mercoledì 27 gennaio 2010

I “dannati del carbone”

Reportage da Jerada/1
di Aziz El Yaakoubi e Jacopo Granci

Rivolte, arresti sommari, torture e processi: la piccola cittadina di Jerada ha vissuto gli ultimi giorni del 2009 nel segno della repressione. Interessi economici e clientelismo hanno trasformato i vecchi minatori della zona in nuovi schiavi-fantasma, nell’indifferenza delle autorità.

Lasciando Oujda in direzione sud e percorrendo una cinquantina di chilometri lungo la statale che conduce a Fguig, si arriva a Jerada, una piccola e all’apparenza anonima città di minatori. L’intera area, all’inizio del secolo, non offriva niente di più di una fitta boscaglia disabitata. Ma nel 1927, una rivelazione inattesa cambiò in poco tempo il volto del paesaggio. Una compagnia belga, giunta sul posto per effettuare dei rilievi geologici, scoprì che nel sottosuolo della regione erano nascoste immense riserve di carbone. Dopo qualche anno iniziò lo sfruttamento dei filoni. Furono scavati i primi tunnel e, nelle vicinanze, venne costruito un villaggio destinato ad ospitare i lavoratori e i responsabili della miniera, ufficialmente operativa dal 1945. Così nacque Jerada.
E’ domenica mattina, il ritmo della città è ancora lento, per le strade non si vede quasi nessuno. Nei giorni scorsi ha nevicato e la temperatura resta al di sotto dello zero. Un freddo glaciale. All’orizzonte si staglia nitida una montagna nera, da cui sale verso il cielo un rivolo di fumo bianco. “Quello è il simbolo di Jerada. Rifiuti e scarti provenienti dalla miniera accumulati lì anno dopo anno”, ci informa l’autista del grand taxi prima di depositarci nella piccola piazza del centro.
Seduto al tavolino di un bar, mentre stringe un bicchiere di tè alla menta con mani tremolanti, Jilali racconta quanto accaduto due settimane fa al suo compagno di cella: “lo hanno spogliato e poi l’hanno steso su una tavola. Gli hanno sistemato quattro barre di ferro appuntite sulle cosce e un poliziotto ha iniziato a camminarci sopra”. Liberato dopo una lunga serie di interrogatori, l’ex-membro della CDT (Confederazione democratica del lavoro), più o meno sulla cinquantina, è riuscito ad evitare questo genere di maltrattamenti. Ma il dolore e l’umiliazione della tortura non hanno risparmiato gli altri abitanti di Jerada finiti in carcere in quella stessa notte. “Forse perché sono vecchio, oppure perché facevo parte del sindacato. Chi può saperlo?”, aggiunge Jilali, che poi continua: “mi hanno fatto una fotografia e poi l’hanno rielaborata al computer per far apparire sullo sfondo il fuoco appiccato durante le rivolte. Un lavoro fatto veramente male, cosa che non ha impedito al giudice di istruzione di utilizzare la foto come prova contro di me”. Le rivolte di cui parla Jilali sono scoppiate il 25 dicembre scorso. La piccola città di carbonai è stata teatro di violenze che hanno scatenato la repressione feroce delle autorità locali. I minatori manifestavano per denunciare la “trappola” orchestrata da un misterioso imprenditore, che con false promesse aveva convinto gli operai a tornare al lavoro dopo due settimane di sciopero. Tuttavia, questa non è che la punta dell’iceberg. Solo l’ultima di una lunga serie di ingiustizie. “Jerada è un’enciclopedia della sofferenza umana. Mi sembra il titolo adatto per chi volesse scrivere un libro sulla storia della città”, butta lì senza troppa ironia Jamal Allay, presidente della sezione locale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti dell’uomo).

Un passo indietro
Tutto comincia nel 1998, quando lo Stato decide di chiudere la grande miniera di antracite, un tipo di carbone detto “magro”, che contiene meno del 10% di polveri sottili. L’iter burocratico va avanti per cinque anni. In questo lasso di tempo vengono licenziati circa settemila operai. La decisione che ha portato alla morte della miniera è ancora contestata dagli abitanti della città. Il governo di alternanza guidato dal socialista Youssoufi, dal canto suo, aveva sostenuto il provvedimento: secondo la tesi ufficiale, la miniera non era più produttiva e le malattie da questa provocate costituivano un fardello troppo pesante da portare avanti. Quasi i quattro quinti degli operai, in effetti, sono malati di silicosi. Ma per i minatori si è trattato di una “soluzione politica”. “Le autorità sapevano che i giacimenti erano ancora redditizi, ma non tolleravano la presenza di un forte movimento sindacale che negli anni aveva maturato una inaspettata coesione. Così il governo ha colto al volo le direttive degli organismi economici internazionali e i loro inviti all’abbandono dei vecchi combustibili”, commenta Said Zeroual, membro della sezione locale dell’AMDH e impiegato alla centrale termo-elettrica dell’ONE (Ufficio nazionale per l’elettricità). Sempre nel 1998, l’esplosione della contestazione popolare, sfociata in settimane di violenze, ha costretto Charbonnage du Maroc (CDM), la società di Stato che ha gestito la miniera dal momento dell’indipendenza, ad indennizzare gli operai licenziati, in accordo con le richieste avanzate dalle centrali sindacali. Le trattative hanno permesso di fissare il tetto delle indennità a due mesi di salario per ogni anno lavorativo. Una soluzione che ha fruttato, in media, dei risarcimenti compresi nell’ordine dei 300 mila dirham (28 mila euro), mentre le cifre più basse si sono attestate attorno ai 70 mila dirham (poco meno di 7 mila euro). “Il protocollo di intesa firmato dal governo, dalla CDM e dalle centrali sindacali prevedeva il rimborso di tutti gli operai impiegati nelle attività della miniera e, in più, la creazione di risorse alternative per gli abitanti della città, totalmente dipendenti dagli introiti dell’estrazione del carbone”, spiega Abderrahman, un membro dell’UMT (Unione marocchina del lavoro) che aveva partecipato alle trattative.
I risarcimenti hanno assicurato, almeno per un po’, la sopravvivenza della popolazione. Le alternative promesse, invece, non le ha ancora viste nessuno. “A parte le persone che lavorano alla centrale e i pochi commercianti, gli abitanti della città sono tutti disoccupati dal 2002”, si rammarica Said. Di fronte ad una tale situazione, alcune decine di ex-minatori, già dal 2001, avevano deciso di rientrare nella miniera, illegalmente. L’obiettivo era estrarre un po’ di carbone e venderlo nel mercato cittadino per l’utilizzo domestico. Ma la società che stava liquidando la CDM ha vietato definitivamente l’accesso al giacimento. Rassegnati, gli operai hanno abbandonato le gallerie e si sono diretti verso le montagne. Hanno cominciato a scavare loro stessi dei “pozzi”, chiamati descendries nel gergo dei carbonai, in modo totalmente artigianale e in condizioni di sicurezza proibitive. “Gli strumenti di lavoro sono arcaici – conferma Azouz, altro membro dell’AMDH – attrezzature obsolete che mettono in pericolo la vita degli stessi minatori”. Pur di rimediare qualche sacco di carbone, sono disposti a calarsi fino a sessanta metri di profondità, il più delle volte muniti soltanto di martello e scalpello. Dal 2002 la sezione locale dell’AMDH ha accertato la morte di quindici operai, rimasti intrappolati in seguito al cedimento delle pareti delle descendries. Il prezzo da pagare è alto, tutti ne sono consapevoli, ma ad oggi, questo resta l’unico mezzo concreto di sostentamento per gli abitanti di Jerada. Durante le vacanze scolastiche, anche gli studenti raggiungono i pozzi per provvedere alle necessità della famiglia.
Nelle colline che circondano la città si scava a caso. Ci si affida ai ricordi e all’esperienza dei vecchi minatori. Per anni si sono introdotti nelle gallerie tentacolari che, partendo dalla miniera, si disperdono lungo chilometri e chilometri su tutto il territorio della provincia. Le descendries sono puntellate e rafforzate con gli arbusti delle foreste limitrofe. In meno di dieci anni sono stati scavati migliaia di pozzi e la superficie verde che circonda Jerada si è ridotta di due terzi. “Quando la miniera era in funzione – ricorda Azouz – il legno per armare le pareti dei camini veniva acquistato altrove. Non si pensava nemmeno ad intaccare una risorsa così vitale per la città”. La deforestazione, oltre all’erosione del territorio, ha prodotto un notevole aumento dell’inquinamento: prima le emissioni di anidride carbonica, dovute alla centrale e al lavoro dei minatori, venivano assorbite dalle conifere, che in questo modo assicuravano il ricambio di ossigeno e purificavano l’aria. “Ora il processo è stato interrotto. L’aria di Jerada si sta facendo sempre più irrespirabile e le precipitazioni di piogge acide sono in costante aumento”, spiega allarmato l’attivista dell’AMDH.

L’arrivo dei “baroni”
Dal 2002 le perforazioni sono andate avanti in maniera ininterrotta e i pozzi continuano a spuntare come funghi nei dintorni della città. Più o meno ne vengono scavati una decina al giorno. Né la Direzione delle acque e delle foreste, a cui appartengono i terreni (una volta considerati parco nazionale protetto), né il Ministero dell’energia e delle miniere hanno reagito. Le condizioni di sicurezza dei nuovi minatori e i costi tremendi dell’impatto ambientale non sembrano preoccuparli. “Sono circa duemila gli operai che lavorano alle descendries in questo periodo dell’anno”, precisa Azouz. Dietro ad ognuno di loro c’è un’intera famiglia, che riesce a tirare avanti solo grazie ai proventi del carbone. Ogni pozzo dà lavoro ad almeno sei persone: due minatori che scavano (in genere proprietari del pozzo) e quattro operai che si occupano del trasporto in superficie del prodotto. I primi due si spartiscono i proventi della vendita, mentre gli altri ricevono una paga giornaliera che oscilla tra i 70 e i 100 dirham (7 e 10 euro). Poi ci sono gli addetti al triage. Uomini e donne provvedono alla selezione del materiale estratto, che viene scelto, lavorato e poi separato, a seconda della grandezza e della destinazione. Il loro compenso varia da un minimo di 50 dirham (per le donne) fino ad un massimo di 80 dirham (per gli uomini).
Alcuni notabili della regione hanno subito fiutato le grandi possibilità di guadagno offerte dal nuovo sistema di estrazione dell’antracite ed hanno imposto l’esclusiva sul mercato del prodotto. In accordo con le autorità locali, hanno ottenuto dei permessi per la ricerca, lo sfruttamento e la commercializzazione del combustibile fossile. “I primi permessi sono stati concessi nel 2002, cioè al momento della chiusura effettiva della miniera”, specifica Abderrahman. Stando alla legge, le autorizzazioni vengono rilasciate solamente a condizione che il beneficiario crei una impresa regolare, rispettando i diritti dei lavoratori. Anche le zone di sfruttamento sono definite in maniera rigorosa. Secondo l’ultimo rapporto della Delegazione regionale del Ministero (2009), sono ancora in vigore ottantuno permessi. Ma nella lontana provincia di Jerada, la realtà si dimostra ben più complessa di quanto stabilito dalla legislazione nazionale. “Solo quattro o cinque figure hanno il monopolio del mercato”, affermano i minatori appena risaliti in superficie, dopo un’intera giornata trascorsa in fondo alle descendries. Quasi tutti gli operai lavorano per loro, senza contratti regolari né garanzie legali. I “baroni”, così sono conosciuti nella regione, si limitano ad acquistare il carbone direttamente dai proprietari dei pozzi. Poi, grazie ai loro permessi, immettono il prodotto nel mercato nazionale ad un prezzo quattro volte superiore a quello di acquisto. Tuttavia, “la gran parte dell’antracite prodotta viene estratta in zone non consentite dalle famose autorizzazioni”, conferma Jamal Allay.
Decidiamo di andare fino in fondo a questa storia, così contattiamo telefonicamente Mustapha Toutou, uno dei baroni di riferimento nel territorio. “Nella mia società do lavoro a cinquantasette persone, tutte dichiarate alla Cassa di previdenza sociale”, cerca subito di difendersi. Allora perché continua ad acquistare il carbone proveniente da terreni non contemplati nel suo permesso di sfruttamento? “Lo faccio solo per aiutare queste persone che, sprovviste delle autorizzazioni necessarie, non possono commercializzare il prodotto estratto”, replica il signor Toutou. Un ingranaggio ben rodato che trasforma l’impotenza di molti (minatori e operai) nel lauto guadagno di pochi (i baroni). La cifra d’affari a cui ammonta l’intera produzione carbonifera della regione si aggira attorno ai 10 milioni di dirham al mese (poco meno di un milione di euro). Una somma spartita interamente tra i cinque notabili che controllano il mercato.

