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giovedì 7 luglio 2011

Marocco: “plebiscito” per la nuova costituzione, ma le proteste non si fermano

RABAT - Domenica 3 luglio il Movimento 20 febbraio ha scandito ad alta voce il suo “no” ad una “costituzione illegale e illegittima” imposta dal Palazzo reale e all’ennesima “farsa elettorale”. Migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale e in numerose altre città del paese per chiedere, come da quattro mesi a questa parte, un “vero cambiamento” ed un sovrano che “regna ma non governa”. Prerogative che non sono garantite dalla nuova carta, approvata tramite referendum solo due giorni prima. Le proteste dei giovani dissidenti sembrano aver ripreso forza e vitalità dopo la violenta repressione subita a fine maggio (un attivista è morto a Safi a causa dei colpi inferti dai poliziotti) e le aggressioni perpetrate dai “supporters del re” (ribattezzati dalla piazza baltajia, “delinquenti”) durante la campagna elettorale.

La nuova costituzione vista da Khalid Gueddar



“Repubblica delle banane”
Il 1° luglio si è votata la proposta costituzionale voluta da Mohammed VI per arginare le contestazioni che dallo scorso febbraio animano il regno alawita. Allo sbocciare della “primavera marocchina”, il sovrano ha risposto con la nomina (9 marzo) di una commissione reale, incaricata della modifica della carta fondamentale. La commissione ha lavorato per tre mesi a porte chiuse, mentre alle formazioni politiche, ai sindacati ed alle associazioni (che hanno presentato i propri contributi alla riforma) è stato riservato un ruolo consultivo e non vincolante. Il nuovo testo, annunciato dal monarca il 17 giugno come una “svolta storica nel processo di consolidamento democratico e nell’affermazione dello Stato di diritto”, non sancisce tuttavia il passaggio ad una monarchia parlamentare né un’effettiva divisione dei poteri, lasciando l’intera architettura istituzionale sotto la tutela e il controllo del sovrano (che è anche vertice religioso).
In attesa che il voto dei marocchini all’estero venga ufficializzato, i risultati comunicati dal ministro dell’Interno Taib Cherkaoui segnalano una vittoria schiacciante del “sì” (oltre il 98%) ed una consistente affluenza alle urne (72%). Per il Movimento e le organizzazioni in suo sostegno*, che hanno chiamato al boicottaggio della consultazione, le cifre fornite dal ministero sarebbero state opportunamente riviste (come confermato in un’intervista al Financial Times dal segretario del PJD Benkirane, formazione islamica vicino al regime). “Sono numeri da repubblica delle banane, non certo degni di uno stato democratico. In ogni caso, disconosciamo la legittimità di un referendum che vincola ancora il Marocco alla logica delle concessioni di Palazzo e delle riforme sultanesche”, è il commento di Ghassan Wali, attivista del “20 febbraio” a Casablanca. Anche Aziz Masudi, membro dell’ong Transparency Maroc, si chiede da dove provengano i risultati annunciati dal ministro Cherkaoui, dal momento che “le urne sono rimaste praticamente vuote per tutto l’arco della giornata”. Un dubbio confermato dai pochi giornalisti che hanno avuto accesso alle zone di voto (in molti casi la polizia ha allontanato i corrispondenti stranieri giunti sul posto).
