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domenica 29 novembre 2009

Aminatou Haidar colpevole

Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 418, 21-27 novembre 2009

L’attivista saharaoui Aminatou Haidar, espulsa il 14 novembre scorso verso le Isole Canarie, ha iniziato uno sciopero della fame a Lanzarote per denunciare il comportamento del governo marocchino e del governo spagnolo. La legalità dell’espulsione è contestata. La vicenda sta assumendo una dimensione internazionale.



Venerdì 13 novembre, verso mezzogiorno, un aereo proveniente dalle Isole Canarie atterra all’aeroporto Hassan I di Layoune. A bordo c’è Aminatou Haidar, presidente del Collettivo Saharaoui per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (CODESA), accompagnata da due giornalisti spagnoli. Al momento del controllo alla dogana, Aminatou Haidar presenta il suo passaporto marocchino e la tradizionale carta di sbarco. “Un commissario di polizia le ha prese. E’ partito e poi è tornato verso di me domandandomi: perché ha scritto Sahara Occidentale nello spazio riservato all’indirizzo in Marocco? Gli ho risposto che ho sempre scritto la stessa cosa dal 2006, tanto all’aeroporto di Layoune quanto all’aeroporto di Casablanca”, spiega l’attivista.
Aminatou Haidar viene allora condotta in una sala dell’aeroporto per l’interrogatorio. Pedro Barbadillo e Pedro Guillen, i due giornalisti spagnoli, sono fermati dalla polizia per aver filmato la scena senza autorizzazione. “Tutti i servizi di polizia erano presenti durante l’interrogatorio, perfino il capo della Sicurezza Nazionale e il responsabile in loco della polizia giudiziaria”, racconta la militante saharaoui. “Mi hanno domandato che cosa pensassi della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Gli ho risposto che non la riconoscevo, come l’insieme della comunità internazionale del resto”. All’una di notte firma una dichiarazione in presenza del procuratore del Re e di alcuni testimoni, “c’erano mio zio e altri Saharaoui che non conoscevo”. Nel frattempo i giornalisti spagnoli vengono rilasciati e rispediti alle Isole Canarie. I loro filmati, finiti sotto sequestro, sono rimasti nelle mani delle autorità. Anche Aminatou Haidar deve prepararsi a partire. “Ho pensato che stessero per condurmi alla prigione di Salé, dove si trovano gli altri attivisti saharaoui per i diritti umani. Ma il capo della Sicurezza Nazionale mi ha detto: no, lei andrà in Spagna. Ho detto: come? In Spagna? Ma io non voglio andare in Spagna! Al che il funzionario ha replicato: è la che resterà per il resto della sua vita. Gli ho chiesto allora dove erano finiti il mio passaporto e il mio telefono, e lui mi ha risposto che si trovavano in tribunale e non c’era tempo per riprenderli. Perché sono finiti in tribunale e io sono stata espulsa? Se mi accusate di qualcosa allora mettetemi in prigione!”.
L’aereo che deve ricondurla alle Canarie attende sulla pista dell’aeroporto. Aminatou Haidar protesta e fa appello al pilota spagnolo: “Gli ho detto: mi ascolti, lei si assumerà la responsabilità di quello che sta facendo. La mia presenza a bordo è completamente illegale. Non ho il passaporto e non voglio partire. Questo viaggio va contro la mia volontà. Il pilota ha compreso le mie ragioni, ma il governatore (di Layoune) lo ha informato che avevo con me una carta di residenza spagnola. Per entrambi era sufficiente”. Alla fine il pilota accetta di imbarcare l’attivista saharaoui e l’aereo prende il volo verso Lanzarote.

