martedì 20 aprile 2010

"L’algerinità, un tessuto multicolore". Parola di Kateb Amazigh

Domenica 21 marzo era di scena a Casablanca il festival Tremplin, una competizione musicale dedicata ai giovani talenti marocchini, organizzata da un collettivo di artisti che risponde al nome di L’Boulevard. Il luogo scelto per l’evento gli ex-abbattoirs di Hay Mohammedi, i vecchi mattatoi dell’epoca coloniale situati nella periferia popolare della città. Il quartiere, sorto negli anni settanta in seguito all’inurbamento massiccio della popolazione rurale, è un immenso formicaio. Un mosaico di odori e colori in netto contrasto con il tetro complesso degli abbattoirs. La struttura, isolata dalle mura di recinzione, conserva il fascino malinconico del relitto solitario e imponente. Un perfetto esempio di archeologia industriale, dove colonne di cemento sostengono a fatica le pareti decrepite e un reticolo di ferraglia arrugginita appesa al soffitto. Gremito di gente, popolato di musicisti, artisti e casablancais venuti a far festa, sembra essere tornato in vita almeno per un giorno.
Nel cortile, non molto distante dal palco, c’è una piccola moschea costruita probabilmente per gli operai della fabbrica. Il sole sta tramontando e la voce del muezzin richiama l’attenzione dei fedeli per l’ultima preghiera della giornata. Ecco allora che la musica si ferma, gli artisti abbandonano la tribuna mentre lo staff procede al cambio di scena. Intanto all’interno della moschea si è radunata una piccola folla. Sono i vecchi del quartiere, che fanno il loro ingresso al festival per assolvere la funzione della sera. La sala è minuscola, non c’è posto per tutti. Così alcuni stendono i propri tappeti all’esterno del luogo di culto e si inginocchiano con devozione a pochi passi dal cancello di entrata. A loro si uniscono una trentina di ragazzi, che lasciano le transenne per qualche minuto e si accasciano sulle giacche e le magliette di Bob Marley sistemate a terra, mentre il resto dei presenti rimane in attesa del prossimo gruppo senza prestare troppa attenzione. A giudicare da questa scena, si direbbe che islam e musica rock non siano poi così incompatibili.

La serata agli abbattoirs si è conclusa con un ospite d’eccezione, l’artista algerino Kateb Amazigh, voce e leader degli Gnawa Diffusion fino al 2007, da tre anni impegnato in una carriera solista. Alla domanda sul motivo di questa inaspettata separazione Amazigh risponde: “avevamo bisogno di una pausa, non volevamo cadere in quella macchina infernale chiamata routine. Così abbiamo deciso di fermarci finché eravamo ancora in tempo, per non rovinare i ricordi della bella esperienza vissuta fino a quel momento”. L’avventura degli Gnawa Diffusion è cominciata nel 1992 a Grenoble, ma il gruppo maghrebino non ha impiegato molto a valicare le frontiere francesi e ad affermarsi sia in Europa che nel contesto africano. “Era l’anno dei giochi olimpici; subito dopo la creazione del gruppo ci ritrovammo a Barcellona per smontare le impalcature del Montjuic. Di giorno stavamo al cantiere e la sera ci spostavamo sulle Ramblas per suonare. Si può dire che quella fu la prima performance internazionale degli Gnawa”, afferma Kateb Amazigh. In Italia si è già esibito più volte. Torino, Genova, Venezia e il Rototom Sunsplash. “La nostra prima tournée in Italia risale all’estate del 1998, in piena stagione di mondiali. Ai concerti non veniva quasi nessuno e una sera, ad Orte, suonammo in uno stadio completamente vuoto. Al ché mi chiesi: questa è Orte o la morte? I pochi presenti non erano quelli che amavano la nostra musica, ma quelli che detestavano il calcio”, ricorda con aria divertita.
Nell’ottobre del 2009 Kateb Amazigh ha lanciato il suo primo album da solista, Marchez Noir. “Il linguaggio della mia musica non è cambiato. Lo gnawa è la voce del nord Africa, una sonorità proveniente dall’Africa nera, mescolata alla tradizione musicale berbera ed araba del Sahara maghrebino”, precisa il cantante, che poi continua: “contaminare questa ampia base melodica con sfumature reggae, rap e perfino punk è un bisogno che ho sempre sentito. E’ così che vivo la musica, non potrei mai rimanere legato ad un solo stile. Nella musica, come nella vita, sento la necessità di condividere tutto quello che amo, almeno il più possibile. In più detesto i suoni puliti”.

(Intervista a Kateb Amazigh, Casablanca 22 marzo 2010)


J. G. : Per prima cosa vorrei un tuo giudizio su questo festival.
K. A. : La prima volta che ho partecipato a L’Boulevard era il 2004. Da allora sono tornato ogni anno. Direi che il mio è un giudizio positivo. E’ un evento che resta legato al contesto, ha un’anima. Non è un festival creato in vitro solamente per far soldi. Del resto l’ingresso è gratuito e gli sponsor non sono molti. Lo stesso fatto di scegliere un luogo come gli abbattoirs, ad Hay Mohammedi, è significativo: un quartiere popolare, colorato e pieno di energia, dove negli anni settanta hanno iniziato a suonare niente meno che i Nass al-Ghiwane.
Lo straordinario di questa esperienza è l’aria musicale che si respira a Casablanca, grazie a questo collettivo di giovani artisti, che oltre a partecipare agli spettacoli si preoccupano dell’organizzazione e della logistica. Tutto questo era assente prima. Nei paesi del Maghreb non esistono delle vere politiche culturali, soprattutto nel settore musicale. Nella nostra tradizione i musicisti si esibiscono ai matrimoni e alle feste, senza una programmazione che permetta alla loro arte di diffondersi e farsi conoscere. Grazie a L’Boulevard, qui in Marocco, le cose cominciano a cambiare.

