venerdì 25 settembre 2009

"La Guardienne des ombres" o "Don Chisciotte ad Algeri", di Wacini Laredj, pubblicato da Mesogea (Messina, 1999)

Intervista allo scrittore algerino Wacini Laredj.
L’intervista è stata realizzata a Venezia il 23 marzo 2009, in occasione della conferenza “Algeria oggi, vincoli e cambiamenti”, organizzata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con Merifor (Centro mediterraneo di ricerca e formazione). Waciny Laredj era uno degli ospiti, chiamato ad esporre sulla genesi e le prospettive del romanzo algerino.

Jacopo Granci : Monsieur Laredj parliamo un po’ del suo unico romanzo pubblicato fino ad ora in Italia, La guardienne des ombres o Don Chisciotte ad Algeri. Dalle sue parole emerge una conoscenza profonda e un sentimento di appartenenza molto forte nei confronti di Algeri, pur non essendo questa la sua città natale. Qual è dunque il suo rapporto con “Alger la blanche”?

Wacini Laredj : In principio non era affatto un rapporto di amore, piuttosto di disamore. Non era la città che amavo, almeno all’inizio, le preferivo di gran lunga Tlemcen, che è una città andalusa, oppure Orano, una città meticcia arabo-ispanica. Non avevo quella che si dice una passione viscerale nei confronti di Algeri. I miei primi contatti con questa città furono brevi, ero quasi sempre di passaggio. Ma quando terminai i miei studi in Siria mi ritrovai a lavorare proprio lì, nella capitale, e da quel momento il mio rapporto con la città è cambiato. Non conoscevo bene Algeri e a poco a poco ho iniziato a scoprirla veramente; per esempio, ho iniziato a frequentare la casbah, cercando di andare al di là del mito che la riveste e che, sinceramente, resta molto lontano da quello che è la quotidianità della vita in questo remoto angolo della città. Ho iniziato ad approfondirne la storia, con la presenza turca, quella dei giannizzeri, cogliendo ciò che ci fu di buono e di negativo in quel lungo periodo. Ho appreso le storie dei grandi uomini che trascorsero lì parte della loro vita, uomini di musica, di arti plastiche e figurative, per esempio Delacroix, o di grandi scrittori, come nel caso di Cervantes, e altri ancora, come Guy de Maupassant. Tutto questo mi ha riconciliato con Algeri. La storia stessa della città è assai bizzarra se la andiamo ad analizzare: da una parte è una città definita da tutti tendenzialmente arabo-berbera, ma in realtà fu governata per lungo tempo dai Turchi, e lo stesso Rais non era affatto arabo e nemmeno berbero. Spesso veniva da contesti lontani. Dunque Algeri stessa è apparsa a poco a poco ai miei occhi come l’esempio paradigmatico della città meticcia, variegata e mescolata. Adoro questo genere di città e mantengo viva la speranza che questa tipologia di mescolanza e meticciato possa essere la base per la nascita di un qualcosa di positivo per l’uomo in sé.
Conoscendola meglio ho potuto poi scrivere diversi testi su questa città. A tal proposito sto preparando un bel libro illustrato, dal titolo Alger à moi, ossia l’Algeri che mi appartiene, dove mostro le piccole cose che vedo e che nessun altro può decifrare. Le faccio un esempio, in questa Algeri getto lo sguardo su quella che pochi ancora conoscono come la “Grotta di Cervantes”. La “Grotta di Cervantes”, che si trova a Belcourt, è stata abbandonata all’incuria per un lunghissimo periodo, ed io mi sono battuto sia con le autorità algerine sia con l’Ambasciata spagnola e con il Ministero della cultura spagnolo perché fosse riconosciuto un interesse nei confronti di questo luogo, un interesse anche minimo. Proprio durante il periodo in cui scrivevo La guardienne des ombres ero nel pieno di questa battaglia e tutto questo è presente nell’opera, si percepisce la mia delusione e la mia voglia di battermi perché questo scempio venga in qualche modo riparato. Nel romanzo ho ricostruito un po’ la storia stessa di questa grotta.
Un anno fa ho pubblicato poi un nuovo libro, intitolato Sur les traces de Cervantes, un testo ricco di foto e immagini a cui ho lavorato dopo il mio breve soggiorno in Spagna. In questo caso ho fatto una sorta di percorso inverso, in cui ho cercato di seguire le orme di Cervantes nella sua terra natale, partendo dalla Cala de Anareste, dove nacque precisamente lo scrittore. Sono rimasto dieci giorni nei dintorni di quella che fu la sua casa tra il XV ed il XVI secolo, in questa piccola magnifica cittadina, perché quando ci si trova fisicamente in un luogo, il luogo stesso sembra emanare un odore che nessun altro può sentire oltre alla persona intimamente coinvolta. Io ho percepito questo odore, questa forza, questo attaccamento che mi legava allo spazio che era stato la culla di Cervantes. Per questo poi ho scritto Sur les traces de Cervantes.
Tornando ad Algeri, questa città è dunque emblematica e può rappresentare meglio di ogni altra il fondersi di luoghi e culture. Ci sono troppe cose della storia di questa città che non sono ancora state dette, o perlomeno affermate con forza, troppe cose ancora da scoprire e da far riemergere dall’oblio. C’è ancora molto lavoro da fare e penso che nei prossimi anni potranno uscire altri testi che riprenderanno lo spunto che ho fornito, e che ci aiuteranno a conoscere meglio la ricchezza e l’importanza di Alger.
Allo stesso tempo, tuttavia, permane in me un senso critico con cui non posso far a meno di confrontarmi quando penso ad Algeri. Non c’è solo l’amore che mi lega a questa città. Mi spiego meglio. Quando si ama qualcosa significa che ci si rapporta ad essa in maniera totale, intera, ed in questa interezza non c’è solo quello che ci piace, ma anche quello che non ci piace, e proprio in virtù del nostro sentimento profondo siamo capaci di riconoscerlo e di porci in maniera critica verso questi aspetti, diciamo negativi. E ritornando al romanzo ho voluto mostrare questa negatività, questi lati oscuri facendoli coincidere con la diffusione dell’islamismo, un fenomeno che ha tentato di cancellare e distruggere proprio quelle caratteristiche di apertura, ricchezza e multiculturalismo, che dal mio punto di vista identificano lo spirito della città più di ogni altra cosa.
Con questo libro ho voluto ribadire che l’Algeria è stata da sempre un luogo di incontro, di passaggio e di compenetrazione di culture, un contesto in cui la diversità ha sempre costituito una forza ed un elemento costruttivo, edificante. Tale aspetto è stato ignorato, o meglio combattuto ferocemente da un islamismo che invece ha cercato di affermare l’esistenza di un’Algeria integralmente araba e integralmente musulmana. Una assurdità dal momento che proprio in territorio algerino si è assistito al passaggio di tutte le religioni, dall’ebraismo, al cristianesimo, all’islam, al passaggio di culture come quella romana, di quella francese, di quella araba. Io mi identifico in tutto questo, ossia in questa ricchezza. Se l’identità algerina non riuscirà a riappropriarsene, considerando la pluralità dei suoi elementi costitutivi come elementi positivi di una identità in fieri, si continuerà ad evitare l’unica strada possibile per esistere come Paese.

J. G. : Descrivendo i luoghi dove Cervantes venne tenuto prigioniero nei cinque anni di permanenza forzata ad Algeri, sembra che lei abbia colto l’occasione per criticare duramente quel processo, definito di “sviluppo e ammodernamento urbanistico” dalle autorità, che in realtà ha ferito la città e distrutto il suo antico splendore. Mi sto sbagliando o tutto questo era nelle sue intenzioni?

