga attesa nel CETI. “Voglio lasciare questo posto e raggiungere la penisola”. E’ preoccupato, vede il traguardo ancora lontano e teme di essere espulso al paese di origine o di essere respinto in Marocco. Ad attenderlo, probabilmente, le carceri del regno: una discesa all’inferno dove i diritti umani hanno ben poco valore.
Nel centro di internamento melillense continuano ad arrivare cittadini di differenti nazionalità africane. Negli ultimi mesi, però, abbondano i profughi dalla Costa d’Avorio, dove la crisi politica si sta trasformando in uno spargimento di sangue. Age Antonio è entrato nell’enclave spagnola la prima settimana di luglio. Per raccontare la sua storia “delicata” si allontana dal resto del gruppo. “Sono figlio di un generale amico del presidente Laurent Gbabo. Mio padre è stato sequestrato e ucciso dai ribelli di Outtara, ed io sono dovuto scappare. Come me, molti altri sono fuggiti in Ghana, in Mali… Ho iniziato il viaggio a dicembre, in camion e autobus, fino al Marocco. Ora non so a chi devo rivolgermi per chiedere asilo politico, ma almeno qui mi sento al sicuro”.


Frances Vequele si trova a Melilla dall’ultima settimana di giugno e assicura di essere “disperato” perché non sa come riempire le ore morte, che trascorre senza la possibilità di svolgere un lavoro tra il CETI e la città. Un rapporto dell’organizzazione Medici senza frontiere ricorda che questo periodo di “letargo forzato” intacca la salute mentale dei migranti, alla cui condizione di incertezza si aggiunge un’inattività senza alternative. Francis, ormai diciottenne, ha lasciato l’Etiopia sei mesi fa e si è diretto in Sudan, dove ha lavorato nell’edilizia e nel commercio per accumulare i pochi spiccioli necessari a proseguire il viaggio. “Guadagnavo cinque euro al giorno. Me li sono fatti bastare e sono ripartito. Non voglio che i miei fratelli siano costretti a vivere in strada o debbano fare la mia stessa scelta. Voglio offrirgli una possibilità, una buona educazione, per questo devo continuare a lottare”. Ma la sua è un’espressione di impotenza, l’impotenza di chi, per il momento, non può fare niente per la propria famiglia, di cui ha perso ogni contatto.

PORTE “APERTE” VIA MARE
Sono avvolti in pigiama sformati, portano ciabatte di gomma e i volti contengono a stento le occhiaie profonde. I piedi ardono dentro i calzetti bianchi, ancora immacolati. E’ questa l’immagine dei migranti appena entrano nella città di Melilla, dopo svariate ore di traversie dentro un gommone Zodiac, comprato a Casablanca dal mafioso di turno per circa quattrocento euro. Non conta il modo, l’importante è arrivare, sani e salvi. Meno di duecento metri separano la costa marocchina da quella spagnola, il tragitto è breve ma sufficiente per cadere in mare, morire affogati o essere scoperti e fermati.
La maggioranza dei subsahariani che aspettano il momento buono nascosti vicino alla frontiera non sa nuotare. Restano diffidenti sia dell’oceano che del Mediterraneo, ma superano la paura quando salgono nelle piccole lance diretti verso l’Europa, miraggio di rinascita nonostante la crisi finanziaria. “Sarà sempre meglio della Costa d’Avorio. Vogliamo guadagnarci da vivere come qualsiasi cittadino del mondo”, afferma Karim Kanta, lo sguardo ancora perso nel vuoto. Sei mesi fa ha abbandonato il suo paese, dove le violenze si sono aggiunte alla povertà e all’hiv, e lo scorso 29 giugno è sbarcato a Melilla in compagnia di altre otto persone. Da allora vaga ossessionato per le strade della città autonoma, in cerca di un lavoro che gli permetta di inviare denaro a casa. Come Karim centinaia di subsahariani hanno raggiunto le coste spagnole. Attualmente più di ottocento sono accolti nelle strutture del CETI che offre, con molte difficoltà, un piatto da mangiare e un letto per dormire. La situazione sembra insostenibile dal momento che il centro è abilitato per quattrocento posti. Secondo fonti interne alla Guardia civil dall’inizio di giugno sono approdati nell’enclave più di duecentocinquanta migranti, in maggioranza per mare e alcuni via terra, saltando il doppio reticolato alto sei metri.


Il governo spagnolo si è detto obbligato ad inviare verso la penisola gruppi di sin papeles destinati, previo ordine di espulsione, al rimpatrio nel paese di origine. Secondo il sindacato di polizia gli ingressi massicci della ultima settimana sarebbero dovuti alle buone condizioni meteorologiche oltre al lassismo delle autorità marocchine. “Ormai è diventata un abitudine, i controlli diminuiscono o si infittiscono a seconda degli obbiettivi prefissati. Adesso chiederanno altri aiuti economici prima di rialzare il livello di guardia”, riferiscono alcuni agenti di polizia che confermano l’immobilità della marina marocchina quando è chiamata a recuperare le piccole imbarcazioni dei migranti. “Se ne lavano le mani dicendo che queste persone si trovano in acque spagnole e dunque sono un nostro problema. Potrebbero collaborare molto di più”. E’ tale la preoccupazione per gli arrivi numerosi delle zattere di subsahariani, a Melilla come a Ceuta, che Francisco Velazquez, direttore generale della polizia e della Guardia civil, si è recato a Rabat con l’obbiettivo di convincere le autorità marocchine ad aumentare gli sforzi nel controllo dell’emigrazione irregolare via mare.
Superato un imponente campo da golf, percorrendo la via Hidum si arriva al centro di accoglienza. Non troppo distante, un nutrito gruppo di africani si è attrezzato sul fianco di una collina con baracche e tende di plastica. E’ difficile distinguere tra “il dormitorio” e la discarica. Le pendici sembrano un deposito di immondizia. Tra i rottami appare il giovane Jakel, congolese. Ha interrotto gli studi per attraversare mezza Africa e raggiungere l’Europa, con l’obbiettivo di finanziare le spese mediche del padre, forse già morto. All’interno delle capanne sopravvivono coloro che rifiutano le regole del CETI e desiderano una maggiore indipendenza. Dispongono a malapena di risorse economiche, pochi spiccioli raccolti lavando vetri o controllando i parcheggi cittadini. A volte si aggirano nel centro di Melilla per chiedere elemosine, una borsa di viveri o in cerca di un dizionario di spagnolo. Il signor Wali, anziano libraio, conferma: “la prima cosa che fanno appena giunti in città è procurarsi un libro in spagnolo”.
Sono molte le ore morte durante il giorno, tanto che alcuni subsahariani, di fede cristiana, hanno costruito una piccola chiesa, con tende e sedie bianche, nel mezzo dell’accampamento. I musulmani invece se ne vanno direttamente alla moschea eretta dalla comunità marocchina in loco.
Nei boschi di Gourougou e di Oujda restano ancora, in attesa del loro turno, centinaia di migranti, compresi donne e bambini. Se ne stanno al riparo dal sole, ma non dal caldo. Nonostante il lungo viaggio, duro e desertico, che hanno dovuto affrontare per arrivare in Marocco, non sembrano perdersi d’animo. “Il futuro ci sta aspettando. Se mi rispediranno indietro sono pronto a ripercorrere lo stesso cammino”, assicura Jack, il sorriso stampato sul volto sudato e in mano una borsa nera in cui custodisce il suo misero kit di sopravvivenza.


lunedì 25 luglio 2011

“Non dimenticatevi di Ilham”

“Non dimenticatevi di Ilham”, è l’appello lanciato da Taib Hasnouni, padre della giovane studentessa marocchina rinchiusa nel carcere di Marrakech lo scorso ottobre. “Mia figlia ha perso molto peso, ho avuto difficoltà a riconoscerla. Le sue condizioni di detenzione, specie nelle ultime settimane, sono particolarmente dure. Si rifiutano di procurargli libri e giornali, non ha più nulla per poter scrivere”, ricordava Taib, qualche giorno fa, a Lakome.

