venerdì 26 febbraio 2010

Khalid e la libertà di stampa in Marocco

Lo Stato contro la stampa.


L'esecuzione della libertà di stampa per mano del sovrano.


La "benalizzazione" del Marocco. "Per gli incapaci, come vietare un giornale".

[In primo piano il ministro della Comunicazione Naciri che studia il manuale redatto dal presidente tunisino Ben Ali (ritratto nel quadro), vista la sua esperienza in materia]

giovedì 25 febbraio 2010

“Sage comme une image”

L’articolo che vi propongo è apparso nelle colonne del Journal Hebdomadaire in pieno “affaire Akhbar Al Youm”. L’obiettivo dell’autrice era quello di ripercorrere, per sommi capi, la difficile storia della caricatura in Marocco. Dopo aver accennato al tema durante l’incontro con Khalid Gueddar (che cercherà di arricchire questo blog con la sua gentile collaborazione) mi è sembrato giusto riprendere in mano il pezzo e tradurlo.

Khalid. La caricatura è vietata.

La caricatura non sembra ancora aver trovato il suo spazio nel contesto marocchino e provoca regolarmente la dura reazione delle autorità. Una breve riproposizione storica del fenomeno e un’inchiesta sulle cause della sua impopolarità.

Venerdì 30 ottobre, tribunale di prima istanza di Casablanca. Khalid Gueddar e Taoufik Bouachrine, rispettivamente disegnatore e direttore del quotidiano Akhbar Al Youm, compaiono davanti al giudice con l’accusa di oltraggio alla bandiera nazionale e alla famiglia reale, in seguito alla pubblicazione (il 26 settembre scorso) di una caricatura che ritrae il principe Moulay Ismail. Nel pomeriggio, all’interno dell’aula, imperversa il dibattito sulla definizione di “caricatura” e sulle finalità attribuite a questo strumento. La Corte considera, in generale, che l’obiettivo di una caricatura è quello di nuocere alla persona che vi viene rappresentata. Per Khalid Gueddar si tratta invece di una questione umor e allo stesso tempo di informazione. L’avvocato del principe Moulay Ismail reagisce: “se l’obiettivo non è quello di nuocere, allora non vedo cos’altro abbia potuto motivare questo disegno!”. Da parte sua, il procuratore generale tira fuori una definizione di Wikipedia per convincere l’uditorio del carattere critico della caricatura e, in quanto tale, della sua natura malevola. La dimensione umoristica dell’oggetto in causa non viene più presa in considerazione durante il dibattito. La caricatura non ha mai fatto breccia nei costumi marocchini. “Il grande problema è che il regime interpreta male la caricatura, basandosi solo su intuizioni personali: molto spesso si attribuiscono intenzioni errate ai disegnatori. Come per le arti plastiche, anche in questo caso c’è bisogno di una cultura di base. Ci vorrà ancora del tempo prima che la caricatura possa essere capita”, si rammarica il caricaturista Brahim Lemhadi, dall’alto dei suoi trent’anni di esperienza. Di certo, almeno fino ad ora, la storia della caricatura in Marocco si è sempre dovuta confrontare con le ire del Palazzo.

Caricatura non grata
La caricatura fa la sua comparsa nelle colonne della stampa marocchina fin dal primo periodo post-indipendenza. Negli anni sessanta vedono la luce i primi giornali satirici, Akhbar Dounia e Joha. Poco più tardi, tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo, uno dei pionieri del disegno marocchino, Hamid Bouhali, in compagnia di Mohamed Filali, lancia in rapida successione tre riviste umoristiche: Satirix, in francese, poi Akhbar Souk e Attakchab in arabo. Tra i caricaturisti che più hanno contribuito all’espressione di questo genere giornalistico, il cui riscontro in edicola è strepitoso, c’è anche Larbi Sebbane. Akhbar Souk raggiunge dei picchi di vendite di 180 mila esemplari a settimana, prima di stabilizzarsi sulle 50 mila copie. Tutto sembra procedere bene, fino a quando un disegno del caricaturista Hamouda non attira la collera di Driss Basri, allora ministro dell’Interno: Bouhali, direttore della pubblicazione, viene messo in carcere per un mese, prima di finire agli arresti domiciliari. Dopo un anno, sottoscrive una dichiarazione in cui si impegna a non pubblicare più giornali e riacquista la libertà. Per la caricatura marocchina è la fine della prima grande avventura. In quegli anni, anche il quotidiano L’Opinion propone un supplemento satirico di quattro pagine, Sandwich, che subisce ben presto la stessa sorte dei suoi predecessori. Le sue caricature, che portano la firma di Filali, infastidiscono il regime. Khalid Jamai, all’epoca capo-redattore del giornale, ricorda: “avevamo pubblicato una caricatura di Ronald Reagan con in braccio una scimmia. L’ambasciatore americano, su tutte le furie, andò a protestare dal sovrano. Allora ricevetti una chiamata da Driss Basri, che pronunciò queste parole: . Minacciò di chiudere L’Opinion se avessimo proposto nuove caricature. Sandwich è scomparso così da un giorno all’altro”.
Da quel momento è come se una fatwa vietasse la divulgazione dei disegni satirici. Nel 1989 Hassan II, ospite nel programma francese L’Heure de verité, dichiara: “Non tollererò mai dei giornali come Le Canard Enchainé. Da noi la caricatura è vietata per consenso nazionale”. Quest’ultima deve infatti aspettare fino al 2000, un anno dopo la morte del vecchio re, prima di ritrovare il suo posto in edicola, grazie ad Ali Lmrabet che fonda il giornale satirico Demain Magazine. Ma, anche in questo caso, si tratta di un’esperienza piuttosto breve. Nel 2003, infatti, la pubblicazione viene chiusa e Ali Lmrabet si vede condannato a quattro anni di carcere per “oltraggio al re e attacco ai valori sacri del regno e alla sua integrità territoriale”. Nel 2007 nasce l’ultimo giornale satirico della storia marocchina, Le Canard libéré. Il supporto, tuttavia, non sembra essere all’altezza dei titoli che l’hanno preceduto. Di certo lo si deve alla sua linea editoriale, “basata sul rispetto dei valori religiosi, della patria e dei simboli nazionali”, come viene precisato in un comunicato stampa. La caricatura, in definitiva, pare abbia conservato una cattiva reputazione: la sua presenza nei giornali marocchini è ancora timida e, tra la maggior parte dei disegnatori, prevale l’autocensura.

Lo choc dell’immagine
Come spiegare l’atteggiamento del regime nei confronti della caricatura? Le immagini sembrano spaventare più delle parole, dal momento che hanno un impatto più forte e immediato. Facciamo un esempio: nel luglio scorso è stato censurato un numero del Courrier International, che riproponeva un articolo del Journal Hebdomadaire sull’impero economico di Mohammed VI. Eppure, al momento della sua prima comparsa nel settimanale marocchino, l’articolo in questione non aveva scatenato nessun provvedimento. La differenza è che il Courrier International l’ha pubblicato assieme ad una caricatura di Khalid Gueddar, che raffigura il re ai comandi di una moto d’acqua mentre sta cavalcando un’onda di monete d’oro. In un comunicato, il Ministero della Comunicazione ha spiegato che è stata proprio la presenza del disegno a motivare la censura del giornale francese. Questioni di moralità: ciò che viene detto, non sempre può essere mostrato. “La lettura di una caricatura è più facile rispetto alle pagine di un testo. E’ il primo elemento che ci colpisce quando si sfoglia un giornale, ed è ciò che immancabilmente ci diverte. Il suo messaggio arriva a tutti, perfino agli analfabeti”, fa notare il caricaturista Lahsen Bakhti, che non può nemmeno immaginare Le Monde senza la caricatura di Plantu in prima pagina.
Secondo il semiologo Dakkach Abdelghafar, la caricatura si scontra con una mancanza di cultura dell’immagine: “non ha niente a che vedere con i precetti religiosi, è prima di tutto un problema di insegnamento”. Una constatazione condivisa dalla ricercatrice Laila Moqaddem, specialista delle raffigurazioni visive: “non sappiamo come reagire di fronte alle immagini, dal momento che siamo sprovvisti della formazione necessaria. In Marocco le arti plastiche vengono insegnate solo a partire dalle superiori. Mi sono resa conto che gli studenti sono totalmente ignoranti in materia di raffigurazioni”. Stando alla tesi dell’accademica, se la caricatura irrita così tanto, è perché arriva a toccare direttamente i sentimenti. “La lettura di un’immagine sollecita quella parte del cervello che centralizza le emozioni, mentre la lettura di un testo dipende dall’emisfero della ragione, lo stesso che gestisce il linguaggio, la logica e il calcolo”, analizza Laila Moqaddem, che poi aggiunge: “ci troviamo in un paese che in generale non tollera la critica, pensi un po’ se questa avviene sotto forma di immagine…”.