W. L. : Si, in Don Chisciotte ad Algeri c’è uno sguardo fortemente critico che stigmatizza la modalità di sviluppo urbano e di edificazione dei palazzi nella città a partire dal periodo post-indipendenza. Non è più possibile ritrovare l’Algeri di un tempo. La bella città che era. La vecchia Algeri era così costruita: c’era la città coloniale e c’era la città vecchia, la casbah. La casbah era un mondo, una realtà a sé stante, con una vita pressoché autonoma e animata da una logica totalmente differente rispetto alla città “europea”. Una volta partiti i Francesi tutto questo doveva essere conservato, almeno secondo me, dal momento che tale dualismo ad Algeri era comunque un sistema rodato che funzionava bene, e allo stesso tempo permetteva di preservare un habitat consolidato ormai da decenni, anzi da più di un secolo. Ovviamente le decisioni prese dopo l’indipendenza sono state ben altre, e a livello amministrativo tutto questo ha innescato conseguenze assai negative. Per prima cosa la città è stata conservata molto male, e la casbah è in uno stato di decadimento avanzato, pur essendo divenuta patrimonio dell’umanità, protetto dall’UNESCO. La casbah, che avrebbe avuto bisogno di una cura meticolosa per vedersi assicurato un buono stato di conservazione, non ha ricevuto le attenzioni che meritava e non è stata protetta dal degrado. Quelli dell’UNESCO e delle autorità algerine sono stati proclami vuoti e formali, la realtà delle cose è ben distante, direi tragica: oggi la cittadella turca è sull’orlo dell’autodistruzione dovuta all’incuria. Un gran peccato.
E poi c’è tutto quel che va oltre la città coloniale. Vale a dire tutte quelle costruzioni che sono sorte attorno ad Algeri negli ultimi quarant’anni. Io non sono un urbanista, ma quanto meno sono un cittadino, un cittadino che ama le cose ben fatte, la bellezza. Nel caso dello sviluppo urbano post-indipendenza si è prodotto un autentico disastro. C’è una nuova città che cinge completamente il centro di Algeri, con enormi quartieri, sobborghi infiniti in cui non ci sono teatri, non ci sono cinema, non ci sono caffetterie decorose, ma soltanto mercati alla buona, improvvisati. Sono luoghi desolati dove la gente rientra la sera per dormire. Città-dormitorio, ecco cosa sono. Manca completamente una logica urbanistica di fondo alla base di questa espansione della capitale, manca un vero piano regolatore in grado di frenare questo sviluppo selvaggio di caseggiati e palazzi. Oltre alla città europea c’è un ammasso incontrollato di costruzioni che non risponde a nessuna delle caratteristiche che fanno di un insieme di case e palazzi una vero centro urbano. La nuova Algeri sta assomigliando sempre più ad una bidonville. Per esempio, percorrendo la strada che conduce a Blida o quella che dall’aeroporto si dirige verso la parte orientale della baia, ci troviamo di fronte a delle baraccopoli, anche se sono costruite con il cemento.

J. G. : Nel romanzo Don Chisciotte ad Algeri lei ha utilizzato l’espressione “giungla di cemento” a questo proposito.

W. L. : Sì, esatto. E’ proprio di una giungla di cemento che stiamo parlando. Ci sono distese infinite di palazzi, a centinaia, ma all’interno si ha quasi l’impressione di essere perduti, senza punti di riferimento o appigli. Manca completamente il fascino della città, mancano i luoghi che la rendono viva, che la rendono appunto una città. Tutto quello che rimane ad Algeri in questo senso è la città coloniale, l’unica che è stata costruita seguendo la logica della vivibilità. Una città vera. Nella città coloniale restano ancora un bellissimo teatro, caffetterie decenti, sale da ballo, università, ci sono luoghi di incontro dove si può condividere esperienze, emozioni ed interessi. Invece, in queste bidonvilles che sono sorte attorno ad Algeri, il solo spazio comune che resta è la moschea. Poi non deve sorprendere il dilagare di un fenomeno come quello dell’islamismo, è quanto di più normale possa succedere in queste condizioni. Questo deve farci riflettere e allo stesso tempo capire un sacco di cose. Non è solo all’aspetto esteriore della città che mi riferisco, ma alla maniera stessa di pensare, di vedere le cose, e alla maniera di dare un senso allo spazio che si ha a nostra disposizione. L’unico senso che è stato dato a questo spazio comune, stando almeno a quanto è emerso negli anni passati fino ad ora, è purtroppo un senso religioso, e non un senso improntato al piacere della conoscenza, alla condivisione o all’apertura.

J. G. : Lasciamo da parte il contesto, ossia la diffusione dell’islamismo e la rappresentazione che ne è data nel suo romanzo. La storia, l’intreccio che si snoda nel libro Don Chisciotte ad Algeri, i personaggi creati, hanno per caso una base autobiografica? Mi riferisco, per esempio, al personaggio di Don Chisciotte stesso, giornalista e allo stesso tempo scrittore, come lei. Oppure ai continui riferimenti alla Spagna, sapendo anche che la sua regione di provenienza, l’oranese e Tlemcen, furono storicamente colonizzate e occupate dagli Spagnoli.