Chi è Ilham Hasnouni? Iscritta all’università Cadi Ayyad di Marrakech e militante di Annahj Addimocrati (“La via democratica”, formazione di ispirazione marxista che conta tra i suoi sostenitori numerosi studenti universitari, ndt), Ilham è un’attivista dell’UNEM (l’Unione nazionale degli studenti marocchini). Considerata la più giovane detenuta politica del Marocco (21 anni), Ilham Hasnouni è stata arrestata nella sua abitazione di Essaouira il 12 ottobre 2010 da cinque agenti in borghese, sprovvisti di mandato e in totale violazione dei diritti e delle garanzie detentive presenti già al tempo nel Codice di procedura penale ed oggi consacrati nella nuova costituzione. Trasferita a Marrakech, viene torturata per 48 ore nei sotterranei del commissariato di Place Jamaa al Fna, senza la possibilità di bere né mangiare, fino alla perdita dei sensi. Da allora è rinchiusa nella prigione di Boulmharez, nella sezione riservata ai detenuti di diritto comune. La sua colpa è “l’aver reclamato quelli che sotto altri cieli sarebbero considerati dei diritti fondamentali, come l’accesso gratuito ad un sistema di istruzione di qualità”, ricorda un comunicato pubblicato sulla pagina del gruppo Facebook “Liberiamo Ilham Hasnouni”. I capi di imputazione a carico di Ilham sono almeno una ventina, tra cui “distruzione di beni pubblici, partecipazione ad un raduno non organizzato, utilizzo della forza contro un funzionario di polizia e costituzione di banda armata”. Per il giudice d’istruzione, infatti, la giovane militante sarebbe legata ai disordini scoppiati nel campus universitario della “città rossa” il 14 maggio 2008, quando la polizia è intervenuta in modo violento per mettere fine alle mobilitazioni indette dall’UNEM. “Contro di lei c’è solo la parola di un agente”, ribatte tuttavia l’avvocato di Ilham, che considera l’innocenza della sua cliente fuori discussione. A seguito di quegli eventi, un primo gruppo di basistes (studenti marxisti) – il “gruppo Boudkour” – era stato condannato in modo fin troppo sbrigativo (la maggior parte dei suoi membri hanno finito di scontare la pena) dal tribunale di Marrakech. Anche in quel caso, per le ong locali e internazionali, si era trattato di un processo di natura politica, viziato dalle più flagranti violazioni dei diritti umani fondamentali. A quanto sembra la storia non tarda a ripetersi.
Dopo dieci mesi di carcere e maltrattamenti, Ilham aspetta ancora l’inizio del suo iter giudiziario. La prima udienza ha già subito quattro rinvii (la prossima seduta è prevista per domani, 26 luglio ndr), mentre la difesa si è vista negare la possibilità di presentare testimoni a discarico dell’imputata.

Ilham Hasnouni

Di seguito un articolo scritto dalla giornalista Zineb El Rhazoui (ex Journal Hebdomadaire) lo scorso dicembre, che ripercorre nel dettaglio la storia di Ilham Hasnouni.


ILHAM, VIOLENZE SU UNA GIOVANE STUDENTESSA MAROCCHINA

Alle 16 circa di martedì 12 ottobre un ragazzo elegante, sulla ventina, suona alla porta di casa della famiglia Hasnouni ad Essaouira. “Ilham c’è un tipo che chiede di te”, riferisce il fratellino, pensando che si tratti di un compagno di facoltà. Appena uscita dalla porta dell’abitazione, cinque uomini ben piazzati prelevano la studentessa, gettando a terra il fratello e tirandola per i capelli, sotto le grida disperate della madre. Un veicolo nero stazionato a pochi passi parte verso una destinazione sconosciuta.
“Non avevo dubbi, ho capito subito che si trattava dei molossi del makhzen (termine traducibile con “regime” o “potere centrale”, ndt). La macchina nera è l’ultima cosa che ho visto prima che mi bendassero gli occhi. Durante il tragitto, mi sono piovuti addosso colpi ed insulti di ogni tipo”, racconta Ilham nella sua testimonianza scritta dalla prigione di Boulmharez a Marrakech.
L’arresto della giovane universitaria, senza mandato né convocazione preliminare, arriva dopo una lunga serie di convocazioni e interrogatori condotti negli ambienti studenteschi dell’Università Cadi Ayyad, in riferimento agli eventi del 14 maggio 2008, quando le forze dell’ordine hanno invaso il campus situato a poca distanza dalla Facoltà di Scienze giuridiche, economiche e sociali. In quell’occasione l’UNEM aveva promosso uno sciopero, a seguito delle decine di intossicazioni alimentari registrate all’interno del ristorante universitario. L’amministrazione dell’ateneo, infatti, aveva rifiutato di farsi carico delle spese mediche degli studenti ricoverati. Dopo gli scontri, la polizia ha dato il via ad una serie di arresti che hanno preso di mira gli aderenti al partito marxista La Via Democratica, accusati tra le altre cose di sostenere i separatisti saharaoui.
“Si signore, può stare tranquillo”, riferiva uno degli aguzzini di Ilham al telefono. Il debole spiraglio di luce che riusciva a percepire attraverso la benda non era sufficiente per riconoscere i luoghi né i volti. “Mi sono ritrovata ammanettata in una stanza buia, probabilmente in una delle ville che il regime riserva a questo tipo di necessità”, suppone la giovane attivista. Ai cinque agenti che l’hanno arrestata se ne sono aggiunti degli altri. “Traditrice, figlia di puttana! Come avete qualcosa per riempirvi la pancia, invece di ringraziare continuate a protestare!”. La retorica è familiare per coloro che hanno dovuto subire i tormenti del makhzen. Ben lontano dall’essere cittadino, il suddito marocchino viene facilmente rimesso al suo posto e alla sua funzione: quella di tubo digerente. Ilham si è interrogata a lungo sul senso di questa frase: “di cosa avremmo dovuto riempirci la pancia? Di repressione? Di arresti? Oppure si riferivano alle enormi ricchezze di questo paese, di cui vediamo soltanto le briciole?”.

Torture a ritmo di tamburo
“Quelli di Marrakech la vogliono questa notte”, sono le parole che la militante è riuscita a cogliere in una conversazione tra due agenti. “Mentre mi caricavano in auto ho preso una pedata che mi ha fatto cadere a terra…«Alzati lurida cagna!», hanno gridato subito. Quando sono salita avevo il capogiro per i cazzotti ricevuti fino a quel momento”. Due macchine conducono Ilham verso la “città rossa”, dove due anni prima avevano avuto luogo gli eventi per cui sarà incriminata. “Sapevo quello a cui stavo andando in contro. Sapevo che non sarebbe stato facile da superare”. In effetti, le testimonianze filtrate dalla prigione di Boulmharez negli ultimi due anni sono terrificanti. Dopo le cariche violente subite nell’invasione del campus a Cadi Ayyad, le lunghe giornate di torture ed i simulacri di processo, i detenuti basistes si sono trovati di fronte a condizioni di detenzione particolarmente difficili.
“Dopo un viaggio che mi è sembrato interminabile, mi hanno fatto scendere una scala, poi di nuovo ammanettata ad una sedia”. A questo punto cominciano gli interrogatori: identità, studi, opinioni politiche, frequentazioni, ecc.. Le domande incalzano, accompagnate da colpi al viso e sul resto del corpo ogni volta che le risposte non soddisfano gli ispettori. “Ad un certo punto sono stata trasferita in un’altra stanza al piano superiore. I volti sono cambiati ma non le domande né le reazioni alle mie risposte. Poi è squillato un telefono”. Ilham viene caricata di nuovo in un veicolo, questa volta un furgone. Il tragitto è breve, la nuova destinazione è sempre in città. “Sono stata condotta in un sotterraneo buio ed umido, dove avrei passato la notte”.
La giovane attivista non ha idea, all’inizio, del luogo in cui si trova. Ma non tarda molto a scoprirlo. Nel silenzio della sua segreta, comincia a distinguere dei suoni di festa, musiche di tamburi e ritmi di danza. La storia si ripete, come Zahra Boudkour, Ilham è rinchiusa nel tristemente celebre commissariato di Jamaa al Fna. Sotto la piazza emblema del turismo marocchino, classificata patrimonio dell’UNESCO, decine e forse centinaia di detenuti marciscono nell’oscurità. I canti gnawa e i flauti degli incantatori di serpenti coprono le grida di chi viene torturato qualche metro più in basso. La folla di turisti ignora che sotto ai suoi piedi si trova il luogo dove Zahra Boudkour è stata colpita ripetutamente al viso e nella zona genitale con una sbarra di ferro, dove è stata spogliata davanti ai suoi compagni e costretta a rimanere nuda per tre giorni in pieno ciclo mestruale. La superba immagine da cartolina che offre Jamaa al Fna nasconde le tenebre che inghiottono i dannati del regime.
“Qualche ora più tardi la porta si apre e fanno la loro comparsa nuovi carcerieri. La serie di domande riprende, ma questa volta non aspettano nemmeno le risposte. Mi hanno picchiato fino allo svenimento”. Ilham perde conoscenza, ma viene risvegliata ancora a suon di botte. “Durante il pestaggio non sono riuscita a distinguere i volti, ma sapevo con certezza che mi trovavo di fronte agli assassini di Abderrazak Gadiri. Il suo ricordo non mi ha lasciata un istante”. Lo studente a cui fa riferimento Ilham è morto il 31 dicembre 2008 a causa di una grave ferita alla testa, dopo un altro intervento della polizia nel campus universitario di Cadi Ayyad. Numerose testimonianze hanno attribuito la responsabilità dell’accaduto all’agente detto “Laaroubi”, che al momento delle cariche si trovava in compagnia del vice-prefetto della polizia di Marrakech e del capo della polizia turistica. Ad oggi, nessun colpevole ha pagato per l’omicidio di Gadiri.
“Tornata in cella, avevo bisogno di dormire. Stavo crollando di stanchezza, ma l’umidità e il rimbombare dei tamburi di Jamaa al Fna me l’hanno impedito”, prosegue la giovane attivista. La tregua, tuttavia, è di corta durata. Gli aguzzini tornano a cercarla per l’ennesimo interrogatorio. “Chi è che vi finanzia?”, ricomincia l’ispettore. Il regime non vede in Ilham e i suoi compagni un’organizzazione studentesca che lotta per la gratuità dell’insegnamento, l’aumento delle borse di studio o l’accesso ai mezzi di trasporto, ma una cospirazione contro la sua perennità, probabilmente finanziata dai “nemici del Marocco”. Le domande continuano ancora un po’, poi viene fatta salire su un furgone, direzione tribunale, per comparire di fronte al procuratore del re. “Un orologio appeso al muro segnava le 9 del mattino. Ho passato due giorni senza mangiare la commissariato Jamaa al Fna”.
Ammanettata ad una sedia, Ilham è sul punto di soccombere alla fame, alla sete, al dolore e allo sfinimento. Solo alle 18 un poliziotto la fa entrare nello studio del giudice istruttore. “Chi ha bruciato la città universitaria? Quanti siete?...Non ero stupita dalle sue domande. Da parte mia, avevo una gran voglia di chiedergli: chi ha impedito l’ingresso degli studenti nel campus? Chi ha ucciso Gadiri?...Alla fine ha letto la lista dei miei capi di imputazione: responsabilità in incendio doloso, distruzione dei beni pubblici, riunione armata…”. Appena uscita dall’incubo dell’inchiesta preliminare, Ilham si ritrova di nuovo in un furgone che la conduce alla prigione di Boulmharez, “Abu Ghraib Marrakech”, come l’hanno soprannominata i suoi ospiti. Dal suo dormitorio superaffollato ci ha inviato la sua testimonianza. Da lì continua a battersi per i suoi diritti fondamentali in attesa che cominci il processo.