La rabbia dei nuovi schiavi del carbone
“Il malcontento è cominciato alla fine del novembre scorso”, ci informa Said Zeroual. L’inverno è in arrivo e le temperature si abbassano. I baroni dettano legge e cercano di approfittarne. Si rifiutano di pagare ai minatori la tariffa standard stabilita, cioè 80 dirham la cassa (misura equivalente ad un quintale). “Come tetto massimo ci hanno proposto 60 dirham”, ricorda Abderrahman. Dal momento che un pozzo arriva a produrre tra le dieci e le quindici casse al giorno, secondo i nuovi parametri, gli operai sarebbero costretti a lavorare in perdita. “Servono due settimane di perforazione prima di arrivare allo strato di carbone e in più bisogna calcolare gli altri costi, come il noleggio delle attrezzature”, spiega il membro dell’UMT. Per contrastare la voracità dei baroni, minatori e operai indicono uno sciopero. L’intera attività estrattiva è bloccata per due settimane. Poi, il 18 dicembre, quattro rappresentanti del “popolo della miniera” diffondono tra gli scioperanti una notizia inaspettata: un ricco imprenditore è arrivato in città con nuove autorizzazioni di sfruttamento. La sua proposta, se gli operai interromperanno la protesta, è di acquistare la produzione di un’intera settimana, pagandola 100 dirham al quintale.
Così lunedì 21 dicembre lo sciopero finisce e il lavoro nei pozzi riprende a pieno ritmo. “Le riunioni tra i quattro rappresentanti e l’enigmatico imprenditore si sarebbero tenute nella sede della provincia, alla presenza del governatore”, riferisce Jilali con aria scettica. Definire “enigmatica” questa persona non è abbastanza. In paese nessuno l’ha mai visto e la sua identità viene celata dagli stessi rappresentanti dei minatori. Un vero mistero, come conferma Jamal Allay: “sono ancora in molti a dubitare della reale esistenza di questo personaggio. Una delle ipotesi è che l’intera vicenda sia stata montata dalle autorità in combutta con i baroni al solo scopo di fermare lo sciopero e tamponare le perdite”. Qualche giorno dopo la ripresa delle attività, per la precisione venerdì 25 dicembre, i rappresentanti tornano ai pozzi per annunciare la scomparsa del famoso imprenditore. Con lui si sono dileguate anche le sue promesse. I minatori, radunatisi nella zona del deposito fin dal primo mattino, scendono in strada. La manifestazione, del tutto spontanea e improvvisata, si dirige verso la sede della provincia: gli operai sono stufi di essere sfruttati e raggirati. Vogliono essere pagati. Reclamano quello che gli è stato promesso, ma il governatore, anziché difendere i diritti dei lavoratori, cerca di imbonire la folla prospettando soluzioni vaghe e ipotetiche.
Sul far della sera il corteo rientra in città quando, sotto lo sguardo attento delle forze dell’ordine, scoppiano i primi disordini. Nel momento in cui il vigore della protesta inizia a calare, la polizia passa all’azione. Una sessantina di abitanti vengono arrestati, cominciano gli interrogatori e il dossier passa velocemente nelle mani della magistratura. “Diciotto persone sono ancora in carcere e altre tre si trovano in libertà provvisoria. Attendono il verdetto di primo grado, che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni”, fa notare Abdelkader Bouchkhach, un avvocato dell’OMDH (Organizzazione marocchina per i diritti dell’uomo) che si occuperà della difesa in tribunale. Tra i fermati ci sono minatori, operai, ma anche disoccupati e studenti. Su di loro pendono accuse piuttosto pesanti: manifestazione non autorizzata, furto e turbamento dell’ordine pubblico.
“La polizia ha rastrellato tutte le strade della città. Gli arresti e le violenze che si sono prodotte tra la notte del 25 e le prime ore del 26 dicembre non hanno seguito nessuna logica precisa, soltanto il bisogno di infliggere una punizione esemplare”, ricorda con rabbia Jamal Allay. La vicenda di Mimoun Abdi (vedi scheda) è la triste conferma alle parole pronunciate dal responsabile dell’AMDH. Con lo sguardo fisso a terra, Jilali apporta la sua testimonianza sull’accaduto: “quando i poliziotti mi hanno portato in commissariato ho visto mio figlio. L’hanno spogliato, picchiato e insultato. Alla fine ha confessato tutto quello che le guardie volevano sentirsi dire”. Anche Jilali aspetta il responso del giudice, l’hanno rilasciato fino al momento del processo. L’altro figlio, invece, non è tornato a casa dalla notte del 26. Per le autorità è ufficialmente ricercato. Mohamed Ben Driss, pure lui minatore, fornisce ulteriori dettagli sulla vicenda: “mio figlio è accusato di furto. Secondo la versione ufficiale, la sera della manifestazione sarebbe sparito un computer da un internet point del centro. Lo hanno costretto a dichiarasi colpevole a forza di botte. Quando l’ho rivisto piangeva ancora come un bambino”. Seduto al nostro stesso tavolo, sorseggiando timidamente il suo bicchiere di tè alla menta, Abderrahman cerca di fare il punto della situazione. “Alla base della nostra protesta c’era la voglia di denunciare l’asservimento esercitato su di noi dai baroni. Tutte le persone che lavorano all’interno dei pozzi contraggono gravi malattie ma, con il sistema dei permessi di sfruttamento, nessuno ci assicura più la copertura delle spese mediche”. Al tempo in cui era attiva la miniera, Charbonnage du Maroc aveva costruito e finanziato una clinica specializzata nel trattamento della silicosi. Quando la miniera è stata chiusa, la clinica è passata alle dipendenze del Ministero della sanità, che ne ha ridotto progressivamente le prestazioni, fino alla cessazione definitiva delle attività avvenuta all’inizio del 2009. Ignorati del regime, i minatori di Jerada non sembrano più aver diritto ad una esistenza umana. Coperti di fuliggine dalla testa ai piedi, si aggirano silenziosi sulle colline che circondano la città, come fantasmi abbandonati in un mare di sofferenze e indifferenza ben più profondo dei buchi neri dove sono costretti ad immergersi ogni giorno. Ma a volte anche i fantasmi si risvegliano, con l’assurda pretesa di veder rispettati i propri diritti. Ecco allora che l’indifferenza si trasforma in repressione…


Scheda
TORTURE. UN BAMBINO HA PERSO UN TESTICOLO
Si chiama Mimoun Abdi, ha tredici anni. Entriamo nella casetta di famiglia, timidi. Lui è disteso sopra un materasso, non riesce ancora a muoversi. Ci accoglie con un sorriso spento e gli occhi languidi, ma non mostra il minimo timore. Parla senza riserve. Vuole che tutti sappiano quello che ha passato. Venerdì 25 dicembre, dopo essere uscito da scuola, Mimoun percorre le vie del centro di Jerada per andare a fare la spesa. “Verso le sette mia nonna mi ha chiesto di andare a comprare un po’ di verbena”, racconta con voce sommessa. C’è ancora gente in giro, anche se la rivolta sembra aver esaurito la sua furia. Una camionetta della Sicurezza Nazionale si ferma di fronte a lui. “Quattro poliziotti e un agente delle forze ausiliari sono scesi ed hanno cominciato a picchiarmi. Sono caduto per terra, ma loro hanno continuato a colpirmi con calci e pugni”. Viene caricato sul furgone e portato via. “Hanno fatto un giro per la città, arrestando altre persone che non conoscevo. Poi ci hanno portati tutti al commissariato cittadino”. All’interno le torture riprendono. Mimoun riceve altri colpi alla testa e un po’ dappertutto nel corpo. Le fotografie che ci mostrano i parenti, seduti per terra a fianco a noi, non lasciano il minimo dubbio su quanto accaduto in quella notte. Ma non è tutto. Dopo qualche ora trascorsa all’interno del commissariato, inizia ad accusare un dolore “orribile” alla zona genitale. Mimoun comincia a gridare e a chiedere aiuto. Nel frattempo suo zio entra nei locali della polizia per avere notizie del nipote scomparso. “Appena l’ho visto in quello stato, ho subito chiesto spiegazioni. Ma mi sono sentito rispondere: hai fatto bene a venire anche tu, perché sei ricercato”, racconta lo zio, che ha passato tutta la notte all’interno del commissariato, prima di essere liberato il giorno seguente. “Un agente alla fine mi ha chiesto di abbassare i pantaloni – continua Mimoun - quando ha visto il mio testicolo gonfio e violaceo, mi ha portato all’ospedale. Era più meno l’una di notte”. Il medico gli rilascia un certificato, dove richiede analisi specifiche e urgenti. Ma non serve a niente. Il ragazzino viene ricondotto al posto di polizia e il mattino seguente, assieme ad un’altra decina di persone in stato di arresto, è trasferito ad Oujda. “Il giudice di istruzione ha dovuto liberarmi, perché piangevo di continuo e non riuscivo a parlare dal dolore”. La famiglia è costretta ad arrivare a Oujda per recuperarlo e, una volta lì, lo fa visitare da uno specialista. Il medico illustra subito la gravità del caso e decide di operare senza ulteriori attese. Dopo quattro giorni Mimoun esce dall’ospedale. Ha perso un testicolo. “Aspettiamo i risultati per sapere se anche l’altro dovrà essere asportato”, conclude il padre con le lacrime agli occhi.

(Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata in francese da Le Journal Hebdomadaire, n. 426, 23-29 gennaio 2010)

venerdì 22 gennaio 2010

La fede in questione

All’inizio del dicembre scorso alcuni cittadini stranieri, accusati di proselitismo, sono stati espulsi dal Marocco. Tra di loro c’era anche una famiglia svizzera. La casualità (o altro?) ha voluto che l’espulsione coincidesse con i risultati del referendum elvetico sui minareti. Alcuni vi hanno letto una risposta diretta delle autorità al voto svizzero. Ma è anche vero che la pratica degli allontanamenti forzati dal territorio marocchino di cittadini stranieri, per la loro presunta opera di conversione, è diventata una prassi assodata negli ultimi due decenni.

(Articolo pubblicato da Le Journal Hebdomadaire, n. 425, 16-22 gennaio 2010)

Negli ultimi anni in Marocco si sono moltiplicate le espulsioni dei missionari accusati di proselitismo. Il caso più recente è quello di una famiglia svizzera, espulsa dal regno lo scorso dicembre. Il dibattito sulla libertà di culto non è mai stato così d’attualità.

Il dossier della famiglia svizzera, espulsa nel dicembre scorso dal Marocco per proselitismo, è tutt’altro che chiuso. La stampa elvetica si è appropriata dell’affare ed ha dato la parola ai “suoi missionari”. Un mese fa, la polizia giudiziaria di Oujda ha arrestato “diciassette persone nella città di Saidia. Tra loro c’erano degli stranieri, che avevano assistito ad una riunione pubblica non autorizzata dalla legge in vigore. Tale riunione mirava alla diffusione della fede cristiana, cercando di attirare nuovi adepti tra i cittadini”, si può leggere nella stampa marocchina. E poi, “le perquisizioni operate in seguito all’arresto hanno portato al sequestro di materiale utilizzato nell’attività di proselitismo, come libri, cd in lingua araba e altri in lingua straniera”, continua la versione ufficiale.

