lunedì 25 aprile 2011

Marocco: “una rivoluzione urgente e legittima”


Manifestazione a Casablanca, 24 aprile 2011 (foto Othman Essakalli)

A tre mesi dalla prima grande mobilitazione, il Movimento 20 febbraio torna a riempire le piazze del regno alawita al grido “dignità e libertà, democrazia subito”. Domenica 24 aprile, in oltre cento città del paese, migliaia di persone sono scese in strada, rispondendo all’appello dei giovani dissidenti e delle organizzazioni che li sostengono (oltre ottanta, riunite nel Consiglio nazionale di appoggio al movimento). Secondo i primi dati a disposizione, in 30 mila hanno sfilato a Casablanca, Rabat e Tangeri, mentre una forte affluenza è stata registrata in tutti i centri del Rif (da Al Hoceima a Oujda), nel sud-est (Errachidia) e nel Suss (Agadir), oltre a Fes, Meknes e Marrakech. Ad infoltire le fila del corteo, nella capitale, si è aggiunta per la prima volta (in modo ufficiale) l’Associazione nazionale dei laureati-disoccupati, che ha accompagnato la marcia del “20 febbraio” fino al quartiere popolare Yakoub El Mansour (all’iniziativa ha partecipato anche lo scrittore Abdellatif Laabi, uno dei padri della letteratura marocchina). A Khenifra (Medio Atlante), invece, sono stati i pensionati delle Forces auxiliares (forze di sicurezza alle dipendenze del Ministero dell’Interno) ad organizzare la protesta assieme alle loro famiglie: “siamo costretti a sopravvivere con una pensione di 300 dirhams (meno di 30 euro) al mese, quanto guadagna invece Laanigri (vertice del corpo di polizia, ndr)?”.

Manifestazione a Tangeri, 24 aprile 2011

“Via El Himma (amico ed ex consigliere di Mohammed VI, imprenditore e capo del primo partito presente in parlamento)”, “Majidi (uomo d’affari e consigliere speciale di Mohammed VI) vattene”, “Via Benslimane (da decenni a capo della Gendarmerie royale)”, “Mannouni (presidente della commissione reale incaricata della modifica della costituzione) vattene”, “Ona-Sni (la holding del sovrano, presente in tutti i settori dell’economia e della finanza) deve essere nazionalizzata”. Questi, in sintesi, i manifesti e gli striscioni esposti ieri da Tetouan a Laayoune. La rottura con l’assolutismo, la messa al bando della polizia politica (DST) e il passaggio ad una monarchia parlamentare, oltre alla fine dell’affarismo monarchico e del saccheggio delle ricchezze nazionali operato dall’élite di Palazzo, restano le principali rivendicazioni di un Movimento che dal 20 febbraio scorso ha visto crescere la sua forza, continuando (domenica dopo domenica) a tenere sotto pressione un regime ormai anacronistico. A nulla è valso l’intervento diretto di Mohammed VI per indebolire la portata di una contestazione che ha saputo riunire l’insieme delle forze democratiche e progressiste marocchine. Né la revisione della costituzione “in senso democratico” annunciata il 9 marzo, né la grazia concessa il 14 aprile ai detenuti politici sono bastate a calmare la piazza, che continua a chiedere un “cambiamento vero e profondo, non l’ennesimo ritocco di facciata”.

Manifestazione a Rabat, 24 aprile 2011

Il Movimento 20 febbraio ha rifiutato ufficialmente l’invito della commissione Mannouni ad apportare il proprio contributo ai lavori per la riforma della costituzione, “una commissione priva di legittimità e con un ristretto margine di manovra, il cui obiettivo è conservare lo stato attuale delle cose dietro a concessioni minime”, ricorda Abadila, uno dei coordinatori del movimento nella capitale. “La proposta reale non parla di revisione del sistema di potere assoluto, né della pratica del nepotismo economico. (…) Vuole conservare la centralità del sovrano in tutti gli ambiti di potere e la sacralità della sua persona”, ha scritto l’attivista nell’articolo “La freschezza dell’avvenire di fronte agli ingranaggi obsoleti del passato” (pubblicato dal giornale on-line Lakome). “I membri attivi del Movimento 20 febbraio rifiutano di essere associati ad un progetto di cui non hanno contribuito né alla visione, né al concepimento delle linee guida, e ancora meno alla scelta degli obiettivi da raggiungere. (…) Riformare un sistema profondamente deficitario con la preoccupazione di preservarlo è un grave errore. Il rischio di rigenerare uno statu quo ante servendosi di forze retrograde sarà sempre presente. E’ quello che ha vissuto il Marocco con il nuovo regno (dopo l’ascesa al trono di Mohammed VI nel 1999): Temara al posto di Tazmamart (bagno penale clandestino simbolo degli “anni di piombo” di Hassan II), El Himma al posto di Basri (ministro dell’Interno sotto Hassan II), la SNI al posto dell’ONA (vecchia e nuova holding reale), Majidi al posto di molti altri e, purtroppo, l’intera classe politica attuale che, obbediente e sempre pronta ad allinearsi alle proposte della casa reale, si è sostituita ai partiti di amministrazione dell’epoca di Hassan II”, continua Abadila che alla fine del suo intervento sembra voler lanciare un monito al regime e alle forze conservatrici che ancora lo sostengono. “Il Movimento 20 febbraio resterà con la gente nelle strade e continuerà a farsi sentire nei media che gli danno spazio; andremo nei villaggi, nei mercati, nei quartieri popolari, nelle università e nelle fabbriche! Non ci stancheremo di ripetere che il cambiamento è necessario per andare verso la libertà, la dignità e la giustizia sociale. Ma non siederemo alle tavole dei commessi del potere supremo. Noi siamo i tessitori del futuro, mentre loro vogliono rimanere gli scribi del passato”.
Il prossimo appuntamento lanciato dal Movimento è per domenica prossima, 1° maggio, da sempre giornata di contestazione nei territori del regno alawita.

Manifestazione a Casablanca, 3 aprile 2011.

Di seguito un articolo firmato da una ventina di noti esponenti della società civile marocchina (tra cui l’economista Fouad Abdelmoumni e l’avvocato Abderrahim Berrada), pubblicato dal quotidiano francese Liberation il 22 aprile e ripreso dai siti di informazione indipendente Lakome e Mamfakinch.

Una rivoluzione urgente e legittima

Il sollevamento tunisino e quello egiziano, oltre ai numerosi altri tentativi in corso nello spazio arabo e mediterraneo, hanno sbaragliato regimi caratterizzati dalla corruzione e da una gestione tirannica del potere, oltre che da politiche economiche, sociali e di sicurezza che hanno assoggettato popoli privati dei diritti elementari dell’essere cittadino, in primis la libertà e la democrazia. Il bilancio politico e sociale di questi paesi negli ultimi cinquanta anni è crudele: povertà, disoccupazione, analfabetismo, corruzione, discriminazione di genere, repressione, emigrazione, regressione culturale, diffusione dell’integralismo, dipendenza economica e politica, bavaglio ai media, detenzioni arbitrarie, torture, scomparsa degli oppositori…
Sebbene sia doveroso fare delle distinzioni a seconda delle specificità di ogni paese, la constatazione è sempre la stessa: ci troviamo di fronte alla disfatta cocente dei regimi post-indipendenza. Generazioni intere ne hanno fatto le spese, ma oggi i giovani gridano con determinazione “basta così!” e rivendicano il riconoscimento pieno del loro status di cittadini, il loro diritto inalienabile alla dignità, alla libertà, all’uguaglianza, alla giustizia e alla democrazia.
In Marocco, il regno di Mohammed VI aveva apportato almeno agli inizi qualche barlume di speranza: la cacciata di Driss Basri (tra i principali responsabili della feroce repressione degli “anni di piombo”, ndt); la liberazione dei detenuti politici e il ritorno in patria di Abraham Serfaty (leader del movimento marxista Ilal Amam negli anni settanta, fervido oppositore del regime di Hassan II, prima incarcerato e poi esiliato durante gli anni ’90, ndt); una politica volontaristica in termini di infrastrutture per promuovere lo sviluppo del paese; la riforma del Codice di famiglia che ha portato ad un avanzamento sul piano dei diritti della condizione della donna. Ma, in assenza di cambiamenti profondi in un sistema dove il makhzen (apparato capillare di controllo monarchico, ndt) continua a farla da padrone, tali riforme non sono riuscite ad intaccare le fondamenta assolutiste del regime, che ha ben presto abbandonato la strada dell’apertura. Così sono ricominciati gli arresti e le torture, la stampa indipendente è scomparsa, mentre i giornalisti si sono visti condannare a pene detentive o al pagamento di multe colossali; infine, l’affarismo e l’arricchimento dell’entourage di Palazzo è ripreso a ritmo incessante e con sorprendente voracità. Il messaggio è chiaro: la ricreazione è finita!
Ecco perché, sulla scia di questa “primavera araba”, in Marocco è fiorito il Movimento 20 febbraio, promosso da giovani coraggiosi e pacifici, determinati a conquistare i diritti e le libertà troppo a lungo promessi ma ancora assenti. Il Movimento ha rapidamente radunato attorno a lui le forze progressiste presenti in seno alla società marocchina: le associazioni della società civile (per i diritti umani, altermondialiste e quelle amazigh, ndt), i piccoli partiti di sinistra (extraparlamentare, ndt), organizzazioni femministe e islamiste, tutte allineate al Movimento ed alle sue rivendicazioni. Una forza vigile, vigorosa, compatta e determinata è in marcia. Una forza accorta a non lasciarsi recuperare né dai partiti né dagli islamisti né dalle associazioni che hanno sposato la sua causa. Una forza ben lontana dall’esaurirsi. Al contrario, il Movimento si intensifica di giorno in giorno. Le manifestazioni e i sit-in dello scorso 20 febbraio, come quelle che da allora si susseguono ogni domenica, non sono state che un avvertimento se paragonate all’affluenza delle mobilitazioni del 20 marzo e al seguito che avranno i prossimi appuntamenti in programma (domenica 24 aprile e domenica 1° maggio).
Le promesse di riforma annunciate dal sovrano durante il discorso del 9 marzo hanno aperto una fessura che tuttavia non è riuscita a frenare il Movimento. In effetti, le promesse di una revisione globale della costituzione sono state svuotate di senso dallo stesso Mannouni, presidente – su nomina reale – della commissione incaricata di rivedere il testo, il quale ha assicurato che “solo delle modifiche di forma e limitate saranno apportate alla costituzione”. Una commissione i cui membri, nominati tutti dal monarca, fanno parte già da tempo degli ingranaggi del regime (salvo rare eccezioni). Inoltre, il discorso del 9 marzo non ha risposto alla rivendicazione principale, che vuole il passaggio immediato ad una monarchia parlamentare dove il sovrano regna ma non governa. Non ha affrontato la questione della separazione dei poteri, politico e religioso nel caso specifico, che implicherebbe la fine della Commanderie des croyants, chiave di volta di una monarchia assoluta e di diritto divino come quella costruita ad arte dagli Alawiti. Al contrario, Mohammed VI nel suo discorso ha confermato “la sacralità delle nostre costanti” e dei punti di riferimento “immutabili”. Infine non ha fatto menzione del monopolio del potere politico sugli affari economici, causa della depredazione da parte delle elite del patrimonio nazionale.
La rivoluzione che oggi è in marcia, e la cui rivendicazione centrale resta l’instaurazione di una monarchia parlamentare, si scaglia contro un sistema assoluto e pericoloso. La violenta repressione messa in atto lo scorso 13 marzo, e quelle dei giorni seguenti, hanno dimostrato che la coercizione brutale non farà che aumentare la collera ed il vigore della protesta, con il rischio di sfociare in un confronto aperto fuori dal controllo delle forze in gioco. Il bagno di sangue libico è lì per ricordarci il cammino da non intraprendere.
Per questo è nostra intenzione denunciare tutte le forze conservatrici che cercano di seminare la paura e il caos tra la popolazione. Vogliamo rassicurare coloro che si preoccupano per l’avanzata dell’onda libertaria, ricordando che il Movimento sta aprendo al paese prospettive uniche di rinnovamento e di progresso. Il Marocco ha bisogno di una rottura con il regime che gli è stato imposto, non di un ritocco costituzionale concesso dall’alto. Questa rivoluzione vuole raggiungere il suo obiettivo. Senza violenza ma in tempi ragionevoli. Ostacolarla, significherebbe esporre il paese a tutte le derive possibili. In tali circostanze storiche le direzioni dell’USFP e del PPS (Unione socialista delle forze popolari e Partito del progresso e del socialismo, formazioni di sinistra al governo che negli ultimi quindici anni hanno assunto toni sempre più conservatori, ndt), pur logorate da anni di servilismo, dovrebbero approfittare delle mobilitazioni ed appoggiarle, avviando la loro rivoluzione interna, per evitare il distacco definitivo dalla gioventù marocchina e dalle loro stesse basi. La rivoluzione in corso può ancora essere collettiva. Il tempo della sudditanza è ormai finito ed è cominciato quello della democrazia e della dignità.