W. L. : Sì, ci sono elementi autobiografici, sicuramente in questo libro, ma non è certo un testo autobiografico. Prima di tutto l’elemento attorno al quale ruota tutta la storia, Cervantes, rispecchia il mio profondo interesse verso questa figura, fondamentale nella mia formazione. Fin dalle prime pagine si incontra un personaggio che sta scrivendo a macchina, in solitudine. Non ha più la lingua, mozzatagli da misteriosi personaggi barbuti, come pure altre parti del corpo. L’unica possibilità che gli resta per esprimersi e far conoscere la sua storia è quella di scrivere. Non è una questione di autobiografia, ma almeno sul piano simbolico sì, in questo episodio, in questa condizione si può leggere un forte richiamo a quello io ho vissuto prima di abbandonare il Paese, nel ‘94. Una condizione che ho definito più volte “esilio psicologico”. C’è poi il richiamo alla cultura andalusa, con la creazione di un personaggio quale Hanna, una nonna che parla continuamente dell’Andalusia, che sogna questa terra, in cui affonda le antiche radici. Non so se nella traduzione italiana questo personaggio sia stato ben delineato, ma in Hanna che racconta storie, che sembra quasi perdersi nei suoi deliri e nei suoi ricordi, nella volontà di descrivere e ricreare anche solo a parole il contesto andaluso dal quale proviene, io ho dato voce a mia nonna, una persona straordinaria che ha condizionato la mia vita fin dal suo inizio. Avevo in testa l’immagine di questa donna anziana, profondamente attaccata al proprio patrimonio culturale, alle proprie origini e alla propria storia, una immagine che proviene direttamente dal mio vissuto.
Nel libro c’è molto della Spagna in generale. Una volta sono stato invitato a Madrid, in occasione dei quattrocento anni dall’uscita del Don Chisciotte; dopo aver parlato un po’ di Algeri, della parentesi algerina vissuta da Cervantes e della mia personale conoscenza di questo straordinario scrittore, mi avvicinò una persona dicendomi: “Ma lei sa che esistono realmente dei lontani discendenti di Cervantes?”, ed io gli ho risposto: “Per la verità non sapevo nemmeno che Cervantes avesse avuto dei figli o dei nipoti, ma immagino che sia una eventualità plausibile”. E lui ha ribattuto: “Certamente, ho personalmente conosciuto l’ultimo dei pronipoti dello scrittore, tuttavia non so dirle se sia mai stato ad Algeri sulle tracce del suo vecchio zio”. Ed è qui che scatta l’immaginazione dello scrittore, l’inventiva. Per me l’essenziale era descrivere questo viaggio iniziatico, non che tale viaggio fosse più o meno realistico. E’ un viaggio che ci permette di attraversare Algeri, che ci fa scoprire questa città con tutto il suo contorno di storie e con tutto l’immaginario che si trascina dietro, e che ci permette di scoprire nel dettaglio quello che fu il passaggio di Cervantes in questo posto.
Nel testo ho poi cercato di creare un parallelo, attraverso la presenza di Zoraida. Zoraida è un personaggio autentico, che nel Don Chisciotte esiste e di cui lo stesso Cervantes si era innamorato, almeno secondo quanto affermato in certe cronache del tempo. Cervantes la cita, la fa comparire in alcuni scritti, dicendo che nella sua permanenza come prigioniero in Algeria si era salvato grazie a lei, e specificando che fu con lei che ripartì da Algeri verso la Spagna. Non è poi così importante quello che accadde realmente sul piano storico, non era questo l’aspetto che mi interessava. Io ho fatto rivivere questo personaggio e attraverso lei ho fatto rivivere l’Algeri sotterranea, quest’insieme di grotte e di cunicoli che non erano in realtà delle vere prigioni, anche se le ho descritte nel romanzo come il luogo dove il mio Don Chisciotte viene tenuto in arresto.
Il Don Chisciotte del romanzo resta in prigione per cinque giorni, mentre il suo avo c’era rimasto cinque anni, e anche qui si possono leggere evidenti simmetrie. Durante questi cinque giorni ha potuto riflettere e scoprire molte cose dell’Algeria e di Algeri che gli erano rimaste estranee prima di essere rinchiuso nei sotterranei. Prima di tutto è riuscito a ricostruire tutto quello che accadde al suo antenato nella città. Poi è riuscito a superare i clichés con i quali stava cercando di interpretare, sbagliando, il contesto sociale e politico algerino. Clichés piuttosto superficiali e semplicisti, inadatti a spiegare fenomeni complessi e radicati, quali le violenze ed il terrorismo che si stavano propagando in quegli anni. Infine scopre una donna splendida, formidabile, che lo aiuta a capire. Quando pone a Zoraida la domanda: “Perché non lasci l’Algeria?”, lei gli risponde: “Per andare dove?”. Per me questo è un punto fondamentale, è una questione direi ontologica. Riflettere sulla propria vita, sulle speranze e sulle aspettative, e poi chiedersi: “Andare dove?”. A me è successo proprio questo. Ho trascorso parte della mia vita in questa città, ho iniziato ad amarla e l’ho scoperta sempre più in profondità, e al momento di lasciarla ho continuato a domandarmi: “Ma andare dove?”.
Sono state le donne come Zoraida, questa categoria di donne e di uomini, ma soprattutto di donne che in quel periodo ha salvato l’Algeria dalla catastrofe. Una categoria di donne che ha scelto di resistere, di battersi, di lottare a viso aperto, cercando di dare un senso ad un mondo insensato. E’ un qualcosa di formidabile e ancora più eccezionale è il fatto che la loro lotta maturò nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità; non era fatta di proteste sterili o eventi plateali. Fu la volontà di resistere e di mantenere viva la speranza, che permise loro di andare al lavoro ogni mattina, sapendo che avrebbero rischiato la morte in ogni istante; si rifiutarono di lasciare le proprie abitazioni, anche se intimidite o minacciate; non rinunciarono alle proprie libertà ed ai propri diritti. Ogni giorno hanno dato prova del grande desiderio di vivere che le animava.
Zoraida ama Algeri, la città dove è cresciuta, ne ama i sotterranei, gli odori, l’immaginario prodottosi con il tempo, ama tutto questo a tal punto da non volersene separare, a qualunque costo. Il Don Chisciotte del romanzo non poteva non innamorarsene, e di fatto si è innamorato di questa donna, che nella sua mente lo riconduceva all’esperienza vissuta dal suo antenato durante gli anni di prigionia nella stessa città. Dal mio punto di vista questa sorta di parabola serve a far capire che bisogna uscire dai criteri di analisi troppo semplicisti. Bisogna capire che l’amore per la vita deve essere talmente forte da fornirci ogni volta la capacità di trovare soluzioni possibili e nuove speranze di cambiamento. Ecco, in sostanza, cosa ho voluto dire con il mio Don Chisciotte ad Algeri.

venerdì 4 settembre 2009

Un posto sconsigliato (pensieri tunisini a bordo di un taxi)

“Taxi!”, grido all’angolo tra avenue Bourguiba e avenue de Paris. “Buonasera, Bab Saadoun, suk Sidi Abdessalem per favore”, snocciolo a memoria una volta seduto accanto all’autista. “Suk Sidi Abdessalem?”, mi guarda stupito mentre accelera con decisione, “ma a quest’ora non c’è niente, non è un posto sicuro. Glielo sconsiglio”. Non gli presto attenzione e con un cenno distratto lo invito a proseguire senza troppi problemi. Dalle mie labbra solo una battuta lapidaria: “vivo là”. Ma le sue parole continuano a ronzarmi in testa.  


Suk Sidi Abdessalem, un dedalo di strade che si incrociano tra discariche di fortuna e case fatiscenti. Ad ogni angolo i venditori ambulanti espongono merci di seconda mano e aspettano seduti per terra, dalla mattina al calar del sole, di concludere qualche buon affare: camicie, scarpe, canottiere, pezzi di ricambio per cellulari, cd musicali, tavolini e quant’altro sono in vendita per pochi millim. Poco lontano frotte di ragazzini giocano a pallone in mezzo a cumuli di immondizia abbandonati da giorni, sotto lo sguardo perplesso di alcune pecore impaurite, finite lì per non so quale ragione: quasi tutti portano fieri la maglia a strisce gialle e rosse della squadra locale, l’Esperance Tunisienne.

Le fogne non funzionano, i canali di scolo sono bloccati da anni, forse decenni, ed il risultato è un fetore disgustoso. Le case sono piccole e basse, ammassate le une sulle altre. In alcuni casi alle pareti manca ancora l’intonaco. Muratura in calce e mattoni a vista. Probabilmente i soldi sono finiti all’improvviso e per completare i lavori si aspettano tempi migliori. Tempi lontani. Il ferro dei piloni in cemento armato, ormai arrugginito, fa capolino dai tetti, sotto lo sguardo immobile delle antenne satellitari. Se ne contano a centinaia. Basta alzare la testa e si resta impressionati dalla selva di parabole che spuntano da ogni lato. Illusioni lontane concesse, almeno quelle, a buon mercato. L’unico modo, forse, per oltrepassare, anche solo virtualmente, le frontiere di una condizione sempre più misera e opprimente.
E’ questa la Tunisi dove vivo, a due passi dalla celebre piazza Bab Saadoun. Il quartiere sorge nella zona nord occidentale della città, un prolungamento quasi naturale della vecchia medina che con i suoi mercati tinge di colori e vivacità rue Halfaouine e rue Sidi Abdessalem. Un arcobaleno di verdure, frutta e dolci è esposto ogni giorno in banchi improvvisati, carri o semplici teli stesi sui marciapiedi. Risalendo da Bab Suika fino al mausoleo in cui riposa, quasi dimenticato, Sidi Abdessalem, si incontrano luoghi meravigliosi, come la moschea Sidi Marhez, con le sue nove cupole candide e lucenti. Un capolavoro di architettura ottomana, l’unico segno tangibile lasciato in eredità dal Bey dopo cinque secoli di dominio sulla città. Un po’ più avanti, in piazza Halfaouine, svetta il minareto della moschea Youssef Sahib El Taba. Verso sera, quando il traffico di boulevard Hedi Saidi placa la sua furia, la voce del muezzin, che richiama i fedeli all’ultima preghiera della giornata, arriva ben scandita fino alla finestra della mia stanza, distante solo poche decine di metri.

Forse ha ragione il tassista, Bab Saadoun non è un posto troppo sicuro. Ma addirittura “sconsigliabile”! Cosa significa questa parola? Domande confuse mi assalgono. I pensieri partono, in cerca di risposte. Provo a mettere ordine nella mia mente.