La Spagna complice?
In un comunicato pubblicato dalla MAP (l’agenzia stampa marocchina) il 14 novembre, le autorità spiegano che “di fronte al rifiuto di Aminatou Haidar di completare le abituali formalità di polizia al suo arrivo all’aeroporto di Layoune, l’interessata è ripartita questa mattina a bordo di un aereo verso le Isole Canarie”. Al suo arrivo a Lanzarote, Aminatou Haidar rifiuta di scendere dall’aereo. Solo l’intervento della polizia la convince a lasciare il velivolo. “Mi hanno detto che avrei potuto prendere un altro volo nel pomeriggio, per rientrare in Marocco, assicurandomi che non ci sarebbero stati problemi. Ma quando sono andata allo sportello della compagnia aerea dentro all’aeroporto di Lanzarote per prendere il biglietto, la polizia spagnola mi ha negato il permesso di lasciare il paese senza passaporto”. Durante la notte tra domenica e lunedì, l’attivista saharaoui è ancora all’aeroporto e comincia uno sciopero della fame, chiamando in causa il governo spagnolo. “E’ una vergogna, a mio avviso anche la Spagna è complice!”, afferma Aminatou Haidar. Le associazioni spagnole pro-Polisario denunciano il comportamento dello Stato iberico, colpevole di aver accettato nel suo territorio una persona costretta a lasciare il proprio paese contro la sua volontà e senza passaporto. Il giorno dopo le autorità spagnole avanzano una prima giustificazione: Aminatou Haidar possiede una carta di soggiorno spagnola (per motivi medici) e questo è sufficiente per entrare in Spagna in caso di “urgenza umanitaria”. Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri, chiede ad Aminatou Haidar di calmarsi e le assicura che lo stato spagnolo risponderà ai suoi doveri.
Martedì 17 novembre un poliziotto consegna alla militante saharaoui una citazione del tribunale di Lanzarote: il direttore dell’aeroporto l’ha denunciata per “turbamento dell’ordine pubblico”. L’udienza è fissata per l’indomani, ma il suo avvocato non si presenta. “Ci siamo sbagliati sull’ora della convocazione”, è la risposta dell’attivista.
Giovedì 19 novembre la signora Haidar è ancora in sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote. La stampa internazionale inizia a mobilitarsi, come pure le cancellerie occidentali. “ Siamo preoccupati per lo stato di salute di Aminatou Haidar e seguiamo il caso da vicino”, spiega a Le Journal Hebdomadaire una fonte autorizzata del Dipartimento di Stato americano. Il Marocco, la cui fermezza è stata subito unanimemente condivisa dalla classe politica, comincia a comprendere i risvolti politici e internazionali della vicenda. Abderrahmane Leibek, Console generale dello Stato alawita alle Canarie, spiega alla stampa spagnola che la vicenda di Aminatou Haidar resta “un problema spinoso”. Il ministro degli Esteri Tahieb Fassi Fihri deve discutere dell’affare lo stesso 19 novembre con il suo omologo spagnolo Miguel Angel Moratinos, di passaggio a Rabat per l’inaugurazione dei nuovi locali dell’Istituto Cervantes.
Lo stesso giorno Human Rights Watch pubblica un comunicato per denunciare il comportamento delle autorità marocchine. “Il Marocco non può negare la nazionalità ad un suo cittadino in modo arbitrario e non può espellerlo a seconda del modo in cui riempie le formalità di polizia all’aeroporto. Deve permettere il rientro di Aminatou Haidar e smettere di tormentarla per il suo impegno pacifico in favore dell’autodeterminazione del popolo saharaoui”, spiega nel comunicato Sarah Leah Wilson, responsabile della sezione Nord Africa e Medio Oriente ad HRW. L’accordo internazionale raggiunto in sede ONU relativo ai diritti civili e politici, ratificato dal Marocco, indica chiaramente che “nessuno può essere privato del diritto ad entrare nel proprio paese” (articolo 12).

Non c’è posto per l’ambiguità
Privata del passaporto per rientrare a Layoune, Aminatou Haidar cerca di chiarire la sua situazione: “non rifiuto di possedere documenti marocchini. Ma non bisogna fare confusione: avere la cittadinanza marocchina è un diritto che deve garantirmi la potenza occupante. Il Marocco non può obbligarmi, in cambio, a riconoscere la sua sovranità sul Sahara Occidentale, il cui statuto, secondo l’ONU, non è definito ed è ancora oggetto di negoziazioni”.
Mohamed VI, nel discorso reale pronunciato il 6 novembre (anniversario della Marcia Verde, ndt), afferma invece che “non c’è più posto per l’ambiguità e l’esitazione: o un cittadino accetta di essere marocchino o non lo è (e di conseguenza non può beneficiare dei privilegi di questo status, ndt)”. “Con questo discorso Mohamed VI ha ripreso la dottrina del fatto compiuto, che aveva guidato la politica di Hassan II durante gli anni ‘80”, analizza Khadija Mohsen Finan, ricercatrice all’IFRI (Istituto Francese di Relazioni Internazionali). Il nuovo colpo di mano del regime per quel che riguarda il dossier Sahara Occidentale è una risposta necessaria, almeno stando alle autorità marocchine, per contrastare i separatisti che operano all’interno del Paese. “Ma in realtà – prosegue la ricercatrice – il Palazzo non ha la fermezza necessaria per proseguire su questa strada, dato che nemmeno lui sa bene come togliersi dal pantano in cui si è cacciato. Se volesse realmente trovare una via di uscita, dovrebbe prima considerare il lato giuridico, politico, umanitario e identitario della faccenda. Il che rimanda a sua volta a una serie infinita di analisi e valutazioni. La soluzione dell’autonomia ha un senso. Ma mantenere lo stato attuale delle cose e chiamarlo autonomia non è possibile agli occhi del diritto internazionale”.