Espulsi senza processo
Oltre alla famiglia svizzera, sono stati espulsi anche due Sudafricani e un Guatemalteco. Mentre dodici Marocchini sono finiti agli arresti, poi rilasciati il giorno stesso. Sulle colonne del giornale svizzero L’Express, la coppia elvetica nega qualsiasi accusa che riconduca la loro opera all’attività di proselitismo. Il marito, un ingegnere, e sua moglie, fisioterapista, sostengono di essere in missione umanitaria in Marocco ormai da molti anni per conto dell’Ong Consulting, training and support, con l’obiettivo di fornire aiuto ai bambini marocchini handicappati. Tacciati di proselitismo, sono stati trasferiti il giorno seguente dalla polizia alla vicina frontiera di Melilla. “Senza nessun atto di accusa ufficiale, né altre forme di processo. Alla frontiera, ci hanno restituito i nostri effetti personali, finiti sotto sequestro, ma non i nostri permessi di soggiorno, validi fino al 2015”, sottolinea il capo-progetto. Questa la sua idea riguardo al comportamento delle autorità marocchine nella vicenda: “E’ una questione interna. Durante l’interrogatorio tutte le domande che ci hanno fatto convergevano sulle nostre relazioni con i cristiani marocchini della zona. Noi ci siamo dati da fare, nei limiti dei nostri mezzi, a fargli conoscere meglio questa fede, per loro ancora astratta, ma non abbiamo mai convertito nessuno”. Se la coppia svizzera ha affittato una villa a Saidia, dove teneva le riunioni della piccola comunità cristiana, era solo “per ritrovarsi in preghiera e per la lettura dei testi biblici, non certo per mettere in discussione i valori del regno”, spiega l’impiegato della Ong.
Non è la prima volta che il Marocco procede a questo genere di espulsioni. Cittadini stranieri sono regolarmente pregati di fare i bagagli per aver cercato di “intaccare la fede musulmana” dei Marocchini. In tali circostanze, la polizia giustifica la procedura evocando il sequestro di materiale, libri e cd, per la propaganda del cristianesimo. Questi stranieri che, stando ai rapporti della polizia, puntano a convertire i Marocchini musulmani, dovrebbero in realtà finire in giudizio. Secondo l’articolo 220 del Codice penale, rischiano dai sei mesi ai tre anni di carcere, più una multa dai 100 ai 500 dirham. Ma raramente finiscono in stato di arresto. Piuttosto vengono espulsi alla buona, come nell’esempio della famiglia svizzera, in violazione della legislazione in vigore. “Bisogna assicurare la protezione e la garanzia della sicurezza spirituale ai cittadini, bisogna assicurare la tutela delle specificità marocchine”, questi i propositi che vengono ripetuti fino alla noia nelle dichiarazione degli ‘ulama’ o dei responsabili dei partiti politici di obbedienza islamica per giustificare le decisioni delle autorità. Pertanto, la costituzione consacra la libertà di culto all’articolo 6. E l’islam stesso fa appello direttamente alla libertà di coscienza. Come, per esempio, nella sura Al Baqarah: “Nessuna costrizione nella religione! Perché il giusto cammino si è ben distinto dallo smarrimento”. Nemmeno l’apostasia viene considerata un reato dai testi giuridici marocchini. E’ il proselitismo a cadere sotto la scure della legge. Il problema è che, per parlare di libertà di culto, dobbiamo prima garantire la libertà, ai cittadini di altre confessioni, di discutere apertamente della propria fede. Punire i colpevoli di proselitismo, dunque, non sarebbe un attacco alle libertà individuali? Il dibattito è aperto.

Hicham Houdaifa

L’articolo 220 del Codice penale
“E’ punito con l’arresto da sei mesi a tre anni e con una multa da 100 a 500 dirham, chiunque impieghi mezzi di seduzione con l’obiettivo di far vacillare la fede di un musulmano o di convertirlo ad un’altra religione, sia sfruttando la sua debolezza o i suoi bisogni, sia utilizzando a questi fini dei luoghi di istruzione, degli ospedali o delle cliniche, degli asili o degli orfanotrofi. In caso di condanna, può essere ordinata la chiusura dello stabilimento che è servito a commettere il reato, in modo definitivo o per una durata massima di tre anni”.

giovedì 21 gennaio 2010

L’Occidente comincia a Messina (parte 1)

Il terzo capitolo (parte 1) del libro-reportage Clandestin en Méditerranée, scritto dal giornalista tunisino Fawzi Mellah. Il piccolo scafo ha finalmente raggiunto le coste italiane. Per i clandestini a bordo inizia la lenta risalita dello stivale e, già in terra siciliana, arrivano le prime difficoltà....

Le coste di Pantelleria, annunciate da luci giallastre che sembrano lanterne all’orizzonte, si svelano poco a poco nel levare del giorno ancora fresco e pallido. Sono le cinque. Abbiamo navigato, senza grossi incidenti, per oltre sette ore in uno scafo sistemato alla meglio. Il mare ci ha graziato. Avanziamo piano piano verso terra, con la prua in direzione del sole. Il primo contatto con l'Occidente, dunque, avviene da est...
Ci congratuliamo rumorosamente, tanto che il capitano è costretto a richiamarci all'ordine. Fa presente che la manovra non è ancora terminata. L'assistente ci intima di sederci con tono secco. Ma, anche lui, sembra felice di essere finalmente arrivato. Il Malien mormora qualcosa, probabilmente un versetto coranico. Jeff si cambia la camicia e il maglione. Il libico sorride. Impugniamo i nostri sacchi e aspettiamo il segnale del capitano, che sta facendo del suo meglio per avvicinarsi ad una piccola cala rocciosa. Lo scafo, però, non sembra intenzionato a seguire le sue istruzioni. Allora viriamo a tribordo, lasciamo l'imbarcazione alla deriva per qualche centinaia di metri ed infine puntiamo di nuovo verso terra. Una spiaggia di sassi neri, in fondo a una caletta che si apre ad ovest. Lo scafo ondeggia in direzione della spiaggia a motore spento. C'è abbastanza luce per scorgere il paesaggio. Triste e smorto. Ciottoli neri. Costoni di roccia grigiastri. Qualche albero sparso qua e là. Una terra all'apparenza misera e austera.
Se non fosse per qualche casupola bianca attaccata sul fianco delle colline e una manciata di palme che mostrano da lontano le loro chiome, non crederemmo di essere ancora nel Mediterraneo. Saltiamo uno dopo l’altro sui sassi. Ci facciamo lanciare gli zaini dall’assistente, che ci concede appena un breve saluto. Il capitano, quanto a lui, si congeda dicendoci: “Che Dio sia con voi!”. Senza fare domande e senza nemmeno salutarci, il libico e il tunisino scalano il pendio roccioso e camminano fianco a fianco di buon passo. Il Malien resta un po’ nella spiaggia e guarda lo scafo allontanarsi. Evidentemente non sa da che punto cominciare. Allora domando a Jeff quello che ha in mente di fare. “Andare a Roma!”, mi risponde, come se potesse già scorgerne i campanili. “Io ho un contatto a Trapani, forse potremmo andarci assieme”, gli propongo senza pensarci troppo su. Si bagna il viso, sorride, beve una sorsata d’acqua a garganella e risponde con aria tranquilla: “Perché no? Anche io ne ho uno laggiù…”. Decidiamo di fare fronte comune.
Abbandoniamo l’africano alle sue meditazioni mattutine. Deve recuperare lo spirito giusto. Fa ancora fresco, ma non importa. Prima di tutto dobbiamo raderci, cambiare pelle, recuperare l’aspetto degli esseri viventi. Alla faccia di Shengen e dei carabinieri. Vogliamo lavarci, tornare puliti, perbacco! Un diritto elementare che nessuna polizia al mondo sarebbe in grado di privarci. Nel dar seguito ai nostri propositi, utilizziamo tutta l’acqua che è rimasta. Cambiamo le scarpe e ci infiliamo una giacca pulita.
Il sole è già abbastanza alto quando lasciamo la caletta, arrampicandoci sulla scogliera. Una volta in cima diamo un ultimo sguardo al Malien, rimasto giù, sul bordo del mare, a contemplare il cielo stiracchiandosi. Seguiamo una strada asfaltata senza troppe paure o timori. Felici e alteri. Come se essere scampati ai tormenti del mare, ai guardia-costa e alle loro vedette, ci donasse se non proprio delle ali, almeno un diritto sacrosanto. Il diritto di essere vivi, di occupare uno spazio, di essere allegri e ottimisti in questa mattina tranquilla su una piccola isola sonnolenta. Sembriamo dei normali turisti. Uomini felici che si godono le loro vacanze. Al diavolo la paura! Al diavolo il domani! Non ci preoccupa più, ormai siamo in cammino verso gli uomini, verso la terra degli uomini. Che siano italiani o cinesi, non è questo che conta. Sono uomini, esseri umani, quindi capiranno. Non abbiamo il visto, non siamo autorizzati a calpestare questo suolo, ma non ci preoccupiamo. In ogni caso avremo a che fare con degli uomini, e in quanto uomini capiranno…
Ma andiamo! Questi due buffi esseri in marcia sarebbero dei delinquenti? No. Siamo felici e fiduciosi, niente può farci cambiare umore. Siamo immersi in quella specie di estasi che si ritrova a volte, come uno stato di grazia, alla fine di un sonno agitato. Certo, di tanto in tanto, ci guardiamo in giro, per assicurarci che nessuno ci spii o ci segua, ma per ora, rimaniamo sereni. Camminiamo. In quale direzione? Quella che propone la strada d’asfalto. Il mare alla nostra sinistra, il sole dietro e sulla destra una montagna. Più avanziamo e meno siamo disorientati. Il paesaggio, in effetti, sembra la copia conforme di quello che abbiamo appena lasciato dall’altra parte del Mediterraneo. La stessa terra fragile, le stesse sterpaglie. Le stesse coltivazioni terrazzate (vigne, olivi, palme, fichi d’india e cespugli di lavanda), le stesse case basse, gli stessi muri in calce e mattoni. Le stesse tinte bianche e rosa.
Ad un tratto un autobus arancione ci oltrepassa: ecco la nostra bussola. Un autobus non può che condurre ad una città. Dopo un paio di chilometri arriviamo effettivamente ad un incrocio. I cartelli indicano: Pantelleria (sempre dritto), Aeroporto (stessa direzione), Boukkuram (a destra). La segnalazione non è che una conferma, ormai non possiamo più sbagliarci. La strada asfaltata ci condurrà senza problemi alla nostra città-scalo.
Impieghiamo meno di un’ora ad arrivare. Strada facendo, le vie, l’architettura, le genti e le indicazioni incontrate lungo il cammino, confermano la mia prima impressione: ci troviamo in un terreno familiare. Non solamente i tratti fisici sono uguali ai nostri, ma perfino i nomi dei luoghi e dei villaggi hanno una sonorità tipicamente araba (Damussi, Gadir, Bugeber, Bonsulton). Questa sola idea è sufficiente ad infondermi ulteriore serenità: è possibile temere delle persone che ci assomigliano così tanto?
E’ sabato. La piccola città di Pantelleria sta per risvegliarsi. Il sole non si sottrae al suo lavoro paziente. Il clima è gradevole, come sempre all’inizio della primavera. Di fronte al porto i bar sono già pieni. Seguiamo l’esempio degli altri avventori: caffè espresso e dolci a volontà. Che altro fare? Non mi sento intimorito, tutt’altro. Ho solo qualche problema ad entrare nel mio nuovo ruolo di clandestino. Come un attore al debutto. Cammino ancora dritto e sicuro di me. Parlo ad alta voce. Mi faccio cambiare i caffè, con quel tono che hanno spesso i turisti, che sanno di poter contare sul loro banchiere e sulla loro carta di credito. Ho ancora l’aria dell’uomo sicuro di sé, del suo passaporto e del suo buon diritto. Jeff cerca di farmelo notare ricordandomi che, malgrado tutto, la nostra presenza qui è illegale. Siamo appena sbarcati d’accordo, ma rimaniamo pur sempre dei clandestini. Mi consiglia di parlare in maniera più discreta e di guardarmi in torno con un certo contegno. Cerco di seguire le sue indicazioni, ma dentro di me penso che la sua paura sia esagerata. Darsi un contegno, che tipo di contegno e per quale motivo? Nel bar in cui ci troviamo sembra del tutto inutile. Nessuno ci nota. Nessuno nemmeno ci guarda. Più che turisti, sembriamo degli abitanti del posto. Come se fossimo a casa nostra.
Ciò nonostante continuo a fare quello che Jeff mi ha suggerito. In fondo, sento che le sue ragioni sono fondate (e il seguito del viaggio lo dimostrerà). Entriamo in una agenzia di viaggi situata vicino al bar e ci informiamo sulle partenze previste per Trapani, Marsala e Palermo. Ci assicurano che un traghetto della compagnia Siremar salperà da Pantelleria alla volta di Trapani alle ore 13. Quando compriamo i biglietti (42 franche ciascuno) sono ancora le 10: ci restano tre ore da spendere. Cosa fare? La stessa cosa che farebbe qualsiasi turista: visitiamo il posto. La città è piccola e in meno di un’ora facciamo il giro completo. Ci ritroviamo sotto il pendio della collina che domina il porto. Continuiamo la nostra camminata e scopriamo, impauriti, che la strada termina all’ingresso di una base militare. Bisogna essere proprio stupidi per gettarsi nella bocca del lupo in questo modo. L’unica soluzione è scendere velocemente e mescolarsi alla folla animata e anonima della città.
Il traghetto della Siremar, un battello piuttosto grande, bianco e blu, munito di due ciminiere, è già ormeggiato al porto. Quando dico “porto”, intendo in realtà un piccolo molo saturo di pescatori e dotato di una sola banchina. Macchine e viaggiatori sono in fila, in attesa di imbarcarsi. Bisogna raggiungerli. Mentre ci avviciniamo allo scafo, Jeff sembra ricevere un colpo al cuore, quasi l’inizio di un’apoplessia. Si ferma all’improvviso ed esclama: “maledizione ci sono dei controlli!”. Effettivamente, un uomo in uniforme è posizionato ai piedi della passerella e controlla i viaggiatori prima dell’imbarco. C’è poco da fare, ormai non possiamo più tornare indietro. Non si può ritardare il trasferimento. In tutta la giornata questo è l’unico traghetto in partenza per Trapani. Prendere o lasciare. Avanziamo verso l'imbarco, incoscienti e ardimentosi, con la stessa angoscia che assale quegli scommettitori che hanno puntato tutta la loro fortuna su un solo cavallo. Ma non c’è altra scelta e la nostra faccia tosta viene premiata. Il tipo ai piedi della passerella non è un poliziotto, ma un semplice impiegato della compagnia di navigazione incaricato di convalidare i biglietti. Risultato: ci imbarchiamo senza complicazioni.
Ci hanno detto che il viaggio dura sei ore. Vorrei dormire un po’, ma la notte appena trascorsa mi ha insegnato l’arte, o piuttosto la necessità, di lottare contro il sonno. Rinuncio a chiudere gli occhi, malgrado la stanchezza. Ma perché di colpo mi assale tutto questo panico? Fino a poco fa, in città, mi sentivo calmo e sereno, mentre ora, su questo battello, mi assale la stessa inquietudine provata durante la traversata del giorno prima. E pertanto non sembra esserci nessuna novità, non è stato dato nessun allarme. Al contrario, il viaggio sembra procedere secondo i piani previsti. Allora, perché inizio a sentire una sorta di pesantezza in fondo allo stomaco? Perché, anche in una nave italiana, sono costretto a lottare contro il sonno? Rivolgo queste domande al mio compagno, in realtà pervaso dalla stessa inquietudine. Come me, anche lui sta lottando contro la stanchezza. E’ ormai pieno giorno e questo ci aiuta a restare svegli. Sprofondiamo sulle poltrone, gli zaini ci fanno da cuscini. Restiamo in silenzio mentre guardiamo il mare che ci circonda, non più minaccioso come durante la notte. Il vento se n’è andato. I passeggeri contemplano beati il paesaggio. Nella mia mente riaffiorano i volti dei compagni di rotta. Non li abbiamo più rivisti. Nessuno di loro è salito su questo traghetto. Dove sono andati a finire? Saranno rimasti a Pantelleria? E per fare ché? Avranno tentato la sorte imbarcandosi per Marsala? Li avranno arrestati? Sono domande che affollano i miei pensieri per un po’. Poi finisco per dimenticare quei volti già distanti e cerco di concentrarmi sul seguito delle operazioni. Una nuova e detestabile abitudine che dovrò apprendere al più presto: conoscere persone, perderle di vista, incontrarne altre, abbandonarle, rivedere di nuovo i primi compagni, per poi dimenticarli ancora una volta… La stella del clandestino è per natura fugace. Gli uomini che scelgono questo cammino sono costretti a conoscersi, a perdersi, a ritrovarsi e perdersi nuovamente. Le amicizie sono rare, dal momento che non c’è abbastanza tempo per farle germogliare, né per consolidarle.
Quando arriviamo a Trapani è già notte. Sbarchiamo proprio di fronte al palazzo della dogana. Tre bandiere ne ornano la facciata scura: quella italiana, quella siciliana e quella europea. In breve, le tre istituzioni con cui d’ora in avanti bisognerà fare i conti. Distanti solo qualche passo, i motoscafi dei carabinieri puntano la prua in direzione del mare. Si apprestano a partire per qualche controllo o sono già di ritorno? Scivoliamo davanti agli uomini in uniforme, che proseguono tranquillamente i loro discorsi. Facciamo finta di conoscere il posto. Ci allontaniamo dal porto con un’aria apparentemente tranquilla e decisa. Appena qualche passo più avanti, però, domandiamo dove si trovi la stazione. Per fortuna è distante solo poche centinaia di metri.

