Enclave spagnola fino agli anni sessanta, la piccola città di pescatori è stata teatro di duri scontri tra la popolazione locale e le forze di sicurezza marocchine nel giugno 2008. Alle rivendicazioni degli abitanti, che chiedevano la fine della marginalizzazione imposta al territorio, le autorità hanno risposto con la violenza della repressione. Dopo due anni gli ifnaouis si dicono pronti a riprendere la lotta.
Le onde dell’oceano si infrangono rumorose sulla spiaggia rossastra. Appena qualche metro di sabbia separa l’Atlantico dalla parete rocciosa su cui è adagiata Sidi Ifni, una cittadina colorata e all’apparenza sorniona, duecento chilometri a sud di Agadir. La pioggia caduta negli ultimi giorni non sembra aver scoraggiato le carovane di surfisti in rotta verso Dakhla e le rive del Sahara.
C’era una volta Santa Cruz del Mar Pequeña
Raggiunte le isole Canarie nel XV secolo, gli Spagnoli cercarono a più riprese di conquistare un approdo sicuro nella costa nordafricana. Gli abitanti della regione, i bellicosi Baamrane, resistettero a lungo, prima di cedere alla superiorità iberica nel 1859. Gli occupanti, che presero possesso del territorio solo nel 1934, trasformarono le poche case sparse lungo il litorale nella “ridente” Santa Cruz del Mar Pequeña. Questo il nome scelto per la città, costruita in puro stile moresco, oggi conosciuta come Sidi Ifni. Nella memoria dei vecchi ifnaouis è ancora scolpita la frase che il generale José Vega Rodriguez pronunciò nel 1969, al momento di rimpatriare le ultime truppe: “Qui lasciamo il meglio di ciò che la Spagna poteva offrire”. In effetti, al tempo dell’occupazione iberica, Santa Cruz aveva acquisito un ruolo di primaria importanza nella gestione dei domini coloniali nel Maghreb occidentale. Dalla piccola cittadina dipendeva il controllo politico e militare dell’intera regione del Sahara. La sede del governatore dettava ordini e direttive agli avamposti di Laayoune, Smara e Dakhla. L’aeroporto permetteva un collegamento costante con le vicine Canarie e l’ospedale della città “era uno dei più efficienti di tutta l’Africa del nord”, come ricordano ancora con vanto gli abitanti di Sidi Ifni. “Avevamo una radio locale, cinema, scuole reputate e perfino un casinò”, rammenta Makhjuba, una vecchia ifnaoui dal volto scuro, solcato da rughe profonde. I suoi stivali di gomma calpestano ogni giorno la poltiglia di fango e pesce marcito che ricopre la banchina del porto. Dà una mano al mercato dei grossisti, in cambio di qualche orata che rivende poi in paese. “Al tempo degli Spagnoli la città era dinamica, viva, gli abitanti non subivano discriminazioni e il lavoro non mancava. Quando se ne sono andati, a Ifni non è rimasto nulla”. Oggi anche i giovani sembrano avere nostalgia per un’epoca che non hanno vissuto. La città, una volta passata in mano marocchina, è stata messa da parte, dimenticata. Chiuso l’aeroporto, oggi una tetra spianata di rovine e immondizia, scomparsi gli impieghi pubblici e tagliati i fondi per l’ospedale. Dietro la facciata decrepita, su cui si fatica a leggere la scritta “urgenze”, non è rimasto neanche uno specialista. Solo un giovane medico, affiancato da una manciata di infermieri. “Lavoriamo in condizioni impossibili: i macchinari sono pochi e obsoleti, a volte non abbiamo nemmeno la benzina per utilizzare l’ambulanza”, confessa il dottore che lamenta l’impotenza della struttura sanitaria.
Dal Collettivo al blocco del porto
All’interno del Café Chez Fatima, a qualche passo da Plaza de España, lo stereo diffonde le note di una lenta melodia gnawa. Le foto esposte sulle pareti ritraggono la città in bianco e nero all’inizio del secolo scorso: l’imbarcadero utilizzato dagli Spagnoli per trasferire merci ed equipaggi sulla terraferma, la scalinata in pietra che dalla Barandilla scende verso la spiaggia e il campo di volo. “L’unica risorsa a disposizione di Sidi Ifni, una volta tornata sotto il controllo marocchino, era la pesca”, esordisce Fares Hafifi, pescatore e membro della sezione locale di Attac. Il piccolo porto, incastonato tra le rocce del promontorio e le correnti dell’Atlantico, è riuscito per anni a tenere in piedi l’economia dell’intero borgo. I proventi di una sola barca bastavano ad assicurare la sopravvivenza di due o tre famiglie. Almeno fino alla fine degli anni novanta. Poi l’arrivo dei grandi pescherecci provenienti dal nord ha ridotto i marinai della zona in miseria. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli stellari e per molti l’emigrazione è rimasta la sola via d’uscita. “Chi possiede documenti spagnoli, un caso non raro a Ifni, tenta la traversata in mare fino alle Canarie. Servono appena tre giorni di navigazione”, spiega Hassan, un disoccupato in possesso dei diplomi di informatico e elettricista. La città si sta spopolando, sono sempre più quelli che decidono di partire.