L’intervista ad Aminatou Haidar
Lei è in sciopero della fame dal 15 novembre. Che cosa reclama?
Rivendico il diritto che mi spetta a ritornare in patria, dove mi aspettano i miei figli. Sono prigioniera in Spagna, sono stata condotta qui contro la mia volontà.

Le autorità spiegano che ha abusato del suo passaporto marocchino.
Il Marocco ha l’obbligo di concedere i passaporti. La quarta convenzione di Ginevra obbliga le potenze occupanti a concedere tutti i diritti, compresi i documenti, ai cittadini che si trovano assoggettati. Tutti i Saharaoui, quindi, devono beneficiare dei diritti politici, sociali ed economici. Rilasciare i documenti non è un dono che il Marocco concede ai cittadini saharaoui, è obbligato a farlo! Io stessa fino al 2005 non avevo il passaporto. E’ solo da tre anni che gli attivisti possono tenere le loro conferenze all’estero.

Perché il Marocco le ha ritirato il passaporto?
Perché denuncio le violazioni dei diritti dell’uomo commesse dallo Stato marocchino. Ma le mie denunce sono pacifiche, ho il diritto di farle. Secondo il diritto internazionale devo beneficiare della libertà di espressione, di opinione e di movimento. Ma dopo il discorso reale del 6 ottobre questi diritti sono stati attaccati. E’ una violazione evidente.

Lei si definisce pacifista. Qual è l’obiettivo della sua battaglia?
Io difendo i diritti umani nel Sahara Occidentale. Rivendico il rispetto da parte del Marocco di tutti i diritti fondamentali dei Saharaoui, tra cui quello all’autodeterminazione. Sono assolutamente contro la violenza. Non ho mai utilizzato la forza, né contro la polizia, né contro chiunque altro. Approfitto di questa occasione per inviare un messaggio chiaro: io rispetto il popolo marocchino. Non nutro nessuna forma di odio nei suoi confronti. Il problema resta tra il regime e i Saharaoui, non tra i due popoli. Ne è una conferma il fatto che in 34 anni di occupazione non si sono mai verificati regolamenti di conti tra Saharaoui e coloni marocchini. Quello sottoposto all’attenzione della Quarta Commissione ONU è un problema di de-colonizzazione, un problema di giustizia. Il popolo marocchino deve superare questo tabù. Nessun paese al mondo riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, neanche il grande alleato della monarchia, la Francia.

Chi, secondo lei, rappresenta meglio gli interessi dei Saharaoui che vivono nella zona amministrata dal Marocco?
Il solo rappresentante legittimo del popolo saharaoui è il Fronte Polisario. E’ lui che siede al tavolo delle negoziazioni con il Marocco.

Lei sostiene di difendere i diritti dell’uomo, ma anche il Fronte Polisario è accusato di gravi violazioni in questo ambito.
Non ho mai visitato i campi dei rifugiati saharaoui. Ma come militante per i diritti umani faccio riferimento ai rapporti delle organizzazioni impegnate in questo campo, come Amnesty International o come l’Alto Commissariato ONU: i loro rapporti negano la presenza di violazioni. Se il Marocco vuole trovare una scusa per accusare il Fronte Polisario è affar suo. D’altronde, per quale motivo non permette ai militanti saharaoui che difendono i diritti umani di visitare gli accampamenti per vedere quello che succede laggiù? Non possiamo denunciare delle violazioni che non abbiamo mai verificato. Sette attivisti sono andati a Tindouf per rendere visita alle loro famiglie e vedere la situazione con i loro occhi. Al loro ritorno sono stati arrestati!

