mercoledì 26 maggio 2010

Zahra Boudkour torna in libertà

Alle otto e trenta di mattina del 15 maggio 2010 la più giovane detenuta del Marocco, Zahra Boudkour, è uscita dal carcere di Ben Guerir dopo due anni di reclusione. Ad attenderla fuori dalla prigione, oltre ai parenti, ci sono i compagni della giovane militante, lo stato maggiore dell'AMDH al completo e a alcuni giornalisti. La carovana poi si è diretta a Zagora, città natale di Zahra, dove le celebrazioni hanno coinvolto tutti gli abitanti della zona.

Zahra Boudkour fuori dal carcere di Ben Guerir

Articolo scritto da Aziz El Yaakoubi per Ossin (Osservatorio internazionale dei diritti)

La città di Zagora rende omaggio al gruppo di Zahra Boudkour

La città di Zagora ha riservato un’accoglienza senza precedenti alla militante Zahra Boudkour e ai suoi compagni. Ritorno su una vicenda che ha permesso al movimento studentesco di coinvolgere tutte le frange della società marocchina. Per la prima volta nella sua storia.

Sabato 15 maggio, sono quasi le 21.30. L’intera città di Zagora è presente all’appuntamento. Nessuno se l’è sentita di restare a casa. I clacson delle auto si mescolano alle grida degli abitanti e agli youyou delle donne. E’ il momento di festeggiare. “Ci sono le elezioni”, è quanto riferisce un bambino di circa sei anni, avvicinato lungo il marciapiede. Il piccolo non ha tutti i torti: solamente i notabili che concorrono alle elezioni legislative hanno i mezzi per mobilitare la città in questo modo. A colpi di milioni di dirham, ovviamente. Ma questa sera è tutto diverso. Le strade sono invase dai militanti, che assieme al resto degli abitanti manifestano una gioia del tutto spontanea. Zahra Boudkour, la più giovane e celebre detenuta marocchina, ha appena lasciato la prigione, assieme ad altri sette compagni, dopo aver scontato due anni di reclusione. Fin dai primi villaggi seminati lungo la valle del Draa, passando per Ouarzazate, Zagora, Tagounite et M’hamid Lghezlane, l’intera regione si è mobilitata per il suo ritorno a casa. “E’ la prova che la famiglia Boudkour ha un gran peso nella zona. Le organizzazioni della sinistra radicale, da sole, non sarebbero mai riuscite a smuovere una folla simile”, commenta un membro della sezione locale dell’AMDH (l’Associazione Marocchina per i Diritti dell’Uomo).
L’appartenenza tribale e le correnti politiche hanno fatto fronte comune. E tutti hanno risposto presente. Sparite le bandiere nazionali, per le strade sventolano solo gli stendardi comunisti. Via le foto dei sovrani alawiti, sostituite dai ritratti di Mao, Lenin e Che Guevara, che spuntano un po’ dappertutto in mezzo alla folla. Per accogliere questa marea di gente, le famiglie degli studenti e il Comitato di sostegno (formato dall’AMDH, dal partito marxista Annahj Addimocrati, l’ong Attac e i sindacati locali) avevano allestito delle tende caidali al centro della città. Ma le autorità non hanno gradito e, alla vigilia dei festeggiamenti, “il governatore assieme ai suoi gendarmi hanno smontato tutto”, riferisce il presidente della sezione locale dell’AMDH. Alla fine gli organizzatori sono riusciti a negoziare una soluzione intermedia e un piccolo palco è stato montato nel viale principale di Zagora. Tutte le organizzazioni sindacali e le associazioni per i diritti umani hanno approfittato dell’occasione per far sentire la loro voce.

