martedì 22 febbraio 2011

Il "Marocco del 20 febbraio": una cronaca sconosciuta

RABAT – Come annunciato dal Movimento 20 febbraio attraverso Facebook ed internet in generale, domenica scorsa si sono svolte manifestazioni in tutto il territorio marocchino. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le dimostrazioni “per la democrazia e la dignità” hanno coinvolto trentacinque città per un totale di circa 75 mila partecipanti. Sempre secondo il Ministero, al termine della giornata si sono registrati cinque morti, centoventotto feriti e centoventi persone in stato di fermo. Diverse sono le stime degli organizzatori, che parlano di cinquantatre centri abitati toccati dall’iniziativa e di circa 300 mila aderenti. Nessuna ipotesi è stata avanzata in merito ai contusi e ai manifestanti finiti in arresto. In ogni caso al momento non è possibile disporre di cifre esatte, anche perché non c’è stata copertura mediatica degli eventi prodottisi nelle regioni interne del paese, dove la protesta ha coinvolto interi villaggi ed ha assunto toni più duri. Una protesta proseguita il giorno seguente, tra rivolte popolari, repressione violenta da parte delle autorità e tentativi di suicidio, che non sembra destinata ad arrestarsi nell’immediato.


Domenica 20 febbraio
Fin dalle prime ore del mattino di domenica 20 febbraio alcune migliaia di manifestanti si sono radunate nei pressi di Bab Lhed, la zona centrale della capitale, rispondendo all’appello lanciato dai giovani del Movimento e sostenuto da diverse organizzazioni della società civile. Nel pomeriggio, circa 10 mila persone hanno sfilato pacificamente lungo l’avenue Mohammed V fino a raggiungere la sede del parlamento. Nonostante la numerosa presenza delle forze di polizia, sia in uniforme che in borghese, non si sono registrati scontri o episodi di violenza. Lo stesso scenario si è ripetuto a Casablanca, dove circa 5 mila persone si sono date appuntamento in piazza Mohammed V e poi si sono mosse nelle vie adiacenti, sotto lo sguardo vigile degli uomini della Sureté nationale. “Il popolo vuole il cambiamento”, lo slogan scandito da una folla composta essenzialmente di ragazzi e famiglie. I cartelli esposti dai manifestanti invocano riforme democratiche e la modifica immediata della costituzione, come proposto dalla piattaforma del Movimento.
Ben diversa la situazione vissuta nel resto del territorio, dove non erano presenti i corrispondenti dei media internazionali. Dalla punta nord del paese fino a Laayoune (capoluogo del Sahara occidentale), decine di dimostrazioni sono state represse con violenza dalla polizia ed hanno assunto i toni della rivolta già conosciuti nella precedente esperienza tunisina.
A Tangeri, dove si erano già avuti scontri nei giorni precedenti all’appuntamento del 20 febbraio (un commissariato è bruciato nella notte tra venerdì e sabato), le forze dell’ordine hanno preso di mira i manifestanti (come mostra il video) che in serata hanno rivolto la loro rabbia contro le sedi degli istituti bancari (Wafa Cash, di proprietà della famiglia reale) e della società di telecomunicazioni Maroc Telecom. Una decina di membri dell’associazione Attac Tanger, fra le più attive nell’organizzazione della protesta, sono tuttora in stato di arresto.


Il bilancio più grave ad Al Hoceima, città di riferimento della regione settentrionale del Rif. Cinque i morti accertati, carbonizzati all’interno di una banca data alle fiamme. Lungo le strade la protesta si è subito radicalizzata, scagliandosi contro i simboli di un potere locale, noto nella zona per la sua corruzione. A bruciare è stata anche la sede del municipio, oltre alle auto della polizia accerchiate dai manifestanti. “Dategliene ancora, così non basta”, è il grido di rabbia che incita la rivolta, come documentano i video diffusi su YouTube. Le forze di sicurezza hanno atteso rinforzi (giunti in serata) per avviare la repressione. Non si conosce ancora il numero dei feriti e dei manifestanti finiti in manette. Le dimostrazioni non hanno riguardato soltanto il porto mediterraneo, ma si sono estese a tutto il Rif, una regione che soffre da decenni l’isolamento economico e politico, dove la realtà sociale (disoccupazione, assenza di sviluppo, emigrazione) è una delle più critiche del Marocco.