P.S.: nell'udienza tenutasi martedì 26 luglio presso il tribunale di Marrakech, il giudice ha deciso (per la quinta volta consecutiva) di rinviare il processo a martedì 2 agosto. Ilham è in carcare da quasi un anno, ma nessuna sentenza è mai stata emessa contro di lei....

venerdì 22 luglio 2011

Le Courrier International censurato in Marocco

Nei giorni scorsi le autorità marocchine hanno vietato la distribuzione del settimanale francese Le Courrier International (padre spirituale e modello del nostro Internazionale) all’interno dei confini del regno a causa di una vignetta giudicata “offensiva”. Nel numero 1080 (13-20 luglio 2011) della rivista, assieme all’articolo “L’envers d’un plébiscite royal” – l’editoriale pubblicato dal direttore di Tel Quel Karim Boukhari l’indomani del referendum – c’era un disegno del celebre caricaturista algerino Dilem. Il re Mohammed VI è pronto a spartire il potere con il suo primo ministro, il titolo della caricatura. In primo piano il sovrano, mentre fuma uno spinello, accanto al premier Abbas Al Fassi che incalza: “fallo girare!”.


E’ interessante notare che, pur definendo la performance elettorale (98,5% di “sì” alla nuova costituzione) “un plebiscito organizzato” e “degno delle migliori dittature”, l’articolo di Boukhari non aveva subito restrizioni al momento della prima apparizione (“Le Maroc est inquiet”, Tel Quel n. 481, 9-15 luglio). Il ministro Khalid Naciri, non certo noto per il suo senso dell’umorismo quanto piuttosto per la sua cieca fedeltà al regime, ha precisato infatti che il provvedimento di censura da lui ordinato è dovuto “alla mancanza di rispetto dovuta al re” insita nella vignetta pubblicata dal Courrier. A titolo informativo, l’articolo 29 del Codice della stampa autorizza il ministro della Comunicazione e il Primo ministro a vietare l’ingresso in Marocco dei giornali stranieri se questi costituiscono “un attacco alla religione islamica, al regime monarchico, all’integrità territoriale, al rispetto dovuto al sovrano o un pericolo per l’ordine pubblico” (le famose “linee rosse”).
L’episodio non rappresenta purtroppo una novità. Proprio il settimanale francese aveva già subito un primo stop nel luglio del 2009 in circostanze simili. L’inchiesta del Journal Hebdomadaire sull’impero economico di Mohammed VI era stata riproposta dal Courrier International con un contributo del caricaturista Khalid Gueddar, che aveva raffigurato il monarca ai comandi di una moto d’acqua (lo sport preferito da sua maestà) mentre cavalca un’onda di monete d’oro.


Anche in quell’occasione un comunicato del Ministero chiariva che proprio la presenza del disegno aveva motivato la censura della rivista. Questione di moralità: ciò che viene detto, non sempre può essere mostrato. Come spiegare allora l’atteggiamento del regime marocchino nei confronti della caricatura? Il disegno umoristico, soprattutto se accompagnato dalla rappresentazione dei membri della famiglia reale, sembra rimanere un tabù e ancora oggi deve confrontarsi regolarmente con le ire del Palazzo e la dura reazione delle autorità. Disegnatori e giornali continuano a farne le spese. Perché? Da una parte le immagini fanno più paura delle parole, dal momento che hanno un impatto più forte e immediato, dall’altra i codici legislativi (come quello della stampa) sanciscono la sacralità e l’intangibilità del monarca, a dispetto della nuova carta costituzionale. “La lettura di una caricatura è più facile rispetto alle pagine di un testo. E’ il primo elemento che ci colpisce quando si sfoglia un giornale, ed è ciò che immancabilmente ci diverte. I bersagli sono chiari, diretti e il suo messaggio arriva a tutti, perfino agli analfabeti”, è il commento del caricaturista Lahsen Bakhti, che non può nemmeno immaginare Le Monde senza la vignetta di Plantu in prima pagina.


CARICATURA NON GRATA
(Breve riepilogo della storia della caricatura in Marocco, tratto dall’articolo di Laetitia Dechanet “Sage come une image”, pubblicato da Le Journal Hebdomadaire n. 416, 7-13 novembre 2009)

La caricatura fa la sua comparsa nelle colonne della stampa marocchina fin dal primo periodo post-indipendenza. Negli anni sessanta vedono la luce i primi giornali satirici, Akhbar Dounia e Joha. Poco più tardi, tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo, uno dei pionieri del disegno marocchino, Hamid Bouhali, in compagnia di Mohamed Filali, lancia in rapida successione tre riviste umoristiche: Satirix, in francese, poi Akhbar Souk e Attakchab in arabo. Tra i caricaturisti che più hanno contribuito all’espressione di questo genere giornalistico, il cui riscontro in edicola è strepitoso, c’è anche Larbi Sebbane. Akhbar Souk raggiunge dei picchi di vendite di 180 mila esemplari a settimana, prima di stabilizzarsi sulle 50 mila copie. Tutto sembra procedere bene, fino a quando un disegno del caricaturista Hamouda non suscita la collera di Driss Basri, allora ministro dell’Interno: Bouhali, direttore della pubblicazione, viene messo in carcere per un mese, prima di finire agli arresti domiciliari. Dopo un anno, sottoscrive una dichiarazione in cui si impegna a non pubblicare più giornali e riacquista la libertà. Per la caricatura marocchina è la fine della prima grande avventura.
In quegli anni, anche il quotidiano L’Opinion propone un supplemento satirico di quattro pagine, Sandwich, che subisce ben presto la stessa sorte dei suoi predecessori. Le sue caricature, che portano la firma di Filali, infastidiscono il regime. Khalid Jamai, all’epoca capo-redattore del giornale, ricorda: “avevamo pubblicato una caricatura di Ronald Reagan con in braccio una scimmia. L’ambasciatore americano, su tutte le furie, andò a protestare dal sovrano. Allora ricevetti una chiamata da Driss Basri, che pronunciò queste parole: «il re è arrabbiato con te. Da ora in poi non avete più il diritto di pubblicare caricature. Non è un problema di libertà di espressione, ma di rispetto verso la religione. Dio ha creato l’essere umano in una certa maniera e voi, con i vostri disegni, deformate questa sua creazione». Minacciò di chiudere L’Opinion se avessimo proposto nuove caricature. Sandwich è scomparso così da un giorno all’altro”.
Da quel momento è come se una fatwa abbia vietato la divulgazione dei disegni satirici. Nel 1989 Hassan II, ospite nel programma francese L’Heure de verité, dichiara: “Non tollererò mai dei giornali come Le Canard Enchainé. Da noi la caricatura è vietata per consenso nazionale”. Quest’ultima deve infatti aspettare fino al 2000, un anno dopo la morte del vecchio re, prima di ritrovare il suo posto in edicola, grazie ad Ali Lmrabet che fonda il giornale satirico Demain Magazine (poi Doumane, in darija). Ma, anche in questo caso, si tratta di un’esperienza piuttosto breve. Nel 2003, infatti, la pubblicazione viene chiusa e Ali Lmrabet si vede condannato a quattro anni di carcere per “oltraggio al re e attacco ai valori sacri del regno e alla sua integrità territoriale”. Nel 2007 nasce l’ultimo giornale satirico della storia marocchina, Le Canard libéré. Il supporto, tuttavia, non sembra essere all’altezza dei titoli che l’hanno preceduto. Di certo lo si deve alla sua linea editoriale, “basata sul rispetto dei valori religiosi, della patria e dei simboli nazionali”, come viene precisato da un comunicato stampa. La caricatura, in definitiva, pare abbia conservato una cattiva reputazione: la sua presenza nei giornali marocchini è ancora timida e, tra la maggior parte dei disegnatori, prevale l’autocensura.