Ah, la stazione! Le stazioni sono indispensabili alla vita del clandestino, come il seno della madre per un lattante, come le stelle per il pescatore e la bussola per il marinaio. Cancellate le stazioni e sconvolgerete la vita di migliaia di uomini e donne, la cui sola colpa è di incamminarsi in giro per il mondo senza un regolare visto di ingresso. Del resto, dove dirigersi quando non si ha nessun posto dove andare? In quale direzione camminare quando non si è in possesso di alcun indirizzo? Dove sedersi quando il budget giornaliero è già esaurito? Alla stazione, dove decine di altre persone, nelle stesse condizioni di illegalità, transitano regolarmente ogni giorno.

Quella di Trapani è poco più grande di un fazzoletto. Le mura color ocra, le banchine pulite, tutto sommato un posto tranquillo. Credo ci sia una sola linea: Trapani-Palermo. Ma, almeno per ora, non è il caso di prendere il treno. Per questa sera il nostro obiettivo è trovare una sistemazione. Sono le otto e dobbiamo pensare ad un luogo dove dormire. Senza farmi troppe illusioni sull’indirizzo che ho ancora in tasca, domando dove si trovi il bar in cui, stando al passeur, ci sarebbe ad attendermi il contatto pagato duemila franchi. Dopo aver chiesto indicazioni ad un marinaio riusciamo a raggiungerlo. Fumosa e febbrile, la taverna risuona dei rumori tipici del sabato sera. Pescatori, marinai, contadini e soldati parlano dei loro sogni tra un sorso di marsala e l’altro. Una musica lieve accompagna i sospiri d’amore che escono dall’ebbrezza generale. Ma non c’è nemmeno una donna a raccogliere tali romanticherie.
Buttiamo giù il nostro sorso di marsala e poi, aiutati dal vino, troviamo il coraggio per domandare al barista notizie sul mio contatto. Lo conosce, ma questa sera non l’ha ancora visto al locale. Bisogna aspettare o tornare un’altra volta. Nel corso della breve conversazione, Jeff dimostra una padronanza della lingua italiana quasi perfetta, cosa che mi sorprende non poco. “L’ho imparata guardando la RAI”, mi dice senza esserne troppo fiero.
Passiamo la notte in una pensione umida, modesta e ben lontana dal centro, sedotti dal prezzo più che ragionevole (240 franchi per entrambi). Lo stato penoso in cui è ridotto lo stabile e lo spessore pressoché inesistente dei materassi spiegano il perché di una tariffa così modica. Ma anche qui non riusciamo a prendere sonno, allertati dai continui litigi che si odono all’interno della pensione, dalle grida e dal rumore degli sciacquoni mal regolati. La “condanna del clandestino” continua ad abbattersi su di noi. Siamo in tutto una dozzina di clienti ad occupare le tre camere del piano, mentre i proprietari abitano di sotto. Tra i nostri vicini contiamo tre Tunisini, una famigliola albanese e cinque Africani. Dal momento che non ci sono abbastanza letti né armadi a sufficienza, la ripartizione dei posti viene fatta alla cieca, o meglio, secondo un ordine di fantasia: ogni nuovo arrivato cerca di accaparrarsi il primo materasso libero a disposizione. Gli Albanesi (due adulti e un bambino) hanno una camera tutta per loro. Sfrattarli è impossibile, poiché la moglie e il bambino restano chiusi dentro per tutta la giornata.
I giorni seguenti ci tocca ancora camminare, camminare e camminare. Due o tre chilometri solamente per raggiungere la stazione, nella speranza di ottenere qualche informazione utile ai nostri progetti. Schiere di confratelli sono lì ad accoglierci e le giornate assumono subito un sapore abitudinario. Un espresso al bar, una panchina al sole, uno spuntino al tonno, una ventina di sigarette fumate in poche ore e una vaga e interminabile attesa. Attesa di ché? Chi potrebbe dirlo. Non sappiamo quale sorte ci aspetta e il tempo passa piuttosto in fretta in compagnia dei nostri nuovi amici. Per quanto stupido possa sembrare alle persone munite di orologi e agende, non abbiamo nemmeno l’impressione di restare lì in attesa di qualcosa. Ci troviamo semplicemente seduti su una panchina di fronte alla stazione di Trapani.
Volevamo l’Italia, ebbene ecco qui un posto al sole, di fronte ad una stazione che sembra assopita. In ogni caso non rimaniamo passivi. Nell’attesa parliamo, conosciamo gente, senza protocolli da seguire o regole non scritte da rispettare. Ci scambiamo spontaneamente le poche notizie a nostra disposizione, ogni giorno, senza timori o gelosie. Al centro delle discussioni restano sempre i clandestini, i naufragi e gli annegamenti. Giorno dopo giorno recitiamo questa sorta di cronaca macabra e ripetitiva, che i marinai bretoni chiamano “le fortune del mare”. I racconti presisi e circostanziati di tutti i mali che l’oceano può infliggere ai malcapitati che osano sfidarlo. Nei primi due giorni abbiamo saputo che un “carico umano”, arenatosi al largo di Brindisi, si è salvato in extremis grazie all’intervento dei carabinieri. Si tratterebbe, stando alle informazioni orali raccolte tra noi, di un centinaio di Pakistani e di Cingalesi in viaggio su un vecchio battello proveniente da Cipro, o forse da Malta, o addirittura dall’Egitto. Vai a sapere.

Incontro Toni, così chiamerò il mio contatto a Trapani, la domenica sera nel bar indicato sull’indirizzo (pagato a peso d’oro!!). E’ un siciliano simpatico e volubile. Promette di risolvere subito i nostri problemi di lavoro e di alloggio. Dice di conoscere molti allevatori che possono darci lavoro dalle parti di Mazara, Salemi, Alcamo e Marsala. All’inizio riceveremo cibo e alloggio, oltre ad un po’ di denaro. “Un salario o un po’ di soldi?”, cerco di informarmi, ma la mia domanda non ottiene risposta. Tutto ciò che Toni è disposto a dirci è che bisognerà sudare per ottenere il posto, i candidati sono molti. Tornerà dopodomani verso le 9, allo stesso bar, per cercarci e farci sapere come è andata. Alla fine gli offriamo un bicchiere. Non parla molto, non conosce i nostri nomi e non ci domanda nemmeno cosa sappiamo fare. Bisogna solo aspettare. Già, aspettare.

Un clandestino passa più della metà del suo tempo (della sua vita?) ad aspettare. O la risposta di un passeur. O l’arrivo in un porto improvviso e sconosciuto. O la buona volontà di un contatto. O l’incontro con un amico. O la magnanimità di un datore di lavoro a nero. O un’amnistia. O un’elezione presidenziale. O l’arrivo di qualche sorta di sinistra al potere. O la partenza di questa stessa sinistra. O una manifestazione di sostegno degli intellettuali. Magari l’occupazione di una chiesa. E perché no, l’espulsione. Ho spiegato in precedenza che non si può parlare di avvenire a persone che vivono di una temporalità fatta di piccoli futuri immediati. Dirò di più, per queste persone l’avvenire è un soggetto fuori questione: la loro temporalità è annientata dall’attesa dell’incerto.