domenica 24 aprile 2011

I cedri del Marocco: lo sfruttamento abusivo di una risorsa collettiva

Prendendo spunto dall’articolo di Omar Brouksy ("I cedri dell’Atlante minacciati"), pubblicato nei giorni scorsi dal giornale on-line Lakome, (r)umori dal Mediterraneo ritorna sullo sfruttamento abusivo delle foreste di cedri del Medio Atlante e ripropone due reportage ("La guerra dei cedri" e "Il tesoro rubato dell’Atlante") già apparsi sulle pagine di questo blog nei mesi scorsi. La depredazione dell’unica ricchezza presente nelle alture di una regione povera e marginalizzata, senza che nulla dei proventi di un commercio legale e non (a seconda di chi si incarica della vendita degli arbusti, le autorità locali o le reti mafiose) sia reinvestito in loco, è solo un esempio delle accuse mosse al regime di Rabat dal movimento amazigh (la regione del Medio Atlante è in gran parte berberofona) e più in generale dal Movimento 20 febbraio, che nelle ultime settimane si sta scagliando con veemenza crescente contro una gestione corrotta e torbida delle risorse del paese.

Alcuni cedri nei dintorni di Anfgou (Medio Atlante)

I cedri dell’Atlante minacciati

Articolo del giornalista marocchino Omar Brouksy (AFP) pubblicato dal sito di informazione indipendente Lakome il 21 aprile 2011.

L’abbattimento clandestino minaccia i maestosi cedri dell’Atlante, tanto stimati dagli ebanisti, rischiando così di perturbare l’equilibrio ecologico di una regione in cui è racchiusa la principale riserva di acqua del Marocco. Queste conifere, la cui essenza possiede, tra le altre cose, la capacità di allontanare gli insetti, costituiscono una delle maggiori ricchezze naturali del regno (all’incirca 134 mila ettari).
Nella foresta di Ajdir, nel cuore del Medio Atlante, gli imponenti arbusti di cedro che un tempo ricoprivano le montagne “si contano ormai sulle dita di una mano”, constatano in tono rancoroso gli abitanti, in gran parte berberofoni. “Ogni anno migliaia di alberi, compresi tronchi secolari, vengono abbattuti illegalmente con la complicità di alcune guardie forestali”, ha dichiarato all’AFP (Agence France Presse) Aziz Akkaoui, attivista all’AMDH (l’Associazione marocchina per i diritti umani). Dei 134 mila ettari di cedri presenti in Marocco, la maggioranza si trovano nei pendii del Medio Atlante. Il traffico clandestino di questo legno pregiato, tuttavia, minaccia la sopravvivenza delle conifere, utilizzate per fabbricare ogni sorta di mobilio, segno di opulenza nelle grandi dimore marocchine.
Ad una decina di metri dal posto di guardia degli agenti forestali, di fronte ad un lago costeggiato dalla boscaglia, giace a terra un tronco di cedro abbattuto di recente. “Questo albero è stato tagliato con una sega e il rumore prodotto dall’operazione può essere inteso facilmente dagli uomini della forestale”, osserva Akkaoui, sottintendendo la complicità di quest’ultimi. “Ci sono i bracconieri che tagliano i cedri illegalmente, i falegnami che comprano il legno, alcuni agenti corrotti della Delegazione delle acque e delle foreste che chiudono un occhio, altri agenti del Ministero della Giustizia ugualmente corrotti. Quindi si può parlare di una mafia del cedro strutturata e ben organizzata”.
Nei piccoli villaggi dell’Atlante, alcuni abitanti riconoscono di aver preso parte all’abbattimento illegale, per poter sopravvivere in una regione montagnosa priva di altre risorse o di attività economiche. Un cedro impiega circa trent’anni per arrivare all’età adulta e da quel momento può garantire a colui che lo taglia clandestinamente fino ad 800 euro. Se invece viene venduto legalmente (seguendo le tempistiche e le zone per il taglio che teoricamente dovrebbero essere imposte dagli stessi agenti forestali che si lasciano corrompere, ndt) una parte del ricavato va a beneficio del comune che ha il controllo sul territorio dove è impiantata la foresta. “Abbattiamo gli alberi perché non ci resta altra scelta. Non c’è niente qui che ci possa garantire una vita dignitosa. Per tagliare un arbusto, in ogni caso, siamo costretti a lasciare mazzette alle guardie, tra i duemila e i tremila dirhams (190-280 euro)”, confida un abitante del posto.
Ogni anno, i comuni delle regioni in cui si trovano i boschi di cedro hanno la facoltà di organizzare degli abbattimenti (circoscritti, ndt) legali e di mettere all’asta il prodotto. Un’operazione che assicura ad ogni municipalità all’incirca un milione di euro. Ma gli abitanti, infuriati, affermano di non beneficiare di una tale ricchezza (come invece vorrebbe la legge, che impone di reinvestire sul territorio il 75% dei proventi, ndt). “Guardatevi attorno, non c’è nulla. Qui si vive nella miseria. Dove vanno a finire i soldi che il comune incamera dopo la vendita legale dei cedri?”, insorge Ahmed, amazigh fiero che non parla una sola parola di arabo. “Non c’è lavoro, non ci sono scuole e di ospedali neanche a parlarne. Noi chiediamo un impiego, dei piccoli investimenti locali che possano aiutarci a migliorare la nostra condizione”.
I responsabili della Delegazione delle acque e delle foreste respingono, dal canto loro, le denunce degli abitanti. “Quando riusciamo a prenderne qualcuno, scatta subito l’accusa verso le guardie forestali. Ma nessun bracconiere ha mai fornito le prove per dimostrare la corruzione degli agenti”, ha dichiarato all’AFP Mohamed Chedid, del Centro per lo Sviluppo e la Protezione delle risorse forestali. Secondo l’universitario Abdeslam Ouhejjou, “l’abbattimento incontrollato dei cedri sta incentivando l’erosione e la desertificazione, una conseguenza che presto minaccerà l’equilibrio ecologico dell’intera regione”. “Le foreste del Medio Atlante costituiscono la principale riserva di acqua del Marocco e ogni disequilibrio avrà delle ripercussioni su scala nazionale”, è il monito lanciato dal ricercatore.


La guerra dei cedri

Reportage della giornalista francese Zoé Deback pubblicato da Tel Quel, n. 417, 27 marzo – 2 aprile 2010 (titolo originale: “Les résistants de la cedraie”).

Un’ora e mezza di viaggio separa Khenifra da Tikajouine, alias Ait Hnini secondo l’amministrazione marocchina. La strada, che si snoda lungo un percorso di circa sessanta chilometri, è stata rifatta di recente, ma l’asfalto ancora nuovo ha ceduto alle piogge e agli smottamenti del terreno. Entrando nel villaggio, nonostante la nebbia e il nevischio trasportato dal vento, si riesce ad intravedere la foresta d’Idikel, sulle pendici del monte Toujjit, distante un’ora di cammino. Quattromila ettari di cedri per quattromila abitanti. Malgrado questa ricchezza, la località ha un aspetto desolante. Dopo le precipitazioni violente della notte le vie sono immerse dal fango e per gli abitanti è impossibile mettere il naso fuori di casa senza indossare gli stivali di gomma.
La mattinata è glaciale. Alcuni bambini, in ritardo, affrettano il passo verso la scuola con dei vistosi ceppi sottobraccio. Spetta alle famiglie degli alunni provvedere al riscaldamento dell’edificio, un prefabbricato situato ai margini del paese. A causa del disboscamento, tuttavia, la legna da ardere è diventata un bene di lusso sempre più raro.