J. G. : E in Algeria?
K. A. : Mi piacerebbe trovare qualcosa di simile. Ma da noi lo “stato di emergenza” dura da vent’anni. Ancora oggi, terrorismo o no, la libertà di espressione è fortemente limitata. Molti cinema, per esempio, chiusi durante gli anni novanta, non hanno mai più riaperto, e lo stesso vale per i teatri. E’ impossibile organizzare un evento musicale senza prima ricevere l’autorizzazione di tutti i servizi di sicurezza del paese. Un iter complesso che in più non assicura alcun risultato. La paura del terrorismo è un’arma politica che funziona ancora bene in Algeria.

J. G. : L’unica soluzione che resta in questi casi è quella di partire?
K. A. : Partire può essere una soluzione, una risposta. Oggi tuttavia ci sono “altre pateras possibili”. Attraverso internet le società maghrebine hanno aperto gli occhi su quello che c’è lì fuori, sono entrate in contatto con un’alterità rimasta a lungo lontana. Fino a qualche tempo fa ci sentivamo tagliati fuori, in ritardo rispetto al cammino percorso dal resto del mondo. Oggi invece riusciamo ad immetterci in questo cammino e a confrontarci, superando una sorta di complesso, quel sentimento di inferiorità ereditato dalla colonizzazione.
Allo stato attuale siamo di fronte ad una nuova categoria di harraga (in arabo la radice “hrg” significa “bruciare”, nda), di gran lunga maggioritaria, che ha deciso di “bruciare la frontiera” dall’interno. Per questo in Marocco come in Algeria, parte della popolazione può essere considerata “clandestina”, se assumiamo come principio di legalità le imposizioni della classe al governo. Clandestina per lo spazio di libertà che si ricava, rispetto a quello concesso, clandestina per la cultura che consuma, rispetto a quella “consentita”. Malgrado una diffusa condizione di miseria la nostra società, con i suoi sogni, le sue aspirazioni e i suoi bisogni, è sempre un po’ più avanti rispetto alle direttive dell’autorità. E' obbligata a farlo, come se rispondesse ad un impeto di sopravvivenza.

Amazigh è figlio di Kateb Yacine, scrittore di fama internazionale, unanimemente riconosciuto come il fondatore della letteratura algerina moderna. Con la pubblicazione del romanzo Nedjma (1956) Yacine si servì della narrativa, in piena guerra di liberazione, per rifiutare il concetto di Algeria francese propagandato da Parigi. “Anche l’uso della lingua fu ben studiato. Mio padre, trilingue, scrisse Nedjma in francese perché i colonizzatori capissero il suo messaggio. Per dire ai francesi che gli algerini non erano francesi”, riferisce Amazigh. Tra gli intellettuali più celebrati dell’Algeria indipendente, Kateb Yacine scelse di accantonare la letteratura per dedicarsi al teatro. Ma, i suoi continui richiami alla cultura berbera, i suoi appelli al riconoscimento della lingua tamazight e le sue posizioni libertarie in favore dell’uguaglianza tra uomo e donna, scatenarono le critiche e l’ostilità del regime algerino, che finì per isolarlo nella lontana provincia di Sidi Bel Abbes. La sua opera testimonia la continua ricerca di una identità possibile in un paese attraversato da culture differenti, divenute nel tempo sempre più conflittuali. Kateb Yacine è morto nel 1989 (Grenoble) dopo aver trascorso all’estero gli ultimi anni della sua esistenza. Seppellito il contestatore, scomparso il pericolo, le autorità maghrebine hanno avviato un recupero “provvidenziale” della sua immagine: “l’ennesima prova dell’ipocrisia di chi ci governa – commenta Amazigh – di chi non ha esitato a bandire mio padre quando era in vita ed ora è pronto glorificarlo come un eroe nazionale”.

J. G. : In Marchez Noir hai riproposto alcuni testi scritti da tuo padre. Da dove viene questa scelta e perché proprio in questo momento?
K. A. : Durante l’adolescenza non ho fatto altro che nutrirmi dei testi di mio padre. Sono cresciuto all’interno della sua Action Culturelle des Travailleurs, un laboratorio teatrale a cui dedicò vent’anni della sua vita, prima ad Algeri e poi a Sidi Bel Abbes, la cittadina al confine con il Marocco dove fu esiliato. Nella mia testa è sempre rimasta la musica che accompagnava quelle rappresentazioni, che si rifacevano un po’ all’esperienza del teatro greco e un po’ a quella del teatro vietnamita: la musica era suonata in diretta durante lo spettacolo e la scena era sobria, a scenografie fisse.
Terminata l’avventura con gli Gnawa Diffusion, ho iniziato a scavare nel suo repertorio, una scelta che avevo sempre evitato finché facevo parte del gruppo, dal momento che non c’era la sensibilità giusta per un lavoro di questo tipo. Nel 2007 ho ripreso in mano Mohammed prends ta valise, un testo che parla di emigrazione. Da lì ho riscoperto altri brani, poi altri ancora e nella mia testa sono nate subito nuove melodie da accompagnare agli spettacoli, come per esempio Bonjour, una delle canzoni presenti in Marchez Noir. Così, quello che doveva essere un recupero della memoria, si è trasformato in una rielaborazione artistica, dove alle parole di mio padre ho legato musiche e interpretazioni che ho composto in maniera fulminea. Era un bisogno che covava in me fin dal momento della sua morte, ma che ho celato a lungo grazie anche alla bella esperienza vissuta con gli Gnawa.