Laetitia Dechanet
(Le Journal Hebdomadaire n. 416, 7-13 novembre 2009)

mercoledì 24 febbraio 2010

Khalid, la matita che spaventa il regime

CASABLANCA – Il jukebox del bar Don Quijote tace. Sono le sei del pomeriggio, il sole non è ancora tramontato e nel locale, noto rifugio di “rossi, immigrati e puttane”, secondo le malevole indiscrezioni del moqaddem, regna un insolito silenzio. E’ ancora presto, gli avventori preferiscono attendere il diffondersi delle tenebre prima di varcare la soglia del luogo proibito. Seduto al mio tavolo c’è Khalid Gueddar, caricaturista del defunto Journal Hebdomadaire. Da qualche mese le autorità sembrano aver avviato una vera e propria persecuzione contro il giovane e coraggioso disegnatore che, oltre alle tavole per il settimanale marocchino, collabora con altri due noti giornali francesi, Le Courrier International e Bakchich. Condanne, processi e censure hanno fatto del 2009 un anno nero per Khalid, i cui strascichi si sono protratti fino ai giorni scorsi. Ma procediamo con ordine. Prima di addentrarmi nella travagliata carriera del mio interlocutore, cerco di mettere a fuoco qualche punto di riferimento essenziale. Khalid mi viene in aiuto. “Quando sfogliamo le pagine di un giornale, la caricatura è il primo elemento che, di solito, ci colpisce”. Sono d’accordo, l’impatto dell’immagine è senza dubbio dirompente, immediato, non certo paragonabile al testo scritto. “Nella caricatura c’è satira e umor, la sua funzione può essere tanto di critica, quanto di informazione. Perfino entrambe allo stesso tempo. L’abilità di un disegnatore sta nel riassumere un articolo di svariate colonne in una sola immagine”, precisa Khalid, mentre sorseggia la sua Special. Con la bottiglia di birra ancora in mano e lo sguardo assorto in una vecchia stampa appesa al muro, continua poi il suo discorso. “All’interno del vasto universo della caricatura è possibile distinguere scuole differenti. Quella europea, per esempio, privilegia l’uso dei commenti scritti sopra o sotto al disegno, addirittura inserisce dei dialoghi, mentre la scuola anglosassone si serve esclusivamente delle immagini per trasmettere il messaggio, che in questo modo può essere colto tanto da un Marocchino quanto da un Cinese o da un Inglese o da un Italiano. Questa è la sua vera forza. Una forza che la rende universale”.
I clienti appoggiati al bancone del bar iniziano ad infittirsi. Tra gli ultimi arrivati scorgiamo Noureddine, un amico in comune. Sindacalista e oppositore politico della prima ora, finito in carcere per diversi anni all’epoca di Hassan II, Noureddine è forse il più assiduo frequentatore del Don Quijote che io conosca. Dopo un brindisi rigoroso, Khalid riprende la spiegazione.“Un elemento imprescindibile della caricatura è la presenza della deformazione: le persone e gli oggetti raffigurati vengono deformati, come viene deformato il senso del messaggio trasmesso, perché questo riesca a far ridere. Un sorriso amaro che serve a riflettere, non certo fine a se stesso. Per questo una caricatura eseguita con professionalità, cioè con intelligenza, intuizione e senso dell’ironia, non sarà mai un insulto. Il fine non è di umiliare, ma di offrire una chiave di lettura diversa rispetto a quella utilizzata dalle parole”. Una domanda mi assilla costantemente dall’inizio della conversazione. Approfitto della pausa imposta da Khalid alla sua esposizione per chiedergli da dove venga l’accanimento del regime nei confronti del suo lavoro. La risposta non si fa attendere. “Negli ultimi tempi si sono verificati due pericolosi processi per la salute del paese. Da una parte la libertà di espressione ha visto restringersi sempre di più lo spazio a sua disposizione. Dall’altra si è intensificata l’ostilità verso la caricatura, uno strumento di per sé mal visto dalle autorità, come dimostra la storia del Marocco indipendente”. Per capire meglio quest’ultimo punto, è sufficiente sapere cosa è successo a Demain Magazine, in piena epoca Mohammed VI, o ai giornali satirici nati durante gli anni settanta, come il celebre Akhbar Souk, caduto sotto la censura di Hassan II. La fatwa pronunciata a fine anni ottanta dal vecchio re, durante la trasmissione francese L’Heure de verité, è ancora ben impressa nella mente di tutti i caricaturisti del regno: “In Marocco – queste le parole di Hassan II - la caricatura è vietata per consenso nazionale”. Un monito mal digerito da Khalid, in totale disaccordo con il monarca. “Il popolo marocchino apprezza l’umor. La gente scherza continuamente, non la smette mai di prendersi in giro. Alcuni dei miei disegni traggono ispirazione proprio da quel ricco repertorio di canzonature e sberleffi ormai insito nel costume nazionale. Al contrario della sua classe dirigente, il popolo marocchino non arriverà mai a rifiutare la caricatura”. Lo straordinario record di vendite registrato da Akhbar Souk negli anni settanta e da Demain Magazine nei primi anni duemila è lì a confermarlo. Secondo Gueddar, Hassan II conosceva bene la forza della caricatura. E la presa che questo genere giornalistico aveva sui lettori lo spaventava terribilmente. “Temeva di vedere nascere in Marocco giornali come Le Canard Enchainé o Charlie-Hebdo. Sapeva che i disegnatori avrebbero ridicolizzato la sua struttura di potere, infrangendo i tabù e oltrepassando le linee rosse. Sapeva che non avrebbero risparmiato né i ministri, né la presunta sacralità della famiglia reale. Per questo si è inventato quella fatwa, specificando che la caricatura, deformando le creature di Dio, era un’intollerabile offesa alla religione. Ma l’islam non si è mai pronunciato su questo punto!”.

Gli esordi
“Ho iniziato a fare le prime caricature al liceo. Le vedevo sui giornali, sulle riviste, ero attratto da questo genere di disegni”. Khalid Gueddar non ha mai seguito dei corsi propedeutici, “del resto non è che ce ne siano molti in Marocco”, ma fin da bambino disegna dappertutto, sui fogli, sui quaderni di scuola, perfino sulle pareti di casa. Quando arriva all’università, Khalid entra a far parte del movimento studentesco di sinistra. “Frequentavo la facoltà di economia, a Rabat. Seguivo i dibattiti, partecipavo alle riunioni, insomma ero diventato un militante con una vera coscienza politica”. Parallelamente prosegue la sua attività artistica, che si fa via via sempre più “impegnata”. Nel 1997 prende i primi contatti con la stampa, che accetta, sporadicamente, di pubblicare i suoi disegni. “A quel tempo avevo già una mia rubrica nel giornale dell’ateneo”. Un anno più tardi, un amico giornalista gli propone di lavorare per Al Asr, il quotidiano arabofono del PJD (il partito islamico, nda). “Ho accettato, per me era comunque un’opportunità. Per la prima volta potevo vedere i miei disegni pubblicati regolarmente in un giornale nazionale, seppur islamista. Ero felice di aver varcato la soglia di un mondo, quello dei professionisti della caricatura, che sognavo fin da ragazzo”. Khalid rimane per due anni ad Al Asr, senza mai entrare in conflitto con la redazione. “Ero ancora un esordiente e, sebbene avessi ben chiari i miei principi, dovevo acquisire maggior fiducia nel mio lavoro”. Nel gennaio 2001 arriva la prima grande occasione: Ali Lmrabet lo vuole nell’equipe di Demain Magazine.