La libertà di espressione in Marocco vista da Khalid. Raffigurare Mohammed VI nelle caricature è "vietato". 

FOCUS: il Codice della stampa marocchino
Di seguito gli articoli più restrittivi di un codice della stampa giudicato “liberticida” dalle principali ong per i diritti umani, Reporters sans frontieres e dagli stessi giornalisti marocchini indipendenti:

Articolo 29. L’ingresso in Marocco dei giornali stranieri può essere vietato dal ministro della Comunicazione o dal Primo ministro, se questi costituiscono un attacco alla religione islamica, al regime monarchico, all’integrità territoriale, al rispetto dovuto al re o un pericolo per l’ordine pubblico.
Articolo 41. Ogni offesa verso il re o un membro della famiglia reale è punita con l’arresto da 3 a 5 anni e con una multa da mille a 10 mila euro. La stessa pena è prevista se l’attacco è diretto alla religione islamica, al regime monarchico o all’integrità territoriale. La condanna può prevedere anche la sospensione temporanea della pubblicazione o addirittura il divieto definitivo.
Articoli 44-51. Stabiliscono pene severe, compreso il carcere (da un mese a un anno), per chi viene giudicato colpevole di diffamazione.
Articolo 52. L’offesa commessa contro i Capi di Stato, i capi di governo, e i ministri degli esteri di Paesi stranieri è punita con l’arresto da un mese ad un anno e con una multa da mille a 10 mila euro.
Articolo 77. Il ministro dell’Interno può ordinare, con decisione motivata, il sequestro di ogni pubblicazione che costituisca un pericolo per l’ordine pubblico o un attacco alla famiglia reale, alla religione islamica, al regime monarchico o all’integrità territoriale.

mercoledì 20 luglio 2011

Khalid al referendum

Continua la collaborazione tra il caricaturista Khalid Gueddar e (r)umori dal Mediterraneo. Khalid "le mediavore", bandito dai media marocchini “ufficiali” dopo il processo ad Akhbar Al Youm e la chiusura del Journal Hebdomadaire, resta in prima linea nella battaglia per la libertà di espressione (secondo la graduatoria stilata da Reporters sans frontieres il Marocco è al 127° posto). Oltre al blog khalidcartoons, negli ultimi mesi alcuni suoi disegni sono apparsi nei giornali on-line Lakome e Demain.


Un oppositore entra nel seggio per votare “no” (la, in arabo) alla nuova costituzione, ma nell’urna elettorale – da cui una mano fa capolino per deriderlo – possono essere inseriti solamente i “sì” (naam).

[Risultato: plebiscito in salsa marocchina al 98,5%]

sabato 16 luglio 2011

“L’amazigh non è solo una lingua, ma un sistema di valori laici e democratici”

In Marocco il movimento berbero prende atto degli avanzamenti offerti dalla nuova costituzione, tra cui il riconoscimento ufficiale del tamazight, ma non abbandona il fronte delle contestazioni.

Tangeri, 3 luglio 2011

RABAT – Tra i primi a rispondere all’appello del “20 febbraio”, il movimento amazigh ha avuto un impatto considerevole nelle mobilitazioni che da quasi cinque mesi a questa parte, domenica dopo domenica, spingono migliaia di persone a scendere in strada, nelle principali città del regno, per chiedere il passaggio ad uno Stato democratico, la fine dell’assolutismo monarchico e il rispetto della dignità dei cittadini. Le bandiere giallo-verde-blu hanno sventolato a Tangeri, Tetuan, Errachidia, Agadir e perfino a Rabat e Casablanca, mentre nelle regioni dell’interno a maggioranza berberofona (Rif, Suss, Orientale, Medio e Alto Atlante) anche i piccoli villaggi hanno alzato la testa per denunciare gli abusi delle autorità locali e la mancanza di infrastrutture primarie – scuole e ospedali all’occorrenza (per saperne di più vai all’articolo “Breve saggio sulla storia del movimento amazigh in Marocco”).

Rabat, 20 marzo 2011

La nuova costituzione, voluta dal sovrano e approvata lo scorso 1° luglio, ha riconosciuto l’idioma berbero come lingua ufficiale e la cultura amazigh come componente di un’identità nazionale non più esclusivamente arabo-musulmana, accogliendo in questo modo le rivendicazioni di base del movimento. Tuttavia, il tentativo del regime di dividere il fronte della contestazione sembra essere fallito. Gli attivisti berberi – nella quasi totalità dei casi – hanno rigettato la nuova carta e si dicono pronti a continuare le proteste (prossimo appuntamento domenica 17 luglio). Perché? Il motivo ce lo spiega Ahmed Assid, docente di filosofia all’Università di Rabat fino al 2002 e da dieci anni ricercatore all’IRCAM (l’Institut royal pour la culture amazigh, di cui è stato uno dei fondatori nel 2001). Il professor Assid, intellettuale riconosciuto ben oltre i confini nazionali, è autore di alcune opere di riferimento sul tema della berberità (Culture et identité au Maroc contemporain, L’amazighité dans le discours de l’islam politique) e dal 2006 dirige l’Osservatorio amazigh per i diritti e le libertà.


SCHEDA INTRODUTTIVA: l’amazigh nella nuova costituzione marocchina.
Dal Preambolo: “[…] il Regno del Marocco intende preservare, nella sua pienezza e diversità, la propria identità nazionale, una e indivisibile, […] forgiata attraverso la convergenza delle sue componenti arabo-islamica, amazigh e saharo-hassani”.
Dall’art. 5: “L’arabo rimane la lingua ufficiale dello Stato. Lo Stato si impegna alla protezione e allo sviluppo della lingua araba, oltre che alla promozione del suo utilizzo. Anche l’amazigh costituisce una lingua ufficiale dello Stato, in quanto patrimonio comune di tutti i marocchini senza eccezioni. Una legge organica definisce il processo di attuazione del carattere ufficiale di questa lingua, come pure le modalità della sua integrazione nell’insegnamento e negli aspetti prioritari della vita pubblica […]”.


Intervista ad Ahmed Assid (Rabat, 11 luglio 2011)


Qual è stata la reazione del movimento amazigh alla presentazione della nuova costituzione sottoposta a referendum lo scorso 1° luglio?
Il movimento amazigh è un’entità eterogenea che accoglie al suo interno centinaia di associazioni – alcune a carattere nazionale, la maggior parte a vocazione locale – oltre agli attivisti indipendenti. Di conseguenza anche le posizioni assunte dagli attori del movimento sono eterogenee. In merito alla nuova costituzione ci sono state tre reazioni distinte. La prima, largamente maggioritaria, ha sostenuto il boicottaggio del referendum. E’ questo il caso dell’Osservatorio amazigh per i diritti e libertà, di Tamaynout (la più grande associazione berbera marocchina per numero di aderenti, ndr), della coordinazione Tafsut guidata da Azetta (che riunisce 309 associazioni) e di Amiafa, la coordinazione delle associazioni amazigh del Marocco centrale. Invece le organizzazioni più moderate, come l’AMREC (Associazione marocchina per la ricerca e gli scambi culturali, prima associazione berbera fondata nel 1967, ndr), hanno fatto campagna per il “sì”. Infine c’è stata una terza attitudine, quella tenuta ad esempio dal Congres Mondial Amazigh, dalle coordinazioni del Suss e del Rif, che hanno espresso soddisfazione per il riconoscimento ufficiale del tamazight (la lingua berbera) senza nascondere le critiche al nuovo testo. Nei loro comunicati, tuttavia, non si sono espresse né per il “sì” né per il boicottaggio del referendum.

Quali sono le critiche che l’Osservatorio da lei diretto ha avanzato nei confronti del nuovo testo?
Prima di rispondere alla sua domanda vorrei fare chiarezza su un punto fondamentale. Il nostro atteggiamento, fortemente negativo nei confronti della nuova costituzione, fa riferimento al testo presentato ufficialmente la sera del 17 giugno (a margine del discorso del sovrano) e non al lavoro della commissione Mannouni che, pur essendo stata scelta secondo una logica anti-democratica, aveva redatto una carta molto più avanzata rispetto alla versione finale sottoposta a referendum. Purtroppo quel testo – dove per esempio era riconosciuta “la responsabilità dello Stato nella protezione del pluralismo religioso” e “la libertà di coscienza dei cittadini” – è stato snaturato dall’intervento del consigliere reale Moatassim, che in 48 ore e con l’appoggio delle forze politiche più conservatrici ne ha rivisto arbitrariamente il contenuto per ricevere il via libera del Palazzo. Per questo Mannouni si è rifiutato di leggerlo pubblicamente, disconoscendone così la paternità, ed è stato il consigliere di Mohammed VI a presentarlo ufficialmente il 17 giugno scorso.