Toni, a conti fatti, non riesce a risolvere nessuno dei nostri problemi. "Non è ancora la stagione adatta per i lavori agricoli", ci dice il martedì. La sola alternativa ad una nuova attesa è partire, spostarsi più lontano. Non sono poi così dispiaciuto. Non ho voglia di attardarmi a Trapani. Ma Jeff non la vede allo stesso modo e gli servono assolutamente dei soldi. Mi abbandona nel pomeriggio, tra il porto e la zona industriale. Lo rivedo soltanto in serata, quando torna alla stazione portando con sé un messaggio di speranza. Forse c’è la possibilità di un lavoro. Lo sapremo domani verso le 11. Come ha fatto? Chi ha incontrato? Non gli faccio domande.
Il giorno dopo a mezzogiorno, un colosso sorridente e bonario viene a cercarci con un furgone. Pavarotti (lo battezziamo subito così) sarebbe, secondo Jeff, il socio di un vago contatto maghrebino che passa la sua vita tra Roma, Parigi e Algeri. Chiedere maggiori dettagli e garanzie prima di accettare l’aiuto che ci viene proposto? Suvvia, poco importa che il gatto sia bianco o grigio, basta che acchiappi il topo. Questo proverbio cinese andrebbe bene come frontespizio per il grande libro della clandestinità. Tuttavia, neanche Pavarotti è capace di acchiappare il topo. Più dinamico che Toni, ci accompagna prima ad Erice, poi ad Alcamo e Mazara. In sua compagnia, facciamo visita a diverse fattorie, una panetteria artigianale, un’industria di pollame e molti bar. Senza successo. Evidentemente non è questa la stagione delle assunzioni e in più la concorrenza sembra davvero dura. La priorità ai siciliani. Poi agli Albanesi e infine agli immigrati regolari. Una logica implacabile.
“A Palermo o a Napoli avrete più fortuna”, ci assicura Pavarotti. Meglio seguire il parere di un esperto e non perdere altro tempo nella zona, dove il mercato del lavoro è oltremodo saturo. Gli offriamo un buon couscous siciliano e lui ici ricambia con dei consigli preziosi. Poi, come se volesse scusarsi per non averci trovato un impiego, ci aiuta nella negoziazione con i proprietari della pensione: non possiamo lasciargli due notti pagate in anticipo. Pavarotti riesce a trovare gli argomenti giusti e così recuperiamo i soldi.

L’autobus blu della compagnia Segesta fa avanti e indietro tra Trapani e Palermo di continuo. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Il biglietto di sola andata costa dieci franchi, è fattibile. Prendiamo il bus delle 16. Fa bel tempo. Il paesaggio è tenero e sorridente. Nessuno sembra spiarci (possiamo tranquillamente passare per dei Siciliani). Stiamo andando a Palermo, la città delle fughe e dei prodigi. Certo, abbiamo meno soldi rispetto al principio, Jeff è molto meno entusiasta, ma fa parte del rischio del viaggio. Nel complesso possiamo dirci felici. La polizia italiana ci concede una pace da re. Abbiamo ancora un po’ di denaro per pagarci da mangiare e abbastanza energia per scalare una montagna. Cosa pretendere di più? Mi addormento con la testa al sole. Non per molto, purtroppo, dato che il tragitto dura poco più di un’ora. Sono le 17 e la stazione di Palermo è lì ad attenderci.
Non siamo soli. Decine di pretendenti ci hanno già preceduto. In tutta questa folla, come riconoscere chi è siciliano da chi è un immigrato regolare? Chi clandestino e chi un semplice marinaio in scalo? Chi è del posto e chi viene da fuori? Vai ad indovinare! Mescolatevi, mischiatevi e Dio riconoscerà certamente i suoi in questo bel mosaico di etnie, in questo brusio di lingue, in questa calca di facce così differenti e allo stesso tempo così simili.
Deambuliamo come il resto della truppa tra la sala di attesa e la banchina, tra la banchina e le vie adiacenti, tra le vie adiacenti e la stazione dei taxi e poi il bar di fronte e infine di nuovo la banchina. Sono esausto. Ah, voglio dormire, voglio un letto. In mancanza del letto, mi viene in aiuto la cattolicissima chiesa siciliana: nell’ingresso principale della stazione, una mano caritatevole ha creato una piccola cappella. Una stanzetta bianca che può contenere al massimo una dozzina di persone. Qualche fila di sedie, un grosso crocifisso appeso al muro, un candelabro acceso, una statuetta della Madonna e molto silenzio. All’interno ci sono alcune donne vestite di nero, uno o due barboni e un paio di ragazze. Trovo un posto. Una vecchia mi sorride mentre faccio finta di pregare. Nel frattempo, ben lontano dal perdersi in simili sotterfugi, Jeff ha abbordato una banda di Marocchini, che gli indicano l’indirizzo di una pensione nel quartiere La Cala.
Sono circa le 20, Palermo brulica di vita. Attraversiamo un pianeta fatto di uomini, di piazze ben rifinite, di terrazze aperte e accoglienti e di trattorie ripiene di bontà. Ma tutto questo non ci appartiene. Il nostro posto è nella zona adiacente al porto. In fondo ad una via sordida e oscura ci imbattiamo nei resti ingombranti di un quartiere sventrato e ridotto in brandelli. Macerie di vecchie dimore che qui nessuno si è dato la pena di spianare. Difficile da qualificare. La Cala? E’ il gotico senza poesia, fatto di gru e di depositi deserti. Una miseria spaventosa.
Una donna minuta, che occupa abusivamente un appartamento sporco e brulicante di gente, ci chiede 240 franchi per dividere una stanza con altre persone. Quante sono queste altre persone? Come dividersi i letti? Dove mettere i bagagli? Dove lavarsi? Domande bislacche e inconcepibili a La Cala. Corridoi vaghi sono trasformati in camere da letto, con materassi rachitici e teli impiastrati da ettolitri di sudore come lenzuola. E poi un odore… ah! L’odore di La Cala: mare e benzina, pesce marcio e naftalina, olio fritto da giorni, tanfo di alghe e pasta all’aglio. Conosco questi odori, ma fino ad ora li ho sempre assorbiti uno alla volta, in modo distinto. Non è facile mescolarli assieme e farne un unico effluvio indistinguibile. Ma nella pensione, che resta innominabile, accade anche questo. La donna esige e ottiene il pagamento di tre notti anticipate.
Travolto da un rimorso tardivo, confesso al mio compagno che non ho alcuna intenzione di dormire in una bettola simile. Piuttosto una panchina o la cappella della stazione, ma non qui. Jeff riesce a convincermi solo dopo un notevole dispendio di energie. Mi racconta che, con molta probabilità, riuscirà a trovare un lavoretto. Non me la sento di mandargli a monte l’affare. Così mi calmo e lo assecondo. Per celebrare la nostra intesa gli propongo una pizza. Mentre mangiamo, mi confessa la sua voglia di sposarsi e di trovare una sistemazione. Poi, sazi di vino e di immagini di donne inaccessibili, decidiamo di concludere questa lunga e interminabile serata nelle vie di Palermo, a volte completamente buie, a volte ben illuminate.
Jeff mi spiega che uno dei Marocchini incontrati nel pomeriggio gli ha fissato un incontro per domani, prospettandogli l’ipotesi di lavorare come rivenditore di sigarette a nero. Cullandoci su questa vaga promessa di ingaggio, rientriamo “a casa”, dove tre Africani e due Asiatici hanno avuto la buona idea di precederci. Gli Asiatici dormono, mentre gli Africani contano i loro soldi e sistemano le loro cose mugugnando. Non sembrano troppo soddisfatti della giornata appena conclusa. Non capendo niente dei loro bisticci li lasciamo in preda a calcoli astrusi.
L’obiettivo, adesso, è trovare una doccia. “Ah, ancora con queste abitudini da turista viziato!” - mormora Jeff, che prosegue - “quando prenderai le vere abitudini del clandestino?”. “Voglio giusto pulirmi un po’ i denti”, gli rispondo. “In questo schifo? Tu sei tarato, parola mia. Cercheresti mai un pozzo in mezzo al deserto dei Gobi? Ci ho guardato io prima, non c’è nemmeno un lavandino. Dai! Mettiti a dormire, vecchio mio, e non rompermi con le tue storie. Otto persone su dieci vanno a letto senza lavarsi i denti. Per una volta puoi fare anche tu come tutti gli altri”, conclude il mio compagno. Ma le sue parole non mi scoraggiano. Prendo le mie cose sotto braccio e, in punta di piedi, inizio la ricerca. Sono pronto a fare il giro dell’intera pensione se necessario.
La mia indagine, tuttavia, rischia ben presto di trasformarsi in un battibecco generale. Gli altri ospiti, svegliatisi di soprassalto, mi scambiano per un ladro. Un occhio sui bagagli e l’altro su di me, mi prendono per il collo, mi ricoprono di ingiurie e mi obbligano a tornare a letto. Protesto, cerco di scusarmi e, a mia volta, ricambio gli insulti. Di fronte alla loro reazione i miei sforzi sono vani. Così torno sui miei passi. Jeff, che ha seguito tutta scena, continua sullo stesso tono: “cercare una doccia in mezzo a questo casino. Ci vuole coraggio! Adesso dormi e fai come gli altri otto decimi di cui ti ho parlato”. Sistemo le mie cose, ormai inopportune, con la ferma intenzione di lavarmi domattina alla stazione.
Il giorno dopo, alla stazione, non c’è nessuna traccia del Marocchino che ci ha promesso l’ingaggio. Ma Jeff è ostinato. Mi lascia di nuovo solo. E’ convinto che riuscirà a trovare il modo di guadagnarsi da vivere in questa città. Senza troppe illusioni lo lascio fare e, fedele alla mia piccola cappella, riesco a dormire ancora un po’. Di ritorno da chissà quale lungo cammino, vedo Jeff sfinito e demotivato. Si trascina i piedi. Anche lui si è arreso ormai alla penosa evidenza che già da un po’ ha incominciato ad assillarmi: ci ritroviamo con pochi soldi in tasca, senza nessun lavoro in vista, sprovvisti del benché minimo contatto e, per completare l’opera, siamo sistemati in un alloggio malsano.

In questi casi, anche uno solo dei motivi sopracitati sarebbe sufficiente per convincere la persona meno ragionevole a cambiare spalla al suo fucile. Ma Jeff non ci pensa nemmeno. Non che siaesageratamente testardo o irrealista, solo che, nel corso della sua vita, la forza della speranza si èsostituita di fatto alla realtà. Così, non sonole mie argomentazioni o miei ragionamenti, peraltro sensati, a convincerlo. La decisione di seguirmi a Roma la prende solo dopo aver constatato quale inquietante novità ci attende al rientro nella pensione.