L’affermazione a Demain
Gli anni trascorsi a Demain sono il vero trampolino di lancio per la carriera di Khalid. “Lì ho conosciuto un vero spazio di libertà, che mai avevo trovato ad Al Asr. Ho cominciato a disegnare i politici, i membri del governo. E’ in quel momento che il mio stile ha assunto una caratterizzazione precisa”. Il successo ottenuto da Demain Magazine è strepitoso, tanto da rievocare alla memoria i lontani ricordi di Joha, Akhbar Souk e Attakchab, giornali che negli anni sessanta e settanta hanno fatto la storia della caricatura marocchina. “Le vendite andavano bene, raggiungevamo le 50 mila copie a settimana”. Ali Lmrabet approfitta del clima di libertà maturato durante la “transizione al trono” e nel 2002 crea un nuovo supporto, Doumane, la versione in darija (dialetto marocchino) di Demain Magazine. Le due riviste non esitano a rompere i tabù e ad infrangere le “linee rosse”. I lettori, dal canto loro, rispondono in maniera entusiasta. “C’era un vero dinamismo che muoveva la stampa indipendente, c’era la voglia di approfittare di quegli spazi di espressione mai avuti prima di allora”.
Le speranze e le illusioni prodottesi nel corso della “primavera marocchina” si infrangono, però, contro il vigoroso ritorno delle autorità. Mohammed VI si è insediato saldamente alla guida del paese e certe libertà sembrano ormai infastidirlo. Nel 2003 sia Demain Magazine che Doumane chiudono i battenti. Ali Lmrabet, direttore di entrambi i settimanali, viene condannato a quattro anni di carcere. “A provocare la reazione del regime erano stati alcuni miei disegni”, confessa Khalid. Ali Lmrabet, durante il processo, non fa mai riferimento alla presenza di un disegnatore in redazione. Si assume tutta la responsabilità ed afferma di fronte al giudice di essere lui stesso l’autore delle caricature incriminate, firmate con lo pseudonimo Khalid. “Non potrò mai dimenticare questo gesto. Ali ha dimostrato un grande coraggio e una generosità senza pari. Sapevamo che la nostra pubblicazione era un azzardo e che prima o poi ce l’avrebbero fatta pagare, così aveva preferito prendere degli accorgimenti. Non ha mai voluto inserire il mio nome nell’organico del settimanale. Mi ripeteva sempre: che guadagno ci sarebbe se finissimo in prigione tutti e due? Nessuno, ed io, in quanto direttore, verrei comunque condannato”.

La consacrazione parigina a Bakchich
Nel marzo 2003, in seguito alla chiusura di Demain Magazine e Doumane, Khalid inizia a lavorare per Le Journal Hebdomadaire. E’ Ali Amar a proporgli il nuovo ingaggio. “Successe proprio in tribunale, durante il processo contro Ali Lmrabet”. Sei mesi dopo, tuttavia, il caricaturista lascia il Marocco per stabilirsi in Francia. Un’altra scelta che si rivela decisiva. “Non avevo molto spazio, solo un piccolo disegno a settimana, e lo stipendio non mi bastava. Del resto, Le Journal non era un giornale satirico ed io ero abituato ai ritmi di Demain, dove avevo pagine e pagine da riempire con le mie caricature. Mi sono detto, qui non ho più niente da fare”. Khalid parte per Parigi, dove prosegue gli studi (ottiene la laurea in arti plastiche all’università di Saint Denis). Allo stesso tempo, continua la collaborazione a distanza con Le Journal. “Non ho mai interrotto i contatti con Amar e Jamai. Internet mi ha facilitato le cose, potevo inviare tranquillamente le mie caricature ogni settimana”.
Al suo arrivo in Francia, Khalid muove i primi passi a Le gri-gri International, “un giornale panafricano creato da un esule politico gabonese”. Dopo qualche mese, tuttavia, l’intera redazione si dimette in seguito ai contrasti maturati con il direttore. “Voleva rientrare in Gabon, così decise di cambiare la linea editoriale per avvicinarsi al presidente Omar Bongo Odimba. Noi non accettammo il suo voltafaccia”. L’equipe, affiatata e motivata, non si dà per vinta e nel 2006 trova la soluzione per risolvere l’impasse. Nicola Beau, Xavier Monier, Guillaume Barou (ora a Le Monde Diplomatique), Anne Borel e Khalid Gueddar decidono di aprire un sito internet: Bakchich.info. “Non avevamo i mezzi per fondare un giornale, così abbiamo cercato il sistema più economico per continuare a scrivere e disegnare, insomma per fare il nostro lavoro”. Anche Bakchich, all’inizio, si concentra esclusivamente sul continente africano. “Ci mancavano i giornalisti e i contatti giusti per creare un vero sito di informazione. Abbiamo deciso di proseguire la strada interrotta, un terreno che ci era familiare”. Pian piano il numero dei visitatori aumenta e Bakchich raggiunge una vera e propria notorietà internazionale. “Sono iniziate ad arrivarci sovvenzioni e pubblicità. Nel 2009 avevamo finalmente i soldi necessari per lanciare il giornale in formato cartaceo”.
La comparsa nelle edicole conferma il successo di Bakchich, che supera di slancio il rivale gabonese per numero di copie vendute. Nelle prime edizioni del settimanale, Khalid propone una serie di tavole su Mohammed VI, divenute ormai celebri: Le roi qui ne vuolait plus etre roi (“Il re che non voleva più essere re”). “Quelle caricature mi hanno reso famoso al grande pubblico, ma allo stesso tempo mi hanno creato seri problemi con il regime”. In quel periodo, il disegnatore marocchino fornisce anche i primi contributi al Courrier International. Sarà proprio una sua vignetta, consacrata ancora una volta al sovrano alawita, a scatenare nel luglio del 2009 la censura di Rabat sul settimanale francese. “Non ho niente di personale contro il re. Ma io sono un caricaturista e lui un capo di Stato, che detiene il monopolio della politica nazionale. Rivendico il diritto e la libertà di criticarlo, se reputo che le sue scelte siano sbagliate”.

La vignetta pubblicata dal Courrier International censurata dal regime.

“Khalid le mediavore”
Alla fine del 2008 Khalid Gueddar viene contattato da Taoufiq Bouachrine, capo-redattore del quotidiano Al Massae. “Taoufiq era un amico e mi ha proposto un buon contratto pur di avermi con lui a Casablanca. Io ho accettato, a condizione di poter continuare le mie collaborazioni con gli altri supporti, sia marocchini (Le Journal) che stranieri (Bakchich e Le Courrier International)”. Così, dall’inizio del 2009, Khalid rientra in Marocco. “Una scelta che, a posteriori, mi guarderei bene dal ripetere”. Poco dopo, infatti, Bouachrine abbandona Al Massae per fondare un suo giornale, Akhbar Al Youm. Una volta partito il capo-redattore, i rapporti tra Khalid e il direttore Rachid Nini iniziano a deteriorarsi: “Nini voleva che lasciassi Bakchich. Era il periodo in cui pubblicai in Francia Le roi qui ne voulait plus etre roi. Il regime la prese molto male e iniziò a fare pressioni”. In aprile Gueddar viene licenziato dal Massae. Bouachrine è pronto ad accoglierlo a braccia aperte, ma qualcosa nell’aria è cambiato: “un ritorno in grande stile alla politica autoritaria degna del miglior Hassan II”, riferisce Khalid con tono remissivo. A farne le spese sono i diritti umani e le libertà individuali faticosamente conquistate dai Marocchini nell’ultimo decennio. “I primi sulla lista erano chiaramente i giornalisti insubordinati, e il mio nome doveva essere tra quelli di punta”. La rapida successione degli eventi sembra dargli ragione. Prima la censura del disegno pubblicato dal Courrier International, poi la famosa caricatura del principe Moulay Ismail, apparsa sul quotidiano Akhbar Al Youm il 26 settembre 2009, che scatena le ire del Palazzo. Risultato: la chiusura immediata del giornale e la condanna di Khalid e del direttore Bouachrine a quattro anni di carcere con il beneficio della condizionale, oltre al pagamento di 50 mila dirham (circa 5 mila euro) di multa (condanna confermata in appello lo scorso dicembre).


