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domenica 24 aprile 2011

I cedri del Marocco: lo sfruttamento abusivo di una risorsa collettiva

Prendendo spunto dall’articolo di Omar Brouksy ("I cedri dell’Atlante minacciati"), pubblicato nei giorni scorsi dal giornale on-line Lakome, (r)umori dal Mediterraneo ritorna sullo sfruttamento abusivo delle foreste di cedri del Medio Atlante e ripropone due reportage ("La guerra dei cedri" e "Il tesoro rubato dell’Atlante") già apparsi sulle pagine di questo blog nei mesi scorsi. La depredazione dell’unica ricchezza presente nelle alture di una regione povera e marginalizzata, senza che nulla dei proventi di un commercio legale e non (a seconda di chi si incarica della vendita degli arbusti, le autorità locali o le reti mafiose) sia reinvestito in loco, è solo un esempio delle accuse mosse al regime di Rabat dal movimento amazigh (la regione del Medio Atlante è in gran parte berberofona) e più in generale dal Movimento 20 febbraio, che nelle ultime settimane si sta scagliando con veemenza crescente contro una gestione corrotta e torbida delle risorse del paese.

Alcuni cedri nei dintorni di Anfgou (Medio Atlante)


I cedri dell’Atlante minacciati

Articolo del giornalista marocchino Omar Brouksy (AFP) pubblicato dal sito di informazione indipendente Lakome il 21 aprile 2011.

L’abbattimento clandestino minaccia i maestosi cedri dell’Atlante, tanto stimati dagli ebanisti, rischiando così di perturbare l’equilibrio ecologico di una regione in cui è racchiusa la principale riserva di acqua del Marocco. Queste conifere, la cui essenza possiede, tra le altre cose, la capacità di allontanare gli insetti, costituiscono una delle maggiori ricchezze naturali del regno (all’incirca 134 mila ettari).
Nella foresta di Ajdir, nel cuore del Medio Atlante, gli imponenti arbusti di cedro che un tempo ricoprivano le montagne “si contano ormai sulle dita di una mano”, constatano in tono rancoroso gli abitanti, in gran parte berberofoni. “Ogni anno migliaia di alberi, compresi tronchi secolari, vengono abbattuti illegalmente con la complicità di alcune guardie forestali”, ha dichiarato all’AFP (Agence France Presse) Aziz Akkaoui, attivista all’AMDH (l’Associazione marocchina per i diritti umani). Dei 134 mila ettari di cedri presenti in Marocco, la maggioranza si trovano nei pendii del Medio Atlante. Il traffico clandestino di questo legno pregiato, tuttavia, minaccia la sopravvivenza delle conifere, utilizzate per fabbricare ogni sorta di mobilio, segno di opulenza nelle grandi dimore marocchine.
Ad una decina di metri dal posto di guardia degli agenti forestali, di fronte ad un lago costeggiato dalla boscaglia, giace a terra un tronco di cedro abbattuto di recente. “Questo albero è stato tagliato con una sega e il rumore prodotto dall’operazione può essere inteso facilmente dagli uomini della forestale”, osserva Akkaoui, sottintendendo la complicità di quest’ultimi. “Ci sono i bracconieri che tagliano i cedri illegalmente, i falegnami che comprano il legno, alcuni agenti corrotti della Delegazione delle acque e delle foreste che chiudono un occhio, altri agenti del Ministero della Giustizia ugualmente corrotti. Quindi si può parlare di una mafia del cedro strutturata e ben organizzata”.
Nei piccoli villaggi dell’Atlante, alcuni abitanti riconoscono di aver preso parte all’abbattimento illegale, per poter sopravvivere in una regione montagnosa priva di altre risorse o di attività economiche. Un cedro impiega circa trent’anni per arrivare all’età adulta e da quel momento può garantire a colui che lo taglia clandestinamente fino ad 800 euro. Se invece viene venduto legalmente (seguendo le tempistiche e le zone per il taglio che teoricamente dovrebbero essere imposte dagli stessi agenti forestali che si lasciano corrompere, ndt) una parte del ricavato va a beneficio del comune che ha il controllo sul territorio dove è impiantata la foresta. “Abbattiamo gli alberi perché non ci resta altra scelta. Non c’è niente qui che ci possa garantire una vita dignitosa. Per tagliare un arbusto, in ogni caso, siamo costretti a lasciare mazzette alle guardie, tra i duemila e i tremila dirhams (190-280 euro)”, confida un abitante del posto.
Ogni anno, i comuni delle regioni in cui si trovano i boschi di cedro hanno la facoltà di organizzare degli abbattimenti (circoscritti, ndt) legali e di mettere all’asta il prodotto. Un’operazione che assicura ad ogni municipalità all’incirca un milione di euro. Ma gli abitanti, infuriati, affermano di non beneficiare di una tale ricchezza (come invece vorrebbe la legge, che impone di reinvestire sul territorio il 75% dei proventi, ndt). “Guardatevi attorno, non c’è nulla. Qui si vive nella miseria. Dove vanno a finire i soldi che il comune incamera dopo la vendita legale dei cedri?”, insorge Ahmed, amazigh fiero che non parla una sola parola di arabo. “Non c’è lavoro, non ci sono scuole e di ospedali neanche a parlarne. Noi chiediamo un impiego, dei piccoli investimenti locali che possano aiutarci a migliorare la nostra condizione”.
I responsabili della Delegazione delle acque e delle foreste respingono, dal canto loro, le denunce degli abitanti. “Quando riusciamo a prenderne qualcuno, scatta subito l’accusa verso le guardie forestali. Ma nessun bracconiere ha mai fornito le prove per dimostrare la corruzione degli agenti”, ha dichiarato all’AFP Mohamed Chedid, del Centro per lo Sviluppo e la Protezione delle risorse forestali. Secondo l’universitario Abdeslam Ouhejjou, “l’abbattimento incontrollato dei cedri sta incentivando l’erosione e la desertificazione, una conseguenza che presto minaccerà l’equilibrio ecologico dell’intera regione”. “Le foreste del Medio Atlante costituiscono la principale riserva di acqua del Marocco e ogni disequilibrio avrà delle ripercussioni su scala nazionale”, è il monito lanciato dal ricercatore.