Quella che lei definisce una “revisione di Palazzo” ha interessato anche le parti della nuova costituzione dedicate al riconoscimento dell’amazigh?
Sì. Nel preambolo, dove si fa riferimento all’edificazione dell’identità nazionale, la componente amazigh veniva prima di quella arabo-islamica. La commissione Mannouni aveva rispettato la cronologia storica, che documenta la presenza millenaria degli imazighen (plurale di amazigh, ndr) nell’attuale territorio marocchino, mentre l’arrivo degli arabi è datato alla fine del settimo secolo dell’era cristiana. Il testo uscito da Palazzo ha ribadito invece la preminenza della umma arabo islamica sui valori ancestrali di appartenenza all’africanità, di cui la berberità è il simbolo.
Altro esempio è il famoso articolo 5 della costituzione. Sia chiaro, la costituzionalizzazione della lingua amazigh come idioma ufficiale è un traguardo importante, che premia i sacrifici di generazioni di militanti a sostegno della causa berbera. Tuttavia, la formulazione scelta per questo articolo è ambigua e lascia spazio ad interpretazioni pericolose. Nella prima versione, la lingua araba e quella berbera erano inserite nella stessa frase, considerate entrambe lingue ufficiali a pari titolo. Dopo la revisione operata da Moatassim, l’arabo e l’amazigh sono finiti in due paragrafi distinti, dove il secondo resta gerarchicamente subordinato al primo. Il partito arabo-nazionalista dell’Istiqlal (del primo ministro Abbas El Fassi) ha imposto una menzione separata per la lingua araba, di cui lo Stato promuove la tutela e l’utilizzo, e che resta in una posizione di preminenza rispetto all’amazigh. A conti fatti, è come se venissero separati i marocchini di prima classe (arabofoni) da quelli di seconda classe (berberofoni).
Sempre nell’articolo 5, si fa riferimento ad una legge organica (che deve essere votata dai 2/3 del parlamento, ndr) per decidere le modalità con cui la lingua amazigh sarà integrata nei sistemi di insegnamento e nella vita pubblica dello Stato. Questo significa che bisognerà ripartire da capo? L’ingresso del tamazight nei programmi di istruzione, la redazione dei manuali scolastici e la metodologia di insegnamento, sono già stati decisi nel 2002 (con gli accordi tra l’IRCAM e il Ministero) e sono praticati ormai da dieci anni. La scelta della grafia tifinagh per la standardizzazione della lingua è ufficiale dal 2004. Sono acquisizioni storiche che non siamo disposti a rimettere in discussione. L’atteggiamento dei due grandi partiti rimasti ostili alla berberità del Marocco, l’Istiqlal e il PJD (Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione islamica vicino al regime), punta a scardinare il lavoro fatto all’IRCAM, ingente e allo stesso tempo fragile, poiché necessita ancora di garanzie giuridiche. La legge organica menzionata all’art. 5 deve essere l’occasione per fornire protezione e riconoscimento legale a questi dieci anni di conquiste sul piano linguistico e culturale, ma la nuova costituzione non prende nemmeno in considerazione l’operato dell’IRCAM. L’Istiqlal e il PJD, che evidentemente godono delle grazie del monarca nella loro crociata per arginare le anime progressiste, hanno rialzato la testa e cercheranno in tutti i modi di imporre la loro visione in parlamento. Il loro grande obiettivo è di bloccare l’utilizzo del tifinagh, vogliono costringere gli imazighen a scrivere la loro lingua con le lettere arabe. Ma il tifinagh non è soltanto un alfabeto per scrivere, è parte integrante dell’identità amazigh, sopravvissuta a secoli di arabizzazione forzata. I suoi caratteri, a lungo vietati in Marocco (conservati però dalle tribù tuareg del deserto), hanno lasciato tracce nella nostra stessa quotidianità (per esempio nell’artigianato berbero e nelle decorazioni dei villaggi).

Lei stesso ha definito “un traguardo importante” il riconoscimento del tamazight come lingua ufficiale nella costituzione. Tra l’altro era una delle rivendicazioni prioritarie elencate nella Charte d’Agadir (1991) e nel Manifeste amazigh (2000). Perché allora rinunciare a questo traguardo e sostenere il boicottaggio del referendum?
La nostra posizione, come Osservatorio e come movimento amazigh nella sua globalità (fatta eccezione per le associazioni più conservatrici come l’AMREC), era chiara fin dall’inizio. La nostra lotta non si limita al riconoscimento della lingua ma abbraccia rivendicazioni sociali e politiche ben precise, prima fra tutte il passaggio ad una costituzione democratica. Evidentemente non è questo il caso della carta sottoposta a referendum lo scorso 1° luglio. L’amazigh non è solo una lingua diversa dall’arabo ma un sistema di valori, in netto contrasto con la cultura dispotica veicolata dal makhzen (potere centrale, ndr). Quella berbera è prima di tutto una cultura laica, che ha sempre distinto gli affari terrestri da quelli celesti. Prima dell’arrivo dei francesi, mentre nell’area della capitale controllata dal sultano alawita veniva applicata la shari’a, la legge religiosa, nelle regioni amministrate dalle tribù amazigh era in vigore un sistema di diritto (consuetudinario) laico, che proibiva le pene corporali. Pur essendo musulmani, gli imazighen non permettevano agli imam di partecipare ai consigli di comunità. Il loro posto era la moschea, ad occuparsi della spiritualità e delle questioni di fede.
Per noi il concetto di laicità è strettamente legato alla democrazia. L’alternativa alla laicità è lo Stato religioso, la privazione della libertà di coscienza e la strumentalizzazione della fede per scopi politici. In questo senso la nuova costituzione non apporta nessun cambiamento rispetto al passato. La monarchia ha fatto ricorso ancora una volta alla legittimazione religiosa, dimostrando di temere il passaggio alla legittimazione democratica. Speravamo che nel 2011 le regole del gioco potessero cambiare…

Quando parla di legittimazione religiosa fa riferimento all’articolo 41 del nuovo testo?
Sì, e anche in questo caso l’intervento del consigliere reale Moatassim ha dato i suoi frutti. Gli articoli 41 e 42 sono stati invertiti durante la revisione di Palazzo. Nella versione originale, l’art. 41 riconosceva la figura del re come un Capo di Stato moderno, mentre il 42 gli attribuiva le facoltà religiose di Amir Al Mouminine. L’ordine era in sé significativo, prima un riconoscimento basato sui canoni giuridici della modernità, quella in cui il regime afferma a parole di volersi inscrivere, e poi il riferimento ad un titolo di derivazione arcaica, quale il Comandante dei credenti. Se tale ordine è stato invertito significa che la monarchia, perfino in questi “dettagli”, vuole rimanere ben ancorata al tradizionalismo da cui trae il suo potere assoluto, come testimoniano i frequenti richiami alle costanti religiose del regno, inseriti nel testo in un secondo momento.
E’ la dimostrazione che il trono alawita insiste nell’utilizzo della religione come strumento di potere politico. Quindi, siamo ancora ben lontani dalla modernità. Le faccio un esempio: nel preambolo della costituzione viene affermata la prevalenza delle convenzioni internazionali sul diritto interno del regno, nel rispetto però “della sua identità immutabile”. Prima di tutto quest’affermazione è un controsenso, una contraddizione in sé. E poi, che cosa significa? Significa che in nome della specificità religiosa del paese e del corollario di poteri che ne deriva, il sovrano continuerà a prendersi gioco della democrazia e a dosare le libertà e i diritti a suo piacimento (l’abbiamo visto anche durante la campagna elettorale, quando si è servito del Corano, degli imam e perfino delle confraternite sufi per sostenere il sì al referendum).

In Marocco la question amazighe è rimasta tabù fino agli anno ’90. Hassan II non era disposto a mettere in discussione l’uniformità arabo-islamica su cui aveva fondato il suo regno. Con Mohammed VI il contesto è cambiato: nel discorso di Ajdir (ottobre 2011) ha riconosciuto l’importanza dell’identità berbera e ha promosso la creazione dell’IRCAM, spianando la strada all’ufficializzazione del tamazight. Il movimento amazigh non si sente in qualche modo “debitore” nei confronti del monarca?
Le nostre conquiste non sono soltanto frutto della strategia politica intrapresa dal Palazzo nell’ultimo decennio, piuttosto sono il risultato di un nuovo rapporto di forza che si è venuto a creare tra il regime e una parte della popolazione. Mohammed VI, salito al trono nel 1999, aveva bisogno di testare la sua legittimità e portava con sé una vera speranza di cambiamento (eravamo in pieno “governo d’alternanza”, con un ex oppositore socialista nel ruolo di primo ministro). In più, il movimento amazigh stava vivendo un periodo di grande vitalità. Uscito allo scoperto negli anni novanta, con la redazione del Manifeste amazigh era riuscito ad abbattere definitivamente il tabù della berberità ed ad avere un eco nelle alte sfere politiche del regno.
Al tempo la nostra posizione stava diventando sempre più radicale: ci presentavamo di fronte alle istanze internazionali come un popolo senza Stato, eravamo pronti a “cabilizzare” la lotta amazigh in Marocco, boicottando la lingua araba e tutte le istituzioni che la veicolano. Il nostro leader storico Mohamed Chafik stava preparando un grande appello a tawada, una marcia pacifica di tutti gli imazighen su Rabat. Il discorso di Ajdir e la conseguente creazione dell’IRCAM è stata una reazione obbligata da parte del Palazzo per frenare il consolidamento di un nuovo fronte di contestazione (dopo quello marxista degli anni ’70 e quello islamico degli anni ’80) e per evitare lo scontro aperto.
I traguardi raggiunti li abbiamo strappati lottando giorno dopo giorno, inserendoci nei dibattiti pubblici, difendendo le nostre idee nei media e nella stampa. Deve sapere che negli ultimi tre mesi le associazioni amazigh sono arrivate a condizionare i lavori della commissione Mannouni. Hanno convinto la maggioranza dei partiti e delle organizzazioni della società civile (che hanno presentato le proposte di revisione della costituzione) ad appoggiare l’ufficializzazione della lingua berbera. Di conseguenza, non siamo di fronte ad una concessione di sua maestà. La prova, come le dicevo poco fa, è che certi ambienti di Palazzo hanno già dato il via libera ai cani da guardia dell’arabo-islamismo. La monarchia apre e chiude le porte a seconda della convenienza.