Nei giorni che seguono al sequestro dei locali e delle copie del quotidiano, Gueddar è sottoposto ad una lunga serie di interrogatori nel commissariato di Casablanca. “I poliziotti non erano interessati al disegno del principe, ma ai lavori pubblicati su Bakchich. Ho capito ben presto che la vignetta di Akhbar Al Youm era solo una scusa. Il regime ce l’aveva con me per altri motivi, in particolare per le tavole su Mohammed VI. Stava preparando la sua vendetta e le intenzioni erano chiare: voleva infliggermi una punizione esemplare”, spiega Khalid, che poi continua: “avevamo proposto il disegno in occasione delle nozze di Moulay Ismail, all’interno di un dossier dedicato al matrimonio nella tradizione alawita. La caricatura era molto prudente, ma ci è valsa lo stesso accuse infamanti: mancanza di rispetto verso un membro della famiglia reale, oltraggio alla bandiera nazionale e antisemitismo”. Il disegno in questione raffigura il principe seduto sulla ammaria, mentre saluta gli invitati alla cerimonia. Sullo sfondo il vessillo marocchino, con la stella verde a sei punte. “Quella stella non ha niente a che fare con l’antisemitismo, né con l'offesa alla bandiera nazionale. Il vessillo marocchino, prima che il maresciallo Lyautey ordinasse di cambiarlo, era proprio così, ornato da una stella verde a sei punte. Sembra che nessuno se lo ricordi più!”.
Le parole dello storico Rachid Sbihi confermano i propositi di Khalid: “la stella a sei punte, che alcuni chiamano impropriamente il sigillo di Salomone, è un simbolo di saggezza e di energia, presente in tutte tre le religioni del Libro. Nel 1915, poco dopo l’instaurazione del protettorato, il reggente francese Lyautey impose al sultano Moulay Youssef la sostituzione di tale stella, che decorava il vessillo rosso degli Alawiti, con una a cinque punte. Quel simbolo è rimasto impresso nelle monete e nei francobolli del regno fino agli anni cinquanta”. Un accanimento immotivato, dunque, quello subito da Gueddar e dal suo giornale. Soprattutto se si considera che il settimanale Tel Quel, tre anni prima, aveva pubblicato la stessa bandiera in copertina senza subire alcun genere di processo.
Nel dicembre 2009 Bouachrine ottiene l’autorizzazione per creare un nuovo quotidiano, Akhbar Al Youm Al Maghribiyya. Il direttore vorrebbe continuare il sodalizio con Gueddar, ma per la libertà di stampa è forse il peggior momento dall’ascesa al trono di Mohammed VI e, per sopravvivere, occorre essere prudenti. Bouachrine prende le dovute precauzioni. Assume Khalid e in cambio gli chiede di non disegnare più: “sei ancora dei nostri – mi ha detto - fai parte del gruppo, però niente caricature per il momento”. Qualche settimana dopo un altro duro colpo: muore Le Journal Hebdomadaire. Gueddar si ritrova di fatto senza lavoro. “I colleghi mi hanno soprannominato Khalid le mediavore, perché nessun giornale sembra capace di sopravvivere al mio ingaggio”, ironizza il caricaturista, che non si dà per vinto e cerca di proporsi ad altre testate. La sua triste fama, però, lo precede senza scampo. “Ho provato con Le Temps e poi con Tel Quel, ma ho ricevuto soltanto rifiuti. Perfino Benchemsi (il direttore di Tel Quel, nda) ha ammesso che i miei disegni sarebbero troppo rischiosi per il suo settimanale”.
Khalid non ha più motivo di restare in Marocco, così decide di rientrare in Francia, dove ad aspettarlo ci sono la moglie e il figlio. In un paese in cui la giustizia indipendente resta una lontana chimera, mancano le basi che garantiscano la libertà di espressione. Gueddar ne è consapevole e sa, quindi, che la caricatura non può avere un futuro. Per questo vuole partire. Tuttavia, alla frontiera di Ceuta lo attende un’ultima (almeno fin’ora), amara sorpresa. “Mentre stavo consegnando il passaporto al controllo di polizia, sono stato prelevato da un agente che mi ha accompagnato in uno stanzino. Mi è stato detto che non avevo il diritto di lasciare il territorio nazionale. Ho chiesto spiegazioni, ma nessuno ha saputo darmele. Le disposizioni venivano direttamente dal Ministero dell’Interno”. Ad oggi, nessuna risposta ha fatto seguito alle lettere inviate dall’avvocato di Gueddar, da Reporters sans frontières e dall’AMDH (l’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo) al ministro Taieb Cherkaoui. Nella sentenza pronunciata dal tribunale di Casablanca lo scorso dicembre non viene menzionata alcuna disposizione che vieti a Khalid di varcare i confini nazionali.
Nell’attesa che il regime abbandoni tali pratiche persecutorie, permettendogli così di raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo, Khalid Gueddar sta lavorando al suo primo libro. “Una raccolta dei miei archivi, una serie di caricature suddivise in capitoli tematici, intitolata Les lignes rouges (Le linee rosse)”. L’opera, che sarà pubblicata in Marocco da Tarik Edition, avrà la prefazione di Plantu, lo storico disegnatore di Le Monde.


La caricatura fatta da Plantu in sostegno a Khalid Gueddar al momento del processo per l'affaire Akhbar Al Youm.

DOMANDA/RISPOSTA
J. G. : A chi si ispira Khalid Gueddar nel suo lavoro? In altre parole, quali sono i suoi “grandi maestri”?
K. G. : Se devo pensare ai colleghi come fonte di ispirazione, allora Il mio maestro assoluto resta l’americano Jeff Danziger, caricaturista del New York Times. Come avrai capito osservando il mio lavoro, preferisco lo stile anglosassone, pressoché privo di commenti e dialoghi, rispetto a quello europeo. Ma ammiro molto anche i caricaturisti francesi, primo fra tutti Siné, che ha fondato da poco il giornale satirico Siné-Hebdo, dopo il licenziamento da Charlie-Hebdo. E’ stato fatto fuori per aver disegnato una caricatura irriverente del figlio di Sarkozy. Tra i colleghi arabi mi piace molto l’algerino Dilem. Seguo sempre le vignette che pubblica sul quotidiano Libérté. Di lui apprezzo sia lo stile che le idee. Tra i Marocchini, invece, avevo una profonda stima per Larbi Sabbane, uno dei fondatori di Akhbar Souk. Purtroppo negli ultimi anni ha abbandonato la sua vena caustica, si è addolcito molto, diciamo così, ed è finito a lavorare per il giornale dell’Istiqlal (il partito di governo, nda). Le sue opere precedenti, tuttavia, restano un punto di riferimento imprescindibile.