“Ecologisti” contro “bracconieri”
La bella abitazione rifinita in calce di Said Ait Aziz, costruita sul fianco della collina, si distingue nettamente dalle altre case del villaggio. Il proprietario, un contadino di quarantasette anni, è considerato il nemico numero uno della “mafia del cedro”. Una guerra silenziosa, da qualche anno, sta dilaniando Tikajouine, dove gli “ecologisti” cercano di arrestare l’emorragia di legname causata dai “bracconieri”. L’ultimo colpo di cannone solo due settimane fa: Aziz è stato citato in giudizio “per aver attaccato la sacralità del re”. Ma ci vuole ben altro per convincerlo a desistere. Con il viso solcato dal tempo e arrossato dal calore della stufa, Aziz ripercorre la storia, in tamazigh (lingua berbera, ndt), della sua lotta per fermare la distruzione della foresta. “Mi sono sempre opposto all’abbattimento selvaggio dei cedri – spiega – poiché tale ricchezza se ne va altrove, senza alcuna ricaduta sullo sviluppo del villaggio”. Nel 2004 cerca di avvertire il caid della dimensione preoccupante assunta dal traffico clandestino di cui è testimone. Invano. Un anno dopo decide di aderire all’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH), nella speranza di dar forza al suo discorso. L’AMDH inizia ad occuparsi del problema e organizza azioni di protesta sul territorio, oltre a sostenere Aziz nella denuncia depositata al tribunale di Khenifra. Il resoconto presentato è preciso e dettagliato. Nel corso degli anni ha imparato a conoscere tutti i mezzi impiegati dai cervelli che gestiscono il commercio illegale dei cedri.
Nel 2007 la “mafia” propone del denaro ad Ait Aziz in cambio del suo silenzio. Dopo aver declinato l’offerta, sfugge ad un tentativo di incendio. Poi viene aggredito nel bosco. Ad ogni violenza subita risponde con una querela. Il vecchio contadino è ormai abituato a vedere i finestrini della sua auto regolarmente frantumati. Ma nella sua battaglia non è più solo. Alcuni insegnanti della zona, nel 2005, hanno creato l’Associazione Idikel per la protezione dell’ambiente e della foresta. “Un terzo degli abitanti del villaggio ci detesta”, afferma divertito Mouloud Ben Mouloud, uno dei fondatori. Un terzo del villaggio significa, per caso, tutti coloro che traggono profitto dall’abbattimento selvaggio dei cedri? Un impiegato della Delegazione delle acque e delle foreste improvvisa una stima del fenomeno: “I delinquenti noti in paese sono una sessantina. Ognuno di loro lavora con il supporto di quattro o cinque persone. Quindi arriviamo ad un totale di trecento bracconieri, senza contare l’indotto del trasporto e della commercializzazione”. Non è poi così sbagliato, quindi, pensare che circa mille paesani vivano del business dei cedri…

“Pensi di essere il re?”
L’Associazione Idikel e Ait Aziz hanno avviato un progetto innovativo di preservazione della flora locale che non ha sopravvissuto ai primi sei mesi di vita. Nell’estate del 2009, la Delegazione delle acque e delle foreste accetta di finanziare un’impresa di sorveglianza per vegliare sulla foresta. L’associazione si fa garante della buona fede dei guardiani assunti: sarebbe inutile assumere gente compromessa con la “mafia”. Quanto ai “pentiti”, invece, sono ben accetti per la loro ottima conoscenza del terreno. Ma per svolgere questo tipo di lavoro bisogna essere profondamente motivati: i guardiani, considerati degli “spioni” o addirittura dei “voltagabbana”, subiscono continue aggressioni fisiche e vessazioni simboliche (come la cacciata dal mercato settimanale).
Tra i dodici “angeli custodi” che battono giorno e notte i sentieri del bosco c’è anche Ait Aziz. Durante una perlustrazione, nel gennaio scorso, un battibecco con un bracconiere innesca l’accanimento giudiziario di cui è ancora vittima. “Pensi di essere il re per impedirci di entrare nella foresta?”, lancia la provocazione un trafficante. Al ché il contadino risponde: “No, ma i rappresentanti del re mi hanno affidato la protezione di questo luogo” – “Ah, mi siete tutti testimoni, quest’uomo pensa di essere sua maestà!”, conclude soddisfatto il bracconiere. Poco dopo il governatore della provincia di Khenifra riceve una lettera anonima e ordina l’apertura di un’inchiesta. Il 25 gennaio Ait Aziz è convocato dalla gendarmerie per un interrogatorio. Cinque testimoni (tutti bracconieri) rilasciano ugualmente le loro deposizioni. La sorte del dossier è attualmente tra le mani del procuratore generale.
L’ostilità degli abitanti, tuttavia, non dovrebbe sorprendere troppo se si analizza il contesto socio-economico della regione. “C’è così tanta povertà da queste parti che servirebbe un’intera brigata militare per riuscire a proteggere la foresta”, stima un impiegato della Delegazione. “La risposta non può essere solo repressiva, servono soluzioni per lo sviluppo della zona”. Bisogna dire che ogni metro cubo di legna di buona qualità può essere venduto fino a 8 mila dirham (circa 800 euro), grazie ad una rete ben organizzata. Denaro facile in una regione che non offre alcun impiego al di fuori dell’agricoltura tradizionale.
“In questo modo la gente si accaparra una parte della torta, poiché ne ha abbastanza di vedere le autorità locali di incassare i soldi del taglio legale dei cedri, senza che in contropartita venga realizzato alcun miglioramento in termini di infrastrutture”, spiega Mouloud, l’insegnante. “Sono qui da diciassette anni e gli unici cambiamenti che ho visto sono l’arrivo dell’elettricità e il rifacimento della strada, niente altro”. In base al dahir (decreto reale, ndt) approvato del 1976, l’80% del denaro ricavato dalla vendita del legno ritorna nelle casse del comune e il resto in quelle della Delegazione delle acque e delle foreste. Le collettività, dal canto loro, dovrebbero reinvestirlo nel rimboschimento e in opere per lo sviluppo del territorio. “Da queste parti il comune non ha nessun programma di rimboschimento, nessun piano di sorveglianza della foresta di cedri – sospira Mouloud – né un progetto di investimento nel campo dell’istruzione”.

Telefoni satellitari per la mafia
Gli addetti locali della Delegazione, direttamente responsabili delle risorse boschive della zona, si dichiarano impotenti di fronte al sistema di sfruttamento selvaggio dei cedri dell’Idikel. Non possiedono le risorse adeguate per sorvegliare quattromila ettari di terreno in modo efficace: soltanto due tecnici agronomi, due agenti a cavallo per il pattugliamento e qualche guardiano occasionale. In più, quando riescono a mettere le mani su un bracconiere, sono costretti a chiamare la polizia per il verbale, almeno secondo la prassi. Ma i cellulari non funzionano nella montagna e per tornare al villaggio ci vuole circa un’ora e mezza. “Una volta ho visto un trafficante con un telefono satellitare in mano”, ironizza un agente forestale. In più, stando a quanto riferito dai membri dell’Associazione Idikel, i rari verbali che i poliziotti riescono a redigere (la maggior parte sono contro ignoti, anche se si conosce l’identità dei responsabili) finiscono per accumulare polvere nell’ufficio del procuratore generale. “La giustizia non fa il suo dovere”, conferma Moustapha Allaoui, membro dell’associazione ecologista. “Se la mafia del cedro fosse realmente sottomessa alla legge e obbligata a pagare le sanzioni previste per questo genere di reati, si sarebbe potuto risolvere il problema velocemente”. Altra soluzione: bloccare lo smaltimento della merce su scala nazionale. A questo proposito i forestali puntano il dito sui gendarmi, che difficilmente intervengono per arrestare il traffico là dove la Delegazione delle acque e delle foreste non ha più competenza. “Come è possibile che i camion arrivino all’altro capo del Paese senza trovare il benché minimo ostacolo sul loro cammino?”, si interroga un tecnico.
Il commercio clandestino prosegue indisturbato, mentre per il bosco di cedri il futuro si fa sempre più incerto. Ma, in attesa che un vero “piano d’azione” venga calato dall’alto, il clan degli “ecologisti” non sta certo a guardare. La sezione locale dell’AMDH, assieme ai militanti dell’Idikel, si è lanciata in una campagna di sensibilizzazione sulla necessità della preservazione del patrimonio ambientale locale. L’associazione poi vorrebbe creare una cooperativa, per permettere a tutti gli abitanti del villaggio di beneficiare legalmente delle risorse boschive del luogo. Quanto a Said Ait Aziz, imperturbabile, continua le ronde notturne nella “sua” foresta, nella speranza di limitare almeno un po’ l’abbattimento selvaggio degli alberi.


Il tesoro rubato dell’Atlante

Reportage della giornalista spagnola Beatriz Mesa, pubblicato da El Periodico de Catalunya il 6 luglio 2010.

Gli abitanti di Anfgou, in Marocco, sopravvivono a fatica mentre la mafia locale si gode i benefici milionari prodotti dalle foreste di cedri più vaste del Mediterraneo.

In un angolo remoto situato nel mezzo dell’Atlante, sembra che nulla possa turbare la quiete dei montanari che da secoli popolano questi pendii. Sembra uno di quei posti dove non può accadere nulla fuori dall’ordinario e invece proprio qui, a quasi tremila metri di altezza, succede di tutto. Ad Anfgou un migliaio di abitanti prova a sopravvivere con i pochi mezzi a disposizione, di media qualche capra e un modesto orticello, non curandosi troppo dell’estrema povertà che li circonda. Nel gennaio 2008 il villaggio era finito sulla bocca di tutti, in Marocco come all’estero, per la morte di trentatre bambini causata dal freddo e dalla fame, in uno degli inverni più ostili di cui si abbia memoria da queste parti. Ad Anfgou, dove non tutti hanno l’elettricità e praticamente nessuno ha l’acqua corrente in casa, la mafia continua ad approfittare della vulnerabilità di una popolazione quasi interamente analfabeta. Ma la zona è una tra le più ricche del paese. I boschi di cedri che circondano il villaggio sono i più estesi di tutto il Mediterraneo. Sono l’oro dell’Atlante marocchino.
Lo sfruttamento dei cedri fattura 10 milioni di euro ogni anno. Secondo la legge del 1976, l’80% del ricavato dovrebbe essere reinvestito nello sviluppo della regione, in strade e scuole per togliere dalla miseria disumanizzante quelle persone che lavorano le loro foreste senza ricevere nulla in cambio. Ma qui non c’è nemmeno un’ambulanza, e la mortalità infantile raggiunge livelli spaventosi. Quasi un bambino su cinque non raggiunge l’età adulta, spesso per la mancanza di assistenza in loco e la carenza di trasporti verso le strutture ospedaliere (la più vicina si trova a Errachidia, a 180 km di distanza). In molti casi basterebbe una semplice iniezione per salvargli la vita.