La guerra dei cedri

Reportage della giornalista francese Zoé Deback pubblicato da Tel Quel, n. 417, 27 marzo – 2 aprile 2010 (titolo originale: “Les résistants de la cedraie”).

Un’ora e mezza di viaggio separa Khenifra da Tikajouine, alias Ait Hnini secondo l’amministrazione marocchina. La strada, che si snoda lungo un percorso di circa sessanta chilometri, è stata rifatta di recente, ma l’asfalto ancora nuovo ha ceduto alle piogge e agli smottamenti del terreno. Entrando nel villaggio, nonostante la nebbia e il nevischio trasportato dal vento, si riesce ad intravedere la foresta d’Idikel, sulle pendici del monte Toujjit, distante un’ora di cammino. Quattromila ettari di cedri per quattromila abitanti. Malgrado questa ricchezza, la località ha un aspetto desolante. Dopo le precipitazioni violente della notte le vie sono immerse dal fango e per gli abitanti è impossibile mettere il naso fuori di casa senza indossare gli stivali di gomma.
La mattinata è glaciale. Alcuni bambini, in ritardo, affrettano il passo verso la scuola con dei vistosi ceppi sottobraccio. Spetta alle famiglie degli alunni provvedere al riscaldamento dell’edificio, un prefabbricato situato ai margini del paese. A causa del disboscamento, tuttavia, la legna da ardere è diventata un bene di lusso sempre più raro.