I Saharaoui che vivono nella parte amministrata dal Marocco possono esprimersi liberamente?
No, al momento tutte le persone che hanno il coraggio di opporsi alla tesi ufficiale di Rabat o che difendono semplicemente i diritti dell’uomo vengono incarcerate. Gli osservatori internazionali non possono più nemmeno contattare gli attivisti saharaoui.

Pensa che la sua espulsione cambierà la situazione nella regione?
Sì, certo. Il Marocco si è sentito minacciato dalle proteste che si stanno levando all’interno del Sahara Occidentale. I ragazzi, anche i più piccoli, si rifiutano di ripetere l’inno marocchino a scuola e affermano con coraggio di non essere Marocchini, ma di essere dei Saharaoui pronti a rivendicare la propria indipendenza. Il regime ha paura e vuole bloccare questa resistenza pacifica. Per questo ha cominciato a reprimere quelli che considera “i pezzi grossi”, gli attivisti e i militanti dei diritti dell’uomo.

Se sarà autorizzata a rientrare a Layoune, che cosa farà?
Per prima cosa riabbraccerò i miei figli e la mia famiglia. E poi continuerò la mia battaglia. Fino alla fine.

La repressione del regime sugli attivisti saharaoui
Dal mese scorso il regime ha indurito i toni contro “i nemici interni”. Human Rights Watch indica in un suo comunicato che 5 attivisti saharaoui sono stati arrestati il 6 ottobre dalla polizia marocchina mentre stavano raggiungendo la Mauritania. Sono stati ricondotti a Layoune e i loro passaporti sono stati confiscati. Stesso trattamento hanno subito in queste settimana la militante Sultana Khaya e gli studenti Hayat Rguibi e Nguya Hawassi. Dal 19 ottobre le forze dell’ordine marocchine hanno interrotto per almeno sette volte le visite effettuate da giornalisti e da delegazioni straniere per la difesa dei diritti dell’uomo agli attivisti saharaoui, specificando che ormai queste visite richiedono un’autorizzazione ufficiale. L’escalation della repressione è iniziata l’8 ottobre, al momento dell’arresto di sette attivisti saharaoui di ritorno da Tindouf (campo profughi saharaoui in territorio algerino, ndt). I sette sono rimasti in detenzione segreta per una settimana, prima di essere ufficialmente trasferiti alla prigione di Salé. Sono accusati di attacco alla sicurezza dello Stato. La data del processo non è ancora stata decisa, ma rischiano una condanna alla pena di morte. Uno di essi, Brahim Dahane, presidente di una associazione saharaoui per la difesa dei diritti dell’uomo, si è trovato al centro delle recenti tensioni diplomatiche tra il Marocco e la Svezia. Il 3 novembre scorso il governo svedese ha annunciato la consegna del premio Per Anger 2009 a Brahim Dahar per la sua battaglia in difesa dei diritti umani. Il giorno dopo le autorità marocchine hanno decretato la partenza immediata della n. 2 dell’Ambasciata svedese a Rabat, Anna Block-Mazoyer. Tahieb Fassi Fihri l’ha accusata di aver trasmesso un documento ufficiale ad elementi separatisti legati al Fronte Polisario e all’Algeria. Questo documento, consegnato al momento di una riunione al Ministero degli Esteri a cui partecipavano i diplomatici occidentali, proverebbe il coinvolgimento dei sette Saharaoui in attività militari al momento del viaggio a Tindouf.

Christophe Guguen

Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 419, 28 novembre-4 dicembre 2009