J. G. : Si dice in giro che non sia poi così facile per te suonare nella tua terra, vista la posizione critica che mantieni nei confronti delle autorità algerine. Sono solo voci o c’è del vero?
K. A. : Non mi sento un artista perseguitato, anche se è vero che nel mio paese ho tuttora delle difficoltà ad esprimermi e ad esibirmi. Le autorità non mi censurano pubblicamente, come non lo facevano con mio padre, ma adottano dei sistemi subdoli e ipocriti per ostacolare i miei concerti. A volte convincono gli sponsor a ritirarsi, altre volte tirano in ballo problemi di sicurezza o vizi di forma nella richiesta delle autorizzazioni. Nel 2009 per esempio, a parte il passaggio al festival panafricano, sono stato costretto ad annullare dieci date in Algeria.

J. G. : Essere amato e riconosciuto in Marocco non suscita delle ripercussioni negative al di là della frontiera, visto lo stato di conflitto permanente mantenuto dai due governi?
K. A. : No, se ci sono delle ripercussioni direi che sono piuttosto positive. In ogni caso il mio compito, come artista e come individuo, è di coinvolgere la gente, che si tratti di marocchini o di algerini o di chiunque altro. Del resto, che piaccia o no a coloro che cercano di mantenere il conflitto, i due popoli si ritrovano uniti nello stesso linguaggio ed è da molto ormai che hanno riaperto la frontiera. Come dicevo prima, la società è sempre un po’ più avanti di chi la governa.

J. G. : Nelle tuoi passaggi in Marocco, hai mai avuto l’impressione di essere manipolato dal regime? Per esempio riguardo alla questione del Sahara Occidentale.
K. A. : No, anche se è vero che in più di un’occasione mi sono state poste delle domande tendenziose, del tipo “cosa pensi dei campi di Tindouf o del piano di autonomia proposto dal Marocco”. Ma io non sono un ambasciatore e di sicuro non sono qui per stare al loro gioco. Il rischio di venir manipolato c’è sempre. Quando ho assistito al festival di Dakhla qualche settimana fa, so bene che qualcuno ne ha approfittato per sottolineare la mia presenza ad un evento pro-Sahara marocchino. Ma io mi trovavo lì per ascoltare musica, non certo per sostenere la tesi del governo.
L’opposizione tra Rabat e Algeri sul Sahara nasconde a mio avviso qualcosa di più semplice da risolvere. Il conflitto è emerso ben prima del 1975, in seguito alle espulsioni che hanno avuto luogo in Marocco e in Algeria nei primi anni sessanta, quando circa 30 mila famiglie vennero cacciate dal territorio marocchino e altrettante da quello algerino. Questo è il vero problema, i due Stati dovrebbero indennizzare le famiglie espropriate, ma si guardano bene dal farlo. In cambio, mantengono una sorta di statu quo, una tensione permanente che fa comodo ad entrambi. Se non fosse così, la situazione sarebbe già risolta da molto tempo.

J. G. : Sull’analisi storica del conflitto siamo d’accordo, ma il popolo saharawi esiste e bisogna farci i conti. Non trovi?
K. A. : Se un popolo come quello saharawi rivendica la propria indipendenza ed è pronto a lottare per conquistarla, probabilmente ha le sue ragioni e forse se la merita. In ogni caso penso che sia un atteggiamento vigliacco utilizzare gli artisti, che non hanno alcuna influenza diretta sulla politica, per sostenere una causa piuttosto che l’altra. D’accordo il nostro ruolo ci concede una grande visibilità, ma non siamo noi a prendere le decisioni.
Quando domandi ad un artista algerino che cosa pensa del Polisario, la prima risposta è… “da noi non è certo una causa nazionale”. I marocchini continuano a pagare tasse per gli investimenti civili e militari nella regione del Sahara, noi no. In Algeria, gran parte delle nuove generazioni non sanno nemmeno cosa sia il Polisario. Si fa un gran parlare del sostegno degli algerini alla lotta saharawi, ma sinceramente io non lo vedo. Quella che resta è una posizione di principio mantenuta dalle autorità, una posizione che in più risale all’epoca di Boumedienne.

J. G. : Anche tu, come tuo padre, insisti molto sul concetto di identità. In una tua intervista una volta hai detto: “difendo un’algerinità che purtroppo ancora non esiste, nemmeno in Algeria”.
K. A. : L’algerinità che difendo è il frutto di un’identità molteplice, aperta, che cerca di liberarsi e uscire allo scoperto. Non esiste un solo modo di essere algerini, di pensare e di agire, come invece ci hanno imposto fin dal momento dell’indipendenza. E’ evidente che all’interno di questo grande paese, come in molti altri paesi mediterranei, non siamo tutti uguali. La classe politica che ha preso in mano l’Algeria dopo il 1962, invece, ha gestito la società come fosse un’impresa a suo nome, rifiutandosi di riconoscere quel tessuto multicolore che la componeva. La costruzione del paese ha tenuto conto di due soli assi, l’arabo e l’islam, una semplificazione che è degenerata nella carneficina degli anni novanta. Vogliono farci credere che facciamo parte di un unico tessuto sociale, monocolore e omologato: “siete tutti arabi e tutti musulmani”. No! Non siamo affatto tutti arabi e nemmeno tutti musulmani, malgrado le apparenze.
Quando parlo di algerinità faccio riferimento al mio vissuto. All’esperienza di un berbero (come testimonia il mio stesso nome) cresciuto ad Algeri, quindi arabofono, che ha lasciato il suo paese a diciassette anni per essersi rifiutato di prestare servizio militare. Renitente alla leva, non ho potuto più mettere piede in Algeria per dieci anni, dal 1989 al 1999. Arrivato in Francia (Grenoble), ho subito iniziato a fare musica. Prima con degli ivoriani, poi con dei senegalesi e infine con altri maghrebini. Quest’incontro continuo con genti diverse, questo confronto con sensibilità differenti (allo stesso tempo suonavo con musicisti rock, punk e metal), mi ha permesso di crescere. Di superare la dimensione conflittuale che troppo spesso accompagna la diversità. Così la varietà di colori che mi trovavo ogni giorno di fronte è diventata il mio colore. Del resto, a rimanere ancorati a qualcosa di uniforme si finisce per far parte del decoro!
Allo stesso tempo, la scelta dell’esilio ha conciso con la creazione degli Gnawa Diffusion. Assieme al gruppo ho cercato di ricreare in musica e parole una mia “piccola Algeria”. Nelle canzoni ho messo dentro tutte quelle piccole cose che amavo e che sono stato costretto a lasciare. E’ stata la separazione forzata dal mio paese che mi ha spinto a riflettere sul concetto di identità.