“Ecologisti” contro “bracconieri”
La bella abitazione rifinita in calce di Said Ait Aziz, costruita sul fianco della collina, si distingue nettamente dalle altre case del villaggio. Il proprietario, un contadino di quarantasette anni, è considerato il nemico numero uno della “mafia del cedro”. Una guerra silenziosa, da qualche anno, sta dilaniando Tikajouine, dove gli “ecologisti” cercano di arrestare l’emorragia di legname causata dai “bracconieri”. L’ultimo colpo di cannone solo due settimane fa: Aziz è stato citato in giudizio “per aver attaccato la sacralità del re”. Ma ci vuole ben altro per convincerlo a desistere. Con il viso solcato dal tempo e arrossato dal calore della stufa, Aziz ripercorre la storia, in tamazigh (lingua berbera, ndt), della sua lotta per fermare la distruzione della foresta. “Mi sono sempre opposto all’abbattimento selvaggio dei cedri – spiega – poiché tale ricchezza se ne va altrove, senza alcuna ricaduta sullo sviluppo del villaggio”. Nel 2004 cerca di avvertire il caid della dimensione preoccupante assunta dal traffico clandestino di cui è testimone. Invano. Un anno dopo decide di aderire all’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH), nella speranza di dar forza al suo discorso. L’AMDH inizia ad occuparsi del problema e organizza azioni di protesta sul territorio, oltre a sostenere Aziz nella denuncia depositata al tribunale di Khenifra. Il resoconto presentato è preciso e dettagliato. Nel corso degli anni ha imparato a conoscere tutti i mezzi impiegati dai cervelli che gestiscono il commercio illegale dei cedri.
Nel 2007 la “mafia” propone del denaro ad Ait Aziz in cambio del suo silenzio. Dopo aver declinato l’offerta, sfugge ad un tentativo di incendio. Poi viene aggredito nel bosco. Ad ogni violenza subita risponde con una querela. Il vecchio contadino è ormai abituato a vedere i finestrini della sua auto regolarmente frantumati. Ma nella sua battaglia non è più solo. Alcuni insegnanti della zona, nel 2005, hanno creato l’Associazione Idikel per la protezione dell’ambiente e della foresta. “Un terzo degli abitanti del villaggio ci detesta”, afferma divertito Mouloud Ben Mouloud, uno dei fondatori. Un terzo del villaggio significa, per caso, tutti coloro che traggono profitto dall’abbattimento selvaggio dei cedri? Un impiegato della Delegazione delle acque e delle foreste improvvisa una stima del fenomeno: “I delinquenti noti in paese sono una sessantina. Ognuno di loro lavora con il supporto di quattro o cinque persone. Quindi arriviamo ad un totale di trecento bracconieri, senza contare l’indotto del trasporto e della commercializzazione”. Non è poi così sbagliato, quindi, pensare che circa mille paesani vivano del business dei cedri…

“Pensi di essere il re?”
L’Associazione Idikel e Ait Aziz hanno avviato un progetto innovativo di preservazione della flora locale che non ha sopravvissuto ai primi sei mesi di vita. Nell’estate del 2009, la Delegazione delle acque e delle foreste accetta di finanziare un’impresa di sorveglianza per vegliare sulla foresta. L’associazione si fa garante della buona fede dei guardiani assunti: sarebbe inutile assumere gente compromessa con la “mafia”. Quanto ai “pentiti”, invece, sono ben accetti per la loro ottima conoscenza del terreno. Ma per svolgere questo tipo di lavoro bisogna essere profondamente motivati: i guardiani, considerati degli “spioni” o addirittura dei “voltagabbana”, subiscono continue aggressioni fisiche e vessazioni simboliche (come la cacciata dal mercato settimanale).
Tra i dodici “angeli custodi” che battono giorno e notte i sentieri del bosco c’è anche Ait Aziz. Durante una perlustrazione, nel gennaio scorso, un battibecco con un bracconiere innesca l’accanimento giudiziario di cui è ancora vittima. “Pensi di essere il re per impedirci di entrare nella foresta?”, lancia la provocazione un trafficante. Al ché il contadino risponde: “No, ma i rappresentanti del re mi hanno affidato la protezione di questo luogo” – “Ah, mi siete tutti testimoni, quest’uomo pensa di essere sua maestà!”, conclude soddisfatto il bracconiere. Poco dopo il governatore della provincia di Khenifra riceve una lettera anonima e ordina l’apertura di un’inchiesta. Il 25 gennaio Ait Aziz è convocato dalla gendarmerie per un interrogatorio. Cinque testimoni (tutti bracconieri) rilasciano ugualmente le loro deposizioni. La sorte del dossier è attualmente tra le mani del procuratore generale.
L’ostilità degli abitanti, tuttavia, non dovrebbe sorprendere troppo se si analizza il contesto socio-economico della regione. “C’è così tanta povertà da queste parti che servirebbe un’intera brigata militare per riuscire a proteggere la foresta”, stima un impiegato della Delegazione. “La risposta non può essere solo repressiva, servono soluzioni per lo sviluppo della zona”. Bisogna dire che ogni metro cubo di legna di buona qualità può essere venduto fino a 8 mila dirham (circa 800 euro), grazie ad una rete ben organizzata. Denaro facile in una regione che non offre alcun impiego al di fuori dell’agricoltura tradizionale.
“In questo modo la gente si accaparra una parte della torta, poiché ne ha abbastanza di vedere le autorità locali di incassare i soldi del taglio legale dei cedri, senza che in contropartita venga realizzato alcun miglioramento in termini di infrastrutture”, spiega Mouloud, l’insegnante. “Sono qui da diciassette anni e gli unici cambiamenti che ho visto sono l’arrivo dell’elettricità e il rifacimento della strada, niente altro”. In base al dahir (decreto reale, ndt) approvato del 1976, l’80% del denaro ricavato dalla vendita del legno ritorna nelle casse del comune e il resto in quelle della Delegazione delle acque e delle foreste. Le collettività, dal canto loro, dovrebbero reinvestirlo nel rimboschimento e in opere per lo sviluppo del territorio. “Da queste parti il comune non ha nessun programma di rimboschimento, nessun piano di sorveglianza della foresta di cedri – sospira Mouloud – né un progetto di investimento nel campo dell’istruzione”.