“Gli anni di piombo non sono finiti”
Zahra Boudkour resta discreta. “Non avrei mai immaginato che degli studenti potessero ricevere un tale omaggio. Ho difficoltà a trovare le parole giuste per esprimere la mia gioia”, confessa con voce tremante prima di salire sul palco. E’ lei la star della città, il suo orgoglio. L’ingresso sulla tribuna è accompagnato da cori e inni che invocano un cambiamento di regime. Bandiera falce e martello in mano, Zahra fa un segno ai compagni. La folla si accende. Un drappello di ufficiali delle forze di sicurezza, intanto, segue lo spettacolo a una decina di metri di distanza. “Abbasso il Makhzen! Abbasso la “nuova era”! Gli anni di piombo non sono finiti!”, scandisce la città ad una sola voce.


Il presidente del Comitato di difesa prende poi la parola. “Abbiamo vissuto dei momenti difficili dopo l’arresto di questi studenti, i nostri studenti, i nostri figli. Loro hanno tenuto duro e noi abbiamo fatto lo stesso. Oggi è un gran giorno per il Marocco”. In seguito è il turno del presidente della sezione locale dell’AMDH: “Noi denunciamo apertamente le violazioni dei diritti dell’uomo di cui questi studenti sono rimasti vittime. Noi denunciamo la tortura che ancora imperversa nei commissariati. I racconti di Zahra, di Jamili e degli altri resteranno impressi nella nostra memoria, non dimenticheremo mai quello che hanno vissuto nel tristemente celebre commissariato di piazza Jamaa al-Fna a Marrakech”. La folla, infiammata, risponde alla sua arringa: “Uccideteli, giustiziateli, i figli del popolo li rimpiazzeranno!”. Un centinaio di metri più lontano, i poliziotti controllano le vie laterali che si perdono all’interno della città. Quaderno alla mano, annotano le targhe delle macchine parcheggiate attorno al luogo del comizio. Avvicinati qualche minuto più tardi, uno di essi spiega: “deve sapere che nessuna autorizzazione è mai stata chiesta per questo tipo di evento. Se dovesse succedere qualcosa, gli organizzatori saranno gli unici responsabili”. Riguardo alle targhe delle macchine segnalate, l’ufficiale mantiene un atteggiamento evasivo: “è solo una procedura di routine”, butta lì prima di chiudere la discussione e risalire nella vettura di ordinanza.
La cerimonia era cominciata al mattino, di fronte alla prigione della cittadina di Ben Guerir, dove Zahra ha trascorso gli ultimi mesi di detenzione. Al momento della liberazione, la giovane militante ha trovato dei “pezzi da novanta” ad accoglierla. Khadija Ryadi e Abdellhamid Amine dell’ufficio centrale dell’AMDH, il giornalista marocchino Ali Lmrabet (bandito dalla stampa nazionale per un periodo di dieci anni su decisione dei giudici), alcuni membri della segreteria nazionale di Attac e numerosi militanti del partito Annahj Addimocrati. Appena uscita dalla prigione Zahra si unisce ai canti rivoluzionari intonati dai compagni. Un fatto che le guardie carcerarie non hanno particolarmente apprezzato. Un battibecco tra alcuni secondini e il giornalista Ali Lmrabet viene subito frenato dal saggio Abdelhamid Amine. L’atmosfera festosa si riscalda….