J. G. : Cosa pensa Khalid Gueddar delle vignette sul Profeta Mohammed pubblicate qualche anno fa dal giornale danese Jylland-Posten?
K. G. : Sono stato tra i primi a schierarsi in difesa dell’amico e collega Lange. Siamo entrambi membri di Cartooning for peace e della Federazione internazionale dei caricaturisti. La mia è stata una scelta naturale e immediata: il sostegno incondizionato alla libertà di espressione. Del resto, perché vietare una caricatura sul Profeta Mohammed? Per quel che mi riguarda, ho disegnato Gesù più di una volta senza mai incappare in simili reazioni. Voglio però aggiungere una cosa. In alcune delle dodici vignette proposte da Lange c’è, a mio avviso, un accanimento eccessivo. Detto questo, posso non trovarmi d’accordo sul senso e sul significato di alcune delle caricature incriminate, ma sarò pronto sempre e comunque a battermi perché ci sia il diritto e la libertà di proporre quel genere di disegni.

lunedì 22 febbraio 2010

Vittime loro malgrado

Nell'ultimo numero prima della chiusura imposta dalle autorità, Le Journal Hebdomadaire torna sul tema dei detenuti salafiti e sulla strategia di lotta al terrorismo condotta dallo Stato marocchino dopo il 16 maggio 2003. Con coraggio dà voce alle famiglie dei prigionieri, madri, mogli e bambini che da sette anni subiscono le gravi conseguenze degli arresti di massa orchestrati dal regime. A lungo termine, le conseguenze di una tale politica potrebbero rivelarsi ben più gravi degli atti sanguinosi che l'hanno generata, come testimonia l'inchiesta di Christophe Guguen e Hicham Bennani.

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire n. 426, 23-29 gennaio 2010)

Sette anni dopo la tragedia del 16 maggio, che ha fatto quarantaquattro morti tra cui gli undici kamikaze, e l’ondata repressiva seguita a tali eventi, le conseguenze della politica anti-terrorista marocchina si fanno ancora sentire tra le famiglie dei detenuti salafiti accusati di terrorismo.

I sequestri, le detenzioni arbitrarie e i processi iniqui continuano ad alimentare il risentimento di una certa parte della popolazione marocchina e suscitano l’inquietudine delle organizzazione nazionali e straniere che si occupano della difesa dei diritti umani. “Per quanto riguarda il Marocco, possiamo constatare che, a dispetto di un relativo miglioramento della situazione globale dei diritti dell’uomo, è stato compiuto un passo indietro nel momento in cui lo Stato si è impegnato nel terreno della lotta al terrorismo con l’adozione di misure eccezionali”, afferma Rachid Mesli, direttore del Forum Al Karama, un’associazione di stanza a Ginevra che difende i diritti umani nel mondo arabo.

Pensare al futuro
Gli arresti di massa compiuti negli ambienti salafiti tra il 2003 e il 2004 avevano come base la scarsa conoscenza del fenomeno e una definizione assai vaga del concetto di “terrorismo”. “Erano sufficienti degli indizi sommari per essere coinvolti nelle retate organizzate dagli apparati di sicurezza: la frequentazione di alcune moschee, il tipo di abbigliamento indossato, la corrispondenza epistolare e i contatti telefonici. Questo sistema, del tutto arbitrario, ha prodotto una serie di ingiustizie”, spiega lo studioso di islam politico Mohammed Tozy. Anche se oggi gli arresti si fanno via via sempre più rari, le prigioni del regno ospitano ancora un migliaio di islamisti. I loro figli, cresciuti per lo più in contesti disagiati, oltre alle umiliazioni quotidiane, subiscono le pressioni del regime e si ritrovano marginalizzati all’interno della società. “Bisogna pensare al futuro. Questi ragazzi si ritroveranno presto senza lavoro, senza mezzi di sostentamento e senza niente da perdere. La gran parte dei loro padri sono innocenti. Lo Stato, al contrario, sta gettando le basi per creare dei veri terroristi”, afferma Abderrahim Mouthad, presidente dell’associazione Ennassir, la sola organizzazione marocchina ad apportare un sostegno concreto alle famiglie dei detenuti islamici nella vita di tutti i giorni. I partiti politici e le altre organizzazioni si guardano bene dall’avventurarsi in questo terreno minato. “All’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) cerchiamo di intervenire a monte del problema, ricordando allo Stato la necessità del rispetto delle regole e delle procedure giuridiche, sia nel caso degli arresti sia in quello dei processi. Allo stesso tempo facciamo parte dei comitati di solidarietà in appoggio a numerosi detenuti. E’ un modo per apportare il nostro sostegno alla loro causa”, spiega Abdelilah Benabdeslam, vice-presidente dell’AMDH. Il PSU (Partito socialista unificato), invece, al momento della riunione del suo ufficio politico avvenuta lo scorso 10 gennaio, ha chiesto la soppressione pura e semplice della legge anti-terrorismo, adottata senza dibattito o discussioni preliminari nel 2003, in pieno clima di terrore post-16 maggio. Anche in Europa e negli Stati Uniti si reclama una nuova strategia di lotta al terrorismo, che sia capace di rispettare i diritti dell’uomo. Le leggi liberticide adottate in tutto il mondo dopo l’11 settembre si sono forse rivelate “efficaci” a corto termine ma, come ha già sottolineato il Club di Madrid (un think-tank che riunisce ex-presidenti e ministri di tutti i paesi) nel 2005, le violazioni dei diritti umani prodotte da tali provvedimenti creano “un ambiente favorevole allo sviluppo di reti militanti, che beneficiano di un appoggio crescente da parte della popolazione, soprattutto nei sistemi di governo repressivi”.

Stato-terrorista
Il Consiglio d’Europa, assieme ad altre organizzazioni regionali, ha adottato alcune risoluzioni che ribadiscono l’importanza di proteggere i diritti dell’uomo nella lotta al terrorismo. Ma in pratica, in molti paesi, “la paura del terrorismo ha eclissato il bisogno di rispettare i diritti umani”, indica un rapporto della Commissione internazionale dei giuristi pubblicato nel 2009. “Gli Stati Uniti sono il primo Stato-terrorista. Si considerano guardiani della democrazia e dei diritti e invece sono i primi a violare questi stessi principi, nel quadro della cosiddetta lotta al terrorismo. L’esempio più significativo sono le atrocità commesse a Guantanamo, ad Abu Ghraib, a Temara… Purtroppo, i paesi arabo-musulmani seguono ciecamente la politica dettata da Bush e ripresa da Obama”, asserisce Fatiha, la vedova di Karim El Mejjati, rapita in Arabia Saudita assieme al figlio Elias nel 2003 e trasferita nel centro di detenzione segreta di Temara a bordo di un aereo CIA. “Se noi siamo dei terroristi, dei fuorilegge (stando al giudizio americano), che almeno loro rispettino quelle norme di cui parlano tanto. Altrimenti i diritti umani, scusate il termine, non sono altro che chiacchiere”.


UN’INFANZIA AI MARGINI

I figli dei presunti terroristi fermati dopo gli attentati del maggio 2003 a Casablanca ricordano l’arresto dei padri come fosse ieri. Da allora sono relegati ai margini della società. Ancor più che gli altri ragazzi, come loro in condizioni precarie, non hanno altra scelta se non quella di affidarsi a Dio. Testimonianze da Sidi Moumen, il quartiere che ha visto nascere i kamikaze del 16 maggio.