Nella giornata del 20 febbraio si sono registrati scontri violenti anche nelle città di Sefrou, Larache, Guelmin e Laayoune, dove lo scorso novembre l’esercito marocchino aveva raso al suolo il campo di Gdeim Izek (allestito dagli abitanti della città per reclamare diritti e giustizia sociale), lasciandosi alle spalle almeno dieci morti. A Marrakech la polizia ha represso a colpi di manganello e di gas lacrimogeno le proteste esplose non solo nel centro della città ma anche nei quartieri popolari della periferia. “Ecco i diritti umani di cui si parla tanto in televisione” è il commento di una donna che riprende con il suo telefonino il pestaggio brutale di un manifestante a terra eseguito da un gruppo di agenti anti-sommossa.

Lunedì 21 febbraio
Se nella giornata di domenica 20 febbraio l’immagine veicolata dai media nazionali e internazionali, concentrati nelle città di Rabat e Casablanca, è stata quella di una monarchia capace di garantire il diritto di espressione (fornendo un quadro alterato della realtà), gli eventi prodottisi nel lunedì successivo smentiscono gli sforzi fatti dal regime. Spenti i riflettori sul paese, le manifestazioni sono andate avanti in tutto il territorio e la polizia non ha esitato ad usare la violenza per soffocarle.
E’ ancora il Rif ad essere protagonista delle rivolte. Nel villaggio di Imzouren, a pochi kilometri da Al Hoceima, blogger locali riferiscono di almeno due morti registrati durante gli scontri. La repressione delle autorità, secondo le stesse fonti, avrebbe colpito duramente anche la vicina Ait Bouaych, oltre ai centri di Chefchouen e Oujda. Nelle città di Fes e Meknes gli studenti non sono rientrati in aula e sono scesi in strada per protestare contro la reazione violenta del regime abbattutasi nella regione il giorno precedente. Agli universitari della “città santa” si sono uniti gli abitanti dei quartieri sorti attorno ai campus, ma la polizia ha disperso i manifestanti sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeno e costringendo gli studenti a barricarsi nelle loro residenze.
A Sefrou, secondo testimoni presenti durante le dimostrazioni, gruppi di poliziotti in borghese hanno attaccato la folla scesa in strada, ferendo in modo grave (frattura delle costole e contisuioni alla testa) alcuni dei più noti attivisti, tra cui Ez-eddine Manjli, segretario della sezione locale di Annadj Addimocrati (partito dissidente di ispirazione marxista).



In serata la violenza delle forze dell’ordine ha raggiunto anche Rabat. A Bab Lhed, un sit-in di circa cinquanta persone indetto dall’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) in solidarietà con il popolo libico è stato sgomberato a colpi di manganello. La presidente dell’AMDH, Khadiya Ryadi, è finita in ospedale in seguito ai numerosi colpi ricevuti su tutte le parti del corpo. Tra i feriti anche il caricaturista Khalid Gueddar.
A riproporre i sintomi di uno scenario alla “tunisina” (pur con le dovute differenze del caso), oltre al propagarsi delle sommosse popolari in villaggi remoti (un fenomeno già presente in Marocco negli ultimi anni, come dimostrano gli esempi di Sidi Ifni, Taghjijt, Boulmane Dades, Tilmi e Sefrou), è doveroso ascrivere i tre tentativi di suicidio registrati nelle stessa giornata di lunedì 21. Una donna si è data fuoco di fronte al municipio di Souk Sebt (nella regione di Sidi Kacem) dopo essere stata cacciata dalla sua baracca nella bidonville della città. La bidonville verrà distrutta, come deciso dal piano governativo che non prevede una soluzione di reintegro abitativo per gli sfollati. A Ben Guerir un militare si è immolato cospargendosi di benzina in seguito al licenziamento. Con la stessa modalità, Hocine Saeyieh ha cercato di togliersi la vita di fronte alla sede della provincia di Tan Tan, dopo che le autorità si erano rifiutate di farlo entrare all’interno del palazzo.

(di seguito la mappa delle città toccate dalle proteste. Cliccando sul punto di interesse compariranno i filmati relativi)


Visualizza #Feb20 protest in Morocco in una mappa di dimensioni maggiori

P.S.: (r)umori dal Mediterraneo si scusa per non aver potuto seguire gli eventi in maniera più precisa e dettagliata, sia per la vastità del fenomeno sia perché siamo stati arrestati nella notte tra il 19 e il 20 febbraio dalla polizia di Casablanca. Trattenuti senza alcuna spiegazione in commissariato fino alle 9 del mattino, tra interrogatori sfiancanti, intimidazioni e minacce di espulsione, siamo stati rilasciati senza accuse, ma continuiamo a rimanere sotto stretta sorveglianza 24h/24h e vediamo fortemente limitata la nostra libertà di movimento.
Jacopo e Riccardo