J. G. : Di questo tessuto multicolore fa parte anche l’identità berbera. La sua presenza, nell'Algeria odierna, non è ancora accettata e riconosciuta?
K. A. : Come ti ho detto sono un berbero arabofono. Sfortunatamente non parlo bene il tamazigh, anche se ho cantato più volte in questa lingua assieme a Idir. Il berbero, come lingua, cultura e storia, è una delle componenti essenziali di quell’identità molteplice di cui abbiamo parlato. Una componente tenuta ai margini, quando non apertamente repressa, per lungo tempo in seguito all’indipendenza. Nel 1980 la “Primavera nera” ha segnato l’inizio delle rivendicazioni del movimento amazigh. Da quel momento si è assistito periodicamente a scontri, violenti e sanguinosi, tra la polizia e i cabili (la Cabilia è una regione berbera, nda), che ogni anno scendono in strada per commemorare l’evento.
Oggi si è arrivati ad una situazione in cui l’esistenza del berbero è riconosciuta dalle autorità, almeno a parole, o quantomeno non è più un delitto rivendicare la propria berberità. Ma quello che mi rende triste, è che dopo trent’anni di scontri e di lotte non è ancora stato fatto un vero lavoro pedagogico. Da una parte il regime ha schiacciato rivendicazioni legittime e dall’altra il movimento berbero si è fossilizzato in una logica di opposizione sterile. Come risultato, oggi abbiamo ancora una grossa lacuna sul piano linguistico e culturale. Non ci sono manuali, mancano studi e ricerche da parte di linguisti e sociologi. Dico questo perché secondo me il vero interesse nel riconoscimento della lingua berbera non è che i berberofoni possano parlarla tra di loro, ma che noi arabofoni e soprattutto i nostri figli possano parlare il berbero come i figli dei berberofoni parlano l’arabo. Il riconoscimento dell’identità berbera è un punto essenziale. E’ parte integrante della nostra storia e della nostra memoria, e proprio per questo la soluzione non sta nella separazione e nella chiusura delle due comunità, ma nella permeabilità e nello scambio.

J. G. : Poco fa hai detto “l’Algeria non è solo islam”. Tu sei credente?
K. A. : Non credo in un Dio e anche se ci fosse qualcosa che sta sopra di noi, penso che vada ben al di là di tutte le rappresentazioni che le religioni hanno fornito nel corso della storia dell’uomo. Se c’è qualcosa rimane assolutamente imperscrittibile. Per me già l’amore, in sé, è un’emozione così forte che ha dell’incredibile. Non lo vedo, non lo tocco, ma è capace di impadronirsi del mio animo e per questo so che esiste. Dio, al contrario, non lo sento così forte.
A volte riesco ad avere un coinvolgimento mistico in contesti specifici, in presenza di persone che dedicano ogni loro istante e ogni loro gesto alla commistione con la divinità, come nel caso dei sufi. Ma la mia resta una sensibilità al linguaggio, non alla presenza divina. D’altronde l’islam è fortemente basato sullo strumento linguistico e, che lo voglia o no, l’islam fa parte della mia cultura.

J. G. : Cosa pensi della frattura che si sta creando tra l’Occidente e il mondo arabo-musulmano?
K. A. : Non penso che esista una vera frattura tra i due “mondi”, anche se qualcuno sta cercando a tutti i costi di farci credere il contrario. Non nego che sia in atto una separazione, agevolata dal fatto che la gran parte dei paesi arabo-musulmani si trovano in condizioni di povertà e sono governati da elite incapaci e corrotte. Quanto alla politica di diabolizzazione nei confronti del contesto arabo e musulmano, si tratta di un’evidenza sotto gli occhi di tutti, come era chiara la diabolizzazione dei russi e dei comunisti fino a vent’anni fa. Quella che si sta riproducendo è una dinamica molto simile: creare un nemico per serrare i ranghi e richiamare all’ordine. Un atteggiamento del genere non può che generare odio nelle società.

J. G. : La musica può fare qualcosa per ricucire questa separazione?
K. A. : Sì certo, ma purtroppo da sola non ci riuscirà.

J. G. : Per concludere vorrei tornare di nuovo alla musica. Ci sono voci sul tuo conto che parlano di una imminente collaborazione con Manu Chao.
K. A. : Per la verità abbiamo già iniziato a collaborare circa un anno fa. Abbiamo anche registrato tre o quattro pezzi assieme. Poi io mi sono concentrato su Marchez Noir e lui è partito per una lunga tournée all’estero, in America Latina. Ormai sono sei mesi che non ci vediamo, devo riuscire ad acchiapparlo per riprendere il lavoro. I musicisti sono come le galline, per “covare” hanno bisogno di rinchiudersi al caldo, da soli.