“Nel 2005, di fronte all’indifferenza delle autorità, gli abitanti hanno reagito con la formazione di un Collettivo locale”, interviene Mohamed Salah, rimasto in silenzio fino a quel momento. Il Collettivo, di cui fanno parte formazioni politiche, sindacati e associazioni, chiede la fine della marginalizzazione imposta alla regione. “Volevamo far pressione sul governatore perché si preoccupasse dello sviluppo economico e sociale del territorio – conferma Mohamed, uno dei fondatori – così abbiamo organizzato i primi scioperi, avanzando una lista di rivendicazioni indispensabili per il futuro della città”. Tra le richieste, il completamento dei lavori al porto, la riattivazione dell’ospedale e la costruzione di una via di collegamento tra Ifni e Tan-Tan, cittadina alle porte del Sahara situata cento chilometri più a sud. “Ci parlano di risorse turistiche, ma di fatto viviamo ancora in una condizione di isolamento. La strada mal ridotta che arriva da Tiznit si trasforma in un sentiero sterrato appena varcato il paese”. Nell’agosto 2005 la prima mobilitazione, repressa dalla polizia. Le dimostrazioni del Collettivo proseguono, con il sostegno aperto della popolazione. Le autorità prendono tempo, fanno promesse, ma nessun cambiamento sembra concretizzarsi. “Lo Stato ha continuato ad ignorare le nostre esigenze”, puntualizza Mohamed Salah. Mentre il Collettivo preferisce non rinunciare al dialogo, pescatori e disoccupati scelgono un’altra via per far sentire la propria voce. Il 30 maggio 2008 rompono gli indugi e bloccano l’accesso al porto. I camion in partenza verso Agadir non possono lasciare il molo e ai pescherecci è proibito uscire in mare. La scelta, per quanto drastica, riceve ancora una volta la solidarietà dei cittadini, stanchi delle promesse di Rabat e del declino che costringe centinaia di ifnaouis all’emigrazione. “La protesta è andata avanti una settimana”, ricorda Fares. Oltre alle vecchie rivendicazioni, i manifestanti reclamavano la creazione di fabbriche per la lavorazione del pesce in loco. “Tutto il pescato di Ifni se ne va all’estero, in seguito al passaggio nelle industrie di Agadir. Di questa immensa ricchezza a noi non restano che le briciole”, conclude il pescatore, tra i protagonisti del blocco. Sabato 7 giugno, dopo otto giorni di sit-in, la polizia interviene per soffocare il malcontento. Per la città si apre uno dei capitoli più bui della sua storia.
Il “sabato nero”

Al termine della giornata si contano centinaia di feriti, le scuole della città sono evacuate e trasformate in caserme: nel commissariato non c’è posto per tutti i fermati e gli arresti proseguono per settimane. “La città è rimasta sotto occupazione militare fino al settembre 2008”, precisa Brahim. Intanto il dramma di Sidi Ifni fa il giro del mondo. Amnesty International e Human Rights Watch cercano di fare pressione su Rabat. All’interno del regno si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Anche i media ne parlano: Al Jazeera manda in onda i filmati delle violenze. Dopo tre mesi il Palazzo è costretto ad allentare l’assedio. Richiama i militari e allo stesso tempo cerca di salvare la faccia, scaricando tutte le responsabilità sui “ribelli”. “La stampa di regime ci ha dipinto come pericolosi terroristi” - spiega Barra - “ma, al contrario delle accuse che ci sono state rivolte, non abbiamo mai avuto obiettivi separatisti. Vogliamo soltanto veder riconosciuti i nostri diritti di cittadini”. Nel momento in cui viene tolto l’embargo dalla città, undici persone si trovano ancora in carcere. Ci sono membri del Collettivo locale, di Attac e dell’associazione dei laureati-disoccupati. Su di loro pendono gravi capi di imputazione. Nel marzo del 2009 il tribunale di Agadir li riconosce colpevoli, tra le altre cose, di “tentato omicidio, costituzione di banda criminale e armata, manifestazione non autorizzata e distruzione dei beni pubblici”.
La mafia di Tiznit
La brezza dell’oceano soffia leggera sul molo semideserto. Un fitto drappello di barche, lunghe al massimo tre o quattro metri, ondeggia seguendo il ritmo incalzante dei flutti trascinati dall’alta marea. I pescatori di Ifni non sono usciti in mare, troppo minaccioso per i piccoli scafi a causa della burrasca abbattutasi sulla costa durante la notte. “Solo i grandi battelli hanno preso il largo dopo il tramonto”, mi informa Fares Hafifi, indicando due pescherecci attraccati sul lato opposto della banchina.

Dopo la rivolta sfociata nel “sabato nero”, erano molte le aspettative maturate in seno alla popolazione. Nonostante la repressione e le condanne, infatti, i membri del Collettivo sono riusciti a conquistare la maggioranza in consiglio comunale alle elezioni del 2009. Ma i poteri della giunta restano fortemente limitati dall’autorità del governatore, rappresentante in loco del Ministero dell’Interno. In concreto nulla sembra essere cambiato, come conferma il membro di Attac: “la situazione al porto è ancora drammatica. Per rinnovare l’attrezzatura i pescatori si sono coperti di debiti, che impiegheranno anni a colmare con i loro magri guadagni”. La lezione impartita dal regime a colpi di manganello non spaventa i “ribelli” di Sidi Ifni, che si dicono “pronti a riprendere la protesta, se necessario con un nuovo blocco”. La città è ormai stanca di aspettare un futuro che da quarant’anni tarda ad arrivare.
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