venerdì 18 febbraio 2011

Marocco: aspettando il 20 febbraio/2

RABAT – Manca poco ormai al 20 febbraio, giorno in cui in tutto il territorio nazionale sono annunciate manifestazioni di protesta contro l’assolutismo monarchico e in favore della democrazia. La società marocchina comincia a muoversi. Giovedì 17 febbraio le organizzazioni per la difesa dei diritti umani (quattordici in totale), guidate dal Forum Verità e Giustizia e dall’Associazione marocchina dei diritti dell’uomo (AMDH) hanno convocato una conferenza stampa per sostenere pubblicamente i gruppi di giovani che hanno promosso l’iniziativa via internet. “Condividiamo le rivendicazioni degli organizzatori e chiediamo: una riforma della costituzione che faccia del popolo la sola fonte di legittimità e sovranità; l’instaurazione di un regime parlamentare democratico, basato su una vera separazione dei poteri; il rispetto delle libertà pubbliche e individuali, e la fine della censura; il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche per restituire la dignità al popolo marocchino”, questo in sintesi il comunicato rilasciato dalla coordinazione, riunitasi ieri pomeriggio nei locali dell’AMDH.

“Il popolo vuole il cambiamento”
La sala conferenze è gremita di gente. Oltre alle decine di attivisti, di simpatizzanti e di curiosi, una selva di telecamere e microfoni occupa le prime file della platea. Sono i giornali e le televisioni straniere, dei media marocchini nessuna traccia o quasi. Sul palco, vecchie e giovani generazioni di militanti siedono una a fianco all’altra. Ci sono Khadija Ryadi, Abdelilah Benabdesslam e Abdelhamid Amine, ospiti delle prigioni del regno negli anni ottanta ed ora capisaldi della resistenza democratica nel paese (e vertici della stessa AMDH). Accanto a loro Oussama Khalifi, il primo giovane ad aver diffuso un appello su YouTube a sostegno del Movimento 20 febbraio, fa il gesto della vittoria con la mano. “Sono un semplice essere umano che crede nella democrazia e nella possibilità di una vita dignitosa per tutti i miei compatrioti”, esordisce la diciannovenne Tahani, portavoce del movimento. Corporatura minuta e riccioli neri che sfiorano le spalle, Tahani sembra avere le idee chiare nonostante la giovane età: “la nostra protesta ha come obiettivo immediato la dissoluzione del governo e del parlamento in carica, poiché strumenti non rappresentativi del popolo marocchino e nocivi ai suoi stessi interessi. Il passo successivo sarà la convocazione di un’assemblea costituente, per la redazione di una nuova costituzione finalmente democratica e garante dei diritti e delle libertà ancora oggi negate nel paese. Nel frattempo, un governo provvisorio formato da personalità della società civile, dei sindacati e dei partiti politici, di riconosciuta trasparenza, assicurerà la continuità delle attività esecutive”. La giovane attivista parla poi della necessità di imminenti riforme sociali “affinché tutta la popolazione e non solo l’élite possa usufruire di un sistema sanitario ed educativo di qualità”. Interrogata su quale sarà la forma di Stato che il Movimento 20 febbraio immagina per il Marocco del futuro, Tahani non si sbilancia: “la forma di Stato che uscirà dalla costituente non ci riguarda adesso, potrà essere monarchica o repubblicana, purché assicuri libertà e democrazia”.
Mehdi Bouchua, studente all’università Cadi Ayyad di Marrakech, ritorna sul destino da riservare a Mohammed VI: “il movimento, costituito da differenti gruppi di giovani apparsi su Facebook, non ha una posizione unitaria in proposito. Le rivendicazioni più condivise propongono una monarchia parlamentare sul modello inglese o spagnolo, ma altri chiedono apertamente il passaggio al sistema repubblicano. In ogni caso la fine del monopolio monarchico sulla vita politica ed economica del paese è per tutti una priorità. Il re non deve governare, chi comanda deve essere scelto dai cittadini in assoluta libertà”. Anche Mehdi, ventitre anni, fa parte del Movimento 20 febbraio, lanciato da alcuni suoi coetanei attraverso il social network durante i primi giorni della rivolta egiziana. “Il gruppo più numeroso si chiama «Il popolo vuole il cambiamento» e oggi conta quasi 14 mila aderenti. In totale siamo più di 20 mila su Facebook, compresi gli infiltrati che si iscrivono per insultarci”. Il giovane universitario abbandona la sala conferenze e si siede ad uno dei computer messi a disposizione dall’associazione. Sulle pareti della stanza, una sequenza di poster testimoniano l’attività instancabile dell’AMDH, che da oltre trent’anni si batte per la difesa dei diritti e delle libertà in Marocco. Accanto ad una foto di Ben Barka, oppositore del regime assassinato dai sicari di Hassan II nel 1965, una mappa della Palestina ricorda il sessantesimo anniversario della Nakba. “Hanno diffuso fotomontaggi dove gli esponenti del movimento vengono ritratti con decine di bottiglie di wiskhy. Ci hanno descritto come degli hippy drogati, dei non musulmani nemici della patria che complottano con il Polisario per seminare il caos nel paese”, prosegue Mehdi indicando lo schermo. Sul displkay l’elenco di contributi, tra cui un commento sprezzante firmato Meryam (gli account sono creati sotto pseudonimo): “siete solo i figliocci dell’Algeria e di Mohammed Abdelaziz (il capo del Fronte Polisario, ndr)”.