Khalid: Marocco e terrorismo

Khalid. L'impegno del Marocco nella lotta contro il terrorismo (nell'immagine il sovrano Mohammed VI che accende la miccia della bomba terrorista).

sabato 10 aprile 2010

“E’ grazie a Bush se mio marito è diventato un terrorista”

Marocco. Incontro con Fatiha Hassani, vedova di Karim Mejjati. La "pasionaria del jihad" racconta la sua storia.

Nascosta nella periferia est di Casablanca, a due passi dall’autostrada che conduce a Rabat, c’è la sede di Ennassir (“l’aiuto”, in arabo). L’associazione, nata sei anni fa, difende i diritti dei detenuti islamici finiti in carcere dopo gli attentati che nel maggio 2003 hanno insanguinato la metropoli marocchina. Ogni sabato pomeriggio, un nutrito drappello di donne si ritrova nell’appartamento mal illuminato “a parlare di figli e mariti costretti alla prigione, vittime, per le loro idee, della politica anti-terrorista intrapresa dalle autorità”, spiega Abderrahim Mouthad, presidente dell’organizzazione. In effetti l’ondata repressiva che ha colpito gli ambienti salafiti, sparsi un po’ dovunque nel regno, è sfociata in centinaia di arresti sommari, seguiti da processi sbrigativi e di dubbia legalità (come denunciano i rapporti degli osservatori internazionali).
Seduta sul tappeto del salone, al centro dell’assemblea, Fatiha Hassani è coperta integralmente da un sobrio nikab corvino. “La mia è una storia particolare, diversa dalle altre” premette la donna, dimostrando una perfetta padronanza della lingua francese. Fatiha, conosciuta come “la pasionaria del jihad”, è la vedova di Karim Mejjati, cittadino franco-marocchino ucciso nel 2005 a Ryad, assieme al figlio undicenne Adam. Considerato uno dei fondatori del gruppo jihadista al-Qaida fil Maghrib, Karim Mejjati sarebbe tra i responsabili, secondo l’intelligence americana e spagnola, degli attentati di Casablanca (16 maggio 2003), Madrid (11 marzo 2004) e Ryad (12 maggio 2003). “Mio marito non c’entra con le stragi di Casablanca e Madrid - chiarisce subito la vedova - al tempo si trovava in Arabia Saudita, braccato dalla CIA. Credo invece che Karim abbia partecipato all’attentato di Ryad”, per vendicare il rapimento della moglie e del primogenito Elyas, prelevati in territorio saudita nel marzo del 2003 e trasferiti in segreto nel carcere marocchino di Temara.

Il ritorno all’islam
Quando scoppia la Prima guerra del golfo, Fatiha ha trent’anni, è impiegata all’Istituto marocchino di management ed ha in tasca una laurea in giurisprudenza. L’attacco americano all’Iraq e i bombardamenti sui civili spingono la donna, fino a quel momento lontana dall’integralismo religioso, ad un convinto ritorno all’islam. “Trovare la strada verso Dio è stato come rinascere. Avevo sempre sognato e idealizzato l’Occidente, che consideravo una terra di libertà, di diritto e di democrazia. Ma la guerra in Iraq mi ha svelato il suo vero volto, avido e arrogante”. Leggendo il Corano scopre l’hijab e così, nel 1991, sceglie di indossare il velo. “Era un modo per mostrare la mia solidarietà a tutta la comunità musulmana, ai martiri di Baghdad e a quelli della Palestina”. In quello stesso anno sposa Karim Mejjati, un giovane studente che ha conosciuto nell’istituto dove lavora. Padre commerciante e madre francese, Karim è cresciuto nella borghesia laica di Casablanca, e viaggia spesso negli Stati Uniti. Incoraggiato dalla moglie, il peccatore “che non esitava a mangiare maiale e a bere alcolici” recupera il cammino verso l’ortodossia. “All’inizio non capiva la mia ostinazione – ricorda Fatiha - non parlava bene l’arabo e fui io a regalargli una copia del Corano tradotta in francese”.
Karim Mejjati diventa ben presto un musulmano rigoroso, “sensibile alle sofferenze inflitte ai suoi confratelli e pronto a combattere in loro difesa”. Così nel 1993 lascia la famiglia per raggiungere la Bosnia, “senza il sostegno di alcuna rete militante o terrorista”, riferisce la vedova, che poi precisa: “l’avrei seguito anch’io se al tempo non fossi stata in cinta di Adam. Era nostro dovere partecipare al jihad per fermare il massacro”. Le violenze subite dalla popolazione musulmana, a Sarajevo come a Srebrenica, provocano un secondo choc in Fatiha Mejjati, che nasconde la sua pena sotto il nikab, “simbolo di attaccamento all’islam e manifestazione del dolore generato dalla pulizia etnica serba”. Al rientro in Marocco il mujaheddin riprende la sua normale attività da commerciante. I contatti con gli imam radicali si infittiscono, come del resto i sospetti della polizia fin quando, nell’agosto del 2001, Karim decide di partire per l’Afghanistan assieme alla moglie e ai due figli. “Avevamo bisogno di vivere seguendo i precetti della legge islamica”, confessa Fatiha, che descrive i “momenti straordinari” trascorsi a Kabul con parole cariche di nostalgia. Poi, cogliendo forse una nota di incredulità nel mio volto, aggiunge: “mio marito ed io siamo cresciuti immersi nella cultura occidentale. Per qualche mese ci siamo anche trasferiti in Francia, dove a causa delle nostre idee abbiamo conosciuto l’intolleranza e il razzismo. So di cosa parlo quando dico di aver fatto una scelta e di preferire un certo tipo di vita”.