Aminatou Haidar ancora in sciopero della fame
Mercoledì 25 novembre l’attivista saharaoui ha iniziato il decimo giorno di sciopero della fame all’aeroporto di Lanzarote. Aminatou Haidar reclama ancora la restituzione del suo passaporto, confiscato dalle autorità marocchine il 13 novembre scorso. Per il ministro degli Esteri spagnolo la signora Haidar può recarsi al consolato marocchino più vicino per farsi rilasciare un nuovo passaporto o accettare lo status di rifugiata politica che le offre lo Stato iberico. Ma la militante per i diritti umani rifiuta l’offerta e domanda la restituzione del suo documento per rientrare subito a Layoune. Centinaia di Saharaoui hanno cominciato uno sciopero della fame in segno di solidarietà. Gli avvocati dell’attivista hanno denunciato al tribunale di Lanzarote lo Stato spagnolo, quello marocchino e la compagnia aerea che l’ha ricondotta alle Canarie contro la sua volontà. Il giudice di Lanzarote ha trasmesso il “dossier Haidar” alla magistratura di Madrid, che dovrà pronunciarsi nei prossimi giorni quanto alla sua competenza in quest’affare. Il 23 novembre il Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon ha dichiarato in un comunicato di essere “preoccupato per la tensione crescente tra le parti coinvolte nella trattativa sull’avvenire del Sahara Occidentale, aggravata dai recenti arresti che hanno interessato gli attivisti saharaoui e dalla vicenda di Aminatou Haidar”.

Christophe Guguen

1 commento:

africaintoscana ha detto...

Caso Aminatou Haidar

Haidar nata nel 1967 a Tata (provincia di Agadir) e non in Sahara Occidentale ex colonia spagnola, territorio marocchino liberato dal Marocco nel 1975, tale regione non è implicata dal Contenzioso del Sahara. Proprio in questa città il suo padre esercitava come funzionario dello Stato marocchino.

Haidar appartiene ad una famiglia dei partigiani marocchini. Il suo nonno paterno era Caid e il suo padre faceva parte dell'Esercito di resistenza marocchina contro il colonialismo. Il suo nonno materno era Caid a Laayoune e ha presentato diverse volte allégeance al defunto SM Hassan II.

Funzionaria a Boujdour, Haidar ha percepito a questo titolo emolumenti.

Haidar è stata indennizzata due volte dall'IER Istanza Equità e Riconciliazione con un bel 480 000 dirhams vale a 48 000 euro, Haidar ha firmato una dichiarazione in cui riconosce di aver percepito tale somma.

Haidar, come Salem Tamek e Mohamed Daddach, ha profittato della libertà nella nuova era per attivarsi al seno di ONG dei diritti dell'Uomo per la difesa socio-economica della popolazione locale prima di adottare un discorso separatista.

Aminatou Haidar ha ricevuto nell'ottobre 2009 in America un premio grazie a un ufficio di avvocati a Washington in cui gli onori sono stati sistemati dall'Algeria.

Oggi, malgrado i grandi segnali di buona volontà degli spagnoli e marocchini per concedere un nuovo titolo di viaggio o di farla beneficiare di uno statuto di rifugiata, l'interessata persiste nel suo rifiuto di ogni soluzione.

I politici spagnoli hanno la prova della manipolazione dell'attivista da parti terzi, il Ministro degli Affari Esteri Moratinos (PSOE) ha indicato il 30 novembre 2009 che quelli che consigliano Haidar “la stanno impedendo” di realizzare il suo obbiettivo di ritornare a Laayoune. Il Ministro spagnolo ha annunciato davanti alla Commissione mista del Senato per l'UE di non vedere altre vie d'uscita per Haidar salvo di accettare un nuovo passaporto o il statuto di rifugiata. Idem per il Partito Popolare estima che “l'Entourage de Haidar vuole che la sua situazione si prolunga”.

In una intervista rilasciata il 20 novembre al quotidiano de Vigo (regione Galizia), Aminatou Haidar riconosce la propria implicazione dell'inizio dell'intifada e si solleva contro “l'inazione” dell'ONU, questo accade nel momento in cui il Marocco, Algeria e il FP sono impegnati in un processo di risoluzione di questa questione sotto l'egida dell'ONU.

Il polvere bianco spedito al Consolato Generale del Marocco a Las Palmas porta la firma dell'ETA, prove di collusione con i separatisti baschi.

Infine, la foto d'Aminatou Haïdar con l'ambasciatore algerino Baali e accorando la bandiera nazionale algerina testimonia lo strumentalizzazione di Algeri della questione del Sahara per indebolire il Marocco. La sicurezza militare algerina ambiziosa di creare nelle province del Sud del Regno del Marocco un movimento indipendentista sul modello di Herri Batasuna, il braccio politico dell'ETA in cui Haidar e consorti – in cui l'alzata in potenza è mal precipita dal FP – costituivano il nucleo duro .