In effetti, sebbene il dato relativo alla partecipazione (72,65%) costituisca una leggera novità rispetto alle ultime consultazioni referendarie (riforme costituzionali del 1992, 97,4%, e del 1996, 82,9%), la percentuale del 98,5% a favore del nuovo testo, dal sapore sovietico-benaliano, appare poco plausibile. Anche alla luce delle irregolarità rilevate nei seggi, dove per i votanti non c’era nemmeno l’obbligo di firma delle liste elettorali. Il sito Mamsawtinch (“non voteremo”), creato dai militanti del movimento per monitorare la regolarità della consultazione, ha riportato alcune testimonianze che parlano esplicitamente di pressioni esercitate dalle autorità, mancanza delle schede per il no, sedi elettorali sprovviste di cabine a garantire un voto realmente segreto e sostituzione delle schede all’interno delle urne. “Ho presentato la tessera elettorale ed ho chiesto se era necessario verificare la mia identità. No. Trovato il mio nome sulla lista, è stato barrato con una croce. Dopo aver votato, ho chiesto se dovevo firmare. No. Sono amareggiato, in questo modo si può far votare chiunque, basta mettere una X sull’elenco!”, ha riferito Ali Bouabid, responsabile dell’USFP (Unione socialista delle forze popolari), tra i sostenitori della nuova costituzione.
Per assicurare la validità delle operazioni, Rabat ha fatto appello al Consiglio nazionale per i diritti umani (organo governativo di nomina reale), che ha dispiegato 136 “osservatori” in tutto il territorio (oltre 40 mila seggi in Marocco, più 520 nelle rappresentanze consolari all’estero, dove si è votato anche nei porti e nelle moschee, in aperta violazione del codice elettorale). Nessuna anomalia, invece, è stata registrata dal CNDH. Quanto alla composizione degli scrutatori, l’incombenza elettorale è stata affidata agli iscritti ai partiti (schierati in maniera pressoché unitaria per il “sì”) ed ai funzionari delle autorità locali, moqaddem-caid-shaykh (alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno), gli stessi che nei contesti rurali hanno partecipato alla “caccia al voto”, offrendo doni ad una popolazione in gran parte analfabeta o preoccupandosi personalmente di accompagnare intere famiglie alle urne.
Secondo le analisi tempestive di alcuni “esperti” nazionali, il dato emerso lo scorso 1° luglio è “inequivocabile” e segna la fine delle contestazioni. “20 febbraio the game is over ”, ha scritto lunedì il quotidiano L’opinion, spiegando che il Marocco ha rifiutato gli appelli dei destabilizzatori per seguire il re nella nuova era democratica. Tuttavia lo storico attivista Ali Fkir, responsabile dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) a Mohammedia, invita a leggere i risultati del referendum sotto una luce diversa. “Anche tenendo conto delle cifre ufficiali, ci troviamo ben lontani dall’acclamazione unanime della nuova Carta che qualcuno vorrebbe farci credere. Il 98,5% dei “sì” fa riferimento agli iscritti nelle liste elettorali – 13 milioni di persone – mentre i marocchini che hanno compiuto il 18° anno di età sono all’incirca 21 milioni. Questo significa che il 56% della popolazione non ha approvato la costituzione imposta dal makhzen (potere centrale, ndr) e dunque la lotta del Movimento 20 febbraio resta assolutamente legittima e necessaria”.
Anche l’Alleanza della sinistra democratica (CNI, PSU e PADS, tre formazioni rappresentate in parlamento che sostengono il movimento) ha rilanciato la sfida al regime, chiedendo l’annullamento della consultazione per la violazione della normativa elettorale. “Gli articoli 109 e 44 del codice, conformemente all’articolo 66 della costituzione in vigore, prevedono la pubblicazione di un decreto emesso dal Consiglio dei ministri che fissi la data del referendum e la durata della campagna elettorale”, ricorda in un comunicato Abderrahman Benameur, portavoce della coalizione. “Nella gazzetta ufficiale del 17 giugno il decreto non c’è, il consiglio non l’ha votato, di conseguenza la consultazione è illegale”, conclude la nota diffusa dall’Alleanza.