Dal paradiso all’inferno
L’11 settembre e la risposta militare americana contro l’Afghanistan costringono i Mejjati a ripiegare su Kandahar. Il “paradiso” si trasforma in inferno. “I miei vicini hanno perso la vita sotto i bombardamenti. La nostra casa è stata distrutta – racconta Fatiha - non volevo lasciare Kandahar, ero pronta a morire laggiù. Mi sono rifugiata in Pakistan solo dopo che il mullah Omar ha ordinato l’evacuazione”. Karim resta a combattere al fianco dei Talebani e approfitta dell’occasione per integrare i ranghi di al-Qaida. La vedova, dopo un lungo istante di silenzio, riprende le redini della conversazione e puntualizza il concetto: “è grazie a Bush e alla sua guerra se mio marito è diventato un terrorista. Ho letto fin troppe menzogne nella stampa marocchina e internazionale. Fino al momento dell’aggressione americana Karim non aveva niente a che fare con Bin Laden”.
La famiglia Mejjati si ricongiunge a Karachi, ma il paese brulica di militari e di spie. Per un mujaheddin in fuga dall’Afghanistan, non è un luogo sicuro. Dopo un passaggio in Bangladesh, “il tempo necessario ad al-Qaida per farci avere i passaporti falsi”, l’ingresso in Arabia Saudita alla fine del 2002. “Cercavamo ancora la sharia, sognavamo la terra santa, ma tutto quello che abbiamo trovato era uno stato di polizia, dove noi non eravamo i benvenuti”. A Ryad la pressione dei servizi di sicurezza è asfissiante e i Mejjati, finiti sulla lista nera dell’Interpol, riescono a nascondersi solo grazie al sostegno della rete. “Era un incubo, non lasciavamo mai l’abitazione, a parte i casi di estrema necessità”. Il 23 marzo 2003 Fatiha esce di casa per andare dal dentista, accompagnata dal primogenito Elyas, al tempo undicenne. Durante il tragitto madre e figlio vengono sequestrati dai servizi segreti sauditi e, dopo tre mesi di internamento, trasferiti clandestinamente in Marocco su un volo CIA. “Scesi dall’aereo ci hanno rinchiuso in isolamento. Gli interrogatori sono andati avanti per mesi, tra minacce e insulti di ogni tipo. Io ero malata, avevo il cancro e accusavo i postumi di una tubercolosi mal curata. Per aggravare il mio stato di salute lasciavano la finestra della cella aperta giorno e notte”.
E’ il 17 marzo del 2004 quando Fatiha e Elyas lasciano Temara, “la Guantanamo marocchina”, un centro di detenzione segreta, gestito dai servizi di informazione dell’interno (Direction de la surveillance du territoire). Nonostante le denunce di Amnesty International e delle altre Ong internazionali, le autorità del regno continuano a negare l’esistenza della prigione. Tuttavia, dal 2002 ad oggi, sono centinaia le testimonianze apportate dai presunti jihadisti transitati nel triste luogo. Secondo le parole della Mejjati si tratterebbe di “un carcere americano”, dove la CIA appalta il lavoro sporco. “L’interesse dei miei aguzzini non era rivolto alla sicurezza del Marocco, bensì a quella degli Stati Uniti, al mio soggiorno in Pakistan e ai legami tra Bin Laden e Karim, di cui non ho avuto più notizie dal giorno del rapimento, fin quando al-Arabia ha annunciato la sua morte”, prosegue Fatiha, mentre il tono della sua voce, fin qui perentorio, si affievolisce per la commozione. Nel 2005 Karim Mejjati viene ucciso dall’esercito saudita assieme al figlio Adam, dodici anni, in una piccola località a nord di Ryad. La donna, ribattezzata dai media “la vedova nera di al-Qaida”, aspetta ancora la restituzione dei due corpi.

Mio figlio non ha colpa
Fatiha è uscita da Temara senza alcun provvedimento giudiziario a suo carico, anche se l’appartamento nel quartiere Gauthier, in pieno centro di Casablanca, resta tuttora sotto stretta sorveglianza. Quanto al figlio Elyas, ormai diciottenne, non si è più ripreso dal trauma della prigione. Per nove mesi sottoposto “ad un trattamento inumano, privato del sonno e costretto a fare i suoi bisogni all’interno della cella”, è affetto da gravi problemi psichici, che degenerano in una violenta aggressività, crisi isteriche e ripetuti atti di autolesionismo. A causa della disfunzione ormonale, dovuta alla patologia e ai farmaci, il suo peso ha raggiunto i 130 chili. “Elyas non va più a scuola”, afferma la madre mentre estrae dalla borsa alcune foto e i certificati medici. Rifiutato dai compagni, senza più amici né il sostegno dei parenti, trascorre le giornate chiuso in camera. La sua nuova cella.
L’associazione per l’assistenza medica alle vittime della tortura fornisce a Elyas consultazioni gratuite, “ma il costo delle cure è troppo elevato e i soldi che guadagno con il mio lavoro di decoratrice non bastano”, lamenta Fatiha, che nei mesi scorsi ha deciso di denunciare le autorità marocchine. “Voglio che lo Stato si assuma la responsabilità delle sofferenze imposte a mio figlio e si faccia carico delle spese richieste dalla sua terapia”. Se per il regime quelle della signora Mejjati “sono soltanto calunnie”, dal momento che “né Elyas né sua madre sono mai stati oggetto di una convocazione ufficiale”, Abderrahim Mouthad, presidente di Ennassir, è di tutt’altro avviso: “sosterremo Elyas e Fatiha al momento del processo. Il Marocco, in nome della guerra al terrorismo, continua a violare impunemente i diritti umani, condannando innocenti alla prigione e utilizzando sistemi illegali per estorcere confessioni”. La vedova Mejjati approfitta delle parole di Mouthad per lanciare un monito, che ha il sapore di una premonizione: “le politiche repressive messe in atto dai paesi arabi non fanno altro che alimentare l’ostilità dei veri musulmani, stanchi di governi subdoli e corrotti. Non c’è da stupirsi se alcuni di loro scelgano di rispondere alla violenza con la violenza”. Poi si alza da terra e raccoglie un tappetino verde piegato con cura. Prima di congedarsi, Fatiha conclude con ritrovata decisione: “ero pronta a pagare per le mie idee e le mie scelte. Ma Elyas non ha nessuna colpa e non merita certo la punizione che gli è stata inflitta, neanche se suo padre fosse il più pericoloso terrorista in circolazione”. Dalle finestre aperte, intanto, si percepisce il richiamo lontano del muezzin. E’ il momento della salat al-maghrib, la preghiera del tramonto.