Bab Saadoun è un quartiere popolare. Più di una volta mi è capitato di assistere a scene di violenza. Battibecchi oziosi finiti in rissa, risposte sbagliate alle persone sbagliate. In questo posto non è difficile perdere il controllo. Per molti le giornate si susseguono inutili. Le caffetterie sono sempre piene di gente, rigorosamente uomini, da mattina a sera: anziani che trascorrono interi pomeriggi davanti allo stesso café au lait, giocando a carte o fumando una chicha. Ma anche molti giovani, disoccupati, che attendono la discrezione dell’oscurità per fare rifornimento di Celtia (la birra locale) al mercato nero. E’ dunque la sua dimensione popolare a renderlo “sconsigliabile”? Credo di sì. Sarebbe “sconsigliabile” per un qualunque cittadino tunisino? Non so. Di certo, tutto quello che intacca “l’illusione ufficiale” è meglio che non arrivi agli occhi degli stranieri. Ne farebbe le spese la propaganda di regime. Il successo economico del modello tunisino, un insieme di capitalismo di Stato e apertura deregolamentata dei mercati, perderebbe di colpo credibilità.

A Bab Saadoun invece la realtà sociale del Paese si svela nella sua essenza più profonda. La tanto decantata classe media tunisina, in teoria prodotto spontaneo di questo successo, non è altro che un’invenzione. Non esiste. Di fronte ad un’élite di nuovi ricchi c’è l’ennesimo esercito di poveri, costretti a contendersi le briciole di una torta spartita ormai da tempo. Il miracolo economico resta un miraggio lontano, una benedizione che tocca solo poche famiglie dell’entourage presidenziale.

Qui sono lontano dalle comodità dei villaggi turistici della costa. Non trovo il lusso e l’opulenza di avenue Habib Bourguiba o avenue Mohamed V. Non ci sono le luci sfavillanti che rivestono El Menzah di un benessere illusorio. Non ci sono nemmeno ville e giardini come in place Pasteur, la zona delle ambasciate e dei consolati. A Bab Saadoun ho scoperto una umanità ancora vera, per quanto a volte cruda e dolorosa. La precarietà del vivere quotidiano non è nascosta sotto ammalianti veli dorati o dietro cortine fumose fatte di alberghi di lusso, banche e palazzi ministeriali. Qui la posso toccare con mano. Basta che mi incammino per strada, tra la gente, nei mercati. In tutte le mie promenades non mi sono mai imbattuto in uno straniero. Nemmeno una volta. I turisti non vanno oltre la moschea Zituna, non si allontanano dagli “itinerari consigliati”.


Mi torna alla mente Zarkhan, un ragazzo del quartiere che ho conosciuto pochi giorni fa. E’ cameriere al café Ninfa, un posticino tranquillo dietro la stazione del tram, a due passi dal foyer dove alloggio. Il locale è del fratello e lui ci lavora quasi gratis. Lo immagino ancora seduto a fianco al chiosco di Nizar, mentre aspetta la cena: brik tunisien. Un uovo, tonno e prezzemolo racchiusi in una sfoglia croccante affogata nell’olio bollente. Le sue parole non le ho dimenticate. Vuole partire, vuole andarsene, in Francia o in Italia non importa. Anche lui vuole poter giocare le sue carte. “Sono stanco di questa palude. Tunisi ti risucchia, ti paralizza” – afferma scrollando la testa in segno di disappunto. Poi prosegue, “qui non c’è lavoro, non c’è futuro se non conosci le persone giuste. Si vive alla giornata, rinunciando ai sogni e alle speranze”. Ottenere un visto regolare è una chimera, e al mercato nero i prezzi sono una follia. Una follia che può costare anche 2500 euro. Una follia che un ragazzo senza soldi come Zarkhan non può permettersi. L’alternativa è la traversata clandestina. Conosce il punto da dove partono i pateras verso le coste italiane, non lontano da Biserta, ma questa soluzione lo spaventa. Teme la violenza delle acque del Canale di Sicilia e i controlli della marina tunisina, sempre più stretti dopo gli accordi siglati dall’Italia con Ben Ali.

Ricordo perfettamente il suo sguardo. Spento, rassegnato. Le frasi sussurrate appena, con timore. “Ogni volta che mi ritrovo a fare questi discorsi ho paura che passerò dei guai” – ha precisato prima di andarsene. “Da queste parti bisogna sempre fare attenzione alle persone con cui si parla, a chi ascolta con aria distratta, a chi osserva da lontano. Così le angosce restano dentro di te, intrappolate. Stanno lì a logorarti”. La sua frustrazione è la stessa di migliaia di ragazzi nelle sue condizioni.

Ci sono domande che in questo Paese non si devono fare. Problemi che non possono essere sollevati. Ufficialmente non esistono, quindi non troveranno mai una soluzione. Corruzione, disoccupazione e  voglia di emigrare sono temi tabù. Trasgredire significa rischiare il carcere. Niente, infatti, deve intaccare l’immagine paradisiaca che il marketing dell’industria turistica (introito principale dell’economia nazionale) ha abilmente preconfezionato e venduto all’estero. Tuttavia, dietro agli indicatori macroeconomici positivi, che fanno della Tunisia lo Stato più florido dell’area maghrebina, si nasconde una realtà sociale drammatica. Il partito al potere monopolizza la scena politica, mentre all’opposizione è negata ogni possibilità di espressione e le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Le denunce delle ONG impegnate in questo campo, come Amnesty International, Human Rights Watch e Reporters sans Frontieres cadono nel vuoto. I loro siti web sono oscurati dal sistema nazionale di controllo informatico. Nei Paesi occidentali di questo non si parla, neanche in quelli più vicini (vedi Italia), che restano fedeli alleati del regime. Dietro ad un pluripartitismo di facciata si nasconde uno stato di polizia pronto a reprimere ogni dissenso. Per noi, parte di quel mondo definito “democratico e industrializzato” è sufficiente avere libero accesso alla vera risorsa del Paese, la manodopera a basso costo. Le multinazionali del tessile e della meccanica possono delocalizzare alle migliori condizioni: niente tasse, un controllo statale totalmente assente e stipendi che raramente arrivano a 225 dinari al mese (120 euro), la soglia fissata dallo SMIG (salario minimo garantito). Per questo la comunità internazionale è sempre pronta ad elogiare il modello economico tunisino. Per questo passa facilmente sopra alla deriva autoritaria del Paese e alle violazioni dei diritti umani. E’ proprio la stabilità assicurata da questo tipo di controllo e di regime a permetterle affari d’oro quaggiù.


Il tassista richiama la mia attenzione con un energico “on est arrivé”, quando non restano che poche decine di metri a destinazione, ma faccio fatica a sbarazzarmi di questi pensieri. Il viale Hedi Saidi è pressoché deserto. Gli ultimi sprazzi di luce combattono contro un’oscurità che lentamente avvolge il fitto agglomerato di casupole ai lati della strada. La vita del quartiere, animata e caotica durante il giorno, si spegne piano piano. Anche gli ultimi venditori, probabilmente insoddisfatti per una giornata fin troppo magra, abbandonano il mercato con la testa bassa e il passo pesante. Riconosco il bar di Marwan, dove passo ogni notte prima di andare a letto per un ultimo tè alla menta. L’insegna luminosa della farmacia, la saracinesca gialla della teleboutique e subito a fianco l’épicerie di Saif, il mio fornitore di Mars legères. Appena scendo dal taxi avverto la puzza di fogna, ormai familiare, che mi attende al rientro ogni fine giornata. Arriccio il naso, mi guardo intorno con aria soddisfatta e sorrido. Mi sento a casa.

martedì 1 settembre 2009

Io vivo qui

"Io vivo qui" è l'ultimo capitolo del libro Je ne partirai pas, scritto dal giornalista e oppositore tunisino Taoufiq Ben Brik. Ecco la traduzione. 