Storia di un’intossicazione…
La liberazione della giovane militante mette fine ad una triste vicenda durata due anni. Zahra e suoi compagni hanno totalizzato 24 anni di carcere, inflitti dal tribunale di Marrakech dopo 14 mesi di detenzione preventiva e un processo interminabile. Quattro anni di prigione e 60 mila dirham di multa per Mourad Chouini, due anni invece per Zahra Boudkour, Othman Chuini, Youssef Mechdoufi, Mohammed El Arbi Jaddi, Khalid Mehtah, Abdellah Errachidi, Alae Ederbali, Mohamed Jamili, Youssef El Allaoui et Jalal Quotbi. Le condanne sono state confermate in appello soltanto il 30 aprile scorso, ossia dopo due anni dall’arresto.
Il “gruppo degli undici” era finito in carcere in seguito agli eventi accaduti il 14 e 15 maggio 2008 all’Università Cadi Ayyad di Marrakech. Gli studenti avevano protestato contro l’intossicazione di alcuni colleghi al ristorante del campus universitario. La manifestazione era degenerata dopo l’intervento delle forze dell’ordine. Delle rivolte erano scoppiate in tutto il perimetro dell’università e alcuni studenti avevano appiccato il fuoco nelle camere del campus. Ma, dopo l’arresto di una quarantina di universitari, solo gli undici in questione sono stati portati di fronte al giudice. Khalid Miftah racconta, in una lettera pubblicata qualche mese dopo l’arresto, il suo passaggio nel commissariato di piazza Jamaa al-Fna: “(…) Mi hanno legato le mani dietro la schiena e poi cinque agenti in borghese hanno cominciato a colpirmi. Pugni al volto, negli occhi, e calci nei testicoli…. Una volta arrivati nel celebre commissariato di Jamaa al-Fna, sono stato spogliato e gettato a terra… Non riuscivo a vedere più niente… Udivo solo le grida dei miei compagni…”. L’appuntamento ora è all’Università di Marrakech, alla ripresa dei corsi. “Continueremo a batterci e lo faremo in modo ancor più radicale!”, rilancia Zahra Boudkour.

Zahra Boudkour esce dal carcere

Articolo pubblicato da Jules Crétois in Tel Quel n. 425, 22-28 mai 2010.

Sulla strada della libertà

Zahra Boudkour, la più giovane detenuta politica del regno, è tornata in libertà assieme a otto suoi compagni. Tel Quel ha seguito la carovana che dalla prigione di Ben Guerir l’ha riportata a Zagora, la sua città natale.

Ben Guerir: una base militare, una prigione e una detenuta politica, la più giovane e di certo la più celebre del Marocco. Sabato 15 maggio alle 8 e 30 del mattino Zahra Boudkour, 23 anni, esce di prigione accolta da applausi e canti rivoluzionari, dopo due anni di reclusione. Finita in carcere il 14 maggio 2008 a Marrakech, durante una manifestazione promossa dagli studenti universitari di Cadi Ayyad, Zahra ha atteso a lungo il giudizio del tribunale, che alla fine l’ha condannata per possesso di armi, insulto a pubblico ufficiale e costituzione di banda armata.
Un’odissea giudiziaria accompagnata da uno sciopero della fame, che ha richiamato sul caso l’attenzione delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti dell’uomo. Ai compagni di lotta e agli amici della facoltà si sono aggiunti il presidente dell’AMDH (l’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo), Khadija Ryadi, e l’umorista Bziz per accogliere la giovane militante, che al momento dell’uscita si getta tra le braccia della sorella Ghalia. Di fronte al cancello della prigione Zahra, emozionata, ringrazia i presenti: “Non trovo le parole… ho trascorso due anni in galera per le mie idee e credo non sarà né la prima volta né l’ultima. La prigione non mi ha cambiata, la lotta continua”. Pur indebolita dai due anni di reclusione, tiene vivi i suoi ideali. Prima di rispondere alla domande dei presenti, Zahra insiste su un punto fondamentale: “Non sono l’unica vittima di questa ingiustizia. In undici siamo finiti in arresto. Il mio pensiero va agli altri compagni”.
Dopo le celebrazioni di rito il gruppo si divide e un corteo di auto imbocca la strada in direzione sud, obiettivo Zagora. Il convoglio fa tappa a Marrakech dove raccoglie Mohamed Jamili e Alaa Derbali, due degli undici prigionieri del “gruppo Boudkour”, anch’essi liberati in mattinata. Giovani studenti basistes (movimento studentesco marxista, ndt) aspettano in una stazione di servizio per aggregarsi alla carovana. Secondo uno di loro, “sarebbe impensabile non celebrare la liberazione di Zahra, ormai un simbolo a Cadi Ayyad”. La giovane militante venne arrestata proprio all’interno dell’università di Marrakech, prima di essere trasferita nel commissariato degli orrori, in piazza Jamaa al-Fna, dove fu vittima di percosse, minacce e insulti. Lungo la strada, i membri di Annahj Addimocrati raggiungono la colonna di auto che si infittisce a poco a poco. Al tramonto il convoglio si arresta ad Agdz, città conosciuta per aver ospitato une delle prigioni più lugubri dell’era Hassan II. I militanti formano un cerchio e intonano inni rivoluzionari accanto ai resti delle mura di cinta della fortezza. Intanto Ghalia, la sorella di Zahra, riceve una chiamata: a Zagora il comitato di accoglienza è pronto.