Le denunce messe a tacere
Attorno ai boschi di cedri si è costruita una rete di ingiustizie e corruzione locale a cui nessuno è più capace di far fronte. Chi ci ha provato è stato sbattuto in prigione. Ataui, un giovane tecnico forestale, aveva deciso di rompere il silenzio che cela la falsificazione dei documenti per lo sfruttamento illegale della risorsa. Voleva smascherare le irregolarità e denunciare i responsabili. Accusato di “attentare ai valori del Regno”, è stato condannato a 2 anni di prigione.
La sua azione, almeno, ha avuto il merito di svelare gli ingranaggi del tessuto mafioso. La rete è gestita direttamente dal presidente del consiglio comunale, che compra la complicità di amici e familiari a colpi di mazzette. Il clan esercita poi pressione ed influenza sulla popolazione locale, per ottenere la rielezione del capo al momento delle elezioni, falsate dai ricatti e dalle minacce, per continuare la speculazione. Tutto questo mentre ad Anfgou la gente non ha di che calzarsi né vestirsi.
Ogni giorno decine di uomini, in fila indiana, risalgono il fianco della montagna che sovrasta il villaggio. Penetrano nel cuore della foresta per tagliare i preziosi tronchi di cedro. “Per ogni metro cubo di legname si possono ricavare fino a 800 euro”, spiega Asif, sulla cinquantina, tra i più attivi oppositori delle reti mafiose che gestiscono lo sfruttamento. “I trafficanti effettuano i trasporti di notte, per non dare nell’occhio. Se il taglio continuerà con il ritmo sfrenato raggiunto in questi ultimi anni, i boschi presto spariranno e noi non avremo più legno nemmeno per costruire le nostre case”, confida Asif preoccupato. “Volevo creare una cooperativa, per togliere il controllo delle foreste e delle sue risorse dalle mani di questa gente. Ho depositato il dossier al ministero da più di un anno, ma fino ad ora non ho ottenuto risposte”. Asif ci fa strada all’interno della sua abitazione. I muri del salone male illuminato sono rivestiti a calce, mentre dal soffitto spuntano le travi di cedro che sostengono il tetto. Ad aspettarci in mezzo alla tavola un abbondante tajine ancora caldo.
Anfgou vuole soltanto vivere con dignità. Ma forse dovrà aspettare una nuova tragedia perché gli abitanti del villaggio, oltre all’antenna per i telefoni cellulari, possano disporre finalmente di un ambulatorio e delle medicine di base.

(Vai al reportage fotografico Cartoline da Anfgou)

mercoledì 20 aprile 2011

Siria, Algeria, Marocco….concessioni per calmare la piazza

Le proteste delle popolazioni arabe (e berbere) contro regimi dispotici e incancreniti non sembrano diminuire. Di seguito un breve punto della situazione su quanto sta accadendo in Siria, Algeria e Marocco, tre contesti accomunati da tentativi di conservazione alquanto simili proposti dai rispettivi capi di Stato. L’articolo è del giornalista Pierre Haski, pubblicato sul sito di informazione indipendente Rue89 (di cui Haski è uno dei fondatori) il 16 aprile 2011.

Mentre il mondo arabo continua ad essere attraversato dall’onda della rivoluzione tunisina ed egiziana, alcuni capi di Stato aprono a concessioni formali per placare le aspettative di cambiamento delle rispettive popolazioni. Il siriano Bashar Al Assad e l’algerino Abdelaziz Bouteflika si sono rivolti alla nazione annunciando riforme, il regime marocchino ha invece aperto le porte ai prigionieri politici.

Siria: la fine dello stato d’eccezione?
In Siria, dove le proteste in diverse città del paese non accennano a diminuire e vengono represse nel sangue (almeno duecento morti secondo Amnesty International, ndt), il presidente Assad ha annunciato sabato scorso che lo stato di eccezione verrà soppresso nel giro di una settimana (il governo ne ha approvato la rimozione martedì 19 aprile, ndt). Uno stato di eccezione in vigore da….quattro decenni, dal momento in cui il padre Hafez Al Assad ha preso il potere alla testa del regime baathista (1963). Esprimendosi di fronte al nuovo governo nominato giovedì (14 aprile, ndt), Assad ha annunciato che una volta tolto lo stato di eccezione, non ci saranno più “scuse” per giustificare la contestazione che sta animando il paese: “dopo questo passo, non tollereremo più alcun tentativo di sabotaggio”.
Tuttavia, nuove manifestazioni si levano sulla scia del discorso del presidente siriano. Su YouTube è possibile osservare le immagini della manifestazione delle donne di Banyas, sulla costa mediterranea, dove negli ultimi giorni si sono verificati scontri violenti con le forze di repressione. Il discorso di Assad, importante sul piano simbolico, non cambierà però la natura del regime siriano. Lo stato di polizia costruito sulla presenza capillare dei Moukhabarat (la polizia politica) non verrà intaccato dai provvedimenti annunciati. Al contrario, la minaccia che pesa sul regime baathista dopo la spettacolare progressione del movimento di protesta nato a Deraa, nel sud del paese, non fa che accrescere il bisogno di sorveglianza e di controllo.
Venerdì scorso l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (HRW) aveva accusato proprio i Moukhabarat per le torture inflitte alle persone fermate dall’inizio della rivolta, alcune delle quali sono state liberate ed hanno potuto raccontare le sevizie subite. HRW sottolinea il caso di tre ragazzi, vittime di violenze ripetute da parte della polizia, e commenta: “non potranno esserci delle vere riforme in Siria fintanto che le forze di sicurezza potranno perpetrare tali abusi sulla popolazione in tutta impunità”.

Algeria: revisione costituzionale
In Algeria la situazione sembra differente e il discorso del presidente Bouteflika, venerdì sera (15 aprile, ndt), è apparsa come un’iniziativa preventiva. Il movimento di protesta politica (sindacati, associazioni per i diritti umani e il partito cabilo Rassemblement pour la Culture et la Democratie, ndt) avviato dopo la rivoluzione tunisina non ha conosciuto, in questo paese, il vigore riscontrato in altri contesti, lasciando così un più ampio margine di manovra al regime. Nel suo discorso Bouteflika, apparso stanco e con voce debole – tanto da aver dovuto completare la registrazione a più riprese – ha annunciato la modifica della costituzione al fine di “rafforzare la democrazia” (evidente parallelismo con le parole pronunciate da Mohammed VI il 9 marzo scorso, ndt). Ha parlato di revisione della legge elettorale, della legge sui partiti e di una nuova regolamentazione dello spazio mediatico. In un precedente discorso (3 febbraio 2011, ndt) il presidente aveva annunciato la rimozione dello stato d’eccezione (proposito a cui per ora non ha dato seguito, ndt).
Anche Bouteflika, rivolgendosi alla nazione, ha tenuto a lanciare un monito: “nessuno ha il diritto di far ripiombare nella paura le famiglie algerine, preoccupate per la sicurezza dei loro figli e dei loro beni o, ancor più grave, di mettere in apprensione l’intera nazione per l’avvenire dell’Algeria, della sua unità, della sua indipendenza e della sua sovranità nazionale”.
Nello stesso momento, quasi un eco alle parole del presidente, un’imboscata attribuita alle milizie islamiche ha fatto tredici morti tra i militari algerini in Cabilia, uno dei bilanci più gravi registrati negli ultimi anni nella repubblica maghrebina. Svariate le reazioni al discorso di Bouteflika, un “non-avvenimento” per il quotidiano El Watan (“discorso patetico e pericoloso” per il leader dell’RCD Said Sadi, “la confessione di un fallimento” per il Movimento per i diritti e le libertà, ndt). In generale, la maggior parte dei commenti degli algerini si è concentrata più sulla forma – la stanchezza di un capo di Stato ormai settantaquattrenne – che sul contenuto, riforme vaghe da cui nessuno si attende un vero cambiamento.

Marocco: liberazione dei prigionieri politici
In Marocco, infine, dove il sovrano Mohammed VI ha già preso l’iniziativa, lanciando un cantiere per la riforma costituzionale in risposta alle prime manifestazioni promosse su Facebook da alcuni giovani della società civile (il Movimento 20 febbraio e le organizzazioni che lo appoggiano hanno pubblicamente rifiutato l’iniziativa del re, contestandone la legittimità e le modalità, ndt), una grazia reale è stata pronunciata venerdì in favore di centonovanta prigionieri politici. Alcuni sono già usciti di prigione, altri hanno visto le loro pene ridotte o, in certi casi, la commutazione delle condanne a morte (per terrorismo) in pene detentive.
Mohammed VI vuole visibilmente conservare l’iniziativa per marginalizzare il movimento di protesta, che sembra indeciso sulla strada da seguire nel momento in cui il regime dà l’impressione di aprirsi e di riformarsi (in realtà il Movimento 20 febbraio e il Consiglio nazionale di appoggio al movimento – formato da oltre ottanta organizzazioni – proseguono uniti le mobilitazioni contro l’assolutismo monarchico, come dimostrano le manifestazioni di domenica scorsa a Salé, Tangeri, Tetuan, Nador, Casablanca, etc… ndt).

Gli annunci politici registrati in Siria, in Algeria e in Marocco sono delle risposte (o meglio dei tentativi di mettersi al riparo, ndt) ad un movimento di contestazione che non accenna a diminuire nel mondo arabo, nonostante le numerose vittime registrate in Libia, dove il sollevamento della popolazione si è trasformato in guerra aperta con l’intervento degli aerei della Nato, o in paesi come lo Yemen, il Bahrein o la Siria, che hanno represso senza riguardo i tentativi di protesta.

domenica 17 aprile 2011

Finalmente libero il cittadino italiano Kassim Britel

Tra i centonovanta detenuti politici usciti di prigione il 14 aprile scorso (in base al comunicato diffuso dalla agenzia stampa marocchina, ma nessuna lista ufficiale è ancora disponibile), in seguito al provvedimento di grazia firmato dal sovrano Mohammed VI, c’è anche il cittadino italiano Abou Elkassim Britel. Kassim, condannato dal tribunale di Rabat a nove anni (in appello, quindici in primo grado) per concorso in attività terroristiche dopo un processo giudicato iniquo dalle ong per i diritti umani marocchine e internazionali, ha lasciato il carcere di Kenitra giovedì sera. Dopo sette anni, sei mesi e ventisette giorni di detenzione (a cui vanno sommati i quattro mesi di reclusione illegale nei locali della DST a Temara, prima del processo), il quarantenne di origine marocchina ha ritrovato la moglie Khadija, donna tenace che non ha mai smesso di battersi per la libertà di Kassim.
“Gli interventi delle rappresentanze italiane in Marocco in favore di mio marito sono piuttosto freddi, sempre sollecitati da me che ho scritto centinaia di mail in questi anni, cercando di ottenere il maggior sostegno possibile. Al mantenimento, alle cure mediche penso io, «dal momento che lavoro e aiuti non ce ne spettano», mi viene detto”, dichiarava circa un anno fa Khadija, mentre lo stato di salute di Kassim peggiorava sensibilmente in seguito ad uno sciopero della fame durato quarantuno giorni (24 novembre 2009 – 4 gennaio 2010) in segno di protesta contro le dure condizioni di detenzione. Poco o nulla si è saputo nel nostro paese in merito a questa vicenda, iniziata nel marzo 2002 a Lahore, in Pakistan. Le autorità hanno voltato lo sguardo altrove (rinunciando a chiedere la scarcerazione o almeno la revisione del processo agli omologhi marocchini) e la stampa nazionale ha preferito tacere (salvo rare eccezioni, come nel caso del settimanale Carta) nonostante le denunce ripetute di Amnesty International, Human Rights Watch, della Federation Internationale des Droits de l’Homme e della American Civil Liberties Union, che hanno portato il “caso Britel”, come esempio delle extraordinary renditions operate illegalmente dalla CIA, di fronte al Parlamento europeo ed ai tribunali americani.