Oltre all’attacco in rete ad opera degli hacker e dei servizi segreti, sono svariate le forme di repressione subite dai membri del Movimento 20 febbraio negli ultimi giorni. Minacce, pedinamenti, telefoni intercettati, poliziotti sotto casa ventiquattrore su ventiquattro. Senza contare la campagna di diffamazione orchestrata dalla stampa nazionale, sempre più spudoratamente al servizio delle autorità. Per esempio Rachid Nini, direttore del quotidiano arabofono Al Massae (il più letto nel paese, ndr), non ha esitato a definire questi giovani “delle pedine manovrate dalla Spagna per attentare alla sicurezza e alla stabilità dello Stato”. L’ultima notizia, diffusa in diretta durante la conferenza, è di due adolescenti di quindici e diciassette anni arrestati in mattinata a Kenitra mentre stavano distribuendo dei volantini di sostegno alla manifestazione (sono stati rilasciati dopo poche ore, ndr). “Solo il giornale on-line di Ali Anouzla e Taoufiq Bouachrine sulle colonne di Akhbar al Youm ci hanno difeso, denunciando la propaganda degli organi di regime”, conclude il ventitreenne riccioluto aggiustandosi la kefya attorno al collo.

Le adesioni si moltiplicano
Le associazioni per i diritti umani non sono le sole organizzazioni ad aver risposto pubblicamente all’appello “per la democrazia e la dignità” lanciato dai giovani marocchini. La prima a schierarsi a favore della protesta era stata l’associazione islamica Giustizia e Carità, da sempre critica nei confronti della monarchia, e per questo non riconosciuta dal regime. Il gruppo di shaykh Yassine, in un comunicato pubblicato ad inizio febbraio sul suo sito internet, si felicitava per le manifestazioni in Tunisia ed Egitto, invocando una “svolta democratica urgente” anche in Marocco. “Milioni di marocchini vivono in uno stato di povertà e di privazione. Non è giusto che la ricchezza del paese resti nelle mani di un’esigua minoranza”, si legge nel testo diffuso dall’organizzazione che, secondo una stima effettuata dal politologo Mohamed Darif, arriverebbe a riunire circa 100 mila aderenti.
La denuncia di un sistema autocratico e corrotto e la necessità immediata di un cambiamento sembra aver superato perfino le vecchie opposizioni ed i contrasti ideologici, raccogliendo i consensi di una rappresentanza civile e politica trasversale. Oltre agli islamisti di Giustizia e Carità, anche i partiti della sinistra radicale, esclusi dal parlamento, hanno confermato la loro presenza in piazza domenica 20 febbraio. Al loro fianco ci saranno gli attivisti berberi, nemici storici dei marxisti-panarabisti nei campus universitari di Meknes, Fes e Marrakech. “Per fondare il Marocco del futuro prima di tutto bisogna dimenticare gli attriti sterili che ci hanno diviso ed indebolito in passato”, afferma con voce fiera Mounir Kejji, militante amazigh della prima ora e co-fondatore del centro studi Tarik Ibn Zyad. “L’intera galassia berbera ha raccolto l’invito del movimento, dal Congresso mondiale amazigh a Tamaynout fino alle associazioni regionali del Souss e del Rif”, conclude Mounir.
Tra le tante adesioni raccolte una soltanto, giunta nelle ultime ore, lascia perplessi i promotori dell’iniziativa. Quella del PAM (Partito dell’autenticità e della modernità), organo politico della monarchia creato due anni fa da Fouad Ali El Himma, amico e consigliere di Mohammed VI. “Il PAM ha dichiarato sul suo sito internet che appoggia le manifestazioni e che sostiene l’avvio delle riforme. Quali riforme, ovviamente, non viene specificato..”, commenta con sarcasmo Samira, una delle principali referenti dell’AMDH, che poi aggiunge: “all’inizio hanno provato a sabotare l’appuntamento del 20 febbraio con ogni mezzo. Credevano di poter dissuadere i giovani dai loro propositi. Hanno creato perfino un gruppo Facebook chiamato «Io amo il mio re e domenica non esco». Ora stanno solo cercando di intorbidire le acque, giocando sporco come al solito”.
Al termine della conferenza viene fatto circolare tra i presenti un nuovo comunicato, questa volta redatto dai giornalisti indipendenti, e sottoscritto dalle penne più reputate e irreverenti della categoria, non a caso le più censurate. “Felicitiamo il popolo egiziano e tunisino per la loro vittoria contro la dittatura e l’autocrazia, in particolare i nostri colleghi che stanno riscoprendo la libertà di parola, di stampa e di espressione, e ricordiamo che la repressione di queste libertà fondamentali per la democrazia è tuttora all’ordine del giorno nell’agenda del regime marocchino”, recita il testo firmato, tra gli altri, da Aboubakr Jamai, Ali Lmrabet, Ali Amar, Driss Ksikes e Aziz El Yaakoubi, che nelle ultime righe esortano le autorità a non interferire “con il lavoro di informazione dei giornalisti marocchini e stranieri che cercheranno di seguire gli eventi annunciati per domenica 20 febbraio”. Una preoccupazione legittima, secondo il responsabile dell’Organizzazione per la libertà di informazione e di espressione Ali Benddine, “dato che alcune televisioni straniere, tra cui Al Jazeera, si sono già viste negare l’accredito stampa per poter filmare le manifestazioni. Una decisione non certo rassicurante”.

