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giovedì 29 dicembre 2011

Rivolte di villaggio: l'altra faccia della protesta marocchina

Sotto i terreni della regione di Imiter si trova uno dei più consistenti giacimenti d'argento di tutta l'Africa, ma in superficie regna la miseria in tutto il suo splendore. Reportage del giornalista marocchino Omar Radi dalle pendici dell'Alto Atlante, dove gli abitanti hanno detto "basta" alla depredazione delle risorse locali.



La "primavera marocchina" non è solo il Movimento 20 febbraio, che da dieci mesi a questa parte manifesta regolarmente in tutte le principali città del paese. La protesta contro il regime, il governo centrale come le autorità locali, l'esplosione della rabbia contro gli abusi della polizia e la marginalizzazione economica e sociale, passano anche e soprattutto attraverso le "rivolte di villaggio", che infiammano con sempre più frequenza il "Marocco profondo" (o "Marocco inutile") dal Rif al Sahara.
Il fenomeno non costituisce una novità nel regno alawita, abituato ben prima dell'esempio di Sidi Bouzid e Kasserine a vivere tumulti e sollevamenti locali, come per esempio quelli di Sidi Ifni (2008), Taghjijt (2009) e Jerada (2009). Tuttavia, se fino allo scoppio della rivoluzione tunisina le autorità di Rabat non esitavano a reprimere le ribellioni - lontane dai riflettori nazionali e internazionali - con la violenza, negli ultimi mesi la risposta del regime sembra aver adottato una strategia sostanzialmente attendista, timoroso che la scintilla possa divampare in un focolaio ben più vasto. Come dimostra l'esempio di seguito proposto.
Il reportage da Imiter del giornalista Omar Radi è stato pubblicato dal settimanale marocchino Tel Quel (n. 498) alla fine del novembre scorso. Un mese dopo, la situazione sulle pendici dell'Alto Atlante è rimasta immutata.


VIAGGIO TRA I RIBELLI DI IMITER

Circa 200 km a nord-est di Ouarzazate, sulla rotta verso Tinghir, la strada e l'ambiente circostante assumono una lenta sfumatura grigia e le montagne si tingono di nero all'approssimarsi del villaggio di Imiter. Il colore dei pendii tradisce la presenza di giacimenti d'argento, nascosti nelle viscere delle alture. Nel villaggio principale del comune di Imiter sembra che il tempo abbia deciso di fermarsi: non ci sono edicole, niente giornali, nessun accesso a internet né stabilimenti di istruzione secondaria. Nemmeno la campagna elettorale [per le elezioni legislative del 25 novembre, ndt] sembra aver trovato la strada per arrivare fin quassù. Nessun manifesto incollato ai muri e non un solo candidato che si lanci nel classico porta a porta per sedurre gli elettori. "Delle elezioni ce ne freghiamo. Non sarà questa messa in scena che potrà cambiare il nostro quotidiano", spiega Brahim, un disoccupato della borgata.
Gli abitanti di Imiter sono in rivolta. Gli ottomila dannati della regione manifestano quotidianamente ormai da cinque mesi. Con la loro azione vogliono denunciare lo stato di povertà e di indigenza in cui si ritrovano a vivere, ma soprattutto lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali della regione, senza che nulla venga in cambio alla popolazione locale. I loro mali li riassumono in una sola parola: l'ONA, la holding reale (divenuta SNI nel 2010) che detiene il permesso di sfruttamento della miniera d'argento, una delle più importanti di tutta l'Africa, attraverso la sua filiale locale, la Société minière d'Imiter (SMI).

La marcia della sete
Tutto comincia all'inizio delle vacanze estive. Gli studenti del villaggio, di ritorno dalle università di Errachidia, Marrakech e Agadir, chiedono come ogni anno un lavoro stagionale nella miniera. E come ogni anno, la SMI ne assume una quindicina. Ma questa volta, gli esclusi non esitano a manifestare la loro rabbia e il loro disappunto. "Come è possibile che una società che incassa centinaia di milioni di dirhams estraendo minerali dalle nostre terre pretenda di non avere i mezzi per assicurarci un lavoro, nemmeno stagionale?", si domanda il giovane disoccupato.
Ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva qualche settimana dopo, quando gli abitanti della zona vedono diminuire la distribuzione dell'acqua potabile, fino alla completa interruzione. "A poche settimane dal ramadan, l'acqua del rubinetto scorreva appena trenta minuti al giorno", racconta Brahim.
Da questo episodio prende forma un vasto movimento di protesta sociale e di disobbedienza civile, il cui eco non tarderà a raggiungere le grandi metropoli della costa atlantica. All'inizio sono gli studenti e i disoccupati della cittadina che guidano la contestazione, ma alle loro fila si aggiungono presto altri abitanti ormai stufi dell'insostenibilità della loro condizione. Insieme decidono di effettuare giornalmente una "marcia della sete" dal centro del villaggio fino all'ingresso della miniera. Pertanto, nessun interlocutore della società di sfruttamento si degna di riceverli o di ascoltare le loro rivendicazioni. Così, i "ribelli" di Imiter decidono di radicalizzare la loro azione di protesta e tagliano la fornitura idrica alla miniera. "Ci rubano tutta l'acqua e nessuno è disposto a renderci giustizia. Così abbiamo preso l'iniziativa, decisi a rispondere colpo su colpo!", spiega lo studente Omar Moujani.
Durante il mese di agosto, in pieno ramadan, più di mille persone si accampano in cima al monte Alebban - 1400 m di altitudine - a fianco al più grande château d'eau della miniera. Da allora sono passati quattro mesi e il sit-in va avanti. I "guardiani" della sorgente non intendono abbandonare la vetta, né la loro battaglia.