Telefoni satellitari per la mafia
Gli addetti locali della Delegazione, direttamente responsabili delle risorse boschive della zona, si dichiarano impotenti di fronte al sistema di sfruttamento selvaggio dei cedri dell’Idikel. Non possiedono le risorse adeguate per sorvegliare quattromila ettari di terreno in modo efficace: soltanto due tecnici agronomi, due agenti a cavallo per il pattugliamento e qualche guardiano occasionale. In più, quando riescono a mettere le mani su un bracconiere, sono costretti a chiamare la polizia per il verbale, almeno secondo la prassi. Ma i cellulari non funzionano nella montagna e per tornare al villaggio ci vuole circa un’ora e mezza. “Una volta ho visto un trafficante con un telefono satellitare in mano”, ironizza un agente forestale. In più, stando a quanto riferito dai membri dell’Associazione Idikel, i rari verbali che i poliziotti riescono a redigere (la maggior parte sono contro ignoti, anche se si conosce l’identità dei responsabili) finiscono per accumulare polvere nell’ufficio del procuratore generale. “La giustizia non fa il suo dovere”, conferma Moustapha Allaoui, membro dell’associazione ecologista. “Se la mafia del cedro fosse realmente sottomessa alla legge e obbligata a pagare le sanzioni previste per questo genere di reati, si sarebbe potuto risolvere il problema velocemente”. Altra soluzione: bloccare lo smaltimento della merce su scala nazionale. A questo proposito i forestali puntano il dito sui gendarmi, che difficilmente intervengono per arrestare il traffico là dove la Delegazione delle acque e delle foreste non ha più competenza. “Come è possibile che i camion arrivino all’altro capo del Paese senza trovare il benché minimo ostacolo sul loro cammino?”, si interroga un tecnico.
Il commercio clandestino prosegue indisturbato, mentre per il bosco di cedri il futuro si fa sempre più incerto. Ma, in attesa che un vero “piano d’azione” venga calato dall’alto, il clan degli “ecologisti” non sta certo a guardare. La sezione locale dell’AMDH, assieme ai militanti dell’Idikel, si è lanciata in una campagna di sensibilizzazione sulla necessità della preservazione del patrimonio ambientale locale. L’associazione poi vorrebbe creare una cooperativa, per permettere a tutti gli abitanti del villaggio di beneficiare legalmente delle risorse boschive del luogo. Quanto a Said Ait Aziz, imperturbabile, continua le ronde notturne nella “sua” foresta, nella speranza di limitare almeno un po’ l’abbattimento selvaggio degli alberi.


Il tesoro rubato dell’Atlante

Reportage della giornalista spagnola Beatriz Mesa, pubblicato da El Periodico de Catalunya il 6 luglio 2010.

Gli abitanti di Anfgou, in Marocco, sopravvivono a fatica mentre la mafia locale si gode i benefici milionari prodotti dalle foreste di cedri più vaste del Mediterraneo.