Il suo Osservatorio, come la gran parte degli attivisti amazigh, si è schierato a sostegno del Movimento 20 febbraio. Perché?
Perché la causa amazigh non è una lotta di razziale o etnica, è una causa nazionale a cui contribuiscono tutte le forze democratiche. Questo i giovani del “20 febbraio” l’hanno capito subito. I loro slogan e le loro rivendicazioni sono in perfetta sintonia con la nostra piattaforma. L’Osservatorio è membro del Consiglio nazionale di appoggio al movimento (CNAM) e partecipa alle manifestazioni. Sul piano intellettuale, abbiamo contribuito alla dinamica di protesta con la pubblicazione di un breve testo, l’Appel “Timmouzgha” pour la democratie, dove ribadiamo il legame profondo tra il movimento amazigh e la primavera marocchina.
Ci troviamo di fronte ad un contesto sociale e politico del tutto nuovo nella storia del nostro paese e dobbiamo approfittarne. Per la prima volta si è iniziato a discutere liberamente, a criticare e a reclamare diritti senza più paure. Perfino il ruolo della monarchia è stato messo apertamente in discussione, sono stati scanditi slogan contro la fortuna economica accumulata dal re (di cui nemmeno il parlamento ha la facoltà di dibattere), una cosa impensabile fino a pochi mesi fa. Anche le categorie più marginalizzate, o quelle che hanno sempre avuto timore ad alzare la voce, sono scese in piazza a manifestare. Per esempio gli abitanti (berberofoni) di Tafraout (Anti Atlante), dove la holding reale sta saccheggiando le miniere d’oro presenti nella zona lasciando in contropartita siccità e l’inquinamento delle falde acquifere.
La grande vittoria del “20 febbraio” non è la riforma della costituzione, ma l’apertura di un nuovo spazio di libertà, punto di partenza per la realizzazione di un vero cambiamento. Solo superando la paura il popolo potrà acquisire una coscienza “cittadina”, per questo bisogna rendere merito alla pressione costante esercitata dal movimento sulle autorità. Il passaggio innescato a partire dal febbraio scorso è a mio avviso irreversibile e segna la fine dei tabù e delle linee rosse.

Poco fa lei parlava della laicità come cardine della cultura amazigh e come base irrinunciabile per la democrazia. Non c’è nessun contrasto in proposito con le altre componenti che sostengono il “20 febbraio”? Penso agli islamici di Giustizia e Carità, più che alle organizzazioni della sinistra radicale…
Con i partiti di tradizione marxista, come il PSU o Annahj Addimocrati, non abbiamo alcun problema, sono i nostri alleati da tempo – ben prima del “20 febbraio” – sia nella rivendicazione della laicità dello Stato che dell’identità berbera. Il partito Annahj è stata la prima formazione politica a sostenere l’ufficializzazione della lingua amazigh, una rivendicazione che compare nel loro statuto già dal congresso fondativo. Per quanto riguarda l’associazione islamica Giustizia e Carità è vero che le nostre visioni di fondo sono divergenti. Ma è proprio questo il momento di mettere le divisioni e i conflitti alle spalle. L’importanza della congiuntura storica ce lo impone ed è quello che abbiamo fatto. Gli attivisti amazigh, gli eredi della sinistra marxista, gli altermondialisti e i militanti islamisti, vale a dire le forze di mobilitazione sociale che si oppongono al regime, marciano assieme e gridano gli stessi slogan. Il makhzen e la sua logica autoritaria sono il nemico che ci unisce, abbatterlo è una priorità per tutti noi. Questa è una lezione che abbiamo appreso dagli amici egiziani. Giustizia e Carità, per accodarsi alla scia del “20 febbraio”, ha pubblicato un appello ai suoi militanti intitolato “Prima che sia troppo tardi”. Nel testo vengono messe in rilievo soltanto le rivendicazioni che uniscono l’associazione alle altre componenti democratiche del movimento. Nessun richiamo allo Stato islamico né alla religione. L’ideologia del fondatore Abdessalam Yassine, che ha isolato per trent’anni la più forte e radicata organizzazione politica del paese, è stata messa temporaneamente da parte. L’atteggiamento adottato da Giustizia e Carità dopo il “20 febbraio” è indubbiamente pragmatico: hanno accantonato i vecchi progetti per conquistare alleati. Hanno perfino appoggiato la lotta per il riconoscimento dell’identità amazigh, quando fino a poco tempo fa erano dichiaratamente ostili. Noi ne siamo coscienti, ma preferiamo che continuino a manifestare al nostro fianco. Gettate le basi per uno Stato democratico, riprenderemo il confronto.

Molti osservatori o analisti in genere, ritengono che l’unica possibilità di sopravvivenza per il “20 febbraio” sia l’ingresso nell’arena politica. Lei è d’accordo?
No, l’ingresso nell’arena politica è il solo modo per ucciderlo, come è successo con le vecchie formazioni di opposizione. Del resto la cooptazione e l’assorbimento nel sistema, attraverso la corruzione e il clientelismo, è l’arma che ha reso possibile la conservazione dell’autocrazia alawita. L’unico modo di sopravvivere è continuare a scendere in piazza, anche solo una volta al mese. La legislazione nazionale, costituzione compresa, non offre vere garanzie democratiche. Di conseguenza bisogna rimanere vigili e attivi per mantenere lo spazio di libertà che ci siamo conquistati. Da una parte il movimento continua a risvegliare le coscienze, nell’obiettivo di ottenere una mobilitazione ancor più numerosa per cambiare il sistema dalla base. Nuove voci si uniscono al coro, lo abbiamo visto in questi ultimi giorni, con le rivolte a Khouribga e a Youssoufia. Se, nella peggiore delle ipotesi, i numeri restano gli stessi, avremo comunque una dinamica positiva che disturba le manovre di Palazzo. In questo senso la storia può insegnarci molto: ogni volta che il makhzen, dopo una situazione di crisi, recupera la sua forza e si sente al sicuro dalle contestazioni ricomincia gli abusi e le violazioni. Le manifestazioni restano l’unica garanzia democratica.
In ogni caso, in Marocco, non sono più i partiti a fare politica, ma le forze vive che operano all’interno della società, a stretto contatto con la popolazione. I primi cercano privilegi da spartire e sono ormai delle élite autoreferenziali, i secondi lavorano per riuscire a cambiare la mentalità della gente e i comportamenti. Non sono solo i testi e le leggi a dover essere democratici (oltre che applicati), ma il nostro stesso spirito, le nostre esigenze. Dobbiamo innescare una nuova dinamica sociale che possa portare alla rottura del binomio suddito-governante su cui continua a sopravvivere il regime.

Su quali aspetti in particolare si concentrerà la contestazione nei prossimi mesi?
Di certo sul monopolio politico ed economico del monarca e sulla simbologia arcaica di cui si fa vezzo la sua figura. Le faccio un esempio, all’apparenza banale ma emblematico. La prassi della genuflessione e del baciamano (bay’a) di fronte al sovrano è un atto che simboleggia la sottomissione, un’umiliazione e un attacco alla dignità umana. Mohammed VI, presentatosi come un re innovatore, non ha nemmeno pensato ad abolire questo cerimoniale. Noi, invece, lo rifiutiamo categoricamente. Durante l’investitura del consiglio di amministrazione dell’IRCAM (2002) abbiamo salutato il monarca, Mohamed Chafik (rettore dell’istituto) in testa, stringendogli la mano. Per l’opinione pubblica fu uno scandalo, ma pochi mesi dopo alcuni membri dell’Unione degli scrittori marocchini hanno seguito il nostro esempio e poi degli altri ancora. Ripeto, è necessario abbattere tutti i tabù.
Al centro delle proteste c’è poi la struttura di potere piramidale sopravvissuta all’era pre-coloniale. Il ministro dell’Interno – gran visir del regno tuttora scelto dal sovrano – è alla guida di una rete capillare di rappresentanti locali (wali, caid, pacha, etc..) che non rispondono delle loro funzioni alla popolazione e che controllano, su consegna del Palazzo, la dinamica economica e politica del territorio di competenza. Neanche il progetto di regionalizzazione avanzata, ripreso dalla nuova costituzione, apporta delle novità in questo senso. Il Marocco resta nel modello giacobino dello Stato centralizzato, rinuncia a valorizzare le specificità regionali e ad attribuire alle collettività territoriali una vera autonomia, specie per quel che riguarda la gestione delle proprie risorse (idriche, del sottosuolo, forestali, marittime). Per le regioni a maggioranza berberofone, marginalizzate e escluse dallo sviluppo, le prospettive non cambiano. E’ il momento di denunciare l’ennesima riforma di facciata e gli imazighen saranno in prima fila.