I ragazzi della bidonville Thomas, situata nella periferia di Casablanca, vivono in condizioni precarie. Ma alcuni tra loro sono più marginalizzati degli altri. In “Kariane Toma”, così si chiama una piccola sezione della baraccopoli, un gran numero di presunti terroristi sono stati arrestati dalla polizia in seguito agli attentati di Casablanca, nel 2003. Selma Mouhim aveva cinque anni quando suo padre Abdelhak è stato portato via di casa. Abdelhak Mouhim, un imbianchino di trentasei anni, è stato condannato a trenta anni di carcere. “Mi ricordo come se fosse ieri. Una ventina di uomini in borghese sono entrati in casa con la forza. Insultandoci, ci hanno chiesto dove si trovasse mio padre. Sono stata colpita più volte alle gambe, con violenza. Mia madre aveva appena partorito, allora le hanno detto: mabrouk ziada (auguri per il bambino)!”, racconta l’adolescente, che oggi ha dodici anni. Dopo quanto successo, Selma ha continuato ad andare a scuola. “I primi mesi i miei compagni mi insultavano costantemente, per loro ero la figlia di un terrorista. Una maestra mi ha sgridato perché portavo il velo. Tutti mi dicevano: come è possibile che tu, figlia di un terrorista, hai dei buoni voti? Non te li meriti! Così, quando rientravo a casa, andavo subito a fare i compiti piangendo. Voglio soltanto che l’innocenza di mio padre venga sancita dalla giustizia una volta per tutte”, si lascia andare Selma, scoppiando in lacrime. Per comprare i libri e il materiale scolastico, le famiglie dei salafiti finiti in carcere cercano di arrangiarsi con i pochi mezzi che hanno, dal momento che sono private di ogni aiuto esterno. Nessuno ha il diritto di portargli assistenza. “Siamo costantemente sotto sorveglianza. I vicini si dimostrano solidali, ma finirebbero in manette se provassero ad aiutarci in qualche modo”, assicura Khamissa Rtimi, sorella di Abderazak Karaoui, condannato a trent’anni di carcere.

Dov’è mio padre?
“Ogni anno, all’inizio della scuola, il re invia zaini e materiale di cancelleria agli studenti. Dal momento degli attentati noi non li abbiamo più ricevuti!”, si lamenta Khamissa. “Agli occhi di tutti i nostri bambini sono figli di terroristi e perciò non possono più beneficiare degli stessi vantaggi degli altri ragazzi”, continua la donna, che poi aggiunge: “prima degli attentati la prefettura ci convocava con regolarità per consegnarci qualcosa da mangiare, ma, dopo le condanne inflitte ai nostri mariti, non ne abbiamo più diritto, sebbene continuiamo a far parte di una delle bidonville più disagiate del Marocco”.
Naima Karaoui abita anche lei in Kariane Toma. E’ la moglie di Abderazak Karaoui, che sta scontando la sua pena nella prigione di Kenitra. Questa donna di cinquant’anni è madre di sette bambini. Uno di loro, Othman, ventidue anni, ha abbandonato gli studi. “Un’insegnante gli rimproverava continuamente di essere il figlio di un terrorista. Per questo gli rifilava sempre brutti voti. E poi non riusciva più a sopportare gli sguardi dei compagni”, racconta Naima. Hamza, invece, ha lasciato il liceo dopo essere rimasto vittima di un incidente stradale. Selma e Assia, due gemelle di otto anni, sono ancora sconvolte dalla sparizione del padre. Da quel momento, non hanno mai perso una puntata della serie messicana “Ayna abi?” (Dov’è mio padre?), in onda sul canale Al Aoula. “E’ il nostro programma preferito. Alla fine di ogni episodio speriamo di veder ricomparire nostro padre”, precisa Assia. Naima Karaoui lancia un appello disperato: “Siamo islamisti, non terroristi! I nostri bambini non hanno futuro. Chiediamo a sua maestà, comandante dei credenti, che Dio lo protegga, di intervenire per porre fine a questa situazione. Non c’è nessun’altra speranza per loro!”.
Ogni due mesi i ragazzi Karaoui fanno visita a loro padre. “All’ingresso della prigione, Imane è stata condotta in una piccola stanza e poi denudata, con la scusa di una perquisizione. Non so nemmeno se abbiano abusato di lei. I bambini sono traumatizzati dalle maniere dei poliziotti. Ogni volta che incrociano un agente in strada cambiano subito marciapiede”, riferisce Khamissa Rtimi con rassegnazione. “Un ragazzino, di cui non vi dirò il nome, ci ha detto: quando crescerò, la mia unica missione sarà uccidere i poliziotti per vendicarmi!”, racconta Naima Najari, madre di Abdelaziz Chafai, un venditore ambulante condannato a trent’anni di carcere. Dopo un lungo viaggio fino a Kenitra, un’attesa interminabile e un’ora trascorsa in compagnia del marito, che è malato di sciatica e sopravvive in condizioni penose, Naima Karaoui afferma: “i miei figli non possono che diventare dei delinquenti, dei terroristi ed hanno tutto il diritto di maledire lo Stato, visto la punizione ingiusta che gli ha inflitto”.
Rachid Mesli, direttore del Forum Al Karama, è dello stesso avviso. Secondo lui, in tutto il mondo arabo, più o meno, si è di fronte alla medesima situazione, allorché si affronta il tema dalle famiglie dei detenuti salafiti. “Nel momento in cui il sostegno principale del nucleo familiare finisce in prigione, gli altri membri si ritrovano automaticamente in una condizione di marginalizzazione. Tutto questo ha delle conseguenze materiali nel caso delle famiglie e, in più, genera gravi problemi a livello di società”, constata il signor Mesli. “A lungo termine – conclude il direttore – questi ragazzi possono diventare imprevedibili”. “I diritti umani in Marocco non esistono, come non esistono i diritti delle donne, né quelli dei bambini”, insiste Naima Karaoui. Ogni volta che le famiglie cercano di far sentire la loro voce, ogni volta che organizzano manifestazioni pacifiche in strada, vengono subito domate dalle forze dell’ordine.

Il sogno danese
Cambio di scenario. Mercoledì 20 gennaio 2010. Non lontano dalla bidonville Kariane Toma, in un quartiere modesto dalle parti di Sidi Moumen, i figli di Omar Maarouf si apprestano a partire per la Danimarca, il paese dove sono cresciuti. Nel luglio del 2003, la Corte di appello di Casablanca ha condannato Omar Maalouf, tra i principali accusati nel dossier legato alla “salafiyya jihadiyya”, alla pena capitale. I suoi figli, Hamza sedici anni, Zineb quattordici anni, Mourad undici anni e Amar nove anni, possiedono la doppia nazionalità. Omar Maarouf è stato fermato a Tangeri nel momento in cui stava per lasciare il territorio marocchino. “Non ho mai capito cosa sia successo. Il giorno dell’arresto, mio padre mi ha detto che aveva un problema con i poliziotti della dogana”, ricorda Hamza. “La Danimarca è il nostro paese. Che avvenire abbiamo in Marocco? A Copenaghen stiamo bene, ci sentiamo a casa nostra. Nessuno si permette si fare constatazioni fuori luogo”, continua il figlio maggiore. Stando a quanto riferisce la famiglia Maarouf, in Danimarca, un paese la cui reputazione nel mondo arabo è uscita distrutta dopo la pubblicazione delle vignette sul Profeta, si vive molto meglio che in Marocco, una volta che si viene etichettati come “terroristi”. Secondo Araba Hassania, la moglie di Omar Maarouf, la Danimarca è addirittura “un luogo ideale. Là nessuno ci relega ai margini e le persone che ci conoscono chiedono regolarmente notizie di mio marito. La scuola ci ha concesso un periodo di vacanza supplementare, affinché i bambini possano superare le forti emozioni provate al rientro in Marocco”. Una volta all’anno, questi ragazzi tornano a Casablanca, la città da cui sono partiti i loro genitori. Ogni due giorni fanno visita al padre, nella prigione di Kenitra. Come tutti gli altri figli di presunti terroristi, all’ingresso nel carcere vengono umiliati. “Ci isolano, ci spogliano, ci perquisiscono..”, testimonia la piccola Zineb. Qualche giorno fa Mouad, il più giovane tra i figli di Maarouf, è rimasto scioccato dalle condizioni di detenzione del padre. “Dopo averlo visto ha vomitato e si è ricoperto di brufoli”, fa notare la madre. All’inizio di ogni anno scolastico, gli insegnanti chiedono ai ragazzi di raccontare per iscritto cosa hanno fatto durante le vacanze. Non stupisce che, spiegando apertamente il contrasto in cui si ritrovano immersi a cavallo dei due regni, i ragazzi Maarouf si sentano totalmente scombussolati. In Danimarca sono seguiti da uno psichiatra. “Amar è il più colpito da tale situazione. Soffre di una grave malattia mentale”, confessa Araba Hassania. Per questa donna, “il Marocco resta il nostro paese. Ma è la Danimarca che ci ha aiutato. Ho scritto molte lettere a Mohammed VI che sono rimaste senza risposta. Omar non può più restare in prigione. Sono sicura che la luce della ragione prima o poi apparirà. Non è soltanto un uomo a subire quest’ingiustizia, ma un’intera famiglia!”.