mercoledì 16 febbraio 2011

“In caso di rivolta l’obiettivo sarà la monarchia”

RABAT - Maati Monjib è professore di Storia e politica dei paesi del Maghreb all’Università di Rabat (Institut des Etudes Africaines, Université Mohammed V—Souissi) e Chairman dal 2008 al Saban Center for Middle East Policy (The Brookings Institution, Washington, D.C.). Oltre ad essere tra i fondatori del Centre Ibn Rochd d'Études et de Communication (Rabat), collabora attualmente con il mensile storico-divulgativo Zamane.
Nel 1992 il Professor Monjib ha pubblicato uno dei primi studi accademici sull’edificazione dell’assolutismo monarchico in Marocco. Il libro, La monarchie marocaine et la lutte pour le pouvoir: Hassan II face à l'opposition nationale, de l'indépendance à l'état d'exception (Paris, L'Harmattan), è tuttora vietato nel paese. Partendo dall’analisi della sua opera, Maati Monjib ricostruisce il quadro politico del Marocco post-indipendenza e l’evoluzione del sistema di potere nello Stato maghrebino fino ai giorni nostri. Descrive i rapporti di forza che legano la monarchia di Mohammed VI al panorama politico attuale, e parla del ruolo rivestito dalle forze islamiste e dalla società civile, in un paese che si prepara all’esplosione del dissenso (appuntamento fissato per il 20 febbraio).

Intervista a Maati Monjib (Rabat, 14 febbraio 2011)

Signor Monjib, cosa ha scritto di terribile nel suo libro “La monarchie marocaine et la lutte pour le pouvoir” da non poter essere letto qui in Marocco?
Per prima cosa, nel mio libro ho trattato la monarchia marocchina come un normale attore politico, desacralizzandola, e facendovi riferimento senza troppa riverenza. Altro motivo della censura è che all’interno del libro ci sono delle verità storiche documentate, non gradite ad Hassan II, che dimostrano come il sovrano è riuscito ad assumere un potere assoluto, eliminando gli altri attori politici presenti negli anni post-indipendenza, come per esempio i nazionalisti, i comunisti, i sindacalisti e gli intellettuali indipendenti. Nel libro parlo anche della corruzione con cui il makhzen (sinonimo di apparato monarchico, ndr) ha costruito la propria sociologia del potere, distribuendo le terre coloniali tra i più devoti servitori. In più, La monarchie marocaine et la lutte pour le pouvoir è un’opera accademica, non un pamphlet politico, che ha totale legittimità essendo basata su documenti, testimonianze, giornali dell’epoca e discorsi dello stesso Hassan II, e non su speculazioni teoriche. Per esempio quando affermo che Hassan II temeva la scuola e l’istruzione, riporto le sue stesse parole. L’educazione nel senso moderno del termine rappresentavano una minaccia politica e ideologica per il trono. In un discorso alla nazione pronunciato il 25 marzo 1965, in seguito alle rivolte sociali scoppiate a Casablanca, Hassan II ha dichiarato apertamente, riferendosi al popolo marocchino: “era meglio che voi foste tutti degli illetterati, non c’è pericolo più grande per lo Stato che la presenza di intellettuali”. Deve sapere che quando il vecchio re era arrabbiato diceva sempre la verità.