Sono stanco della “prigione senza sbarre”. Voglio andare a vedere da vicino, voglio toccare con mano la vita di Hay El Akrad, il quartiere dei Curdi, il culo di Tunisi, l’antitesi di quell’immaginario pittoresco che il mio paese suscita nelle menti di migliaia di turisti. Ci siamo! E’ a soli trenta minuti da Bab El Bahar, la Porta del mare. Arriviamo in mezzo ad una baraonda infernale, motorini che provengono da ogni direzione e venditori ambulanti abusivi che urlano e schiamazzano…
Domando ad un amico che mi guida, un habitué di questi posti, se c’è pericolo. “Non troppo”, risponde alzando le spalle. Dalla sua risposta capisco che Hay El Akrad è un luogo molto pericoloso. “I responsabili non osano metterci piede, hanno paura. Ma i responsabili e gli uomini del partito (al potere, ndt) sono dei vigliacchi. Tu sei un giornalista no?! Basterà che non ti allontani troppo da me”. Secondo lui, infatti, per quanto un giornalista possa essere vile, per nulla al mondo può perdere l’occasione di fare un giro dalle parti di Hay El Akrad. Ed ha ragione. Lo capisco subito, non appena metto piede nel quartiere: a confronto Chicago dovrebbe assomigliare ad un asilo per bambini. Frecce artigianali svelano con discrezione l’ubicazione dei bar clandestini. Appoggiate agli stipiti alcune donne si offrono ai passanti per modiche cifre, ovviamente contrattabili. Entriamo in una catapecchia oscura e infetta, dove creature sporche e lascive, che sembrano arrivare direttamente dalla “Guerra del fuoco”, bevono con parsimonia le ultime gocce di vino. Il pericolo si percepisce nell’aria, come se da un momento all’altro, senza un motivo preciso, l’illusione di pace che ci circonda potesse trasformarsi in uno scoppio di violenza.
Me ne vado e, guidato dal mio amico, entro in una casa. Ma quando dico “casa” bisogna capirsi. Le case ad Hay El Akrad sono miseri tuguri di tre metri per quattro. In uno di questi tuguri vive il vecchio Lakhdar, assieme a sua moglie e ai suoi otto figli: dieci persone asserragliate in dodici metri quadrati! Una tale densità è la norma in tutto il quartiere. Vicino alla casa dei Lakhdar ci sono quattro rubinetti per l’acqua potabile, ma tre sono fuori uso da due settimane.
Per un secchio d’acqua fresca dunque bisogna rimanere in fila almeno due o tre ore.
Il vecchio Lakhdar, malato da un anno, ha smesso di lavorare. Sua moglie ha trovato un lavoro, come tuttofare, ad Hay Ennasser, il quartiere dei nuovi ricchi. Guadagna centoventi dinari al mese (65 euro, ndt). Uno dei figli, quattordicenne, lavora invece in un’edicola di giornali per cento dinari al mese (55 euro, ndt).
In casa Lakhdar si vive con venti dinari per persona al mese, quando un chilo di semola costa più o meno un dinaro. Ma si può raccontare la vita della gente di Hay El Akrad solamente con le cifre, per quanto queste siano incredibili? Quello che so è che la settimana scorsa la moglie di Lakhdar è rientrata con un drole d’air: ha visto la sua padrona comprare un vestito a duemila dinari. Quasi venti mesi del suo salario spesi in un colpo solo; non credeva che qualcuno in tutta Tunisi possedesse una tale somma.
Il sogno di tutti qui nel quartiere è di lavorare un giorno nelle industrie tessili. Lì pagano un salario da re: lo SMIG (Salario Minimo Istituzionale Garantito, in Tunisia equivalente a 225 dinari, cioè 120 euro. Ndt). Per ottenerlo bisogna battersi degli anni, prima accontentandosi del contratto a giornata, poi tenendo duro, sempre pronti ad elargire sorrisi al caporeparto. Ci si accontenta perciò di lavori precari, quasi miracolosi, e ci si stupisce ogni mattina di avercelo ancora. Eh sì, sono tanti i candidati che aspettano sulla soglia il minimo passo falso, pronti a subentrare per un salario ancora più basso!

Lasciamo i Lakhdar un momento per incamminarci nelle stradine di Hay El Akrad. Melma fetida, canali di scolo bloccati dal fango, immondizia a perdita d’occhio… Le vie, oltre ad essere intasate da fango e immondizia, sono affollatissime, piene zeppe di gente in ogni centimetro, conteso accanitamente. Chioschi, poco più grandi di scatole per giocattoli, si ammassano gli uni sugli altri. Uno vende Tabouna (pane fatto in casa, nda), un altro Ftaier (frittelle, nda), un altro benzina, un altro ancora del carbone. Un mese fa un vero e proprio diluvio si è abbattuto sul quartiere, che è scomparso sotto un buon metro di acqua nerastra su cui galleggiava ogni sorta di immondizia. Per giorni e giorni gli abitanti di Hay El Akrad hanno subito le conseguenze dell’alluvione. Le notti erano un vero inferno: ogni famiglia si radunava sopra il letto, il solo posto asciutto in tutta la casa. Due ore di sonno a testa, turni prestabiliti. Il resto della notte in attesa a bagnarsi.
Passo a fianco ad una marea ignobile, dove un gruppo di bambini si inzaccherano felici. Sanno ancora sorridere, i loro sguardi, folgoranti, esprimono gioia. Capisco il fascino che rapisce la mia guida: da Hay El Akrad, sprofondata fino ai capelli nella miseria più nera, sale costantemente il vociferare gaio dei bambini, che lavorano già dall’età di dieci anni, ma che non possono fare a meno di ridere, immersi nella polvere o nella melma fangosa. “Senza i bambini questo quartiere sarebbe un gulag”, confessa il mio amico.

In casa dei Lakhdar, dove torniamo per trascorrere le ultime ore del pomeriggio, una lampadina accesa pende dal soffitto. E’ un lusso raro da queste parti. Quando Lakhdar si è ammalato, i suoi vicini, che vivono in condizioni economiche un po’ meno disastrate, hanno fatto arrivare il filo elettrico fino a casa sua, senza avvertirlo, condividendo in questo modo qualche watts. Un aiuto silenzioso, una solidarietà forse fredda, ma efficace: nessuno può considerarsi solo nella spianata di Hay El Akrad. Familiarizzando con il disastro giorno dopo giorno si arriva a vincere la più favolosa delle scommesse: non morire troppo velocemente.
Quella di Hay El Akrad è una storia che Tarkovski racconta in modo più efficace. Un uomo tira fuori un altro uomo da un mare di merda, enorme, profondo. Stava già soffocando. Lo tira fuori rischiando la sua stessa vita. I due sono distesi sul bordo di questo mare orribile e non riescono a riprendere fiato. Alla fine quello che è stato salvato si gira verso l’altro e dice: “Che cosa ti è preso? Perché mi hai tirato fuori? Io vivo qui”.

Safar fil-Tunis (Un viaggio in Tunisia...)