"Comprati con pochi dirham dal regime" è l'accusa lanciata dal 20 febbraio ai royalistes (Rabat, 30 giugno 2011)

Una campagna elettorale a senso unico
“Noi siamo marocchini veri e amiamo il nostro re. Non come loro, traditori pagati dal Polisario!”, spiegava Brahim, il 30 giugno scorso in piazza Bab El Had (Rabat). Brahim ha sedici anni e indossa una maglietta rossa con su scritto “sì alla nuova costituzione”. Lui il testo non l’ha letto e non può neanche votare, ma si è unito lo stesso agli altri “supporters” per bloccare la marcia del “20 febbraio” (poche centinaia in quell’occasione). Se sia stato pagato o semplicemente trasportato e “vestito” non si sa, un “adulto” se lo porta via prima che possa rispondere, intimando: “abbiamo di meglio da fare che perdere tempo con te”. Ed è vero. Le schiere dei royalistes si ingrossano con il passare dei minuti, arrivano autobus e camioncini carichi di donne, bambini e ritratti di Mohammed VI. Davanti, facce poco raccomandabili aumentano la pressione su un debole cordone di polizia che, dovendo difendere gli stessi manifestanti repressi fino a ieri a calci e manganelli, appare visibilmente frastornato. Gli attivisti del movimento, spinti fuori dalla piazza, decidono di rientrare alle proprie case. In quel momento scatta l’agguato di alcuni baltajia, che colpiscono il corteo in ritirata lasciando a terra una ragazza dolorante. Quando le forze dell’ordine se ne accorgono, gli aggressori hanno già preso il largo.
Così si è conclusa una campagna elettorale a senso unico, violenta non solo nei toni (le aggressioni ai membri del “20 febbraio” e dell’AMDH si contano a decine), dove la macchina di regime è riuscita astutamente a trasformare il referendum sulla proposta costituzionale in un sondaggio di gradimento della figura del sovrano. Del resto lo stesso Mohammed VI, durante il discorso alla nazione del 17 giugno, aveva impartito chiare consegne ad un popolo che fatica, specie le classi più umili ed emarginate, a scrollarsi di dosso lo status di “suddito” per acquisire quello di “cittadino”. “Voterò sì al progetto della nuova costituzione, adempiendo al mio dovere nazionale”, aveva dichiarato in quell’occasione il monarca, che ha chiuso il suo intervento con la citazione coranica “ecco la mia via, invito le genti di Allah a seguirla”, rinunciando così al ruolo di garante e arbitro imparziale attribuitogli dai suoi sostenitori.
Da allora, le strade e i quartieri delle città sono state tappezzate di striscioni inneggianti alla riforma del re, tutti i mezzi di trasporto (autobus, grand taxi, petit taxi e perfino il tram della capitale) hanno esposto la foto del sovrano affiancata dalla scritta naam (“sì”), mentre i tipografi si sono visti recapitare il divieto di stampare manifesti e cartelli del movimento, pena l'arresto. Per quindici giorni i quotidiani nazionali, oltre alle radio ed alle televisioni, hanno diffuso appelli ininterrotti ed entusiastici a sostegno del plebiscito referendario. Nessuno spazio o quasi è stato lasciato alle ragioni del dissenso. Né sui media – una circolare emessa dall’Alta Autorità per le Comunicazioni e l’Audiovisivo (HACA) ha proibito la diffusione di trasmissioni o messaggi di sostegno al boicottaggio, ritenendo responsabili in caso di violazione, gli stessi mezzi d’informazione – né per le strade, dove i baltajia hanno sostituito poliziotti e forces auxiliaires come deterrente alle contestazioni, a discapito della libertà di espressione tanto decantata dal ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo Khalid Naciri.

I "supporters del re" sfilano davanti al movimento con la bara del "20 febbraio" (Rabat, 30 giugno 2011)

Secondo il giurista Mohamed Larbi Ben Othmane, direttore dell’Ecole de Gouvernance et Economie di Rabat, le due settimane di tempo che hanno separato la presentazione del progetto dal voto referendario non sono state sufficienti per spiegare e far conoscere un testo “che nasconde molto più di quanto afferma, in apparenza innovatore invece garante dello status quo e dell’egemonia del Palazzo reale”. Tanto più che la quasi totalità dei partiti e delle organizzazioni sindacali (incluse le storiche formazioni di opposizione ora al governo, trasformate in orpello parlamentare e strumento di legittimazione del sistema) hanno avviato subito la campagna per un “sì” inappellabile, rifiutando un dibattito aperto e approfondito sulla nuova carta. I 70 milioni di dirham (circa 7 milioni di euro) incassati per l’occasione dalle forze politiche hanno di certo contribuito a rinsaldare la loro fedeltà al regime. “In queste condizioni, la sua approvazione era un dato già acquisito in partenza”, commentava a pochi giorni dal voto il professor Ben Othmane.
Ma la propaganda orchestrata dalle autorità non ha coinvolto solo gli scranni di governo o gli eletti all’assemblea nazionale. Ha varcato i confini del sacro (d’altronde il sovrano è Capo dei credenti e suprema guida religiosa) mettendo la fede al servizio della costituzione, facendo del referendum una vera e propria “crociata”. Domenica 26 giugno la confraternita sufi Boutchichiyya, di cui alcuni membri occupano posti di riguardo nelle alte sfere del regno (ad esempio il ministro degli Affari Islamici Ahmed Toufiq), ha radunato adepti e simpatizzanti a Casablanca per sostenere il “sì” alla consultazione. La tariqa, che è riuscita a promuovere la più imponente manifestazione pro-regime (circa 30 mila persone) di tutta la campagna elettorale, ha disconosciuto in questo modo la dimensione mistica e contemplativa propria del sufismo per vestire i panni della lobby politica. Un’ingerenza analoga a quella vissuta nelle moschee di tutto il paese venerdì 24 giugno, durante la preghiera collettiva, quando gli imam hanno letto un comunicato diffuso dal Ministero degli Habous e degli Affari Islamici (da cui sono stipendiati). “Votare sì è un dovere religioso e nazionale”, ribadiva il testo, facendo eco al discorso di Mohammed VI. Per chi si è rifiutato, è scattato il licenziamento.