Quali furono le misure adottate dal regime per combattere “il pericolo dell’istruzione”?
Negli anni sessanta avevamo in Marocco il miglior sistema universitario d’Africa (esclusa l’Africa bianca del sud). A partire dal 1965 il livello dell’insegnamento è crollato. I funzionari di regime hanno recepito il messaggio lanciato da sua maestà. Gli unici centri risparmiati da questo processo di regressione sono state le scuole tecniche. Il sistema aveva comunque bisogno di quadri ben preparati, non poteva permettersi di formare dei tecnici incompetenti. La soluzione, in questo caso, è stata militarizzare gli istituti. Per esempio la scuola per ingegneri di Mohammedia è divenuta un istituto militare. Ancora oggi chi la frequenta è sì un ingegnere, ma allo stesso tempo un graduato. Così viene inculcata nella sua mente l’ideologia del regime, l’ideologia della sottomissione al potere. Quanto alle università, le hanno semplicemente lasciate deperire. Alcune materie, come la filosofia, l’antropologia e la sociologia, erano considerate i nemici naturali di uno Stato assoluto in piena epoca moderna. Così nel 1972, dopo una fase diciamo di preparazione, hanno chiuso i dipartimenti. E non per motivi economici, del resto lo hanno detto ancora una volta in modo chiaro: “la sociologia e la filosofia formano solo dei sovversivi e degli ignoranti”, scriveva Hassan Alawi, cugino del re e responsabile del quotidiano monarchico Le Matin. Non tolleravano che gli studenti formassero uno spirito critico, la base su cui poggia la modernizzazione dei valori. Ripeto, Hassan II credeva che l’educazione moderna fosse un pericolo ideologico per il sistema di potere tradizionale che si era costruito attorno a lui.

Come è cambiato, se si può parlare oggi di cambiamento, l’atteggiamento del regime verso l’istruzione?
L’atteggiamento del regime è cambiato nel corso dei decenni a seconda delle necessità contingenti. Negli anni ottanta, per esempio, sono comparsi i dipartimenti di studi islamici. La monarchia ha cercato di seguire il modello saudita, per impedire l’evoluzione della società verso la modernità culturale, politica e sociale. Ha cercato di arginare in questo modo il bisogno di libertà, democrazia e rispetto dei diritti che permaneva nella popolazione. La metà degli studenti universitari nel ventennio ’80-’90 erano iscritti nei corsi di studi islamici, che propugnavano un recupero dei valori tradizionali e autoritari dell’islam. In questo periodo la sinistra è pressoché scomparsa dall’università e l’UNEM (Unione nazionale degli studenti marocchini) è finita nelle mani degli islamisti. Il risultato è stata la diffusione dell’ideologia islamica in tutte le sue forme e varianti. Quando l’islamismo è divenuto ancor più pericoloso per il regime, rispetto all’opposizione di sinistra e alla modernità culturale, sono stati riaperti i dipartimenti di filosofia e di scienze sociali, a partire dalla fine degli anni novanta. Questo dimostra che lo Stato non ha una strategia costruttiva, non propone un vero modello di società, ma solo un’insieme di tattiche per gestire nell’immediato le manifestazioni del dissenso.

Riferendosi al regno di Hassan II (1961-1999), lei ha parlato di monarchia assoluta. Può precisare questa definizione?
Quando parlo di monarchia assoluta non mi riferisco al senso giuridico del termine, ma ad una valutazione prettamente politica, che riflette una realtà di fatto. Nel linguaggio scientifico si parla di monarchia assoluta in assenza di una costituzione. Nel caso marocchino, invece, gli anni che vanno dall’indipendenza (1956) alla redazione della prima costituzione (1962) possono essere considerati un periodo di monarchia costituzionale pur in assenza del requisito di base. E’ una questione di rapporti di forza. Al tempo, il movimento nazionale (in cui erano compresi anche socialisti e comunisti) era riuscito ad imporsi al sovrano Mohammed V. Quando il movimento si è indebolito, a causa delle divisioni interne e della fagocitazione dei suoi quadri nelle strutture dello Stato, il rapporto di forza è cambiato a vantaggio del Palazzo. Così la monarchia assoluta, paradossalmente, è cominciata proprio con la promulgazione della costituzione, che ha legittimato le prerogative di dominio e controllo del nuovo re Hassan II. Una situazione rimasta immutata fino agli inizi degli anni novanta.