Fethi ha 26 anni ed è laureato in legge all’Università di Tunisi. Ha il viso spigoloso, come scolpito, ed una generosità sincera. Gli occhi scuri e profondi. La gestualità che accompagna le sue parole ha il tipico sapore del Mediterraneo. Parla un francese fluente, al contrario delle donne che mi guardano incuriosite alle sue spalle. Del resto non capita tutti i giorni di vedere facce nuove da queste parti, e di stranieri ancor meno. Hammam Mellegue, 15 km ad ovest di El Kef, è un piccolo villaggio isolato sorto ai lati di un complesso termale di epoca romana (II secolo d. C.). Gran parte della antica costruzione è in rovina, tranne la stanza del calidarium, perfettamente conservata. Una porta di legno impedisce al vapore esalato dall’acqua della piscina (35°) di disperdersi al di fuori della stanza buia, mentre un piccolo lucernario consente a deboli raggi di sole di fendere l’oscurità: la pietra gialla delle pareti ha ceduto ad una tinta rossastra, probabilmente dovuta al contenuto ferroso dell’acqua.
Fethi mi invita a conoscere la sua famiglia e mi fa strada verso casa, una struttura costruita in pietre e calce a due passi dalle terme. Nel portico accogliente, ombreggiato, ricoperto da vitigni già carichi di piccoli grappoli rossastri, c’è un intero harem ad attendermi. Mentre ci avviciniamo mi racconta la storia di Hammam Mellegue, dalla lontana origine romana fino ad oggi. La sua famiglia ha il compito di custodirlo da due generazioni: sessant’anni trascorsi in un anfratto remoto della regione di El Kef, dove la strada, dopo una serie di tornanti insidiosi, termina senza preavviso in uno spiazzo sterrato prima di gettarsi in un burrone scosceso. Sotto la scarpata c’è un fiume, l’Oued Mellegue, e poi l’Algeria, quasi un miraggio nascosto da montagne irte e brulle.

Come sono arrivato in questo bout du monde? Il viaggio è cominciato a Tunisi due giorni fa, a bordo di una anonima Renault presa a noleggio, dopo una spesa abbondante al Monoprix di avenue de la liberté. Provviste per quattro giorni, lo stretto necessario: cibarie, acqua e carta igienica. Per finire una buona dose di birra ed un paio di bottiglie “Rosso Punico”, acquistate direttamente al mercato nero. Mancano pochi giorni all’inizio del Ramadam ed è necessario prendere le dovute precauzioni.
Prima tappa Sousse. Una kasbah ricca di fascino, in contrasto con le frotte di turisti che di giorno popolano le sue spiagge e di sera si riversano nelle viuzze strette che costeggiano la Grande Moschea e il ribat. Dopo una notte insolitamente fresca e ventilata, trascorsa nella terrazza dell’hotel Gabes, è stata la volta della mistica Kairouan, la quarta città santa dell’islam. Kairouan mi ha trasmesso tranquillità, una sensazione di pace figlia del silenzio che ancora avvolge questa antica medina, fondata nella seconda metà del VII secolo d. C. Alla sua edificazione partecipò Abu Zama el-Belaoui, un compagno del Profeta Mohammad, le cui spoglie giacciono tra le mura della zaouia Sidi Sahab. Scacciato in fretta da un acquazzone tanto violento quanto inatteso, ho ripreso il viaggio facendo rotta verso El Kef. 180 Km percorsi nella totale oscurità prima di scorgere le prime luci della città, arroccata nella sommità di una collina. Ho passato la notte nell’hotel Al-Medina, tentato ancora una volta dal fresco della terrazza; a farmi compagnia c’era Ahmed, il gestore dell’albergo, con cui ho condiviso una parte della mia provvista di olive e una delle due bottiglie di “Punico”.
Al mattino la città mi ha atteso deserta. Il vento caldo, insinuandosi tra i vicoli angusti, produceva un sibilo costante, interrotto solo dalla voce del muezzin che richiamava i fedeli alla preghiera del venerdì. Di colpo El Kef è sembrata risvegliarsi, si è animata, in un attimo piena di voci e di colori.
La kasbah sovrasta imponente un formicaio di case bianche, rifinite da infissi azzurri, separate da un labirinto di strade strette e lastricate. La medina è un gioiello inestirpabile, incastonato nel fianco della collina. Più in basso, ai suoi piedi, terra arida e rocciosa a perdita d’occhio. In questo strano mare color ocra sono rimaste custodite le tracce più consistenti degli oltre cinque secoli di occupazione romana. Dougga, Sbeitla, Bulla Regia sono lì a ricordarmelo. L’uniformità giallastra che colora l’orizzonte è violata solo da qualche sporadica coltivazione di olivi. Ma l’agricoltura è resa impossibile, oltre che dall’aridità del terreno, dalla durezza del clima, torrido nei mesi estivi ed eccessivamente freddo in quelli invernali.
In una squallida caffetteria della medina, non lontana dal suk, ho scambiato due chiacchiere con il proprietario, incuriosito dalla mia presenza in città. Mi ha parlato della fondazione della città, ad opera dei cartaginesi, poi del periodo numide e della lunga contesa con Roma, fino all’arrivo dei bizantini, dei vandali e infine degli arabi. Più volte ha sottolineato lo spirito indomito degli abitanti originari di queste colline, berberi, restii alle varie dominazioni. E’ stato lui, tra un tiro di chicha e un sorso di caffè arabo, ad informarmi dell’esistenza di Hammam Mellegue: “ti vedo un po’ stanco – mi ha detto – sarà la fatica del viaggio o forse il caldo. In ogni caso un bel bagno termale ti farebbe bene ed io conosco il posto che fa al caso tuo”. La mia Routard l’aveva completamente ignorato, ma sono bastati pochi indizi a convincermi. Ho pagato il mio tè alla menta ed ho trascritto nel taccuino le preziose indicazioni per arrivare all’hammam. Un bagno rigenerante era proprio quello che ci voleva.
Un’indicazione scritta a mano mi ha segnalato il bivio che stavo aspettando; ho girato a destra, lasciando alle spalle El Kef e la comodità dell’asfalto, ed ho puntato dritto verso la frontiera. Dopo una decina di chilometri seminati di ostacoli e pericoli (ai lati della strada è segnalata la presenza di mine inesplose risalenti alla guerra di liberazione algerina) un ultimo tornante, e l’antico hammam è lì ad attendermi. Con in serbo un’amara sorpresa: i bacini termali sono inaccessibili, chiusi a causa di incomprensibili lavori di ristrutturazione. Addio bagno rigenerante! Inoltre la pioggia caduta abbondante nei giorni precedenti ha ingrossato le acque del fiume, trasformando la sua natura solitamente pacifica in un miscuglio marrone di irruenza e fango. Si è spenta così anche la speranza, del tutto consolatoria, di tuffarmi nell’Oued Mellegue.