La città accoglie la sua figlia
L’arrivo è travolgente. Qualche chilometro prima dell’ingresso a Zagora, decine di auto attendono la carovana. Gli abitanti si precipitano verso Zahra per salutarla. Bandiere palestinesi e sovietiche sventolano ai lati della strada, due ali di folla accompagnano la fila di macchine che penetra lentamente in città, sotto un delirio di clacson e youyou. Raggiunto il palco, allestito per l’occasione nella via principale, il corteo si raccoglie. Infiammati dall’entusiasmo degli abitanti, gli oratori non sembrano avere peli sulla lingua: nei loro discorsi accusano apertamente il regime, responsabile dei costi eccessivi dell’istruzione e della violenza gratuita della polizia. I presenti, intanto, sollevano i ritratti di Guevara, Lenin, Mao e Abderrazzak al Gadiri, lo studente ucciso nel 2008 durante una manifestazione.
Quando Zahra sale sul palco sventolando una bandiera rossa, gli applausi si mescolano ai canti, mentre una fitta schiera di pugni chiusi si alza verso il cielo. Gli slogan, scanditi dai militanti più navigati, vengono ripresi dai bambini e dalle donne della città accorsi attorno alle tribune: “gli anni di piombo sono tornati!”, “nuova era, nuove torture!”. L’intera Zagora sembra aver maturato una coscienza politica grazie all’affaire Boudkour. Una vicenda, tuttavia, che attende ancora la sua conclusione definitiva: se nove membri del “gruppo Boudkour” sono stati liberati questo fine settimana, altri due, Mourad Chouiri e Khalid Miftah, restano ancora detenuti nelle prigioni di Essaouira e Kalaat Sraghnat (rispettivamente per uno e due anni).
Attorno alla piazza i poliziotti mantengono un atteggiamento discreto: gli ufficiali si limitano ad osservare da lontano, sebbene l’assembramento non abbia ricevuto l’autorizzazione delle forze dell’ordine. Verso mezzanotte, infine, la folla si disperde accompagnata dal suono dell’oud. I festeggiamenti pubblici lasciano allora il posto ad una cerimonia più intima: amici e parenti si ritrovano sotto una grande tenda piazzata di fronte alla casa di Moulouda Boudkour, la sorella maggiore che Zahra, orfana di madre, chiama “mamma”. Abiti tradizionali di rigore per onorare la cena a base di dromedario, sotto lo sguardo riflessivo del capo famiglia Khalifa Boudkour. Non lontano dalla tenda le donne in haik cantano tutte attorno a Zahra, che assapora i primi istanti del ritorno in famiglia. Finalmente libera.