venerdì 2 aprile 2010

La guerra dei cedri

(L'articolo “Les résistants de la cedraie” è stato pubblicato da Tel Quel, n. 417, 27 marzo – 2 aprile 2010)

Un’ora e mezza di viaggio separa Khenifra da Tikajouine, alias Ait Hnini secondo l’amministrazione marocchina. La strada, che si snoda lungo un percorso di circa sessanta chilometri, è stata rifatta di recente, ma l’asfalto ancora nuovo ha ceduto alle piogge e agli smottamenti del terreno. Entrando nel villaggio, nonostante la nebbia e il nevischio trasportato dal vento, si riesce ad intravedere la foresta d’Idikel, sulle pendici del monte Toujjit, distante un’ora di cammino. Quattromila ettari di cedri per quattromila abitanti. Malgrado questa ricchezza, la località ha un aspetto desolante. Dopo le precipitazioni violente della notte le vie sono immerse dal fango e per gli abitanti è impossibile mettere il naso fuori di casa senza indossare gli stivali di gomma.
La mattinata è glaciale. Alcuni bambini, in ritardo, affrettano il passo verso la scuola con dei vistosi ceppi sottobraccio. Spetta alle famiglie degli alunni provvedere al riscaldamento dell’edificio, un prefabbricato situato ai margini del paese. A causa del disboscamento, tuttavia, la legna da ardere è diventata un bene di lusso sempre più raro.

“Ecologisti” contro “bracconieri”
La bella abitazione rifinita a calce di Said Ait Aziz, costruita sul fianco della collina, si distingue nettamente dalle altre case del villaggio. Il proprietario, un contadino di quarantasette anni, è considerato il nemico numero uno della “mafia del cedro”. Una guerra silenziosa, infatti, da qualche anno sta dilaniando Tikajouine, dove gli “ecologisti” cercano di arrestare l’emorragia di legname causata dai “bracconieri”. L’ultimo colpo di cannone solo due settimane fa: Aziz è citato in giudizio “per aver attaccato la sacralità del re”. Ma ci vuole ben altro per convincerlo a desistere. Con il viso solcato dal tempo e arrossato dal calore della stufa, Aziz ripercorre la storia, in tamazigh (lingua berbera, ndt), della sua lotta per fermare la distruzione della foresta. “Mi sono sempre opposto all’abbattimento selvaggio dei cedri – spiega – poiché tale ricchezza se ne va altrove, senza alcuna ricaduta sullo sviluppo del villaggio”. Nel 2004 cerca di avvertire il caid della dimensione preoccupante assunta dal traffico clandestino di cui è testimone. Invano. Un anno dopo decide di aderire all’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH), nella speranza di dar forza al suo discorso. L’AMDH inizia ad occuparsi del problema e organizza azioni di protesta sul territorio, oltre a sostenere Aziz nella denuncia depositata al tribunale di Khenifra. Il resoconto presentato è preciso e dettagliato. Nel corso degli anni ha imparato a conoscere tutti i mezzi impiegati dai cervelli che gestiscono il commercio illegale dei cedri.
Nel 2007 la “mafia” propone del denaro ad Ait Aziz in cambio del suo silenzio. Dopo aver declinato l’offerta, sfugge ad un tentativo di incendio. Poi viene aggredito nel bosco. Ad ogni violenza subita risponde con una querela. Il vecchio contadino è ormai abituato a vedere i finestrini della sua auto regolarmente frantumati. Ma nella sua battaglia non è più solo. Alcuni insegnanti della zona, nel 2005, hanno creato l’Associazione Idikel per la protezione dell’ambiente e della foresta. “Un terzo degli abitanti del villaggio ci detesta”, afferma divertito Mouloud Ben Mouloud, uno dei fondatori. Un terzo del villaggio significa, per caso, tutti coloro che traggono profitto dall’abbattimento selvaggio dei cedri? Un impiegato della Delegazione delle acque e delle foreste improvvisa una stima del fenomeno: “I delinquenti noti in paese sono una sessantina. Ognuno di loro lavora con il supporto di quattro o cinque persone. Quindi arriviamo ad un totale di trecento bracconieri, senza contare l’indotto del trasporto e della commercializzazione”. Non è poi così sbagliato, quindi, pensare che circa mille paesani vivano del business dei cedri…