Due dei nostri vicini africani si affrettano a sistemare i bagagli, in modo febbrile. Il terzo è assente. La camera si trova in uno stato indescrivibile. Sorpresi da tanto disordine e da una tale precipitazione, gli offriamo il nostro aiuto domandando con fare discreto se sta per accadere qualcosa di grave.
“Il nostro compagno è stato arrestato dai carabinieri poco fa alla stazione”, mormora uno dei due. “Se fa il nome della pensione siamo fottuti. Ci sarà di certo un’incursione durante la notte”. “E allora?”, replica Jeff con il tono dell’avvocato sicuro di sé. “Passeremo la notte in commissariato e domani saranno costretti a darci un foglio di via valido due settimane. Avremo il tempo sufficiente per..”. L’Africano non gli lascia il tempo di finire la frase: “Noi abbiamo già quei fogli, sono scaduti da cinque mesi!”. Detto questo, i nostri vicini abbandonano velocemente l’alloggio.
Quanto a noi, sistemiamo le nostre cose negli zaini e, nell’impossibilità di andare da qualche altra parte, aspettiamo frenetici che i carabinieri arrivino a cercarci. Siamo pronti ad essere interrogati e a ricevere il famoso foglio di via. Trascorriamo la notte fumando e elaborando un’infinità di piani. Ci ripetiamo mille e mille raccomandazioni. Ma, invece della polizia, è la stanchezza a sorprenderci.
Il giorno seguente Jeff traccia mestamente il quadro della situazione. Conta di nuovo i soldi che gli restano, mormora vaghe ingiurie, inizia a dubitare del mondo intero e inizia a parlarmi del suo amico a Roma. Poi, spinto tanto dalla disillusione quanto dalla voglia di cambiamento, si rassegna a seguirmi verso la capitale.
L’autobus della Segesta lascia Palermo per Roma alle 18. Trecentosessanta franchi sola andata. Alcuni turisti stendono le loro coperte e, da bravi siciliani, si sussurrano dio sa quali segreti. Dei militari raccontano ad alta voce storie di donne e di denaro. Una musica languorosa contorna il tutto, creando un’atmosfera vacanziera. Non stoniamo poi così tanto rispetto al resto del gruppo. Si preannuncia un viaggio di tutto riposo. Solo un dettaglio ci infastidisce un po’: al momento della partenza due poliziotti si fermano ad osservare il veicolo; poi uno sale a bordo, dà un’occhiata ai passeggeri, parla con l’autista e riscende. Nel frattempo Jeff, invece che osservare i protagonisti della scena, non la smette di pizzicarmi la mano e di interrogarmi con lo sguardo. Come se fossi una cartomante.
“La paura dei poliziotti è l’inizio della…”, gli sussurro all’orecchio. Ma non ho il tempo di finire che Jeff reagisce di scatto. “Mi prendi per il culo!”. “No, non è mia la frase. E’ una citazione…”, cerco di spiegargli, ma lui reagisce ancora una volta: “vai a quel paese!”. Solo all’ingresso dell’autostrada molla la presa con cui si è attaccato al mio braccio e inizia a rilassarsi. Riesce perfino a farmi uno di quei sorrisi luminosi di cui sono capaci soltanto i convalescenti al termine di una brutta malattia. Stendiamo le nostre vettovaglie: ci dividiamo un succo di frutta e mangiamo con l’anima in pace. Dopodiché le palpebre sembrano impigrirsi. La vita, anche quella del clandestino, offre sempre brevi istanti di una gioia semplice e tranquilla. Per goderne a pieno è sufficiente esistere. Ci aspettano dieci ore di viaggio e sono intenzionato ad assaporarle una per una.
A risvegliarmi da questo stato di primitiva beatitudine in cui sono immerso ci pensa il famoso stretto di Messina. Il traghetto che trasporta da una riva all’altra macchine, pullman, treni e camion, oltre a fare un baccano tremendo, ha un aspetto mostruoso. Di dormire neanche più a parlarne. Senza contare poi che il paesaggio offerto dallo stretto, a metà industriale e a metà marittimo, vale la pena di essere ammirato. Di conseguenza abbandono ogni velleità onirica e contemplo il genio italiano all’opera, là davanti ai miei occhi. Immense gru, macchine complicate e uomini ingegnosi. Proprio qui, nello spazio di due chilometri, il nord e il sud sembrano sfiorarsi. Si voltano le spalle, collaborano e si ignorano allo stesso tempo. A sinistra c’è la Sicilia, rurale, povera e popolosa, mentre a destra siamo già in Europa.
Questa sovrapposizione brutale dei due mondi, così percettibile a Messina, mi toglie il riposo fino a Roma. Ciò che mi impedisce di dormire è la brusca sensazione che, lasciando la Sicilia e mettendo piede nel continente, io e Jeff siamo appena passati da una civiltà ad un’altra. Stiamo realmente transitando da una terra tutto sommato familiare ad una dimensione estranea e poco conosciuta. A Messina è finito l’Oriente ed è cominciato l’Occidente. Nel bene e nel male. Dovrei forse dire al mio compagno che da questo momento la nostra situazione inizierà a farsi seria? Dovrei forse dirgli che da adesso in poi saremo degli abbronzati in mezzo ad una marea di bianchi? Degli arabi tra gli Europei, dei musulmani tra i cristiani, dei poveri in mezzo ai ricchi, dei disoccupati in mezzo ad una massa di lavoratori, dei senza-tetto a contatto con i più fortunati, dei sottosviluppati in una terra sviluppata, dei pre-moderni in mezzo ai post-moderni? Sì, dovrei farlo. Rimugino questa lunga serie di dicotomie, cercando le parole giuste per comunicarle a Jeff, affinché comprenda che, una volta a Roma, Milano o Lione, non troveremo più la stessa familiarità provata a Palermo. Ma le parole adatte non arrivano. Pazienza, non gli dirò niente. Del resto non ho alcun diritto di spaventarlo. In ogni caso quando saremo là, con o senza le parole giuste, avremo mille modi per capire ciò che ci distingue dal nord (in positivo e in negativo).

martedì 19 gennaio 2010

Abderrahim Mouhtad, un “rivoluzionario più verde che rosso”

Mi inoltro nella lontana periferia di Casablanca, a bordo di un petit taxi, tra il cemento dei palazzi tutti uguali e l’autostrada che conduce a Rabat. Il luogo si chiama Sidi Bernoussi. La strada per arrivare a Mansour extension ha ancora un vago ricordo dell’asfalto con cui fu costruita. Di fronte a quello che un tempo doveva essere un vecchio mercato di quartiere, cinque o sei capre brucano insoddisfatte tra i cespugli e i cumuli di immondizia accatastati a lato delle macerie. Camminando ancora un po’, sotto lo sguardo incuriosito di alcuni ragazzi che giocano a pallone, raggiungo la rue n. 2. Qualche passo e poi mi fermo davanti ad una porta di metallo, a cui è affisso il numero 66. E’ il posto che sto cercando. Qui abita Abderrahim Mouhtad, il presidente dell’associazione Ennassir (“l’aiuto” in arabo), una piccola organizzazione che da qualche anno fornisce assistenza e sostegno ai detenuti islamici. L’appuntamento è per le tre. Sono un po’ in ritardo, quindi suono il campanello senza pensarci troppo su. Ad aprirmi è lo stesso Mouhtad, con la sua solita aria sorridente.
Il settimanale Tel Quel, in una recente intervista, l’ha definito “un vecchio sovversivo”, o meglio ancora “un rivoluzionario più verde che rosso”. Abderrahim Mouhtad ha fatto parte della prima organizzazione islamica militante marocchina e, a quanto ne so, non ama molto parlare del suo passato, dei suoi trascorsi nelle fila della Shabiba Islamiyya (la Gioventù Islamica). Si mormora addirittura che stia scrivendo un libro su questo capitolo di storia ancora oscuro. Ciò nonostante, accetta di rispondere ad alcune domande che esulano dal tema centrale della nostra chiacchierata. Così, prima di addentrarmi nello specifico dell’associazione, cerco di saperne di più sulla vita di questo personaggio incredibile.

Jacopo Granci : Partiamo dall’inizio. Dove comincia la storia di Abderrahim Mouhtad?

Abderrahim Mouhtad : Come lei sa, ero membro della Gioventù Islamica, il movimento fondato da Muti nei primi anni settanta. La mia vita è stata piuttosto “movimentata”. Tenga presente che ho passato dieci anni all’estero. Ho vissuto in Francia, in Spagna, in Italia, in Belgio, in Libia e in Algeria, prima di essere arrestato dalle forze di sicurezza marocchine. Ma partiamo dall’inizio, d’accordo. Mi sono avvicinato al movimento della Shabiba Islamiyya quando ero ancora un ragazzino, all’età di 15 anni. Dopo i primi contatti ho deciso di entrare nell’associazione, nel 1976, dove ho militato durante la fine degli anni settanta. Avevo fatto una scelta precisa anche se, fino alla mia partenza dal Marocco, non ero mai stato troppo coinvolto nelle operazioni. In quegli anni l’organizzazione venne implicata in alcuni omicidi di esponenti della sinistra marocchina, il più noto è quello di Omar Benjelloun. Io mi ero unito al gruppo solo in seguito a quell’episodio. All’inizio degli anni ottanta iniziarono i problemi con lo Stato, fino ad allora piuttosto connivente con gli obiettivi e la strategia della Gioventù Islamica. L’associazione, così figurava legalmente la Shabiba, venne vietata dal regime e i membri dell’ala paramilitare, che operava in maniera clandestina, furono costretti a lasciare il Paese per evitare l’arresto. Tra quei membri c’ero anch’io.

J. G. : Qui comincia la fuga, o l’esilio volontario, se preferisce. Che cosa ha fatto una volta lasciato il Paese?

A. M. : Fuga va benissimo. Nel 1980, dopo lo smantellamento della Shabiba ad opera dello Stato, ero ufficialmente ricercato. Mi trovavo di fronte ad una scelta: consegnarmi alle autorità o lasciare il Paese in fretta. Ho falsificato io stesso i miei documenti, con cui ho abbandonato il Marocco per raggiungere la Francia. All’inizio vivevo in condizioni difficili, anzi è più esatto dire che “sopravvivevo”. A volte rubavo qualcosa da mangiare nei supermercati, qualche borsetta alle signore. Dormivo sotto i ponti, insomma era la miseria. Ma i membri della Gioventù Islamica erano ben installati nel territorio europeo. Ben presto mi hanno preso sotto le loro ali, e proprio là, in Francia, ho ricevuto la mia prima vera formazione militare.

J. G. : Dove esattamente?

A. M. : Questo non posso dirglielo.

J. G. : In che cosa consiste un addestramento militare?

A. M. : Prendere familiarità con le armi, imparare ad usarle e passare del tempo in condizioni ambientali ostili. Per essere chiari, quando parlo di armi intendo fucili, mitragliatori, Braunin, Kalashmikof. Tutte le armi leggere che conosce. Finito l’addestramento mi sono spostato in Libia, dove ho perfezionato la mia formazione militare, poi sono tornato in Europa. Ero cresciuto di grado. Mantenevo i contatti tra le differenti cellule installatesi in Belgio, in Francia e in Spagna. E mi occupavo dell’acquisto del “materiale”, per poi farlo entrare clandestinamente in Marocco. Con gli anni sono divenuto io stesso istruttore ed ho diretto dei campi di addestramento in Algeria.

J. G. : Questo negli anni ottanta. Ma la Shabiba non era stata smantellata?

A. M. : L’associazione era stata ufficialmente interdetta dopo il processo per l’omicidio di Omar Benjelloun. Ma l’ala paramilitare della Gioventù Islamica, in quanto clandestina, era riuscita a sopravvivere, grazie al lavoro di collegamento che veniva fatto tra le differenti cellule installatesi all’estero. In più beneficiava dell’appoggio di alcuni paesi dichiaratamente ostili al Marocco, come l’Algeria e la Libia. Gheddafi ci aveva spalancato le porte, ci forniva tutto il sostegno logistico di cui avevamo bisogno. Quando transitavo in Libia avevo a disposizione un intero palazzo e, a volte, viaggiavo persino in limousine. Il nostro compito, in cambio, era di far il possibile per destabilizzare il regime e rovesciare Hassan II. Non ci siamo mai riusciti.

J. G. : Che genere di operazioni avete tentato?

A. M. : Non posso entrare nei dettagli. I nostri obiettivi erano gli alti responsabili del regime, per farle un esempio Driss Basri (ministro dell’Interno, il n. 2 del regime al tempo, nda) o lo stesso Hassan II.