In un angolo remoto situato nel mezzo dell’Atlante, sembra che nulla possa turbare la quiete dei montanari che da secoli popolano questi pendii. Sembra uno di quei posti dove non può accadere nulla fuori dall’ordinario e invece proprio qui, a quasi tremila metri di altezza, succede di tutto. Ad Anfgou un migliaio di abitanti prova a sopravvivere con i pochi mezzi a disposizione, di media qualche capra e un modesto orticello, non curandosi troppo dell’estrema povertà che li circonda. Nel gennaio 2008 il villaggio era finito sulla bocca di tutti, in Marocco come all’estero, per la morte di trentatre bambini causata dal freddo e dalla fame, in uno degli inverni più ostili di cui si abbia memoria da queste parti. Ad Anfgou, dove non tutti hanno l’elettricità e praticamente nessuno ha l’acqua corrente in casa, la mafia continua ad approfittare della vulnerabilità di una popolazione quasi interamente analfabeta. Ma la zona è una tra le più ricche del paese. I boschi di cedri che circondano il villaggio sono i più estesi di tutto il Mediterraneo. Sono l’oro dell’Atlante marocchino.
Lo sfruttamento dei cedri fattura 10 milioni di euro ogni anno. Secondo la legge del 1976, l’80% del ricavato dovrebbe essere reinvestito nello sviluppo della regione, in strade e scuole per togliere dalla miseria disumanizzante quelle persone che lavorano le loro foreste senza ricevere nulla in cambio. Ma qui non c’è nemmeno un’ambulanza, e la mortalità infantile raggiunge livelli spaventosi. Quasi un bambino su cinque non raggiunge l’età adulta, spesso per la mancanza di assistenza in loco e la carenza di trasporti verso le strutture ospedaliere (la più vicina si trova a Errachidia, a 180 km di distanza). In molti casi basterebbe una semplice iniezione per salvargli la vita.

Le denunce messe a tacere
Attorno ai boschi di cedri si è costruita una rete di ingiustizie e corruzione locale a cui nessuno è più capace di far fronte. Chi ci ha provato è stato sbattuto in prigione. Ataui, un giovane tecnico forestale, aveva deciso di rompere il silenzio che cela la falsificazione dei documenti per lo sfruttamento illegale della risorsa. Voleva smascherare le irregolarità e denunciare i responsabili. Accusato di “attentare ai valori del Regno”, è stato condannato a 2 anni di prigione.
La sua azione, almeno, ha avuto il merito di svelare gli ingranaggi del tessuto mafioso. La rete è gestita direttamente dal presidente del consiglio comunale, che compra la complicità di amici e familiari a colpi di mazzette. Il clan esercita poi pressione ed influenza sulla popolazione locale, per ottenere la rielezione del capo al momento delle elezioni, falsate dai ricatti e dalle minacce, per continuare la speculazione. Tutto questo mentre ad Anfgou la gente non ha di che calzarsi né vestirsi.
Ogni giorno decine di uomini, in fila indiana, risalgono il fianco della montagna che sovrasta il villaggio. Penetrano nel cuore della foresta per tagliare i preziosi tronchi di cedro. “Per ogni metro cubo di legname si possono ricavare fino a 800 euro”, spiega Asif, sulla cinquantina, tra i più attivi oppositori delle reti mafiose che gestiscono lo sfruttamento. “I trafficanti effettuano i trasporti di notte, per non dare nell’occhio. Se il taglio continuerà con il ritmo sfrenato raggiunto in questi ultimi anni, i boschi presto spariranno e noi non avremo più legno nemmeno per costruire le nostre case”, confida Asif preoccupato. “Volevo creare una cooperativa, per togliere il controllo delle foreste e delle sue risorse dalle mani di questa gente. Ho depositato il dossier al ministero da più di un anno, ma fino ad ora non ho ottenuto risposte”. Asif ci fa strada all’interno della sua abitazione. I muri del salone male illuminato sono rivestiti a calce, mentre dal soffitto spuntano le travi di cedro che sostengono il tetto. Ad aspettarci in mezzo alla tavola un abbondante tajine ancora caldo.
Anfgou vuole soltanto vivere con dignità. Ma forse dovrà aspettare una nuova tragedia perché gli abitanti del villaggio, oltre all’antenna per i telefoni cellulari, possano disporre finalmente di un ambulatorio e delle medicine di base.

(Vai al reportage fotografico Cartoline da Anfgou)

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