sabato 1 maggio 2010

L’identità

Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi “più francese” o “più libanese”. Rispondo invariabilmente: “l’uno e l’altro!”. Non per scrupolo di equilibrio o di equità, ma perché, rispondendo in maniera differente, mentirei. Ciò che mi rende come sono e non diverso è la mia esistenza fra due paesi, fra due o tre lingue, fra parecchie tradizioni culturali. E’ proprio questo che definisce la mia identità. Sarei più autentico se mi privassi di una parte di me stesso?
A coloro che mi pongono la domanda, spiego dunque, con pazienza, che sono nato in Libano, che vi ho vissuto fino all’età di ventisette anni, che l’arabo è la mia lingua materna, che ho scoperto prima nella traduzione araba Dumas, Dickens e I viaggi di Gulliver, e che nel mio paese di montagna, quello dei miei antenati, ho conosciuto le mie prime gioie di bimbo e sentito certe storie cui mi sarei ispirato in seguito per i miei romanzi. Come potrei scordarlo? Come potrei mai staccarmene? Ma, d’altra parte, vivo in Francia da ventidue anni, bevo la sua acqua e il suo vino, le mie mani accarezzano ogni giorno le sue vecchie pietre, scrivo i miei libri nella sua lingua, per me non sarà mai più una terra straniera.
Metà francese, dunque, e metà libanese? Niente affatto. L’identità non si suddivide in compartimenti stagni, non si ripartisce né in metà né in terzi. Non ho parecchie identità, ne ho una sola, fatta di tutti gli elementi che l’hanno plasmata, secondo un “dosaggio” particolare che non è mai lo stesso da una persona all’altra.
Talvolta, quando ho finito di spiegare, con mille particolari, per quali ragioni precise rivendichi pienamente l’insieme delle mie appartenenze, qualcuno mi si avvicina, mi mette una mano sulla spalla e mormora: “ha avuto ragione di parlare così, ma nel suo intimo che cosa si sente?”.
Questa domanda insistente mi ha fatto sorridere a lungo. Oggi, non ne sorrido più, perché mi sembra rivelatrice di una visione molto diffusa e, a mio avviso, pericolosa. Quando mi si chiede che cosa sia “nel mio intimo”, si presuppone che “nell’intimo” di ciascuno ci sia una sola appartenenza che conta, la sua “verità profonda” in certo qual modo, la sua “essenza”, determinata una volta per tutte alla nascita e che non cambierà più; come se il resto, tutto il resto – il suo percorso di uomo libero, le sue convinzioni acquisite, le sue preferenze, la sua sensibilità personale, le sue affinità, la sua vita insomma – non contasse minimamente.
E quando si incitano i nostri contemporanei ad “affermare la loro identità” come si fa così spesso oggi, equivale ad esortarli a ritrovare in fondo a se stessi tale pretesa appartenenza fondamentale, che è spesso religiosa o nazionale o razziale o etnica, e a sventolarla fieramente in faccia agli altri.
Chiunque rivendichi un’identità più complessa si ritrova emarginato. Un giovane nato in Francia da genitori algerini porta in sé due appartenenze evidenti, e dovrebbe essere in grado di assumerle entrambe. Ho detto due per la chiarezza del discorso, ma le componenti della sua personalità sono assai più numerose. Che si tratti della lingua, delle credenze, del modo di vita, delle relazioni familiari, dei gusti artistici o culinari, le influenze francesi, europee, occidentali, si mescolano in lui ad influenze arabe, berbere, africane, musulmane… Un’esperienza arricchente e feconda se il giovane si stente libero di viverla pienamente, se si sente incoraggiato ad assumere tutta la propria diversità; al contrario, il suo percorso può risultare traumatizzante se, ogni volta che si dichiara francese, certuni lo considerano come un traditore, addirittura come un rinnegato, e se, ogni volta che afferma i suoi legami con l’Algeria, la sua storia, la sua cultura, la sua religione, si trova esposto all’incomprensione, alla diffidenza o all’ostilità.
La situazione è ancora più delicata dall’altra parte del Reno. Penso al caso di un turco nato trent’anni fa nei pressi di Francoforte e sempre vissuto in Germania, di cui parla e scrive la lingua meglio di quanto faccia con quella dei suoi padri. Agli occhi della sua società di adozione non è tedesco; agli occhi della sua società di origine non è più veramente turco. Il buonsenso vorrebbe che egli potesse rivendicare pienamente la doppia appartenenza. Ma nulla, nelle leggi e nelle mentalità, gli consente di assumere armoniosamente la sua identità composta. Ho preso i primi esempi che mi sono venuti in mente. Avrei potuto citarne altri. Quello di una persona nata a Belgrado da madre serba e da padre croato. Quello di una donna hutu sposata a un tutsi, o viceversa. Quello di un americano di padre nero e di madre ebrea…
Sono casi molto particolari, penseranno certuni. A dire il vero, non lo credo. Le poche persone che ho menzionato non sono le sole a possedere un’identità complessa. In ogni uomo si incontrano molteplici appartenenze che talvolta si contrappongono fra loro e lo costringono a scelte penose. Per alcuni, la cosa è evidente alla prima occhiata; per altri, bisogna fare lo sforzo di guardare più da vicino.
Chi, nell’Europa odierna, non avverte un conflitto, destinato ad aumentare, fra la sua appartenenza ad una nazione plurisecolare – la Francia, la Spagna, la Danimarca, l’Inghilterra… - e la sua appartenenza all’insieme continentale che si va costruendo? E quanti europei sentono anche, dal paese basco fino alla Scozia, un’appartenenza potente, profonda, a una regione, al suo popolo, alla sua storia e alla sua lingua! Chi, negli Stati Uniti, può ancora considerare il suo posto nella società senza riferimenti ai suoi legami anteriori – africani, ispanici, irlandesi, ebraici, italiani, polacchi ecc.?
Detto ciò, ammetto che i primi esempi da me scelti hanno qualcosa di particolare. Tutti riguardano esseri che recano in sé appartenenze che, oggi, si affrontano con violenza; esseri frontalieri, in un certo qual modo, attraversati da linee di frattura etniche, religiose o di altra natura. Proprio a causa di tale situazione, che non oso definire “privilegiata”, hanno un ruolo da sostenere per tessere legami, dissipare malintesi, far ragionare gli uni, addolcire gli altri, appianare, riconciliare… Hanno la vocazione degli intermediari, dei tramiti, dei mediatori fra le diverse comunità, le diverse culture. Ed è proprio per questo che il loro dilemma è carico di significato; se queste stesse persone non possono assumere le loro molteplici appartenenze, se si vedono ingiungere di continuo di scegliere il loro campo, di rientrare nelle file della loro tribù, allora abbiamo il diritto di preoccuparci per il funzionamento del mondo.
“Se si vedono ingiungere di continuo di scegliere”, dicevo. Ingiungere da chi? Non solo dai fanatici e dagli xenofobi di ogni ambiente, ma da voi e da me, da ciascuno di noi. A causa, per l’appunto, delle abitudini di pensiero e di espressione così ancorate in tutti noi, a causa della concezione ristretta, esclusivista, bigotta, semplicistica che riduce l’identità intera a una sola appartenenza, proclamata con rabbia.
E’ così che si “fabbricano” dei massacratori……