giovedì 7 luglio 2011

Marocco: “plebiscito” per la nuova costituzione, ma le proteste non si fermano

RABAT - Domenica 3 luglio il Movimento 20 febbraio ha scandito ad alta voce il suo “no” ad una “costituzione illegale e illegittima” imposta dal Palazzo reale e all’ennesima “farsa elettorale”. Migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale e in numerose altre città del paese per chiedere, come da quattro mesi a questa parte, un “vero cambiamento” ed un sovrano che “regna ma non governa”. Prerogative che non sono garantite dalla nuova carta, approvata tramite referendum solo due giorni prima. Le proteste dei giovani dissidenti sembrano aver ripreso forza e vitalità dopo la violenta repressione subita a fine maggio (un attivista è morto a Safi a causa dei colpi inferti dai poliziotti) e le aggressioni perpetrate dai “supporters del re” (ribattezzati dalla piazza baltajia, “delinquenti”) durante la campagna elettorale.

La nuova costituzione vista da Khalid Gueddar

“Repubblica delle banane”
Il 1° luglio si è votata la proposta costituzionale voluta da Mohammed VI per arginare le contestazioni che dallo scorso febbraio animano il regno alawita. Allo sbocciare della “primavera marocchina”, il sovrano ha risposto con la nomina (9 marzo) di una commissione reale, incaricata della modifica della carta fondamentale. La commissione ha lavorato per tre mesi a porte chiuse, mentre alle formazioni politiche, ai sindacati ed alle associazioni (che hanno presentato i propri contributi alla riforma) è stato riservato un ruolo consultivo e non vincolante. Il nuovo testo, annunciato dal monarca il 17 giugno come una “svolta storica nel processo di consolidamento democratico e nell’affermazione dello Stato di diritto”, non sancisce tuttavia il passaggio ad una monarchia parlamentare né un’effettiva divisione dei poteri, lasciando l’intera architettura istituzionale sotto la tutela e il controllo del sovrano (che è anche vertice religioso).
In attesa che il voto dei marocchini all’estero venga ufficializzato, i risultati comunicati dal ministro dell’Interno Taib Cherkaoui segnalano una vittoria schiacciante del “sì” (oltre il 98%) ed una consistente affluenza alle urne (72%). Per il Movimento e le organizzazioni in suo sostegno*, che hanno chiamato al boicottaggio della consultazione, le cifre fornite dal ministero sarebbero state opportunamente riviste (come confermato in un’intervista al Financial Times dal segretario del PJD Benkirane, formazione islamica vicino al regime). “Sono numeri da repubblica delle banane, non certo degni di uno stato democratico. In ogni caso, disconosciamo la legittimità di un referendum che vincola ancora il Marocco alla logica delle concessioni di Palazzo e delle riforme sultanesche”, è il commento di Ghassan Wali, attivista del “20 febbraio” a Casablanca. Anche Aziz Masudi, membro dell’ong Transparency Maroc, si chiede da dove provengano i risultati annunciati dal ministro Cherkaoui, dal momento che “le urne sono rimaste praticamente vuote per tutto l’arco della giornata”. Un dubbio confermato dai pochi giornalisti che hanno avuto accesso alle zone di voto (in molti casi la polizia ha allontanato i corrispondenti stranieri giunti sul posto).
In effetti, sebbene il dato relativo alla partecipazione (72,65%) costituisca una leggera novità rispetto alle ultime consultazioni referendarie (riforme costituzionali del 1992, 97,4%, e del 1996, 82,9%), la percentuale del 98,5% a favore del nuovo testo, dal sapore sovietico-benaliano, appare poco plausibile. Anche alla luce delle irregolarità rilevate nei seggi, dove per i votanti non c’era nemmeno l’obbligo di firma delle liste elettorali. Il sito Mamsawtinch (“non voteremo”), creato dai militanti del movimento per monitorare la regolarità della consultazione, ha riportato alcune testimonianze che parlano esplicitamente di pressioni esercitate dalle autorità, mancanza delle schede per il no, sedi elettorali sprovviste di cabine a garantire un voto realmente segreto e sostituzione delle schede all’interno delle urne. “Ho presentato la tessera elettorale ed ho chiesto se era necessario verificare la mia identità. No. Trovato il mio nome sulla lista, è stato barrato con una croce. Dopo aver votato, ho chiesto se dovevo firmare. No. Sono amareggiato, in questo modo si può far votare chiunque, basta mettere una X sull’elenco!”, ha riferito Ali Bouabid, responsabile dell’USFP (Unione socialista delle forze popolari), tra i sostenitori della nuova costituzione.
Per assicurare la validità delle operazioni, Rabat ha fatto appello al Consiglio nazionale per i diritti umani (organo governativo di nomina reale), che ha dispiegato 136 “osservatori” in tutto il territorio (oltre 40 mila seggi in Marocco, più 520 nelle rappresentanze consolari all’estero, dove si è votato anche nei porti e nelle moschee, in aperta violazione del codice elettorale). Nessuna anomalia, invece, è stata registrata dal CNDH. Quanto alla composizione degli scrutatori, l’incombenza elettorale è stata affidata agli iscritti ai partiti (schierati in maniera pressoché unitaria per il “sì”) ed ai funzionari delle autorità locali, moqaddem-caid-shaykh (alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno), gli stessi che nei contesti rurali hanno partecipato alla “caccia al voto”, offrendo doni ad una popolazione in gran parte analfabeta o preoccupandosi personalmente di accompagnare intere famiglie alle urne.
Secondo le analisi tempestive di alcuni “esperti” nazionali, il dato emerso lo scorso 1° luglio è “inequivocabile” e segna la fine delle contestazioni. “20 febbraio the game is over ”, ha scritto lunedì il quotidiano L’opinion, spiegando che il Marocco ha rifiutato gli appelli dei destabilizzatori per seguire il re nella nuova era democratica. Tuttavia lo storico attivista Ali Fkir, responsabile dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) a Mohammedia, invita a leggere i risultati del referendum sotto una luce diversa. “Anche tenendo conto delle cifre ufficiali, ci troviamo ben lontani dall’acclamazione unanime della nuova Carta che qualcuno vorrebbe farci credere. Il 98,5% dei “sì” fa riferimento agli iscritti nelle liste elettorali – 13 milioni di persone – mentre i marocchini che hanno compiuto il 18° anno di età sono all’incirca 21 milioni. Questo significa che il 56% della popolazione non ha approvato la costituzione imposta dal makhzen (potere centrale, ndr) e dunque la lotta del Movimento 20 febbraio resta assolutamente legittima e necessaria”.
Anche l’Alleanza della sinistra democratica (CNI, PSU e PADS, tre formazioni rappresentate in parlamento che sostengono il movimento) ha rilanciato la sfida al regime, chiedendo l’annullamento della consultazione per la violazione della normativa elettorale. “Gli articoli 109 e 44 del codice, conformemente all’articolo 66 della costituzione in vigore, prevedono la pubblicazione di un decreto emesso dal Consiglio dei ministri che fissi la data del referendum e la durata della campagna elettorale”, ricorda in un comunicato Abderrahman Benameur, portavoce della coalizione. “Nella gazzetta ufficiale del 17 giugno il decreto non c’è, il consiglio non l’ha votato, di conseguenza la consultazione è illegale”, conclude la nota diffusa dall’Alleanza.