“Comincia adesso”
A dispetto delle aspettative di corte, il Movimento 20 febbraio non ha perso tempo nel rispondere al plebiscito confezionato il 1° luglio. Quanti sostenevano che il referendum, chiara espressione della volontà popolare, avrebbe tolto forza e legittimità alle proteste di una minoranza facinorosa, hanno dovuto ricredersi in poche ore. Domenica 3 luglio migliaia di manifestanti hanno sfilato pacificamente in tutto il paese per denunciare la “farsa elettorale”. Mamfakinch, mamfakinch! (“non molleremo”) ha scandito la folla da Tangeri (oltre 30 mila) a Marrakech, da Oujda a El Jadida. Mentre a Safi e Casablanca i cortei sono stati attaccati dai “supporters del re”, armati di pietre e coltelli, nonostante la presenza delle forze dell’ordine (una decina i feriti accertati).

Il corteo del "20 febbraio" percorre boulevard Mohammed V (Rabat, 3 luglio 2011)

Nella capitale circa 5 mila attivisti hanno marciato lungo boulevard Mohammed V, arteria di riferimento della Rabat coloniale. Karama, hurria, la makhzen la ra’ia (“Dignità, libertà, non più sudditi del makhzen”), le parole d’ordine. Ad attenderli di fronte al parlamento l’inevitabile drappello di royalistes, che ha bruciato le bandiere e gli striscioni del “20 febbraio”, cercando di far montare la tensione. Sotto gli occhi della stampa straniera, accorsa in massa per seguire da vicino la consultazione, un cordone di polizia ha allontanato i provocatori – poco numerosi ma ben equipaggiati – evitando che la situazione degenerasse in nuovi episodi di violenza. Fatto curioso i baltajia, dopo aver tentato di monopolizzare le piazze durante tutta la campagna elettorale, non sono scesi in strada la sera del 1° luglio per festeggiare lo score delle urne. Nessuna celebrazione di piazza e nessuna parata è stata organizzata dai fedeli sostenitori del sovrano, come sarebbe lecito aspettarsi da un regime ancora in salute.

I royalistes bruciano le bandiere del "20 febbraio" di fronte al parlamento (3 luglio 2011)

“Non ci fermeremo fino a quando le nostre rivendicazioni non saranno soddisfatte. Vogliamo un vero cambiamento, non riforme di facciata o promesse democratiche che ci vengono propinate nei momenti di crisi da vent’anni a questa parte”, ha dichiarato l’economista Fouad Abdelmoumni, simpatizzante del movimento e membro della Coalition pour une monarchie parlementaire maintenant**. “Il primo passo sarà la creazione un’assemblea costituente eletta dai cittadini, da cui uscirà un nuovo contratto sociale. Chi detiene il potere, qualunque esso sia, deve rispondere direttamente delle proprie azioni, non può rimanere al di sopra della legge”.
I giovani dissidenti, promotori di una contestazione senza eguali nella storia del paese, non sono disposti a cedere alle manovre di Palazzo. Per la prima volta dal raggiungimento dell’indipendenza sono riusciti a compattare le principali forze sociali e politiche di opposizione (amazigh, islamica e di sinistra) sotto un unico denominatore: l’edificazione di uno Stato democratico, la lotta contro l’autoritarismo monarchico e la corruzione degli apparati di governo. La reazione del regime, che si iscrive in una logica di continuità e non rappresenta una rottura con le pratiche autocratiche del passato, non è sembrata in grado di disinnescare questo ordigno ad alto potenziale. “La battaglia vera comincia adesso”, hanno gridato i manifestanti domenica scorsa, mentre nuove mobilitazioni sono già in programma per il prossimo fine settimana. Resta da vedere se le autorità, una volta spenti i riflettori internazionali sul regno maghrebino, si limiteranno ad osservare la libera espressione del dissenso o se riprenderanno la strategia repressiva già sperimentata a fine maggio. Nella seconda ipotesi, l’ordigno potrebbe esplodere molto più velocemente.


* Organizzazioni per la difesa dei diritti umani, alcuni partiti di sinistra (PSU, PADS, CNI, Annahj Addimocrati), la Confederazione democratica del lavoro, l’associazione islamica Giustizia e Carità e parte del movimento amazigh.
** Formata da quattro partiti di sinistra (PSU, PADS, CNI, Annahj Addimocrati) e dalla Confederazione democratica del lavoro (CDT).

1 commento:

Calogero Mira ha detto...

Ancora proteste? :-(

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