Christophe Guguen e Hicham Bennani

sabato 20 febbraio 2010

Cartoline da Jerada

Reportage fotografico
Dopo I “dannati del carbone” e I veleni della centrale, ecco l’ultima parte del dossier su Jerada, piccola cittadina di minatori nella regione marocchina dell'Orientale, al confine con l'Algeria.

Le descendries


Hanno cominciato a scavare loro stessi dei “pozzi”, chiamati descendries nel gergo dei carbonai, in modo totalmente artigianale e in condizioni di sicurezza proibitive. “Gli strumenti di lavoro sono arcaici – conferma Azouz – attrezzature obsolete che mettono in pericolo la vita degli stessi minatori”. Pur di rimediare qualche sacco di carbone, sono disposti a calarsi fino a sessanta metri di profondità, il più delle volte muniti soltanto di martello e scalpello.


Per scendere in fondo al camino, i minatori si servono di una corda legata sotto al bacino, collegata ad una carrucola che viene azionata manualmente dagli operai rimasti in superficie.


Una volta raggiunto il giacimento di antracite, inizia la perforazione orizzontale, che avviene seguendo la linea del filone. “Le descendries sono puntellate e rafforzate con gli arbusti delle foreste della zona. In meno di dieci anni sono stati scavati migliaia di pozzi e la superficie verde che circonda Jerada si è ridotta di due terzi…”.



Ogni pozzo dà lavoro ad almeno sei persone: due minatori che scavano (in genere proprietari del pozzo) e quattro operai che si occupano del trasporto in superficie del prodotto. I primi due si spartiscono i proventi della vendita ai baroni, mentre gli altri ricevono una paga giornaliera che oscilla tra i 70 e i 100 dirham (7 e 10 euro).

 



L’estrazione del carbone avanza di pari passo alla deforestazione delle colline che circondano Jerada.



I minatori



Abderrahman ha lavorato nella miniera fino al momento della sua chiusura decretata nel 1998. Membro dell’UMT (Unione marocchina dei lavoratori), ha partecipato alle trattative con il ministero per ottenere l’indennizzo dei minatori. Dal 2002 ha iniziato a scavare pozzi sulle colline come la gran parte dei suoi ex-colleghi. Circa un anno fa, mentre stava lavorando ad una decina di metri di profondità, le pareti della descendrie in cui si era calato hanno ceduto. E’ rimasto bloccato per quattro ore, con il corpo sepolto fino al torace. Solo l’intervento deciso dei compagni è riuscito a salvarlo dall’asfissia.

Kamal ha lavorato nella miniera di carbone dal 1969 al 1981. E’ stato licenziato a causa della sua appartenenza al sindacato. Dopo alcuni anni trascorsi in Spagna è rientrato a Jerada. Ora è proprietario di due pozzi.


Il triage


Il deposito. Un ampio spiazzo ricoperto di sacchi di juta e mucchi di carbone alti circa un paio di metri, flagellato dal vento gelido che soffia dalle montagne dell’Atlante. Il combustibile fossile estratto dai pozzi della zona viene radunato in questo luogo, prima di finire nelle mani dei baroni. Qui viene lavorato a mano, con martelli e setacci. Uomini e donne provvedono alla selezione del carbone, che viene scelto, lavorato e poi separato, a seconda della grandezza e della destinazione. Le grandi reti metalliche, su cui gli operai riversano il contenuto dei sacchi di juta, servono per distinguere il 6/10, il carbone della misura più piccola, di solito impiegato per il consumo domestico. Il compenso varia da un minimo di 50 dirham (per le donne) fino ad un massimo di 80 dirham (per gli uomini).

 





Le donne, chine dietro agli ammassi di antracite, sono sorprese dal nostro arrivo.









Ci avviciniamo agli operai, che all’inizio ci accolgono con diffidenza.


I loro volti sono nascosti dietro a foulard e turbanti sistemati alla meglio per riparasi dalla brezza e dalla polvere nera in cui si ritrovano immersi per più di dieci ore al giorno, dall’alba al tramonto.



La repressione
La manifestazione indetta dai minatori di Jerada il 25 dicembre 2009 è stata repressa duramente dalla polizia locale, che ha arrestato una sessantina di abitanti e li ha torturati all’interno del commissariato cittadino. “La polizia ha rastrellato tutte le strade della città. Gli arresti e le violenze che si sono prodotte tra la notte del 25 e le prime ore del 26 dicembre non hanno seguito nessuna logica precisa, soltanto il bisogno di infliggere una punizione esemplare”.

Jilali è un vecchio membro della CDT (Confederazione democratica del lavoro). Seduto al tavolino di un bar, mentre stringe un bicchiere di tè alla menta con mani tremolanti, Jilali racconta quanto accaduto due settimane fa al suo compagno di cella: “lo hanno spogliato e poi l’hanno steso su una tavola. Gli hanno sistemato quattro barre di ferro appuntite sulle cosce e un poliziotto ha iniziato a camminarci sopra”. (…) “mi hanno fatto una fotografia e poi l’hanno rielaborata al computer per far apparire sullo sfondo il fuoco appiccato durante le rivolte. Un lavoro fatto veramente male, cosa che non ha impedito al giudice di istruzione di utilizzare la foto come prova contro di me”.

Mohamed è il padre di uno dei diciassette imputati finiti di fronte al giudice per la manifestazione del 25 dicembre scorso. “Mio figlio è accusato di furto. Secondo la versione ufficiale, la sera della manifestazione sarebbe sparito un computer da un internet point del centro. Lo hanno costretto a dichiarasi colpevole a forza di botte. Quando l’ho rivisto piangeva ancora come un bambino”.

I diritti umani
La sezione dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo) di Jerada conta più o meno 150 iscritti. Da anni denuncia le condizioni di lavoro a cui sono costretti i minatori della zona e i rapporti clientelari che legano le autorità ai grandi “baroni” del carbone. Questo reportage è stato possibile grazie al prezioso aiuto fornito dai suoi attivisti.






Jamal, presidente della sezione locale dell’AMDH.






Said, responsabile della sezione locale dell’AMDH.