Dal sito internet curato da Khadija Britel www.giustiziaperkassim.net

Un’esemplare storia di integrazione

Abou Elkassim Britel nasce il 18 aprile 1967 a Casablanca, penultimo figlio di una famiglia numerosa, con la quale vivrà poi a Sefrou e Fes. Consegue il diploma di maturità scientifica nel 1987 e si iscrive all'università "Mohammed Ben Abdellah" di Fes. Le precarie condizioni economiche della famiglia lo inducono ad interrompere gli studi ed emigrare. Il 20 novembre 1989 arriva in Italia, a Bergamo, dove si trovano altri connazionali della sua stessa città. Ottiene un permesso di soggiorno, poiché lavora da subito regolarmente, e prende in affitto una casa nella provincia. Studia ed apprende l'italiano con profitto, continuando poi a migliorare la propria padronanza della lingua del paese dove ha deciso di vivere. Nell'ottobre 1995 si sposa nella moschea di Segrate (MI) con Anna Lucia Pighizzini (entrata nell'islam con il nome di Khadija) con la quale vive da due anni. Il 1° agosto 1996 la coppia contrae il matrimonio civile presso il Comune di Bergamo ed il 27 gennaio 1997 il matrimonio al Consolato generale del Marocco a Milano. Nel 1999 Abou Elkassim Britel acquisisce la cittadinanza italiana, al termine della lunga istruttoria prevista dalla legge.
Kassim cerca così di migliorare la propria posizione. Da operaio generico in una polleria diventa elettricista, poi nel 2000 frequenta con esito positivo i corsi della Camera di commercio di Bergamo, riconosciuti dalla Regione Lombardia per la "somministrazione al pubblico di alimenti e bevande" e per il "commercio di prodotti alimentari". Nel frattempo, con molti sacrifici, riesce a costruire a Kenitra (Marocco) una casa per la madre e due sorelle non sposate e provvede al loro mantenimento assieme ai due fratelli che lo hanno raggiunto in Italia. Kassim frequenta la moschea di Bergamo ed è benvoluto per il suo modo di agire riflessivo e pacato, rispettoso degli altri, che spesso ricorrono a lui per consigli o per dirimere questioni. Con costanza studia l'islam, ed inizia a tradurre per sua moglie testi che non si trovano in lingua italiana e che sono di grande utilità per la conoscenza e la pratica della religione.
Così nasce l'idea di mettere a disposizione le traduzioni anche ad altri musulmani non arabofoni. Un computer e l'accesso ad internet, favoriscono l'attività che i due coniugi praticano in stretta collaborazione: lui traduce dall'arabo, lei rivede la forma italiana, una continua attività di confronto per la difficoltà di rendere correttamente in italiano termini e concetti espressi in lingua araba. All'inizio sono traduzioni di articoli e di brevi saggi, ma nel 2001 Kassim progetta e realizza un sito web (Islàmiqra' - traduzioni di argomenti e testi islamici autentici per l'istruzione e la diffusione dell'islam) sul quale pubblica anche contributi di altri fedeli. Profondamente convinti della bontà e necessità del loro lavoro, Kassim e Khadija pensano ad un progetto più ampio ed importante, che richiede ulteriori risorse di tempo e denaro. Da lì la decisione di dedicarsi part-time al lavoro fuori casa e di cercare finanziamenti per tradurre in lingua italiana il Tafsir di Ibn Khatìr (un autorevole commento del Corano) ed altri testi fondamentali. Kassim prende contatto con gli editori islamici in Italia poi, ritenendo che un viaggio abbia migliori possibilità di successo, decide di partire. E’ il 17 giugno del 2001. Da quel giorno Kassim non ha più fatto ritorno a casa.


Di seguito la lettera aperta pubblicata da (r)umori dal Mediterraneo nel dicembre 2009, quando Kassim Britel si trovava ancora rinchiuso nella prigione di Oukasha (Casablanca) e stava portando avanti l’ennesimo sciopero della fame, nel totale disinteresse dei media italiani.

Il silenzio che uccide

(Casablanca, 27 dicembre 2009) - L’ingiustizia provoca sofferenza. Ma la sofferenza diventa ancora più grande, e perfino insopportabile, se l’ingiustizia è accompagnata dal silenzio e dall’indifferenza. A questo proposito, vorrei rivolgere una domanda ai miei concittadini e vorrei chiedere loro scusa in anticipo se, nel farlo, disturberò quel clima di “letizia” che, come d’incanto, sembra calare dal cielo durante questo “gioioso” periodo di feste. Quanti di voi hanno mai sentito parlare di Abou Elkassim Britel? Quanti di voi conoscono la storia di questo quarantenne di origine marocchina, divenuto cittadino italiano e poi abbandonato, o peggio scaricato, dallo Stato che lo aveva accolto? Pochi, immagino, e del resto anche io la ignoravo prima del mio arrivo in Marocco, circa tre mesi fa.
Quella di Kassim Britel è una storia fatta di arresti illegali, di torture e di processi iniqui. E’ una storia fatta di “consegne speciali” operate dalla CIA con il beneplacito, forse, dei nostri stessi servizi segreti. Ma è una storia fatta anche di silenzio, il silenzio con cui le autorità italiane hanno lasciato che tutto questo accadesse, il silenzio che continuano a mostrare di fronte ad un uomo, ripeto un cittadino italiano, che da otto anni subisce trattamenti degradanti e vede violati i suoi diritti di essere umano. Un silenzio che in questi giorni rischia di uccidere Kassim ben più dello sciopero della fame che sta portando avanti da oltre un mese nella prigione di Oukasha, tra l’indifferenza dell’opinione pubblica.
Cercherò qui di ripercorrere, per sommi capi, la sua vicenda. Kassim Britel, arrivato in Italia nel 1989, dopo dieci anni ha acquisito la cittadinanza italiana. Viene sequestrato illegalmente nel marzo del 2002 in Pakistan, poiché sospettato di appartenere ad una rete terroristica. Dopo due mesi di “interrogatori” viene consegnato alla CIA. A nulla è valsa la richiesta di aiuto e protezione presentata all’ambasciatore italiano in loco. Con un aereo americano è trasportato in Marocco, suo paese di origine, dove non rientrava da oltre cinque anni. Uno dei tanti casi accertati per cui la Jeppersen Dataplan (una consociata della Boeing) è finita sotto accusa nei tribunali americani, nel quadro dell’inchiesta sulle extraordinary renditions effettuate dalla CIA (ricordate il caso Abu Omar?). Kassim viene trattenuto e torturato per otto mesi nella prigione segreta di Temara, dove la DST (servizi segreti marocchini) opera impunemente dall’avvio della “guerra al terrorismo”. Rilasciato nel febbraio del 2003 senza nessuna accusa, è arrestato di nuovo il 16 maggio dello stesso anno, mentre cercava di rientrare in Italia. Immediatamente ricondotto a Temara, ha passato lì altri quattro mesi di interrogatori e torture, durante i quali è costretto a firmare una confessione, per porre fine ai maltrattamenti. Questo il solo elemento in mano al giudice al momento del processo, una confessione estorta sotto tortura. Nessuna prova, nessun elemento giuridico rilevante a suo carico. Risultato: una condanna a 15 anni di carcere, ridotta a 9 anni in appello.
Quello che è successo in Marocco, dopo gli attentati di Casablanca (16 maggio 2003), resta una delle pagine più nere che il paese ha conosciuto dalla fine degli “anni di piombo” e dalla morte di Hassan II. Le autorità hanno iniziato una vera e propria “caccia all’islamista”, che ha portato a decine di sparizioni e a centinaia di arresti arbitrari, trasformati rapidamente in condanne decennali, attraverso dei processi che ben poco hanno a che fare con il rispetto della legalità e con l’indipendenza del potere giudiziario, di fatto inesistente. Un ampio dossier delle violazioni commesse dalla polizia e dai servizi del Regno è stato raccolto dall’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo, dall’associazione Ennassir (in arabo “l’aiuto”) e dall’associazione Al Karama (in arabo “la dignità”). Tra i casi più gravi figura quello del cittadino italiano Kassim Britel.
Anche in Italia, sul caso Britel, era partita una indagine della magistratura, archiviata nel settembre 2006 per la totale mancanza di elementi che collegassero Kassim ad una qualsiasi attività terroristica o comunque criminale. Della vicenda si sono occupate alcune delle ONG più conosciute, come Amnesty International, Human Rights Watch e la Federazione Internazionale per i Diritti dell’Uomo, che hanno denunciato gli abusi subiti da Kassim e il comportamento in merito del nostro governo, oltre a quello del governo marocchino, americano e pakistano. Ma le autorità del nostro paese non hanno fatto nulla di concreto per ottenere la sua liberazione, per riportarlo a casa. Neanche dopo il pronunciamento della giustizia italiana. I grandi media hanno continuato ad ignorare la sua esistenza, le sue proteste e le sue richieste di aiuto.
Poche settimane fa a Casablanca ho conosciuto Khadija (Anna, prima dell’ingresso nella Umma islamica), la moglie di Kassim. A questa donna, che con grande forza e ostinazione non ha mai rinunciato a lottare e a chiedere che al marito sia resa giustizia, facendo fronte tanto alle assurde pretese dei carcerieri marocchini quanto al disinteresse complice della classe politica italiana, va la mia stima più sincera. Il mio pensiero invece va a Kassim, chiuso nella sua minuscola cella della prigione di Oukacha, lontano solo pochi chilometri dalla camera in cui sto scrivendo questa lettera. Da trentaquattro giorni ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il peggioramento delle sue condizioni di detenzione, di per sé proibitive, inflittogli a fine novembre. Il suo stato di salute, già allo stremo dopo la violenza delle torture e otto anni di carcere, si è aggravato pesantemente nelle ultime ore. Quel che resta della sua vita è più che mai in pericolo, mentre l’opinione pubblica, ancora una volta, rimane all’oscuro della vicenda. Ma a provocare la sua morte non sarebbe il rifiuto dell’alimentazione o gli “acciacchi” ormai indelebili dovuti alla prigionia, bensì il silenzio con cui l’Italia risponde ai suoi appelli, alle sue dimostrazioni, ai suoi scioperi, la sola arma rimasta a sua disposizione. Un silenzio divenuto nel tempo sempre più assordante.
La triste sorte toccata ad un concittadino di origine straniera, per di più di fede musulmana, forse non fa notizia, e di certo non rientra negli interessi dell’attuale classe politica, ma merita almeno il rispetto e l’attenzione, quando non l’aperto sostegno, che ogni uomo dovrebbe mostrare nei confronti di un essere umano privato ingiustamente dei propri diritti.