J. G. : Come finì questa sua esperienza “rivoluzionaria”?

A. M. : Per quel che riguarda l’organizzazione fu un fallimento. Quanto a me, sono stato arrestato nel 1989 all’aeroporto Mohammed V di Casablanca. Ero rientrato in Marocco già diverse volte, con i miei documenti falsi, sia per questioni di “lavoro” sia per rivedere mia moglie. Ma quella volta era diversa…

J. G. : Che intende per “diversa”? Per quale motivo venne arrestato?

A. M. : Una storia lunga, che andava avanti da dieci anni. Molto più complessa di quello che le ho raccontato. Deve sapere che non ho mai riferito i dettagli della mio passato jihadista nemmeno alla DST. E non me li chiedevano certo in modo gentile come lei sta facendo adesso. Alla polizia e alla stampa dissi che ero rientrato di mia spontanea volontà in Marocco, ma dietro, tra gli altri, c’erano i servizi segreti algerini. Le ricordo che era il 1989, qualcosa stava cambiando…

J. G. : Mi parli della sua esperienza in carcere.

A. M. : Dopo l’arresto sono stato trasferito a Derb Moulay Cherif, dove sono rimasto due mesi, rinchiuso in un buco, ammanettato e bendato. Sono stato torturato e maltrattato, ma ho resistito. In carcere ho avuto i primi contatti con i detenuti politici di sinistra. Nel 1992, nella prigione di Kenitra, abbiamo iniziato a solidarizzare. Ricordo lo sciopero della fame che portammo avanti insieme, detenuti islamici e marxisti uniti. Eravamo vittime delle stesse vessazioni, subivamo gli stessi trattamenti, di conseguenza abbiamo congiunto i nostri sforzi per condurre una battaglia comune. All’interno del carcere eravamo sistemati in blocchi vicini, i gauchistes nel blocco 5 e gli islamisti nel blocco 6, quindi fu ancora più facile coordinarsi.
Ho passato cinque anni in prigione e nel 1994 sono stato graziato dal re.

J. G. : Che cosa ha fatto una volta uscito di prigione? Ha ripreso i vecchi contatti?

A. M. : No, dopo l’uscita di prigione ero braccato dai servizi di sicurezza. In più io stesso ero cambiato. Ho lasciato perdere la militanza armata e non ho nemmeno pensato di dedicarmi alla politica. Certo alcuni vecchi amici li ho risentiti, anzi li sento tuttora. Al di là di tutto restano persone con cui ho trascorso una parte determinante della mia vita. Tuttavia, l’esperienza in carcere mi ha insegnato che l’unico valore assoluto per cui vale la pena lottare è la difesa dei diritti dell’uomo. Per questo mi sono unito al Forum Verità e Giustizia fin dal momento della sua creazione.
Quasi tutti i vecchi militanti di sinistra, una volta usciti dal carcere, hanno dedicato i loro sforzi alla difesa dei diritti dell’uomo, nell’AMDH, nell’OMDH o nel Forum. Io ho fatto lo stesso, perché ho vissuto la medesima esperienza, anche se per un periodo di tempo più breve. Da allora siamo rimasti in stretto contatto. La difesa dei diritti umani è una battaglia universale. Il nostro impegno non è più diretto al sostegno di un’ideologia, ma al rispetto di un bene universale.

J. G. : Certo è molto curioso il fatto che lei, un vecchio militante della Gioventù Islamica, sia arrivato a lottare fianco a fianco con quelli che una volta erano i suoi nemici. Mi sbaglio?

A. M. : In carcere ho maturato un profondo rispetto per questi militanti che stavano pagando a caro prezzo la fede nei loro ideali. Stavano pagando con le loro stesse vite, dopo anni e anni passati rinchiusi in una cella. Erano ideali che io non condividevo, certo, e che in parte non condivido tuttora. Prima del carcere vedevo in loro dei nemici. Nemici della religione e nemici della società. Dopo la prigione ho imparato a rispettare queste persone. Ho capito che la loro battaglia era diretta al miglioramento delle condizioni della società e del popolo marocchino. Gli stessi obiettivi che mi avevano spinto ad entrare nella Gioventù Islamica. Forse la strada che avevano scelto per arrivare al cambiamento era sbagliata, come del resto quella che avevo scelto io. Forse erano sbagliati i tempi ed i mezzi impiegati. Sta di fatto che oggi, quelli che considero i miei amici, i miei compagni di lotta, sono quasi tutti dei militanti di sinistra, vecchi e nuovi. Il nostro rapporto è basato sulla stima reciproca. Insieme ci battiamo per il rispetto universale dei diritti dell’uomo, di tutti gli uomini, contro ogni genere di violazione.

J. G. : E’ questo che l’ha spinta alla creazione di Ennassir?

A. M. : Nel 2003, dopo gli attentati di Casablanca, nel Paese è iniziata la “caccia agli islamisti”. Un’ondata di arresti e processi sommari hanno coinvolto centinaia e centinaia di persone, accusate di appartenere a cellule terroriste e di complicità negli eventi del 16 maggio. Le famiglie dei detenuti si sono rivolte a me. Ero un personaggio noto, come vecchio prigioniero islamico e come militante per i diritti dell’uomo all’interno del Forum Giustizia e Verità. In più Sidi Moumen, il villaggio da cui provenivano quasi tutti gli autori degli attentati, si trova a due passi da casa mia, proprio dietro all’autostrada che si vede uscendo dal portone.

J. G. : Già, ma gli autori degli attentati erano morti nel corso dell’azione.

A. M. : La polizia ha arrestato gli amici e i parenti dei kamikaze. Per loro erano tutti colpevoli. Le famiglie di Sidi Moumen hanno vissuto mesi di terrore. Oltre a questo, nella baraccopoli c’era una presenza salafita ben radicata. Ma torniamo alla sua domanda. Nel 2003 ho bussato a tutte le porte per capire che cosa si potesse fare per aiutare i detenuti e le loro famiglie. Nessuno era a conoscenza delle loro condizioni, degli abusi e delle torture che gli erano inflitte. Ho cercato di parlarne all’AMDH, all’OMDH, al Forum stesso, e a Benzekri, che era alla testa del CCDH (Consiglio consultivo per i diritti umani). Con Benzekri ci ho parlato personalmente. Ma ogni volta ho ricevuto la stessa risposta. “Mouhtad non toccare questo affare, non scherzare con il fuoco, ti brucerai”. Nemmeno davanti alla mia insistenza ho trovato l’appoggio che chiedevo. La mia intenzione non era di fare politica, il mio unico interesse, come militante del Forum, era di sostenere le nuove vittime delle gravi violazioni dei diritti umani. Da militante dei diritti dell’uomo mi sentivo obbligato a dare una mano a questa gente. Islamisti o meno, salafiti o no, non è questo che mi interessa, non sto sostenendo il loro pensiero o la loro ideologia. Quello che mi preme è che anche gli islamisti, in quanto esseri umani, abbiano il diritto di essere trattati come tali. Se un detenuto ha commesso dei reati deve avere diritto ad un processo equo, se è innocente deve essere scarcerato.
Questo era il mio ragionamento, ma come risposta ho ricevuto solo degli inviti a lasciar perdere la questione. Data l’eccezionalità del momento, mi sentivo dire, i salafiti non potevano essere considerati dei detenuti come gli altri. Non potevo accettarlo.
Nel 2004, dopo mesi di vani tentativi, alle famiglie che ancora mi contattavano per ricevere aiuto ho detto: “o lasciamo stare le cose così come sono, nell’illegalità e nell’abuso, senza fare niente, oppure creiamo un’associazione che difenda pubblicamente gli interessi dei detenuti islamici”. Il Marocco sostiene di voler difendere i diritti dell’uomo e noi, con la nostra associazione, ci siamo inseriti in questo margine. Ecco come è nata Ennassir. Era la nostra unica scelta, il solo strumento di lotta che avevamo. Abbiamo presentato una domanda legale per il riconoscimento, ma non abbiamo ottenuto risposta.

J. G. : Quindi non avete ottenuto il riconoscimento ufficiale?

A. M. : La legislazione marocchina, pur in assenza del riconoscimento ufficiale, permette all’associazione di esistere. Ma ogni volta che abbiamo presentato le nostre iniziative ci siamo trovati di fronte all’ostilità e al rifiuto delle autorità. Non abbiamo mai ricevuto uno spazio pubblico per le nostre riunioni, la sede stessa, come lei può constatare, si trova all’interno della mia abitazione. Non abbiamo mai beneficiato di sovvenzioni o di aiuti da parte dello Stato, come è invece il caso delle altre associazioni. Ancora oggi non abbiamo ottenuto la ricevuta finale che attesti la nostra esistenza. Secondo la legge, se dopo 60 giorni dal deposito legale della documentazione, una associazione non ha ottenuto la ricevuta di ritorno del ministero dell’Interno, può esercitare le proprie funzioni. Ed è quello che stiamo facendo. Le autorità tollerano la nostra presenza, ma non vogliono riconoscerci. Questo gli dà il potere di ostacolare le nostre attività e, nel caso volessero, di farci chiudere con il semplice intervento del prefetto. Se invece fossimo in possesso della ricevuta finale di riconoscimento, allora, per far chiudere l’associazione dovrebbero accusarla di qualche infrazione e portarla davanti al giudice. Per farle un esempio banale, mi hanno costretto addirittura a togliere l’insegna dell’associazione che avevo affisso all’entrata.

Una signora anziana avanza a piccoli passi nella saletta dove ci siamo sistemati. Il viso è semi-nascosto dall’hijab, bianco, che le ricade lungo la schiena fin quasi all’altezza dei piedi. Dietro agli occhiali lo sguardo resta assente, velato di profonda tristezza. Mi rivolge un saluto gentile, si siede sul divano e parla con Mouhtad per qualche minuto. Poi, con la stessa discrezione con cui è apparsa, la vedo dileguarsi nel corridoio che porta all’ingresso dell’abitazione.

A. M. : Era la madre di Rafik Adnan, in carcere dal 2003. A suo carico non c’è alcuna prova concreta, solo una confessione estorta attraverso la tortura. In realtà Rafik sta pagando per le colpe di suo padre. Abdellatif Adnan era uno dei fondatori della Shabiba, assieme a Muti. Finì in prigione a più riprese, nel corso degli anni ottanta e novanta, prima di morire qualche anno fa. Ora il regime si sta rifacendo sul figlio.

J. G. : Di che cosa si occupa di preciso l’associazione?

A. M. : Ennassir è in contatto diretto con le famiglie dei detenuti e con i detenuti stessi. Cerchiamo di fornirgli aiuto e assistenza, raccogliamo le lamentele per il trattamento che subiscono nelle prigioni, riceviamo i loro comunicati e cerchiamo di trasmetterli e di diffonderli alle Ong e ai media, affinché tutti sappiano quello che sta succedendo. L’obiettivo dichiarato nello statuto dell’associazione è di diffondere informazioni corrette e fruibili a tutti coloro che hanno interesse a conoscere la verità sul “dossier islamista” dopo l’11 settembre e dopo il 16 maggio 2003. Facciamo dei sit-in, delle piccole manifestazioni davanti al Ministero della Giustizia, davanti alla sede dell’amministrazione penitenziaria, davanti alle prigioni, dove ci sono i detenuti in sciopero della fame. Cerchiamo poi di organizzare le visite collettive delle famiglie ai detenuti.
Proprio qui, nei locali dell’associazione, abbiamo ricevuto molti rappresentanti delle Ong internazionali che si battono per la difesa dei diritti dell’uomo. Quando i media, anche internazionali, vogliono sapere quello che succede nel Paese ai detenuti salafiti o quale è la situazione delle loro famiglie, si rivolgono alla nostra piccola associazione. Abbiamo ricevuto l’AMDH, Amnesty International, Human Rights Watch, inviati di radio, televisioni e giornali, tra cui recentemente il New York Times. Anche molti ricercatori, sia occidentali che arabi, sono venuti a parlare con noi.
Nel nostro lavoro siamo aperti a tutti, sappiamo bene che quello dei detenuti islamici è un dossier caldo, un dossier gestito, come approccio politico, dagli Stati Uniti. Quello che succede nelle carceri marocchine non riguarda solo il nostro Paese, ma il mondo intero, dal momento che dipende dalla strategia mondiale di lotta al terrorismo avviata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Quello che accade in Afghanistan, o in Mauritania o in Marocco, in relazione ai movimenti salafiti, viene deciso altrove, in America.

J. G. : Ennassir segue soltanto i detenuti islamici o tratta anche altri dossier?

A. M. : Personalmente sono membro del Forum Giustizia e Verità, in quanto ex-detenuto politico e testimone delle sofferenze che vengono riservate a questo genere di prigionieri nelle carceri marocchine. So quello che significa la prigione, soprattutto in questi casi. Come membro del Forum mi batto per tutte le categorie di detenuti politici e lotto affinché sia fatta luce su tutte le violazioni dei diritti dell’uomo in Marocco. Ma, come fondatore dell’associazione Ennassir, concentro il mio lavoro solamente sul caso dei prigionieri islamici.