La sorgente della rabbia
Secondo gli abitanti, le risorse idriche della regione si sono ridotte drasticamente nell'ultimo decennio, da quando nel 2004 la SMI ha scavato un nuovo pozzo nell'altopiano, perforando fino a 40 m di profondità. Il pozzo è diventato un elemento vitale per la cava d'argento, mentre gli agricoltori della zona sono rimasti senz'acqua ed hanno visto le loro coltivazioni estinguersi precipitosamente.
"Da quando ci siamo ripresi la fonte, il villaggio non ha più avuto problemi di fornitura d'acqua", spiega ancora Moujani. Da parte sua la SMI nega l'esistenza di qualsiasi legame tra la perforazione e i problemi di approvvigionamento idrico ai villaggi circostanti. "Ci sono tre diversi khettarat (sistemi di irrigazione) nella regione e i nostri studi confermano che questi impianti sono indipendenti dalla nostra attività estrattiva", precisa Youssef El Hajam, direttore generale della società, che aggiunge: "per quel che ci riguarda, abbiamo tute le autorizzazioni necessarie fin dal 2004, autorizzazioni che sono state rinnovate dalle autorità nel 2009".
Difficile immaginare il contrario, del resto, dal momento che l'impresa appartiene al sovrano, "supremo rappresentante della nazione" (art. 42 della costituzione). Per il direttore El Hajam, i problemi idrici dipenderebbero esclusivamente dalla pluviometria: "negli ultimi anni le precipitazioni sull'altopiano sono state scarse, è normale che tutta la zona ne soffra". Non è normale, invece, che le poche risorse idriche rimaste vengano impiegate per l'arricchimento privato invece di essere destinate alla sussistenza della popolazione locale.

La lotta continua
A qualche settimana dalla rivolta, la società per lo sfruttamento minerario ha avviato delle trattative con i "ribelli", ma i negoziati si sono ben presto arenati. "La SMI ha proposto dei finanziamenti per risolvere piccoli problemi contingenti, ma non ha mai messo sul tavolo una soluzione globale per risollevare Imiter dalla marginalizzazione", riferisce Brahim, che incalza: "la società sfrutta le ricchezze che si trovano sotto le nostre terre, di conseguenza è un suo dovere e una sua priorità partecipare allo sviluppo della regione. E' inammissibile che, nonostante l'aumento delle sue cifre d'affari, continui ad ignorare le nostre rivendicazioni, certo non impossibili da soddisfare".
Oltre ai posti di lavoro e al ripristino della fornitura d'acqua, gli abitanti di Imiter reclamano un maggior investimento nelle infrastrutture primarie e nei servizi pubblici, praticamente assenti. "La scuola superiore più vicina è a 30 km da qui, per l'ospedale servono almeno 2 ore di macchina - per chi ce l'ha - e la piccola infermeria del villaggio è aperta dal lunedì al giovedì fino alle 15, senza contare che tra le medicine a disposizione non c'è nemmeno il paracetamolo", denuncia il giovane disoccupato.
Dopo aver occupato il palazzo del municipio - "che non serve a niente" - gli studenti della piccola cittadina hanno minacciato di disertare le scuole e di "passare l'anno in bianco", se la situazione non cambierà. "Abbiamo deciso all'unanimità che per quest'anno nessun ragazzo della zona si recherà più né a scuola né all'università", spiega Omar Moujani.
I toni dello scontro stanno crescendo e i "ribelli" di Imiter sono determinati a proseguire la loro battaglia fino alla fine. Una determinazione che non sembra scalfita né dalle dure condizioni climatiche dell'altopiano né dalle intimidazioni delle forze dell'ordine, che procedono - sommariamente - ad arresti occasionali. "Resteremo nell'accampamento tutto l'inverno, se necessario. Le nostre rivendicazioni rimangono le stesse e la nostra lotta continuerà ad essere pacifica", conclude Brahim. Fino a quando?

SCHEDA: La democrazia amazigh
"Gli orfani di Massinissa", come amano definirsi i ragazzi della regione, conservano un legame molto forte con il territorio di appartenenza e le sue ricchezze naturali. Questo attaccamento è in grado di conferirgli un coraggio e una forza che né la repressione né le avversità climatiche sembrano in grado di intaccare. Discendenti della tribù degli Ait Atta - che come gli Ait Baamrane della costa atlantica meridionale ha costituito un bastione della resistenza al colonialismo - gli abitanti di Imiter non hanno un leader o un consiglio di "saggi" che prende le decisioni. Tutti vi contribuiscono - adolescenti, adulti e anziani - riuniti in assemblea, secondo una forma di democrazia diretta da sempre applicata all'interno delle tribù amazighes.