Di seguito il testo di un’intervista rilasciata da Kassim Britel (grazie ad un telefono nascosto all’interno della prigione di Oukasha) a (r)umori dal Mediterraneo il 21 novembre 2009.

Kassim, come e dove è iniziato il calvario che, dopo rapimenti, maltrattamenti e voli segreti CIA, l’ha condotta nelle carceri marocchine?
Stavo lavorando sul sito di traduzioni dei testi islamici dall’arabo all’italiano che ho aperto assieme a mia moglie Khadija. Mi trovavo in Pakistan perché lì ci sono scuole dove si possono studiare i testi sacri, come del resto in altre parti del mondo islamico. Sono partito il 17 giugno 2001 e, una volta arrivato in Pakistan, avevo delle difficoltà a comunicare, non conoscevo la lingua, quindi mi ci è voluto un po’ per adattarmi. Dopo l’11 settembre sono arrivati ordini dagli americani e sono cominciati gli arresti. Per i servizi segreti statunitensi trovarsi in Pakistan in quel momento significava essere dei terroristi fuoriusciti dall’Afghanistan. C’era molta confusione e iniziavano i primi sequestri con destinazione Guantanamo. Non facevano differenza, per loro non era possibile accertare se uno era entrato in Pakistan per studiare o se si spostava clandestinamente dall’Afghanistan. La stessa polizia pakistana aveva ordine di arrestare tutti gli arabi presenti nel Paese e consegnarli agli americani.

Anche lei, come le centinaia di detenuti islamici marocchini, è stato condotto nel centro di detenzione segreto di Temara (situato in una foresta a poche decine di chilometri da Rabat, ndr)?
Appena atterrato in Marocco, sono stato trasferito direttamente al centro di detenzione segreto di Temara. Ci sono rimasto per otto mesi. Le condizioni erano durissime. I detenuti non potevano ricevere visite, anche perché nessun familiare era informato della presenza di prigionieri in quel luogo. In quei mesi le autorità marocchine hanno sempre negato che mi trovassi lì (Rabat continua a negare l’esistenza della “Guantanamo marocchina”, ndr). Non erano previste cure mediche, niente libri, riviste, orologi, nessun vestito di ricambio, niente sapone per lavarsi, niente spazzolino, acqua calda, le luci restavano accese tutta la notte nelle celle nude e strette. Ogni momento trascorso là dentro è stata una sofferenza, mancavano le condizioni minime per definirsi ancora uomini. Le torture non erano solo fisiche, ma anche psicologiche.
Dopo otto mesi, verificata la mia estraneità a qualsiasi attività terroristica, mi hanno rilasciato senza nessuna accusa a carico. Tuttavia ero privo dei documenti, sia marocchini che italiani. Ho aspettato qualche mese, sperando che le autorità marocchine me li restituissero, ma non ho ottenuto niente. Allora mi sono presentato all’Ambasciata italiana, dove ho subito un trattamento pessimo da parte dei funzionari. Alla fine sono riuscito ad ottenere un lasciapassare temporaneo. Mi sono presentato alla frontiera tra Nador e Melilla il 16 maggio 2003 (il giorno degli attentati a Casablanca, ndr) e, una volta consegnati alla polizia i documenti ricevuti dall’Ambasciata, sono iniziati i problemi. Non riuscivano a capire come fossi entrato, così ho cercato di spiegargli tutto da zero. Come dicevo in precedenza, quando il volo della CIA è atterrato a Rabat mi hanno bendato e caricato in una macchina, e poi trasferito direttamente a Temara. Di certo non ho avuto il tempo di completare le formalità di polizia alla frontiera. (Se lei controlla nei registri della polizia di frontiera marocchina vedrà che il mio nome non figura tra gli ingressi del 2002. L’ultima volta che il mio nome compare nelle liste della polizia di frontiera è nel 1997, quando avevo lasciato il paese di mia volontà). Così alla frontiera di Melilla mi hanno impedito di lasciare il paese, mi hanno chiuso in una stanza per sei ore fin quando è arrivata una macchina a prendermi. Erano funzionari della DST (Département pour la Surveillance du Territoire). Mi hanno riportato a Temara, dove sono rimasto per altri quattro mesi e mezzo, prima di essere trasferito alla prigione di Salé in attesa di processo.

Lei è un cittadino italiano dal 1999. La nostra rappresentanza diplomatica a Rabat sapeva della sua detenzione? Ha fatto qualcosa per aiutarla?
Materialmente e moralmente non ho ricevuto nessun aiuto dalle autorità italiane. Quando mi hanno trasferito nel carcere di Salé, l’Italia sapeva dove ero. Ormai il mio caso stava diventando di dominio pubblico, ma le rappresentanze diplomatiche non si sono mosse in mio aiuto. Solo il giorno del processo ho visto in tribunale un funzionario dell’Ambasciata. Dopo il processo ho ricevuto delle visite, ma nient’altro che “caramelle”. Io ho bisogno di una tutela, di un aiuto da parte di quello che è il mio paese, che ha il dovere di intervenire quando si compiono evidenti violazioni contro un suo cittadino.
A questo proposito vorrei ricordarle un episodio emblematico. Quando ero in Pakistan, prima di finire nelle mani della polizia locale e poi degli americani, avevo cercato di contattare mio fratello in Italia per rassicurarlo sulle mie condizioni. Avevo provato con un telefono, ma non aveva risposto, poi con un altro e sono riuscito a parlargli. Durante la detenzione segreta a Temara mi hanno fatto domande sui numeri che avevo contattato in Italia. Volevano sapere chi fossero ed io ho risposto che non mi ricordavo, ma che ero sicuro di aver telefonato a mio fratello per tranquillizzarlo. Ora la domanda è: chi ha dato questi numeri di telefono ai servizi marocchini? Possono averlo fatto solo i servizi segreti italiani, controllando il telefono di mio fratello. Quindi i servizi segreti italiani sapevano esattamente dove mi trovassi, vale a dire a Temara in Marocco già dal 2002, e quello che lì mi stava succedendo. Addirittura l’ambasciatore italiano in Pakistan sapeva tutto fin dall’inizio, ma non ha mosso un dito. Gli americani mi hanno detto: “siamo stati dal tuo ambasciatore e lui ci ha detto che non gli importa nulla della tua sorte, che possiamo fare quello che vogliamo con te, tanto sei solo un terrorista”.

Cosa è successo durante il suo secondo passaggio nel centro di Temara?
La seconda volta che sono stato portato a Temara, le torture sono ricominciate ad un ritmo ancora più intenso. L'obiettivo era ottenere una mia confessione sul coinvolgimento in attività terroristiche. A me hanno fatto firmare un foglio senza mettermi a conoscenza del suo contenuto. Se si presenta all’AMDH (l’Associazione marocchina per la difesa dei diritti umani), vedrà che hanno un fascicolo sui detenuti islamici e in quel fascicolo c’è scritto che le torture subite dai prigionieri a Temara servono ad estorcere una confessione. La polizia ha ottenuto i suoi verbali in modo illegale, violando i diritti umani dei detenuti, che in quel momento non erano niente più che dei sospetti. Per registrare una deposizione, in ogni caso, si dovrebbe essere condotti nei locali della polizia giudiziaria, non in un centro di detenzione segreto gestito dalla DST. Il giudice istruttore, prima del processo, dovrebbe accertare la regolarità di questa procedura. Non auguro a nessuno di subire il trattamento che ho ricevuto. Già le torture subite in Pakistan mi avevano lasciato tracce per diversi mesi sul corpo. I segni delle ulteriori sevizie patite in Marocco sono ancora qui, sulla mia pelle, ma ancora più dolorosi sono quelli che restano impressi nella mente.

Mi parli un po’ della situazione che sta vivendo nelle carceri marocchine.
Arrivato nella prigione di Salé nel settembre 2003, mi hanno chiuso in una cella isolata, dove c’era una forte corrente d’aria. Avevo una finestra larga due metri per due di fronte alla cella ed un’altra all’interno. La cella non aveva una porta ma solo sbarre. Lì ci ho passato tre mesi. Potevo uscire per un quarto d’ora al giorno, escluso il sabato e la domenica dove mi lasciavano fuori un po’ di più. Esposto alla corrente d’aria ininterrottamente, le mie condizioni di salute sono subito peggiorate. Avevo la schiena a pezzi, dei forti dolori allo stomaco e un bisogno continuo di urinare. Problemi che mi porto dietro ancora adesso. Ho ricevuto la visita di un dottore solo un anno e mezzo dopo l’inizio della mia detenzione. Eravamo costretti a fare una doccia ogni due mesi, con la scusa che non ce ne fossero abbastanza per tutti i detenuti. Le condizioni dei bagni erano indescrivibili. C’erano dei servizi all’aperto nel cortile, in buono stato, ma era proibito utilizzarli. Servivano solo per fare bella figura con le delegazioni delle organizzazioni per i diritti umani che ogni tanto arrivavano in visita.