AMIN MAALOUF, L’identità, Bompiani, Milano, 2007. (Traduzione di Fabrizio Ascari)

Gli attivisti saharawi interrompono lo sciopero della fame

“La detenzione preventiva non deve essere un pretesto per trattenere illimitatamente in carcere gli oppositori. Il tempo per le indagini è stato ampiamente superato, ora i detenuti devono essere liberati o accusati formalmente davanti ad un tribunale”. Questo è l’avviso rilasciato da Khadija Ryadi, presidente dell’Associazione marocchina per i diritti umani pochi giorni fa, in merito alla vicenda del “gruppo Tamek”, conosciuto anche come il “gruppo dei sette”. Dopo oltre sei mesi di detenzione, senza accuse formali né processi a loro carico, e uno sciopero della fame durato quarantuno giorni, sembra che i sei attivisti saharawi in carcere a Salé (il settimo elemento del gruppo era stato liberato lo scorso febbraio) siano ormai sul punto di lasciare le loro celle. La protesta, sostenuta da una pressione internazionale crescente (agli appelli delle Ong per i diritti umani si era unita anche la “preoccupazione” del Segretario Generale ONU Ban Ki Moon), ha spinto le autorità marocchine a tornare sui propri passi e ad avviare il dialogo. Stando alle dichiarazioni filtrate dalla prigione di Salé, il “gruppo Tamek” avrebbe raggiunto un accordo con il governo di Rabat, pronto a tutto pur di non ripetere il naufragio mediatico e diplomatico a cui portò la gestione miope, rivelatasi alla fine disastrosa, della vicenda Aminatou Haidar.