"Comprati con pochi dirham dal regime" è l'accusa lanciata dal 20 febbraio ai royalistes (Rabat, 30 giugno 2011)

Una campagna elettorale a senso unico
“Noi siamo marocchini veri e amiamo il nostro re. Non come loro, traditori pagati dal Polisario!”, spiegava Brahim, il 30 giugno scorso in piazza Bab El Had (Rabat). Brahim ha sedici anni e indossa una maglietta rossa con su scritto “sì alla nuova costituzione”. Lui il testo non l’ha letto e non può neanche votare, ma si è unito lo stesso agli altri “supporters” per bloccare la marcia del “20 febbraio” (poche centinaia in quell’occasione). Se sia stato pagato o semplicemente trasportato e “vestito” non si sa, un “adulto” se lo porta via prima che possa rispondere, intimando: “abbiamo di meglio da fare che perdere tempo con te”. Ed è vero. Le schiere dei royalistes si ingrossano con il passare dei minuti, arrivano autobus e camioncini carichi di donne, bambini e ritratti di Mohammed VI. Davanti, facce poco raccomandabili aumentano la pressione su un debole cordone di polizia che, dovendo difendere gli stessi manifestanti repressi fino a ieri a calci e manganelli, appare visibilmente frastornato. Gli attivisti del movimento, spinti fuori dalla piazza, decidono di rientrare alle proprie case. In quel momento scatta l’agguato di alcuni baltajia, che colpiscono il corteo in ritirata lasciando a terra una ragazza dolorante. Quando le forze dell’ordine se ne accorgono, gli aggressori hanno già preso il largo.
Così si è conclusa una campagna elettorale a senso unico, violenta non solo nei toni (le aggressioni ai membri del “20 febbraio” e dell’AMDH si contano a decine), dove la macchina di regime è riuscita astutamente a trasformare il referendum sulla proposta costituzionale in un sondaggio di gradimento della figura del sovrano. Del resto lo stesso Mohammed VI, durante il discorso alla nazione del 17 giugno, aveva impartito chiare consegne ad un popolo che fatica, specie le classi più umili ed emarginate, a scrollarsi di dosso lo status di “suddito” per acquisire quello di “cittadino”. “Voterò sì al progetto della nuova costituzione, adempiendo al mio dovere nazionale”, aveva dichiarato in quell’occasione il monarca, che ha chiuso il suo intervento con la citazione coranica “ecco la mia via, invito le genti di Allah a seguirla”, rinunciando così al ruolo di garante e arbitro imparziale attribuitogli dai suoi sostenitori.
Da allora, le strade e i quartieri delle città sono state tappezzate di striscioni inneggianti alla riforma del re, tutti i mezzi di trasporto (autobus, grand taxi, petit taxi e perfino il tram della capitale) hanno esposto la foto del sovrano affiancata dalla scritta naam (“sì”), mentre i tipografi si sono visti recapitare il divieto di stampare manifesti e cartelli del movimento, pena l'arresto. Per quindici giorni i quotidiani nazionali, oltre alle radio ed alle televisioni, hanno diffuso appelli ininterrotti ed entusiastici a sostegno del plebiscito referendario. Nessuno spazio o quasi è stato lasciato alle ragioni del dissenso. Né sui media – una circolare emessa dall’Alta Autorità per le Comunicazioni e l’Audiovisivo (HACA) ha proibito la diffusione di trasmissioni o messaggi di sostegno al boicottaggio, ritenendo responsabili in caso di violazione, gli stessi mezzi d’informazione – né per le strade, dove i baltajia hanno sostituito poliziotti e forces auxiliaires come deterrente alle contestazioni, a discapito della libertà di espressione tanto decantata dal ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo Khalid Naciri.

I "supporters del re" sfilano davanti al movimento con la bara del "20 febbraio" (Rabat, 30 giugno 2011)

Secondo il giurista Mohamed Larbi Ben Othmane, direttore dell’Ecole de Gouvernance et Economie di Rabat, le due settimane di tempo che hanno separato la presentazione del progetto dal voto referendario non sono state sufficienti per spiegare e far conoscere un testo “che nasconde molto più di quanto afferma, in apparenza innovatore invece garante dello status quo e dell’egemonia del Palazzo reale”. Tanto più che la quasi totalità dei partiti e delle organizzazioni sindacali (incluse le storiche formazioni di opposizione ora al governo, trasformate in orpello parlamentare e strumento di legittimazione del sistema) hanno avviato subito la campagna per un “sì” inappellabile, rifiutando un dibattito aperto e approfondito sulla nuova carta. I 70 milioni di dirham (circa 7 milioni di euro) incassati per l’occasione dalle forze politiche hanno di certo contribuito a rinsaldare la loro fedeltà al regime. “In queste condizioni, la sua approvazione era un dato già acquisito in partenza”, commentava a pochi giorni dal voto il professor Ben Othmane.
Ma la propaganda orchestrata dalle autorità non ha coinvolto solo gli scranni di governo o gli eletti all’assemblea nazionale. Ha varcato i confini del sacro (d’altronde il sovrano è Capo dei credenti e suprema guida religiosa) mettendo la fede al servizio della costituzione, facendo del referendum una vera e propria “crociata”. Domenica 26 giugno la confraternita sufi Boutchichiyya, di cui alcuni membri occupano posti di riguardo nelle alte sfere del regno (ad esempio il ministro degli Affari Islamici Ahmed Toufiq), ha radunato adepti e simpatizzanti a Casablanca per sostenere il “sì” alla consultazione. La tariqa, che è riuscita a promuovere la più imponente manifestazione pro-regime (circa 30 mila persone) di tutta la campagna elettorale, ha disconosciuto in questo modo la dimensione mistica e contemplativa propria del sufismo per vestire i panni della lobby politica. Un’ingerenza analoga a quella vissuta nelle moschee di tutto il paese venerdì 24 giugno, durante la preghiera collettiva, quando gli imam hanno letto un comunicato diffuso dal Ministero degli Habous e degli Affari Islamici (da cui sono stipendiati). “Votare sì è un dovere religioso e nazionale”, ribadiva il testo, facendo eco al discorso di Mohammed VI. Per chi si è rifiutato, è scattato il licenziamento.

“Comincia adesso”
A dispetto delle aspettative di corte, il Movimento 20 febbraio non ha perso tempo nel rispondere al plebiscito confezionato il 1° luglio. Quanti sostenevano che il referendum, chiara espressione della volontà popolare, avrebbe tolto forza e legittimità alle proteste di una minoranza facinorosa, hanno dovuto ricredersi in poche ore. Domenica 3 luglio migliaia di manifestanti hanno sfilato pacificamente in tutto il paese per denunciare la “farsa elettorale”. Mamfakinch, mamfakinch! (“non molleremo”) ha scandito la folla da Tangeri (oltre 30 mila) a Marrakech, da Oujda a El Jadida. Mentre a Safi e Casablanca i cortei sono stati attaccati dai “supporters del re”, armati di pietre e coltelli, nonostante la presenza delle forze dell’ordine (una decina i feriti accertati).

Il corteo del "20 febbraio" percorre boulevard Mohammed V (Rabat, 3 luglio 2011)

Nella capitale circa 5 mila attivisti hanno marciato lungo boulevard Mohammed V, arteria di riferimento della Rabat coloniale. Karama, hurria, la makhzen la ra’ia (“Dignità, libertà, non più sudditi del makhzen”), le parole d’ordine. Ad attenderli di fronte al parlamento l’inevitabile drappello di royalistes, che ha bruciato le bandiere e gli striscioni del “20 febbraio”, cercando di far montare la tensione. Sotto gli occhi della stampa straniera, accorsa in massa per seguire da vicino la consultazione, un cordone di polizia ha allontanato i provocatori – poco numerosi ma ben equipaggiati – evitando che la situazione degenerasse in nuovi episodi di violenza. Fatto curioso i baltajia, dopo aver tentato di monopolizzare le piazze durante tutta la campagna elettorale, non sono scesi in strada la sera del 1° luglio per festeggiare lo score delle urne. Nessuna celebrazione di piazza e nessuna parata è stata organizzata dai fedeli sostenitori del sovrano, come sarebbe lecito aspettarsi da un regime ancora in salute.

I royalistes bruciano le bandiere del "20 febbraio" di fronte al parlamento (3 luglio 2011)

“Non ci fermeremo fino a quando le nostre rivendicazioni non saranno soddisfatte. Vogliamo un vero cambiamento, non riforme di facciata o promesse democratiche che ci vengono propinate nei momenti di crisi da vent’anni a questa parte”, ha dichiarato l’economista Fouad Abdelmoumni, simpatizzante del movimento e membro della Coalition pour une monarchie parlementaire maintenant**. “Il primo passo sarà la creazione un’assemblea costituente eletta dai cittadini, da cui uscirà un nuovo contratto sociale. Chi detiene il potere, qualunque esso sia, deve rispondere direttamente delle proprie azioni, non può rimanere al di sopra della legge”.
I giovani dissidenti, promotori di una contestazione senza eguali nella storia del paese, non sono disposti a cedere alle manovre di Palazzo. Per la prima volta dal raggiungimento dell’indipendenza sono riusciti a compattare le principali forze sociali e politiche di opposizione (amazigh, islamica e di sinistra) sotto un unico denominatore: l’edificazione di uno Stato democratico, la lotta contro l’autoritarismo monarchico e la corruzione degli apparati di governo. La reazione del regime, che si iscrive in una logica di continuità e non rappresenta una rottura con le pratiche autocratiche del passato, non è sembrata in grado di disinnescare questo ordigno ad alto potenziale. “La battaglia vera comincia adesso”, hanno gridato i manifestanti domenica scorsa, mentre nuove mobilitazioni sono già in programma per il prossimo fine settimana. Resta da vedere se le autorità, una volta spenti i riflettori internazionali sul regno maghrebino, si limiteranno ad osservare la libera espressione del dissenso o se riprenderanno la strategia repressiva già sperimentata a fine maggio. Nella seconda ipotesi, l’ordigno potrebbe esplodere molto più velocemente.


* Organizzazioni per la difesa dei diritti umani, alcuni partiti di sinistra (PSU, PADS, CNI, Annahj Addimocrati), la Confederazione democratica del lavoro, l’associazione islamica Giustizia e Carità e parte del movimento amazigh.
** Formata da quattro partiti di sinistra (PSU, PADS, CNI, Annahj Addimocrati) e dalla Confederazione democratica del lavoro (CDT).