Il trattamento riservato ai detenuti della salafiyya, ai detenuti islamici, è differente rispetto a quello previsto per i detenuti comuni?
Quello riservato ai prigionieri della salafiyya (etichetta che il governo marocchino ha attribuito impropriamente a tutti i detenuti islamici) è un “trattamento speciale”, ma non nel senso positivo del termine. Prendiamo ad esempio le grazie reali che vengono concesse da Mohammed VI in occasione delle grandi feste celebrate nel paese (sono sette le occasioni in cui il sovrano concede provvedimenti di grazia per i detenuti). I detenuti islamici non beneficiano di questi provvedimenti, che vengono elargiti in maniera totalmente arbitraria. Altra cosa è invece la richiesta di grazia che viene presentata dal detenuto. Io, personalmente, mi rifiuto di chiedere la grazia per un reato che non ho mai commesso. Se le autorità decidessero di graziarmi, riconoscendo così implicitamente i loro errori e le loro colpe, allora uscirei senza problemi. Una domanda di grazia è stata presentata dal mio avvocato qui in Marocco, ma di sua iniziativa. Io non ho mai scritto una lettera al riguardo e non lo farò mai.
Un altro esempio sono i permessi in occasione delle festività. I detenuti islamici non li hanno mai ricevuti, a differenza dei detenuti comuni. Di libertà condizionata neanche a parlarne. E nemmeno usufruiamo dello sconto di pena per buona condotta. La legge marocchina prevede che, in caso di buona condotta, un detenuto può beneficiare di uno sconto di tre mesi su ogni anno di pena inflitto. Nel nostro caso no. Non abbiamo permessi nemmeno quando ci muore un parente, per il funerale. Sempre secondo il regolamento, al detenuto sarebbe riconosciuto il diritto di effettuare studi all’interno del penitenziario, ma di fatto l’accesso ai libri, ai giornali e ovviamente ad internet ci è vietato, e da qualche mese a questa parte i controlli sono diventati anche più rigidi. Nei casi di emergenza, poi, i detenuti comuni vengono trasportati all’ospedale, fuori dal carcere, cosa che non succede con i prigionieri islamici. Anche di fronte a casi critici le autorità non hanno mai autorizzato il trasferimento in strutture ospedaliere esterne. Non a caso ci sono stati diversi decessi, tra i detenuti della salafiyya, proprio per la mancanza di soccorsi immediati (come Zakaria El Miloudi).

Qual è adesso la situazione all’interno della prigione di Oukasha?
Il trattamento speciale continua. Da qualche settimana io e gli altri detenuti islamici subiamo perquisizioni all’alba ogni mattina. I secondini entrano nelle nostre celle e mettono tutto sottosopra, gettano il Corano per terra con il solo obiettivo di insultarci. Appena arrivato in questa prigione, prima ancora che il direttore del carcere di Salé (la bestia nera dei detenuti islamici) fosse trasferito qui, sono stato subito umiliato. Avevo con me dei vestiti puliti, che riservavo per le visite dei funzionari dell’Ambasciata o dei parlamentari italiani che ho avuto la fortuna di ricevere. Le guardie me li hanno presi e gettati fuori dalla cella in mezzo ai rifiuti. In più, quando un detenuto viene trasferito in un carcere nuovo, deve essere dotato dell’equipaggiamento minimo previsto: rete, materasso, cuscino, coperte, lenzuola, etc.. A me non hanno dato niente. Solo dopo aver contattato il Consolato ho ricevuto una stuoia ed un materassino di spugna. Per le coperte ho aspettato una settimana. Anche mia moglie ha dovuto sottostare ai trattamenti degradanti imposti dal direttore. Più di una volta l’hanno fatta aspettare ore, una volta arrivata in carcere, prima di acconsentire all’incontro. In alcuni casi è stata sottoposta alla minuziosa perquisizione dei poliziotti, quando per regolamento ci dovrebbero essere delle agenti per svolgere questo compito.

A conclusione di questo approfondimento sulla vicenda del cittadino italiano Abou Elkassim Britel, la testimonianza rilasciata il 3 dicembre 2009 dall’avvocato di Kassim in Marocco, Mohamed Sebbar, attuale Segretario del Consiglio nazionale per i diritti umani e già presidente del Forum Verità e Giustizia.

Mohammed Sebbar: “Ho assunto l’incarico di difendere Kassim Britel di fronte alla giustizia marocchina prima del processo in appello. Sono venuto a conoscenza del suo caso dopo essere stato contattato dalla moglie Khadija, una donna caparbia, combattiva. Kassim purtroppo era già stato condannato a 15 anni in primo grado. Vittima di ben tre arresti illegali, uno in Pakistan e due in Marocco, è stato torturato e, sotto tortura, costretto a firmare un verbale del tutto inverosimile. Il suo processo si è dimostrato una farsa. Di fatto non è mai stata portata alcuna prova che dimostri il suo coinvolgimento in attività terroristiche, tanto in territorio marocchino, quanto altrove. Anche un’inchiesta italiana che è stata condotta sul suo caso ha dimostrato l’estraneità di Kassim Britel con una qualsivoglia rete terroristica.
Come uomo di legge le posso dire che, nel caso del primo arresto, non c’era nemmeno la legge anti-terrorismo (approvata nel 2003) a spiegare le violazioni subite da Kassim. La DST non aveva alcun diritto di trattenerlo a Temara. Se c’erano i presupposti per avviare delle indagini, questo sarebbe stato compito della polizia giudiziaria, non dei servizi, e durante la detenzione avrebbe dovuto godere dei diritti previsti dalla legge, invece sistematicamente violati nei locali della DST. Il giudice non ha nemmeno preso in esame gli elementi apportati dalla difesa a discarico di Kassim, si è basato soltanto sulla confessione estortagli sotto tortura, quando la legge parla chiaro su questo punto: i verbali delle confessioni, che prima di tutto devono essere fatti dalla polizia giudiziaria e non dalla DST, non possono essere considerati, nel diritto penale, come una prova a carico dell’accusato.
L’Italia, pur conoscendo bene tutta la vicenda, non ha fatto alcuno sforzo per aiutare Kassim. Un gruppo di parlamentari italiani è venuto a trovarlo in carcere qui in Marocco, ma niente altro è stato fatto di concreto. Due anni fa, a titolo personale e contro la volontà dello stesso Kassim, ho presentato una domanda di grazia al re. Ma per sbloccare la situazione dovrebbe essere lo Stato italiano a muoversi. A parte la grazia, solo attraverso una trattativa inter-governativa il caso di Kassim potrà risolversi con la sua uscita dal carcere prima del 2012”.

sabato 16 aprile 2011

Marocco. Grazia reale per i detenuti politici

La pressione del Movimento 20 febbraio continua. Dopo le manifestazioni e i sit-in del 3 aprile (10 mila persone hanno sfilato per le strade di Casablanca e Marrakech) è in programma una nuova giornata di mobilitazione nazionale per domenica 24 dello stesso mese. Intanto il regime marocchino corre ai ripari per arginare la protesta aprendo a nuove concessioni.

Dopo l’annuncio di una imminente revisione della costituzione (discorso pronunciato da Mohammed VI il 9 marzo scorso), giovedì 14 aprile il sovrano ha concesso la grazia a centonovanta detenuti politici e di opinione, in risposta al memorandum inviato a Palazzo dal neo nato Consiglio nazionale dei diritti umani (CNDH, un organo governativo a carattere consultivo creato dal monarca pochi giorni dopo la grande mobilitazione del 20 febbraio). Questo il comunicato diffuso dalla Map (l’agenzia stampa marocchina) pochi minuti dopo la firma del decreto reale. Tuttavia il presidente del CNDH, Driss El Yazami, sembra ignorare i dettagli di un provvedimento che lui stesso avrebbe sollecitato: “non abbiamo le liste delle persone scarcerate, né conosciamo i criteri della loro scarcerazione. Sono informazioni a cui ancora non abbiamo accesso”. Come dire, “il dossier è stato gestito dal re, che ha deciso i modi e i tempi dell’azione, noi compariamo solo d’ufficio”. Del resto sarebbe impensabile che il CNDH sia riuscito in un solo mese di esistenza a raggiungere simili risultati, mentre gli appelli delle ong per i diritti umani, che si battono da anni per lo stesso obiettivo, non sono mai stati presi in considerazione dalle autorità. “Il sovrano continua nella sua ambigua strategia di apertura politica. Nella stessa settimana libera duecento prigionieri e fa condannare venti giovani a Marrakech per le manifestazioni del 20 febbraio”, è il commento lucido del giornalista indipendente Aziz El Yaakoubi.
Nonostante le scarse informazioni rese pubbliche, è possibile tracciare un primo quadro dei prigionieri che hanno beneficiato dell’amnistia reale. Secondo il quotidiano francese Le Monde, “solo 96 dei 190 graziati potranno uscire di prigione nell’immediato”, la maggior parte dei quali era ormai prossima all’estinzione della condanna. El Pais parla invece di “148 prigionieri rilasciati, oltre a 42 che hanno beneficiato della riduzione della pena”. Il gruppo più consistente è composto dai detenuti della salafiyya, gli “islamisti” finiti in carcere dopo gli attentati di Casablanca (16 maggio 2003) con l’accusa di terrorismo (ne restano in cella circa un migliaio). I maltrattamenti durante gli arresti e i processi sommari con cui sono stati condannati a pene decennali erano stati più volte denunciati da Human Rights Watch e dalla Federazione internazionale per i diritti umani. Tra i primi a lasciare la prigione, giovedì sera, il cittadino italiano Kassim Britel, condannato a nove anni dal tribunale d’appello di Rabat dopo quattro mesi di torture e di detenzione segreta e illegale nell’oscuro centro di Temara (la “Guantanamo marocchina”).