Fethi entra in casa e mi lascia solo in compagnia delle donne che, oltre a lui ed al padre, compongono la famiglia. Incuriosite, si sono radunate tutte attorno a me e avanzano timidamente qualche domanda, chi in francese chi in arabo, per cercare di saperne di più su questo ospite inatteso. Selima, la madre di Fethi, è seduta alla mia sinistra, distesa elegantemente in un vecchio materasso. Il suo foulard scuro scende libero lungo la schiena, non è bloccato sotto il mento e lascia intravedere i lunghi capelli corvini. E’ un piccolo segnale che denota il potere di questa donna all’interno del contesto familiare. Il suo sguardo fiero, la sua postura ieratica, confermano subito questa mia sensazione. E’ lei che, appena mi siedo nel piccolo sgabello di legno, prende in mano la situazione: si alza e scompare velocemente all’interno della porta che immette nulla cucina.
Alla mia destra c’è Salwa, la nonna paterna di Fethi. I tatuaggi che porta in fronte e nelle guance, come pure i bracciali d’argento finemente lavorati che risplendono ai suoi polsi, testimoniano in modo inequivocabile la sua origine berbera. Ciocche di capelli arancioni, freschi di henné, sfuggono al foulard verdastro, sfumato anch’esso di color arancio, adagiato in maniera leggera e quasi distratta sulla testa. Al suo fianco c’è Aliya, la sorella di Fethi. Trent’anni e una bellezza sincera, leggermente svanita sotto i colpi del sole e della fatica. Dalle sue spalle fa capolino una testolina incerta. E’ il piccolo Ali, suo figlio. Ali sembra intimorito dalla mia presenza. Forse è la macchina fotografica a spaventarlo, forse la mia barba nera e ispida, vecchia ormai di due settimane abbondanti. Si nasconde tra le braccia della madre, in cerca di protezione. In una stretta calorosa Ali sembra trovare conforto, tanto che riprende coraggio ed inizia a fissarmi senza più timore, con occhi bruni pieni di curiosità. Cerco di avvicinarlo, gli rivolgo parole dolci, ma sfortunatamente non può capirmi, non conosce né il francese né l’arabo classico ed io non so parlare tunisino. Ciò nonostante i nostri sguardi già testimoniano l’inizio di una tacita intesa fatta di smorfie e sorrisi. Ci penserà lo zio Fethi a raccontargli la storia del viaggiatore barbuto. Nel frattempo si avvicinano altre donne, anch’esse appartenenti alla famiglia. Si accomodano con discrezione, dopo aver salutato tutti i presenti.
Selima esce dalla cucina con in mano un vassoio di plastica verde, su cui troneggia una tazza di caffè arabo che mi offre con cortesia. Fethi invece, si è portato dietro uno strano quaderno. Inizia a mostrarmi le foto che i pochi viaggiatori giunti fin lì gli hanno spedito una volta tornati a casa. Il rito dell’album fotografico sta molto a cuore al mio nuovo amico. Ci tiene a spiegarmi le storie legate ad ogni singolo individuo ritratto nelle immagini che scorre lentamente, con un pizzico di nostalgia.
La calma delle parole, dei racconti mandati a memoria viene però interrotta da un rumore lontano. Dopo qualche istante, nel fianco della collina che si innalza di fronte all’abitazione, punteggiata da grossi massi e cespugli di rovi ormai arsi al sole di un’estate rovente, appare la sagoma di un uomo in sella ad un mulo. L’animale procede lentamente, ma con sicurezza, come se conoscesse già le insidie del percorso. “Quello è mio padre di ritorno dalla fattoria” dice Fethi indicando l’uomo apparso in lontananza. Per tirare avanti e sopravvivere la sua famiglia ha ottenuto le terre nei dintorni delle terme dal governo del presidente Bourguiba. Tuttavia le pareti pietrose dei pendii circostanti non sono certo adatte allo sfruttamento agricolo, così il nonno ha deciso di utilizzarle per l’unico scopo possibile, l’allevamento di ovini.
La fattoria di famiglia conta ora una ventina di capre e qualche pecora, il necessario per assicurare carne grassa e sostanziosa nei freddi mesi invernali. “In gennaio la temperatura scende costantemente al di sotto dei dieci gradi” mi ricorda Fethi, “e non è difficile assistere a nevicate abbondanti”. Faccio fatica ad immaginarmi questa terra, così rossa, calda e irregolare, ricoperta da uno strato candido e uniforme di neve gelata. Per un attimo un brivido di piacere percorre la mia schiena fradicia di sudore.
Finisco la mia tazza di caffè sorseggiandola con calma, come è costume in questa sponda del Mediterraneo. Il sole si sta abbassando verso l’orizzonte ed è tempo di riprendere il viaggio iniziato da Tunisi due giorni fa; la strada per Tabarka è ancora lunga, meglio percorrerla prima che si faccia buio. Ringrazio Fethi e la sua splendida famiglia. La spontaneità della loro accoglienza mi ha sorpreso; non è scontata in un Paese dove gli eccessi del turismo hanno barbaramente impoverito i rapporti umani tra stranieri e tunisini. Prima di andarmene prometto che invierò le foto scattate durante la siesta: voglio ritagliarmi anch’io una nicchia nel loro scrigno di ricordi.

Incontri di frontiera

Fethi ha 26 anni, laureato in legge all’Università di Tunisi. Ha il viso spigoloso, come scolpito, ed una generosità sincera. Gli occhi scuri e profondi. La gestualità che accompagna le sue parole ha il tipico sapore del Mediterraneo. Parla un francese fluente, al contrario delle donne che mi guardano incuriosite alle sue spalle. Del resto non capita tutti i giorni di vedere facce nuove da queste parti, e di stranieri ancor meno. Hammam Mellegue, 15 km ad ovest di El Kef, è un piccolo villaggio isolato sorto ai lati di un complesso termale di epoca romana (II secolo d. C.). Gran parte della antica costruzione è in rovina, tranne la stanza del calidarium, ben conservata. All’interno un piccolo lucernario consente a deboli raggi di sole di fendere l’oscurità: la pietra gialla delle pareti ha ceduto ad una lieve tinta rossastra, probabilmente dovuta al contenuto ferroso dell’acqua.
Fethi mi invita a conoscere la sua famiglia e mi fa strada verso casa, una struttura costruita in pietre e calce a due passi dalle terme. Nel portico accogliente, ombreggiato, ricoperto da vitigni già carichi di piccoli grappoli rossastri, c’è un intero harem ad attendermi. Mentre ci avviciniamo mi racconta la storia di Hammam Mellegue, dalla lontana origine romana fino ad oggi. La sua famiglia ha il compito di custodirlo da due generazioni: sessant’anni trascorsi in un anfratto remoto della regione di El Kef, dove la strada, dopo una serie di tornanti insidiosi, termina senza preavviso in uno spiazzo sterrato prima di gettarsi in un burrone scosceso. Sotto la scarpata c’è un fiume, l’Oued Mellegue, e poi l’Algeria, quasi un miraggio nascosto da montagne irte e brulle.

Fethi entra in casa e mi lascia solo in compagnia delle donne che, oltre a lui ed al padre, compongono la famiglia. Incuriosite, si sono radunate tutte attorno a me e avanzano timidamente qualche domanda, chi in francese chi in arabo, per cercare di saperne di più su questo ospite inatteso. Selima, la madre di Fethi, è seduta alla mia sinistra, distesa elegantemente in un vecchio materasso. Il suo foulard scuro scende libero lungo la schiena, non è bloccato sotto il mento e lascia intravedere i lunghi capelli corvini. E’ un piccolo segnale che denota il potere di questa donna all’interno del contesto familiare. Il suo sguardo fiero, la sua postura ieratica, confermano subito questa mia sensazione. E’ lei che, appena mi siedo nel piccolo sgabello di legno, prende in mano la situazione: si alza e scompare velocemente all’interno della porta che immette nulla cucina.
Alla mia destra c’è Salwa, la nonna paterna di Fethi. I tatuaggi che porta in fronte e nelle guance, come pure i bracciali d’argento finemente lavorati che risplendono ai suoi polsi, testimoniano in modo inequivocabile la sua origine berbera. Ciocche di capelli arancioni, freschi di henné, sfuggono al foulard verdastro, sfumato anch’esso di color arancio, adagiato in maniera leggera e quasi distratta sulla testa. Al suo fianco c’è Aliya, la sorella di Fethi. Trent’anni e una bellezza sincera, leggermente svanita sotto i colpi del sole e della fatica. Dalle sue spalle fa capolino una testolina incerta. E’ il piccolo Ali, suo figlio. Ali sembra intimorito dalla mia presenza. Forse è la macchina fotografica a spaventarlo, forse la mia barba nera e ispida, vecchia ormai di due settimane abbondanti. Si nasconde tra le braccia della madre, in cerca di protezione. In una stretta calorosa Ali sembra trovare conforto, tanto che riprende coraggio ed inizia a fissarmi senza più timore, con occhi bruni pieni di curiosità. Cerco di avvicinarlo, gli rivolgo parole dolci, ma sfortunatamente non può capirmi, non conosce né il francese né l’arabo classico ed io non so parlare tunisino. Ciò nonostante i nostri sguardi già testimoniano l’inizio di una tacita intesa fatta di smorfie e sorrisi. Ci penserà lo zio Fethi a raccontargli la storia del viaggiatore barbuto. Nel frattempo si avvicinano altre donne, anch’esse appartenenti alla famiglia. Si accomodano con discrezione, dopo aver salutato tutti i presenti.
Selima esce dalla cucina con in mano un vassoio di plastica verde, su cui troneggia una tazza di caffè arabo che mi offre con cortesia. Fethi invece, si è portato dietro uno strano quaderno. Inizia a mostrarmi le foto che i pochi viaggiatori giunti fin lì gli hanno spedito una volta tornati a casa. Il rito dell’album fotografico sta molto a cuore al mio nuovo amico. Ci tiene a spiegarmi le storie legate ad ogni singolo individuo ritratto nelle immagini che scorre lentamente, con un pizzico di nostalgia.
La calma delle parole, dei racconti mandati a memoria viene però interrotta da un rumore lontano. Dopo qualche istante, nel fianco della collina che si innalza di fronte all’abitazione, punteggiata da grossi massi e cespugli di rovi ormai arsi al sole di un’estate rovente, appare la sagoma di un uomo in sella ad un mulo. L’animale procede lentamente, ma con sicurezza, come se conoscesse già le insidie del percorso. “Quello è mio padre di ritorno dalla fattoria” dice Fethi indicando l’uomo apparso in lontananza. Per tirare avanti e sopravvivere la sua famiglia ha ottenuto le terre nei dintorni delle terme dal governo del presidente Bourguiba. Tuttavia le pareti pietrose dei pendii circostanti non sono certo adatte allo sfruttamento agricolo, così il nonno ha deciso di utilizzarle per l’unico scopo possibile, l’allevamento di ovini.
La fattoria di famiglia conta ora una ventina di capre e qualche pecora, il necessario per assicurare carne grassa e sostanziosa nei freddi mesi invernali. “In gennaio la temperatura scende costantemente al di sotto dei dieci gradi” mi ricorda Fethi, “e non è difficile assistere a nevicate abbondanti”. Faccio fatica ad immaginarmi questa terra, così rossa, calda e irregolare, ricoperta da uno strato candido e uniforme di neve gelata. Per un attimo un brivido di piacere percorre la mia schiena fradicia di sudore.
Finisco la mia tazza di caffè sorseggiandola con calma, come è costume in questa sponda del Mediterraneo. Il sole si sta abbassando verso l’orizzonte ed è tempo di riprendere il viaggio iniziato da Tunisi due giorni fa; la strada per Tabarka è ancora lunga, meglio percorrerla prima che si faccia buio. Ringrazio Fethi e la sua splendida famiglia. La spontaneità della loro accoglienza mi ha sorpreso; non è scontata in un Paese dove gli eccessi del turismo hanno barbaramente impoverito i rapporti umani tra stranieri e tunisini. Prima di andarmene prometto che invierò le foto scattate durante la siesta: voglio ritagliarmi anch’io una nicchia nel loro scrigno di ricordi.