Alcuni analisti sostengono che l’inizio degli anni novanta hanno segnato l’avvio della transizione democratica in Marocco. E’ d’accordo con questa valutazione?
No. Quella avviata negli anni novanta non è una transizione democratica, al massimo la manifestazione di una tendenza “democratizzante”. Quando si parla di democrazia si fa riferimento alla redistribuzione del potere verso le istanze elette, cosa che ancora non è avvenuta in Marocco. C’è stato però un processo di liberalizzazione nel senso politico del termine. Più libertà, meno repressione e torture rispetto agli “anni di piombo” e un minor controllo della parola. Un processo che dall’inizio degli anni novanta è andato in crescendo fino al 2003 (attentati di Casablanca), anno in cui la dinamica si è invertita ed è cominciata una lenta regressione.

A cosa si deve questa “liberalizzazione” avviata da Hassan II dopo il terrore alimentato durante gli anni di piombo?
In sostanza si sono modificati ancora una volta i rapporti di forza. Hassan II aveva commesso un errore monumentale, non si era reso conto che la società si era evoluta, nonostante lo stato deprecabile dell’educazione, e che i media (intesi come canali di mediatizzazione in generale, non i giornali o la televisione nazionale) erano cambiati. La manifestazione concreta si è avuta nel 1991, quando è scoppiata la Prima guerra del Golfo. I marocchini erano radicalmente pro Iraq, un paese emotivamente associato alla Palestina e alla sofferenza araba causata dall’Occidente, e il re, che aveva appoggiato l’attacco americano, si è trovato totalmente smentito dal suo popolo. A Rabat sfilarono pacificamente almeno 500 mila manifestanti, più della stessa popolazione cittadina dell’epoca. Hassan II aveva vietato la marcia, affermando: “non tollererò nessuna dimostrazione, né pro Iraq né contro l’Iraq. La monarchia ha dovuto cambiare opinione ed ha iniziato ad avere paura che le cose gli stessero per sfuggire di mano. Mutati i rapporti di forza tra la monarchia e il popolo, è iniziata una stagione di apertura politica, di liberalizzazione politica come ho detto prima, che è sfociata nel governo di alternanza (1998-2002) guidato dal premier socialista Youssoufi. In concreto però, il sovrano ha conservato ad oggi il suo controllo assoluto. Mohammed VI rimane infatti Capo del governo, vertice della magistratura e delle forze armate, oltre che Amir al-muminine, “Capo dei credenti” e dunque guida religiosa. Le speranze di democratizzazione sorte nei primi anni novanta si sono scontrate, ben prima degli attentati di Casablanca, con la guerra civile algerina e la minaccia di destabilizzazione del paese.

Qual è la sua valutazione, sul piano politico, dei primi dieci anni di regno Mohammed VI?
Dal 1999 ad oggi, la dialettica politica marocchina, che era rimasta viva e feconda pur negli anni della clandestinità e della repressione violenta, è praticamente morta. Con il governo di alternanza quella che era l’opposizione tradizionale, cioè Istiqlal (il partito nazionalista), USFP (Unione socialista delle forze popolari), PPS (Partito del progresso e del socialismo), PADS (Partito dell’avanguardia democratica e socialista), è stata integrata nelle strutture del regime, senza che ciò comportasse una maggior condivisione del potere decisionale, sia a livello legislativo che esecutivo. I singoli rappresentanti politici sono stati assorbiti negli ingranaggi di una gestione dello Stato che resta prerogativa esclusiva della monarchia. Sono entrati a far parte del governo ed hanno dimenticato le rivendicazioni iscritte nei loro stessi programmi politici. Per esempio l’USFP, nel 2002, ha rinunciato alla richiesta di una modifica della costituzione in senso democratico pur di continuare a far parte dell’esecutivo. Una rivendicazione che il congresso aveva imposto all’ufficio politico. Per questo motivo i partiti si sono svuotati di peso e di significato nell’ultimo decennio. Sono diventati delle scatole prive di contenuto, prive di idee e di progetti sociali e politici. Hanno perso il sostegno della popolazione e la legittimità agli occhi della gente, che li vede come apparati burocratici che servono il sistema di potere per sedere alla sua tavola.