Rabat. Alcuni detenuti festeggiano la liberazione

Oltre ai membri della salafiyya, sono già tornati in libertà anche i cinque detenuti del “gruppo Belliraj” (responsabili del partito islamico Al badil al hadari, condannati per terrorismo nel 2008 senza alcuna prova a carico), gli indipendentisti saharawi del “gruppo Tamek” (libertà provvisoria in attesa del processo) e l’attivista Chakib Al Khiyari, presidente dell’Associazione del Rif per i diritti umani, vittima di un processo politico per aver denunciato la complicità dei narcotrafficanti di Nador con le autorità locali. Restano in carcere, invece, i due studenti berberi del Mouvement culturel amazigh di Meknes (condannati a venti anni per omicidio) e gli universitari “marxisti” di Marrakech.
La grazia decisa da Mohammed VI è arrivata in un momento in cui le proteste nel paese sembrano ben lontane dall’estinguersi. Alle mobilitazioni promosse dai giovani del “20 febbraio” si sono aggiunte negli ultimi giorni le manifestazioni dei diplomés-chomeurs (laureati-disoccupati), che hanno sfilato in massa per le vie della capitale prendendo di mira proprio la sede del CNDH, e i sit-in organizzati nei quartieri popolari di Casablanca durante il week-end scorso. “Democrazia, dignità e giustizia sociale”, restano le parole d’ordine, mentre si attende l’ingresso in scena delle forze sindacali previsto per il 1° maggio. Il sovrano, ormai sotto pressione, continua a fare concessioni. Prima il ritocco della costituzione ed ora la liberazione dei detenuti politici (una delle rivendicazioni principali avanzate dal Movimento), pur di salvare la base di un regime assoluto di stampo tradizionalista, in aperto contrasto con le esigenze del popolo marocchino. “E’ la più grande amnistia della nostra storia. Per il Movimento è sicuramente una vittoria, ma il successo vero ci sarà solo quando avremo uno stato di diritto, una giustizia indipendente ed un sistema democratico che ci offra delle garanzie contro gli arresti arbitrari e i processi farsa. Per questo andiamo avanti nella nostra battaglia per il cambiamento, non è certo una grazia reale a fare del Marocco una democrazia!”, precisa Khadiya Ryadi, presidente dell’Associazione marocchina per i diritti umani, tra i primi sostenitori del Movimento 20 febbraio.

venerdì 1 aprile 2011

Demain on-line, Ali Lmrabet sfida la censura del regime marocchino

RABAT – Non è solo la protesta dei giovani nata su Facebook il prodotto visibile della “rivoluzione internet” in Marocco. Oltre al Movimento 20 febbraio, la “primavera marocchina” sbocciata in rete (e tradottasi in manifestazioni di massa), sembra essersi fatta portatrice di un altro interessante fenomeno: il ritorno dell’informazione indipendente on-line! Un’esigenza, quella della libertà di espressione, legata in maniera indissolubile all’affermazione della democrazia ed alla difesa dei diritti (tra le rivendicazioni principali del movimento di protesta). Un’esigenza sempre più impellente in un paese dove negli ultimi due anni la stampa indipendente è stata imbavagliata a colpi di sentenze e di boicottaggi pubblicitari. Ecco allora che dopo Ali Anouzla (Lakome.com versione arabofona) e Aboubakr Jamai (Lakome.com versione francofona), anche Ali Lmrabet (già direttore dei settimanali Demain e Doumane) ha lanciato nei giorni scorsi il suo giornale elettronico, Demain on-line, sfidando la condanna emessa nel 2005 dal tribunale di Rabat (divieto di esercitare la professione giornalistica per dieci anni).

Ali Lmrabet disegnato da Khalid Gueddar

Ali Lmrabet, nato a Tetouan ma originario delle alture del Rif, si è presentato al pubblico come il primo reporter marocchino ad aver documentato la traversata dello stretto di Gibilterra in “patera”, le imbarcazioni di fortuna utilizzate dai migranti per raggiungere le coste spagnole (nel 2000). Ali fa le sue prime esperienze giornalistiche negli anni novanta, per poi divenire caporedattore a Le Journal nel 1998. Nel marzo del 2000 crea il settimanale satirico (in lingua francese) Demain, costretto alla chiusura dal regime pochi mesi più tardi (assieme ad altre due pubblicazioni indipendenti, Le Journal e Assahifa). Demain torna in edicola nel 2001 e, in seguito allo straordinario successo di vendite, viene affiancato dalla versione in arabo dialettale Doumane, anch’essa diretta da Lmrabet. Entrambi i settimanali incappano di nuovo nella censura di Palazzo e nel 2003 si vedono mettere i sigilli per “oltraggio alla persona del re”, “attacco al regime monarchico e all’integrità territoriale”, a causa di alcune caricature che infrangono le “linee rosse” imposte dal regime. Alla fine del processo Ali Lmrabet è condannato a tre anni di reclusione e al pagamento di 20 mila dirhams (circa 2 mila euro) di multa. Dopo otto mesi trascorsi in durissime condizioni di detenzione e uno sciopero della fame durato quarantasette giorni, viene graziato da Mohammed VI (messo sotto pressione dall’opinione pubblica internazionale). Il sovrano, tuttavia, rifiuta di accordargli il permesso di pubblicare un nuovo giornale.
“La missione di un giornalista non è quella di intrattenere buone relazioni con il potere costituito, incarico svolto dagli intermediari di governo, ma di scovare la notizia, verificare l’informazione e proporla ai lettori. L’altro compito inderogabile è quello di prendere posizione sui grandi temi di interesse nazionale”, ricorda a (r)umori dal Mediterraneo Ali Lmrabet, che nel 2005 viene condannato ancora una volta dalla giustizia marocchina. Il verdetto: “divieto di esercitare la professione di giornalista nel territorio nazionale per dieci anni” e una multa di 50 mila dirham, per aver dichiarato al giornale arabofono Al Mustakil, di ritorno da Tindouf, che “i saharawi ammassati nei campi profughi del Polisario non sono sequestrati, come vorrebbe la propaganda ufficiale marocchina, ma rifugiati, come invece affermano le risoluzioni dell’ONU”.
Dal 2006 al 2009 Ali Lmrabet ha collaborato con il quotidiano spagnolo El Mundo. Malgrado le condanne, le pressioni e le intimidazioni a cui è stato sottoposto, non ha mai rinunciato alla sua vocazione (per inciso, “informare, far conoscere, diffondere”). Interrogato sull’attuale condizione della libertà di espressione in Marocco, il giornalista risponde: “negli ultimi anni non si è fatto che parlare di progressi e avanzamenti. In tutta sincerità, credo che gli unici progressi in materia risalgano alla fine del regno di Hassan II, quando il vecchio dittatore decise di allentare il guinzaglio con cui per decenni aveva assoggettato il suo popolo. Mohammed VI aveva ereditato quel clima di apertura, ma in poco tempo ha chiuso bene tutte le porte per non compromettere la sua stabilità. A farne le spese è stata soprattutto la libertà di espressione. E’ sufficiente ricordare che il Marocco, solo qualche anno fa, era uno dei paesi con il maggior numero di giornalisti in prigione”.
“Nessun potere dura in eterno ed io sono un uomo paziente”, scherzava solo qualche mese fa Ali, prima che il vento della rivoluzione tunisina iniziasse a soffiare sui regimi arabo-islamici e accendesse le speranze di popoli troppo a lungo sottomessi. Quel vento ormai ha varcato definitivamente le frontiere del regno alawita, facendosi beffe della presunta “eccezione marocchina” propagandata in lungo e in largo dai media nazionali su espresso ordine di Palazzo. La base tradizionale su cui poggia il trono di Mohammed VI non ha risparmiato la sua autocrazia dalle proteste del “20 febbraio” e delle ampie fasce di popolazione che lo sostengono. Il sistema di potere è ancora là, certo, ma lo stato confusionale in cui versa attualmente sembra consentire a giornalisti coraggiosi e indipendenti come Ali Lmrabet di riprendersi almeno quel diritto di parola che gli era stato tolto ingiustamente.

Di seguito il primo editoriale scritto da Ali Lmrabet per Demain on-line (29 marzo 2011) tradotto in italiano.

Il ritorno di Demain

Ecco fatto! Dopo una lunga assenza dovuta ad un imprevisto “forzoso” Demain è tornato! Otto anni dopo essere stato costretto alla chiusura da una decisione definita «di giustizia» (in realtà un vero e proprio atto di ingiustizia per imbavagliare la stampa indipendente), il settimanale Demain rinasce dalle sue ceneri sotto forma di giornale elettronico. E questo a dispetto del divieto, dal sapore medievale e assurdo, dell’esercizio della professione giornalistica (per dieci anni) che ha colpito il suo direttore.
Demain riprende quindi il suo posto nel paesaggio mediatico nazionale nel momento in cui i giovani marocchini, come tutti i giovani arabi, si sollevano ed esigono la fine di un regime assoluto, la fine della corruzione endemica e il passaggio ad una vera democrazia. Demain ritorna senza fanfare né tamburi, ma con la ferma volontà di accompagnare la “transizione democratica” (nel caso in cui venisse avviata) e di denunciare la mascherata reale, nel caso in cui la monarchia cercasse di creare diversione con una revisione cosmetica della costituzione. Conoscete il detto forgiato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: “perché tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Il nuovo Demain è un giornale on-line, indipendente e generalista. La satira, elemento indispensabile della nostra identità, sarà uno dei punti di forza della nuova avventura. Assieme ad un piccolo gruppo di giornalisti, abbiamo deciso di fare di questa pubblicazione una bandiera della democrazia in Marocco, di diventare i portavoce di chi non ha voce, di trasformarci nella vedetta che scruta l’orizzonte, pronta a dare l’allarme per denunciare le violazioni dei diritti umani in un paese dove ancora assistiamo al sequestro dei cittadini, alle detenzioni arbitrarie ed extragiudiziarie, al confino in luoghi segreti e all’utilizzo della tortura sui prigionieri. Ma Demain on-line non è un giornale creato per combattere. Se prende posizione in modo chiaro contro gli abusi del makhzen (leggi regime, ndr), contro i suoi servizi di sicurezza tentacolari, contro i gruppi finanziari che gli sono vicini (il cosiddetto “makhzen economico”, composto da una banda di approfittatori il cui solo merito è di essere fedeli servitori del re), lo fa per rispondere alla sua unica vocazione, informare! Informare su tutto, in assoluta libertà, senza censura né autocensura.
Sia chiaro, in questo giornale non abbiamo dei modelli professionali di riferimento. La stampa americana, un tempo da esempio per tutti noi, si è persa nei meandri della guerra in Iraq, mentre la stampa francese, più vicina per un fattore linguistico, ha esaurito ormai ogni credibilità a causa delle esitazioni dei suoi “inviati speciali”, smarriti nei corridoi dei palazzi e nelle camere dei riad a spese dell’autocrazia alawita, vale a dire del contribuente marocchino. Ci resta tuttavia un eroe, un’icona o un martire, come preferite. Un povero venditore ambulante di frutta e verdura chiamato Mohamed Bouazizi il quale, decidendo di darsi fuoco in una fredda giornata di dicembre in una località sconosciuta della Tunisia, ha acceso la scintilla che ci restituirà la nostra libertà e la nostra dignità perduta.
Per riassumere, questa pubblicazione elettronica si impegna ad occupare il terreno della libera informazione, disertato ormai dai media tradizionali che hanno abbandonato l’agenda giornalistica in cambio di interessi commerciali, trasformandosi in portavoce del regime. Fintanto che in Marocco ci sarà una monarchia assoluta, fintanto che la libertà di espressione resterà una parola vana, Demain continuerà ad esistere. Dopo, staremo a vedere…