(Articolo pubblicato da El Peridico de Catalunya, 27 aprile 2010)

I detenuti di Salé hanno trovato un accordo con le autorità marocchine per una pronta liberazione
I sei prigionieri saharawi finiti in arresto nell’ottobre 2009 al rientro dai campi di rifugiati di Tindouf (Algeria) hanno interrotto lo sciopero della fame alle diciannove di martedì 27 aprile dopo aver raggiunto un accordo con le autorità marocchine. “Hanno promesso di risolvere il nostro caso. Ci hanno assicurato che nei prossimi giorni già potremo beneficiare di una libertà condizionata, anche se ancora non sono chiari tutti i dettagli del caso”, assicura al Periodico de Catalunya Brahim Dahan, dalla prigione di Salé. “Sappiamo che le autorità non possiedono alcuna accusa fondata contro di noi e per questo stanno cercando di uscire dall’impasse”, aggiunge poi lo stesso Dahan. Cinque dei sei attivisti ancora in carcere hanno compiuto oggi il quarantunesimo giorno di sciopero della fame, mentre il sesto aveva sospeso la protesta tre settimane fa.
Due funzionari del Ministero dell’Interno si sono recati questa mattina al penitenziario per concludere le trattative direttamente con il “gruppo dei sette”. Ali Salem Tamek, Brahim Dahane, Ahmed Naciri, Yahdih Ettarouzzi, Rachi Sghayer e Sale Lebaihi lasceranno le rispettive celle al massimo tra due settimane, “sebbene non si tratterà di una piena libertà”, confermano fonti vicine ai detenuti. L’unica donna arrestata l’8 ottobre scorso, Dejga Lachgar, era già tornata in libertà circa due mesi fa per gravi problemi di salute.

La gioia delle famiglie
Nel piccolo appartamento di Salé, dove le famiglie dei detenuti si sono installate da oltre sei mesi per assistere da vicino i propri cari, si vivono momenti di euforia al diffondersi della notizia. “Dopo così tanti giorni senza mangiare ci aspettavamo il peggio, eravamo pronti alla tragedia”, commenta Khalifa Rguibi, la moglie di Tamek. Khalifa, il volto sereno e lo sguardo pieno di soddisfazione, si dice “incredibilmente felice”. E’ sicura che presto potrà rivedere il proprio marito lontano dalle sbarre della prigione. Uscendo di casa non riesce a nascondere un sorriso. In mano una pentola di zuppa, che ha appena preparato per i sei detenuti. “Il primo pasto dopo tanto tempo senza toccare cibo deve essere leggero”, confessa prima di sparire dietro al portone.

Uscendo di casa non riesce a nascondere un sorriso. In mano una pentola di zuppa, che ha appena preparato per i sei detenuti.

Stando al parere dei familiari, sul “gruppo dei sette” non peserebbe più l’accusa di alto tradimento, che avrebbe potuto condurre i detenuti di fronte ad un tribunale militare e, se riconosciuti colpevoli, alla pena di morte. “Dopo questo accordo il pericolo di una corte militare può dirsi scongiurato”, commenta un attivista saharawi, portavoce dei sei ancora in carcere, secondo cui il dialogo instaurato con lo Stato marocchino “è molto positivo, poiché riconosce il peso assunto dalla battaglia dei nostri confratelli”. “Certo la pressione internazionale ha contribuito in modo determinante al raggiungimento di questo accordo – aggiunge poi la fonte – dato che le autorità avevano espressamente rinunciato al dialogo fin dall’inizio della vicenda”. La protesta degli attivisti saharawi in carcere a Salé, sfociata nella sciopero della fame avviato lo scorso 18 marzo, aveva l’obiettivo di denunciare una detenzione ritenuta illegale. Oggi, dopo oltre sei mesi trascorsi in carcere, contro il “gruppo Tamek” non è stato ancora intentato nessun processo.
Beatriz Mesa