Voci d'Algeria. Waciny Laredj

Un estratto dell'intervista allo scrittore algerino Wacini Laredj (Venezia, marzo 2009). 

La memoria è molto importante, ma non si tratta di un blocco monolitico fossilizzato, in cui è possibile trovare tutte le risposte a portata di mano. No, si tratta di uno spazio formidabile, ma che bisogna prima cercare di conoscere, scavando il più possibile. La memoria è costituita da più strati sedimentati, l’uno sopra l’altro, e all’apparenza solo l’ultimo stato sembra visibile, ma, come nel caso dell’iceberg, quello che resta nascosto al di sotto è ben più vasto e profondo. Bisogna sforzarsi per arrivare fino ai primi strati, quelli che si trovano più in basso, bisogna essere pronti a scavare per recuperare la nostra memoria nella sua interezza e per far valere la ricchezza e la profondità della nostra cultura. Io ho cercato di farlo, per esempio attraverso al mio incontro con Cervantes, recuperando tutto quello spazio di condivisione storicamente esistito tra il contesto algerino e la cultura spagnola. E’ un esempio, uno spunto che credo e spero possa essere seguito e ripreso.
La memoria non è uno spazio chiuso e rigido, bensì costantemente aperto, pronto ad espandersi e sempre capace di stupirci e regalarci belle sorprese. E’ un concetto che, come anche lei ha sottolineato, resta legato saldamente all’identità. Consapevole della profondità e della vastità della memoria, io rivendico una identità molteplice. Il concetto stesso di identità non deve essere un qualcosa di chiuso, rigido e delimitato. Fino ad ora io, in quanto algerino, sono stato definito arabo-musulmano, ma questo cosa vuol dire? Vuol dire che appartengo ad una certa razza, tra virgolette, e ad una certa sfera religiosa? Prima di tutto io rifiuto la classificazione razziale, di cui riconosco l’estrema pericolosità. Se la parola “arabo” si riferisce al contesto culturale, allora sì, posso accettarla, ma se richiama una appartenenza razziale no, la rifiuto. Tuttavia anche nel caso in cui considerassimo la parola “arabo” in senso culturale, non potrei ugualmente riconoscermi in questa definizione. Io rivendico ben più che l’appartenenza alla sola cultura araba. Tutto ciò che ha fatto parte della storia di questa terra che oggi chiamiamo Algeria fa parte anche della mia identità; in me è presente l’elemento spagnolo, quello francese, quello arabo e quello berbero (mia madre è berbera). La mia identità è plasmata da tutti questi elementi, ha un forte carattere inclusivo. Quello a cui assistiamo oggi, invece, è esattamente il contrario. I caratteri identitari si rafforzano, ma su basi esclusive, si fondano sulla separazione e non sul contatto. Allora chi si richiama all’identità berbera rifiuta l’arabo e chi si richiama all’identità araba rifiuta il berbero, chi si definisce algerino rifiuta tutto quello che riguarda la Francia, negando una contaminazione che di fatto c’è stata ed ha lasciato le sue tracce. Su queste basi non è possibile costruire uno Stato e tantomeno un’identità che aspiri a definirsi nazionale.
Io mi batto costantemente per sostenere l’idea di una identità concepita come molteplice e inclusiva, sia sul piano culturale che su quello religioso. Anche nel caso dell’identità religiosa, infatti, rivendico una appartenenza plurale e mi considero legato tanto all’identità musulmana quanto a quella cristiana ed ebraica. Grandi civiltà sono nate in Algeria da queste religioni, civiltà che restano parte del patrimonio genetico dell’Algeria di oggi. Bisogna riconoscere il ruolo avuto dalla componente ebraica nella costruzione della cultura algerina, per esempio nel caso della tradizione musicale detta “arabo-andalusa”. Questa tradizione, in realtà, resta fondamentalmente ebraica: quando i marrani e i mori, così erano chiamati, hanno lasciato l’Andalusia e soprattutto Granada, dal momento che una volta terminata la “reconquista” la regina Isabella aveva cacciato entrambi, arabi ed ebrei, questi popoli si sono installati nella sponda sud del Mediterraneo. Le grandi scuole musicali, per esempio quella di Algeri, di Tlemcen, di Mostaganem e di Constantine hanno così origini ebraiche. Allora come posso rifiutare qualcosa che fa parte di me stesso? Non posso fare altro che rivendicarlo come parte della mia storia. Io non ho scelto la mia storia, nessuno può sceglierla, ma perlomeno si può provare a conoscerla e ad accettarla.
E’ nostro compito cercare di inventare questo spazio possibile, in cui possa nascere una identità bella, cioè aperta ed inclusiva, un compito che richiede molti sforzi, molta dedizione. In Algeria sono stati compiuti troppi errori anche a questo riguardo, troppe semplificazioni, che hanno impedito la costruzione di questo tipo di identità; all’inizio è mancato il lavoro delle generazioni protagoniste dell’indipendenza, poi quello delle generazioni successive. Non c’è stata volontà, si è sempre cercato di rimandare. Ho sempre sentito parlare di qualcosa di lontano e futuro a questo proposito, ma è qui che nasce il problema; la mia generazione doveva imporsi e pretendere una politica di recupero della memoria storica, le generazioni successive avrebbero dovuto seguire l’esempio e, piano piano forse, saremmo potuti arrivare ad edificare una identità fondata sulla ricchezza della molteplicità.