J. G. : Qual è l’atteggiamento del regime nei confronti di Ennassir?

A. M. : Fino ad ora siamo riusciti a fare il nostro lavoro, seppur in mezzo a mille difficoltà. Non c’è mai stato uno scontro diretto con le autorità, che avrebbe portato alla chiusura dell’associazione. A volte ci hanno proibito di tenere dei sit-in, hanno interrotto le nostre manifestazioni. A Rabat, di fronte alla Direzione generale delle carceri, la polizia ci ha caricato e disperso in più di un’occasione. Il limite più grave è che non ci permettono di visitare le prigioni per verificare le condizioni dei detenuti.

J. G. : Non avete il permesso di visitare le prigioni?

A. M. : No, dal 2004 ad oggi solo in due occasioni siamo potuti entrare in un carcere per visitare i detenuti e verificare le loro condizioni. La prima volta a Settat, durante uno sciopero della fame, e la seconda volta in un piccolo carcere a 40 chilometri da Casablanca, dove abbiamo parlato con due detenuti in condizioni di salute pessime. La visita si è svolta nell’ufficio del direttore, sotto strettissima sorveglianza. Come membro del Forum Giustizia e Verità avevo avuto modo di entrare altre volte nelle prigioni per visitare i detenuti islamici. Ma dal 2004, dopo la creazione di Ennassir, per lo Stato marocchino sono un istigatore e una minaccia. Cercano di ostacolare il mio lavoro. Come le dicevo, non ci impediscono di esistere, almeno fino ad ora, ma limitano i nostri margini di azione. Non abbiamo neanche il diritto di raccogliere fondi, oltre al sostegno fornito dagli stessi membri. Senza la ricevuta di riconoscimento legale, non possiamo ottenere finanziamenti da elementi esterni all’associazione. Sono i parenti dei detenuti che fanno una colletta ogni mese per raccogliere il denaro sufficiente a pagare la connessione internet, la carta per la stampante, l’inchiostro, gli striscioni delle manifestazioni.

J. G. : Quanti membri conta l’associazione?

A. M. : Siamo in 427. Tra i membri figurano anche i parenti dei detenuti e, in alcuni casi, i detenuti stessi. Ci inviano delle lettere dove sottoscrivono la loro adesione.

J. G. : Qual è il rapporto di Ennassir con la stampa nazionale?

A. M. : Non abbiamo problemi con la stampa marocchina. Siamo aperti e sinceri nella nostra campagna di sostegno ai detenuti islamici e intratteniamo contatti con quasi tutti i giornali. Dal 2004 ad oggi sono stati pubblicati centinaia di articoli su di noi, non solo da Tel Quel o Le Journal Hebdomadaire. Anche Le Soir, L’Opinion, Al Massae e Le Reporter hanno dato spazio alle nostre iniziative. In generale non abbiamo mai avuto problemi, anzi abbiamo sempre mantenuto delle ottime relazioni. Perfino la stampa internazionale ha parlato di Ennassir, come le ho accennato abbiamo ricevuto giornalisti del New York Times non molto tempo fa.

J. G. : Quali sono oggi le condizioni dei detenuti islamici?

A. M. : Le condizioni sono pessime. Giovedì scorso ero a Rabat per parlare con il responsabile regionale della delegazione delle carceri, per convincerlo a fare qualcosa, a migliorare un po’ la situazione, ma non ho ottenuto nessuna risposta. Mi ha detto: “non posso fare niente, sono stato nominato dal re ed è a lui che devono essere dirette le lamentele, io non ho il potere di intervenire”. L’amministrazione penitenziaria prima dipendeva dal Ministero della Giustizia, ora dipende direttamente dal Primo ministro (in pratica dal sovrano, nda).

J. G. : Può farmi degli esempi precisi?

A. M. : Ai detenuti islamici è proibito quasi tutto quello che è normalmente concesso agli altri prigionieri. La situazione può variare a seconda del carcere, ma in generale non hanno il diritto a ricevere visite regolari, non hanno il diritto ad una alimentazione completa, o almeno dignitosa, la libertà di muoversi all’interno della prigione è limitata e difficilmente riescono a proseguire gli studi.
Per farle capire che i detenuti in Marocco non sono tutti uguali e che gli islamisti rivestono un caso particolare, totalmente a parte, le farò un altro esempio. L’ultima grazia reale ha interessato 25 mila prigionieri. Tra questi 25 mila non c’era neanche un detenuto islamico. Dal 2006 vengono sistematicamente esclusi dai provvedimenti di grazia. Il diritto penitenziario è uno solo e, in teoria, dovrebbe garantire leggi uguali per tutti i detenuti. In teoria. Di fatto l’amministrazione penitenziaria fa quello che vuole, senza rendere conto a nessuno.

J. G. : Chi sono questi detenuti islamici che il regime sembra temere così tanto?

A. M. : Negli archivi dell’associazione abbiamo migliaia di lettere scritte dai prigionieri. Ce le hanno inviate per raccontarci quello che è successo prima dell’arresto, a volte per confessare i crimini commessi, ma nella maggior parte dei casi per proclamare la loro innocenza e per denunciare gli abusi che hanno subito. I sequestri, gli interrogatori, il carcere duro. A mio avviso possiamo suddividere i detenuti islamici presenti oggi nelle prigioni marocchine in tre categorie. La prima comprende tutti coloro che sono stati arrestati a causa delle loro opinioni. E’ il caso di molti imam, che hanno attaccato la politica americana nelle loro prediche. In realtà queste persone non hanno commesso nessuna infrazione, né con le loro azioni, né con le loro parole. Affermare che lo Stato sionista è il primo fra i terroristi e gli assassini è la verità, è un dato di fatto, non è istigazione all’odio. Ma secondo la legge anti-terrorismo, approvata in fretta e furia dopo gli eventi di Casablanca, un simile comportamento può costare fino a trent’anni di carcere. Queste persone sono dei detenuti di opinione, in uno Stato che riconosce la libertà di opinione. La seconda categoria, la più numerosa, riguarda tutti coloro che furono arrestati in seguito a quanto successo il 16 maggio a Casablanca. Senza che ci fossero prove del loro coinvolgimento negli attentati. Sulla base di semplici sospetti, divenuti poi confessioni dopo il passaggio forzato a Temara. La terza categoria infine comprende coloro che furono realmente implicati negli attentati, che presero parte attiva all’esecuzione del piano, ma restano una percentuale minima. Hanno riconosciuto la loro colpevolezza e si sono assunti le responsabilità del caso. Sanno che dovranno pagare le loro azioni con la prigione, ma non per questo meritano un trattamento disumano.
Aspetti, le faccio vedere una cosa…

Mouhtad va a prendere alcune fotografie e dei ritagli di giornale, in arabo e in francese. Poi inizia a mostrarmeli con cura.

A. M. : Nel 2005 l’amministrazione penitenziaria ha chiuso la prigione di Otita 2. Era un piccolo carcere situato nel mezzo di una foresta, non lontano da Sidi Kacem. Un luogo irraggiungibile a causa delle cattive condizioni della pista sterrata. Le famiglie in possesso dell’autorizzazione per rendere visita ai detenuti dovevano prendere un taxi e spendere 250 DH per arrivare fin lì. Al ritorno stessa cifra. Le condizioni di vita all’interno erano disumane. Ennassir, assieme ad altre associazioni, nazionali ed internazionali, aveva denunciato tutto questo fin dal 2004. Durante uno sciopero della fame, avviato dai detenuti per chiedere il trasferimento in un altro stabilimento penitenziario, c’è stato perfino un morto, che non ha retto alle privazioni. In seguito a questo evento e in seguito alle pressioni delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità hanno deciso di chiudere Otita 2. Ma c’è stato bisogno di un morto e della risonanza internazionale fornita dai media per arrivare ad un simile provvedimento.

L’intervista viene interrotta per alcuni minuti da una telefonata.

A. M. : Erano alcune famiglie che mi hanno chiamato per avere notizie sullo sciopero in corso nella prigione di Oukasha.

J. G. : Cosa sta succedendo all’interno di questo carcere?

A. M. : Oukasha, nelle gravità delle condizioni generali, è forse oggi uno dei casi più duri. Il direttore della prigione è un criminale. Nel 2008, quando era a capo della prigione di Salé, fu al centro di un’inchiesta. Otto Ong (tra cui l’AMDH e l’OMDH), dopo aver visitato il carcere, hanno pubblicato un rapporto in cui il direttore veniva esplicitamente accusato di maltrattamenti e abusi nei confronti dei detenuti. L’unico provvedimento preso dalle autorità è stato cambiargli di prigione, ben inteso conservandogli il posto di direttore. Prima era a Salé ed ora è a Oukasha. I suoi riguardi verso i prigionieri sono gli stessi di un anno fa. Gli scioperi della fame portati avanti dai detenuti nell’ultimo anno ne sono la prova. Quello cominciato una settimana fa non è che l’ultimo di una lunga serie.

J. G. : Mi parli dello sciopero in corso.

A. M. : Lo sciopero è cominciato martedì 24 novembre. Ennassir ha ricevuto subito il comunicato, dove vengono illustrate le ragioni della protesta. Lunedì 23 novembre il direttore ha ordinato una perquisizione nelle celle di tutti i detenuti islamici ed ha provveduto al sequestro dei beni di prima necessità dei prigionieri. Le porte delle celle sono rimaste chiuse, una volta finita la perquisizione, per tutta la giornata di lunedì ed è stato vietato l’ingresso in carcere dei giornali. Il giorno seguente, vedendo che la situazione non migliorava, i prigionieri hanno deciso di iniziare lo sciopero.

J. G. : In base ai vostri dati, qual è il numero attuale dei detenuti islamici in Marocco?

A. M. : La settimana scorsa ho domandato la stessa cosa al delegato regionale delle carceri, ma non mi ha risposto. Ha detto che non era autorizzato a farlo. Nel 2008, tuttavia, un rappresentante del governo aveva ammesso la presenza di ottocento detenuti islamici nelle prigioni marocchine. A questo numero bisogna aggiungere lo smantellamento di altre 5 o 6 reti salafite, avvenuto negli ultimi due anni, per un totale di circa duecento persone. Quindi, secondo le nostre stime, il numero attuale dovrebbe aggirarsi attorno alle mille unità.
Non siamo capaci di calcolare il numero esatto perché gli arresti e le detenzioni maturano spesso nell’illegalità. E in più l’amministrazione carceraria sposta continuamente i detenuti da una prigione all’altra. Oggi, per esempio, sappiamo che nella prigione di Salé ci sono 460 detenuti islamici, altri 150 si trovano a Kenitra, a Tangeri 45, a Agadir una quarantina, ad Oukasha, qui a Casablanca, sono circa una sessantina. Dopo la celebre evasione degli otto detenuti dalla prigione di Kenitra, l’amministrazione delle carceri ha deciso di sparpagliare i prigionieri islamici in tutti i penitenziari del Regno. Ha cercato di disperderli per indebolirli.

J. G. : Esiste un dialogo, delle trattative in corso, tra il regime e i detenuti?

A. M. : La delegazione delle carceri aveva avviato una sorta di dialogo con alcune figure di riferimento all’interno del gruppo dei detenuti salafiti, che, ci tengo a precisare, rappresenta un insieme per nulla omogeneo. Tuttavia, dopo la dichiarazione del ministro dell’Interno Chakib Bemoussa, rilasciata nel corso di una seduta parlamentare il 20 maggio scorso, ogni trattativa ufficiale si è interrotta. Alcuni deputati del PJD (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di tendenza islamica moderata, nda) avevano chiesto al ministro di risolvere il problema dei detenuti islamici, riprendendo in mano i processi o concedendo dei provvedimenti di grazia. Bemoussa ha risposto che questi detenuti, per beneficiare di una ipotetica grazia, avrebbero dovuto prima di tutto riconoscere le proprie colpe e poi avrebbero dovuto fornire delle garanzie sul loro comportamento una volta usciti dal carcere. Gli islamisti hanno reagito con un comunicato congiunto: “non siamo disposti a confessare dei reati in realtà mai commessi”. Da allora non ci sono più stati né incontri né colloqui ufficiali.

Casablanca, 30 novembre 2009