Azouz, responsabile della sezione locale dell’AMDH.

venerdì 19 febbraio 2010

I veleni della centrale

Reportage da Jerada/2

(Vai alla prima parte del reportage: I “dannati del carbone”)

La vecchia Renault di Said risale lentamente la strada fangosa che costeggia la collina. Aggiriamo Jerada percorrendo un piccolo sentiero secondario, per raggiungere la centrale termo-elettrica senza dare troppo nell’occhio. Le autorità locali non permettono che giornalisti e osservatori arrivino a ficcare il naso nei loro affari, così ci vogliono delle precauzioni. La giornata è grigia, il sole non riesce a penetrare il fitto strato di nuvole che minaccia l’arrivo di una pioggia imminente. Transitiamo vicino ai depositi, dove una decina di persone, la gran parte donne, stanno provvedendo al triage dell’antracite. Un ampio spiazzo ricoperto di sacchi di juta e mucchi di carbone alti circa un paio di metri, flagellato dal vento gelido che soffia dalle montagne dell’Atlante. Il combustibile fossile estratto dai “pozzi” della zona viene radunato in questo luogo, prima di finire nelle mani dei “baroni”. Qui viene lavorato a mano, con martelli e setacci, e selezionato a seconda della grandezza e della destinazione. Decidiamo di fare una breve sosta. Ci avviciniamo agli operai, che all’inizio ci accolgono con diffidenza. I loro volti sono nascosti dietro a foulard e turbanti sistemati alla meglio per riparasi dalla brezza e dalla polvere nera in cui si ritrovano immersi per più di dieci ore al giorno, dall’alba al tramonto. Aziz inizia a fare domande, cercando di raccogliere informazioni dettagliate sulla loro attività, mentre io scatto qualche foto. Le donne, chine dietro agli ammassi di antracite, sono sorprese dal nostro arrivo e guardano con timore la fotocamera che maneggio con discrezione. Poi, pian piano, sembrano rilassarsi. Alcune mi concedono perfino qualche sorriso, altre invece si mettono in posa, facendo a gara per attirare la mia attenzione.
Dopo aver trascorso una mezz’ora in giro per il deposito, torniamo alla macchina e riprendiamo la strada sterrata. Ancora pochi chilometri e le due ciminiere da cui esalano i vapori della centrale si stagliano nitide di fronte ai nostri occhi. Solo qualche albero, sopravvissuto alla deforestazione che ha investito l’intera vallata nell’ultimo decennio, ci separa ormai dallo stabilimento. Abbandoniamo l’auto dietro ad un cespuglio di rovi e cominciamo il sopralluogo. Ad accompagnarci, oltre a Said, ci sono Jamal e Azouz, tutti responsabili della sezione locale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo). Said Zeroual, in più, è un vecchio addetto agli impianti di combustione.
Muoviamo i primi passi in direzione di un fossato arido e invaso da strani cumuli giallastri. “Una volta c'era un ruscello, che portava acqua alla città dalla sommità della collina. Ora è diventata una discarica selvaggia”, esordisce Jamal, mentre ci indica le sostanze spugnose che ricoprono il letto del torrente. I camion della centrale arrivano qui ogni giorno per scaricare i rifiuti solidi prodotti dalle caldaie e dai depuratori. Tra le scorie depositate all’aria aperta, riusciamo a scorgere lana di roccia, lana di vetro e amianto, materiali utilizzati per isolare i macchinari. Continuiamo a camminare nel viottolo melmoso che si fa strada tra gli alberi e le scorie ammassate sul terreno. “La fanghiglia biancastra che vedete laggiù – indica Jamal – è quanto resta delle sostanze chimiche impiegate negli impianti di depurazione”. Mentre proseguiamo l’ispezione, Said comincia a raccontare la storia della centrale.

La discarica dell’occidente
Una volta raggiunta l’indipendenza e attuata la nazionalizzazione degli impianti minerari, il governo decide di approfittare delle ingenti quantità di antracite presenti nella regione e affida all’ONE (Ufficio nazionale per l’elettricità) il compito di costruire una centrale termo-elettrica a Jerada. Dal 1971 fino al 1998 il carbone estratto dai cunicoli della miniera viene inviato direttamente alle caldaie dello stabilimento, bruciato e trasformato in energia. Le rotaie che collegavano i due complessi industriali, distanti poche centinaia di metri l’uno dall’altro, sono ancora lì a testimoniarlo. “Per trent’anni la centrale è stata alimentata con l’FMG, una miscela di antracite finissima e schlamm (la fanghiglia prodotta dal lavaggio del carbone, nda)”, ci informa Said. L’FMG è un prodotto tipico delle gallerie scavate nel sottosuolo di Jerada. Per questo, quando la miniera viene chiusa, la centrale deve fronteggiare un serio dilemma. “Bisognava trovare un nuovo combustibile. Così, verso il luglio del 1999, sono arrivati i primi carichi di pet-coke”, continua il responsabile dell’AMDH. Il pet-coke è una sostanza che si ottiene dalla lavorazione del petrolio, come riconosce la sua stessa denominazione scientifica, Petroleum coke. Secondo la comune definizione industriale “è il prodotto ricavato dal processo di condensazione per piroscissione dei residui petroliferi pesanti e oleosi, la cui consistenza può essere spugnosa o compatta”. In breve, si tratta degli scarti che restano alla fine della raffinazione.
L’ONE non si pone troppi problemi e affida l’intera produzione di energia della centrale al nuovo materiale. “Il pet-coke produce molto più calore rispetto all’FMG ed è anche più economico. Per il Ministero era una soluzione conveniente, ma purtroppo stiamo parlando di una sostanza tossica, che dovrebbe essere subito interrata con tutte le misure di sicurezza del caso, invece di essere spacciata per un prodigioso combustibile”, si accende Said. Sono gli Stati Uniti a rifornire il mercato marocchino. “Se il pet-coke è così conveniente come ci hanno ripetuto per anni, allora perché non se lo sono tenuto in America, invece di disfarsene per un prezzo irrisorio?”, si domanda Azouz. Jamal gli risponde in tono rassegnato: “perché noi, Terzo mondo, siamo la discarica dell’occidente. In questo modo gli americani non solo non spendono soldi per il sotterramento dei materiali velenosi, ma in più ci guadagnano, rivendendoli ai paesi cosiddetti bisognosi”. Per la verità non è solo il Terzo mondo ad utilizzare questo prodotto, le cui qualità (basso costo ed elevata produzione di calore) sono ben note agli addetti del settore energetico. In Italia per esempio, l’Agip se ne è servita a lungo per alimentare le centrali termiche di Gela, prima che nel 2002 una sentenza della Corte costituzionale ne vietasse l’utilizzo a causa della sua pericolosità.
I fumi provenienti dalla combustione del pet-coke sono altamente nocivi. “Le alte temperature di fusione provocavano l’esalazione di acido solforico dagli scarichi delle camere di combustione”, spiega Said. Una decina di operai della centrale accusano crisi cardiache e, in particolare gli addetti alle caldaie, lamentano gravi insufficienze respiratorie e disfunzioni sensoriali (vista e olfatto). “Era un massacro. Io stesso sono stato ricoverato più volte. Inoltre, i macchinari si sono ben presto deteriorati. Non erano adatti all’utilizzo di questa sostanza”. Le caldaie esplodono e gli impianti di filtraggio sono deteriorati dagli scarichi corrosivi, venendo così meno alla loro funzione. Gli abitanti di Jerada si oppongono. Anche gli impiegati della centrale cominciano a far sentire la loro voce, sebbene temano di perdere il posto con le loro proteste. Lavorare all’ONE è considerato un lusso in città. L’alternativa è la disoccupazione, il contrabbando di benzina e medicinali alla frontiera con l’Algeria o l’oscurità profonda dei pozzi di carbone.
Il pet-coke conviene, produce più calore e costa meno dell’antracite, ma uccide. Così nel 2006, i dirigenti dell’ONE decidono di interrompere gli approvvigionamenti. “Il Ministero dell’energia e delle miniere ha concluso nuovi accordi con i governi di Russia, Polonia e Sudafrica per la fornitura di un nuovo combustibile, il carbone-vapore”, ci informa Said. In più cerca di stimolare il mercato locale, acquistando il carbone estratto dalle descendries della zona. Una quantità irrisoria rispetto alle forniture provenienti dall’estero (meno dell’1% del consumo annuale), che contribuisce tuttavia a riempire le tasche dei baroni. Il passaggio al carbone-vapore, però, non ha risolto i gravi problemi di inquinamento che ancora affliggono i cittadini di Jerada. “I fumi velenosi sono scomparsi dopo l’abbandono del pet-coke – conclude l’addetto alla centrale – ma l’impiego del nuovo materiale ha determinato un forte aumento dell’emissione di polveri sottili, che sfuggono ai filtri, vecchi e malridotti, e vengono liberate nell’aria dalle ciminiere”.