“Pensi di essere il re?”
L’Associazione Idikel e Ait Aziz hanno avviato un progetto innovativo di preservazione della flora locale che non ha sopravvissuto ai primi sei mesi di vita. Nell’estate del 2009, la Delegazione delle acque e delle foreste accetta di finanziare un’impresa di sorveglianza per vegliare sulla foresta. L’associazione si fa garante della buona fede dei guardiani assunti: sarebbe inutile assumere gente compromessa con la “mafia”. Quanto ai “pentiti”, invece, sono ben accetti per la loro ottima conoscenza del terreno. Ma per svolgere questo tipo di lavoro bisogna essere profondamente motivati: i guardiani, considerati degli “spioni” o addirittura dei “voltagabbana”, subiscono continue aggressioni fisiche e vessazioni simboliche (come la cacciata dal mercato settimanale).
Tra i dodici “angeli custodi” che battono giorno e notte i sentieri del bosco c’è anche Ait Aziz. Durante una perlustrazione, nel gennaio scorso, un battibecco con un bracconiere innesca l’accanimento giudiziario di cui è ancora vittima. “Pensi di essere il re per impedirci di entrare nella foresta?”, lancia la provocazione un trafficante. Al ché il contadino risponde: “No, ma i rappresentanti del re mi hanno affidato la protezione di questo luogo” – “Ah, mi siete tutti testimoni, quest’uomo pensa di essere sua maestà!”, conclude soddisfatto il bracconiere. Poco dopo il governatore della provincia di Khenifra riceve una lettera anonima e ordina l’apertura di un’inchiesta. Il 25 gennaio Ait Aziz è convocato dalla gendarmerie per un interrogatorio. Cinque testimoni (tutti bracconieri) rilasciano ugualmente le loro deposizioni. La sorte del dossier è attualmente tra le mani del procuratore generale.
L’ostilità degli abitanti, tuttavia, non dovrebbe sorprendere troppo se si analizza il contesto socio-economico della regione. “C’è così tanta povertà da queste parti che servirebbe un’intera brigata militare per riuscire a proteggere la foresta”, stima un impiegato della Delegazione. “La risposta non può essere solo repressiva, servono soluzioni per lo sviluppo della zona”. Bisogna dire che ogni metro cubo di legna di buona qualità può essere venduto fino a 8 mila dirham (circa 800 euro), grazie ad una rete ben organizzata. Denaro facile in una regione che non offre alcun impiego al di fuori dell’agricoltura tradizionale.
“In questo modo la gente si accaparra una parte della torta, poiché ne ha abbastanza di vedere le autorità locali incassare i soldi del taglio legale dei cedri, senza che in contropartita venga realizzato alcun miglioramento in termini di infrastrutture”, spiega Mouloud, l’insegnante. “Sono qui da diciassette anni e gli unici cambiamenti che ho visto sono l’arrivo dell’elettricità e il rifacimento della strada, niente altro”. In base al dahir (decreto reale, ndt) approvato del 1976, l’80% del denaro ricavato dalla vendita del legno ritorna nelle casse del comune e il resto in quelle della Delegazione delle acque e delle foreste. Le collettività, dal canto loro, dovrebbero reinvestirlo nel rimboschimento e in opere per lo sviluppo del territorio. “Da queste parti il comune non ha nessun programma di rimboschimento, nessun piano di sorveglianza della foresta di cedri – sospira Mouloud – né un progetto di investimento nel campo dell’istruzione”.

Telefoni satellitari per la mafia
Gli addetti locali della Delegazione, direttamente responsabili delle risorse boschive della zona, si dichiarano impotenti di fronte al sistema di sfruttamento selvaggio dei cedri dell’Idikel. Non possiedono i mezzi adeguati per sorvegliare quattromila ettari di terreno in modo efficace: soltanto due tecnici agronomi, due agenti a cavallo per il pattugliamento e qualche guardiano occasionale. In più, quando riescono a mettere le mani su un bracconiere, sono costretti a chiamare la polizia per il verbale, almeno secondo la prassi. Ma i cellulari non funzionano nella montagna e per tornare al villaggio ci vuole circa un’ora e mezza. “Una volta ho visto un trafficante con un telefono satellitare in mano”, ironizza un agente forestale. In più, stando a quanto riferito dai membri dell’Associazione Idikel, i rari verbali che i poliziotti riescono a redigere (la maggior parte sono contro ignoti, anche se si conosce l’identità dei responsabili) finiscono per accumulare polvere nell’ufficio del procuratore generale. “La giustizia non fa il suo dovere”, conferma Moustapha Allaoui, membro dell’associazione ecologista. “Se la mafia del cedro fosse realmente sottomessa alla legge e obbligata a pagare le sanzioni previste per questo genere di reati, si sarebbe potuto risolvere il problema velocemente”. Altra soluzione: bloccare lo smaltimento della merce su scala nazionale. A questo proposito i forestali puntano il dito sui gendarmi, che difficilmente intervengono per arrestare il traffico là dove la Delegazione delle acque e delle foreste non ha più competenza. “Come è possibile che i camion arrivino all’altro capo del Paese senza trovare il benché minimo ostacolo sul loro cammino?”, si interroga un tecnico.
Il commercio clandestino prosegue indisturbato, mentre per il bosco di cedri il futuro si fa sempre più incerto. Ma, in attesa che un vero “piano d’azione” venga calato dall’alto, il clan degli “ecologisti” non sta certo a guardare. La sezione locale dell’AMDH, assieme ai militanti dell’Idikel, si è lanciata in una campagna di sensibilizzazione sulla necessità della preservazione del patrimonio ambientale locale. L’associazione poi vorrebbe creare una cooperativa, per permettere a tutti gli abitanti del villaggio di beneficiare legalmente delle risorse boschive del luogo. Quanto a Said Ait Aziz, imperturbabile, continua le ronde notturne nella “sua” foresta, nella speranza di limitare almeno un po’ l’abbattimento selvaggio degli alberi.
Zoé Deback