Le elezioni legislative del 2007 sono un segnale inequivocabile di questo vuoto politico, non trova?
Senza dubbio, dal momento che solo un marocchino su cinque tra gli aventi diritto ha espresso una preferenza politica. E’ evidente, la popolazione sa che il potere decisionale non è nelle mani delle istanze elette ma altrove, a Palazzo. E il Palazzo non è sottoposto al voto. Questa situazione però è ancora più pericolosa per il regime, che si trova con le spalle scoperte. Stanno venendo meno più filtri politici tra il sovrano e il popolo. Ciò significa che in caso di un sollevamento popolare, sarebbe la monarchia l’obiettivo della rivolta.

Lei ha parlato di “assenza di idee e di progetti politici e sociali” nei partiti dell’opposizione storica. Ma le forze islamiste marocchine di idee e progetti sembrano averne eccome.
Questa situazione ha senza dubbio rafforzato gli islamisti, tanto il PJD (Partito della giustizia e dello sviluppo, formazione islamica moderata, ndr) che siede ai banchi del parlamento quanto l’associazione Giustizia e Carità (un movimento non riconosciuto dal regime che contesta la legittimità della dinastia alawita, ndr) che ha largo seguito tra la popolazione. Sono i soli oggi ad incarnare nello scenario politico marocchino un vero sentimento di opposizione. Chi è critico verso il regime o vota PJD, fatta eccezione per i piccoli partiti della sinistra radicale, o è vicino all’organizzazione di Yassine. Le faccio un esempio. I grandi quartieri popolari di Casablanca o delle città del nord come Fes, Meknes e Tangeri, che negli anni novanta votavano USFP, adesso votano PJD o boicottano le elezioni, come chiede Giustizia e Carità. L’USFP è diventato invece un partito a base pressoché rurale, sono i notabili a sostenerlo, quelli che hanno interessi individuali o di clan da difendere.
Quindi, per tornare alla sua domanda precedente e concludere questa lunga analisi, il risultato evidente dei primi dieci anni di regno di Mohammed VI è la scomparsa dallo scenario politico di un’opposizione laica e intrinsecamente democratica, quindi l’indebolimento del sistema socio-politico in sé.

E’ per ovviare a questo indebolimento che il regime è intervenuto direttamente nel contesto politico imponendo al suo uomo più fidato di creare un nuovo partito?
Il PAM (Partito dell’autenticità e della modernità) è la punta dell’icebeg e forse il prodotto più preoccupante, sul piano della sociologia politica, del regno di Mohammed VI. Con la creazione del PAM la monarchia ha cercato di canalizzare il sostegno di una parte dell’élite che non era inclusa nelle formazioni politiche “storiche”, approfittandone per modellare il nuovo partito in uno strumento totalmente devoto al sistema. La seconda ragione che spiega la creazione del PAM è la sua funzione anti PJD e anti islamista. Tuttavia, non è da una posizione ideologica che il PAM muove guerra al PJD e all’associazione di Yassine. Fouad Ali El Himma, consigliere del re ed ex numero due del Ministero dell’Interno, ha semplicemente risposto all’input di contrastare il partito più forte, l’unico che ancore gode di un vasto sostegno popolare e che muove critiche al regime.

In questi giorni si è tornati a parlare della “benalizzazione” del Marocco. Pensa che in questo senso sia possibile azzardare un paragone PAM-RCD?
Il PAM può essere considerato un organo di Stato, il portavoce della politica monarchica e in questo senso è stato concepito sul modello dell’RCD tunisino. Tenga presente che è stato creato nell’agosto 2008 e in dieci mesi è diventato il primo partito del regno, conquistando la maggioranza delle amministrazioni locali (in occasione delle elezioni locali tenutesi nel giugno 2009, ndr) e dei seggi nella Camera alta. Quando collaboravo con Le Journal Hebdomadaire l’ho scritto subito: ecco un nuovo sintomo, dopo la concentrazione dell’economia nazionale nelle mani del regime e l’addomesticamento della stampa, della “benalizzazione” del paese. Non è un’analisi posticcia e decontestualizzata, al contrario. Pur essendo evidenti le differenze tra i due paesi, l’intenzione della monarchia era chiara fin da prima della creazione ufficiale del PAM, dalla comparsa del Movimento per tutti i democratici promosso dallo stesso El Himma. Questo partito serve a difendere l’autocrazia alawita cercando di ottenere il monopolio della rappresentanza politica e praticando uno spudorato opportunismo ideologico.

A cosa si riferisce quando parla di opportunismo ideologico?
Riprendo quanto stavo dicendo poc’anzi rispetto alla funzione anti PJD e anti Yassine del PAM. Il partito di El Himma, da una parte, ha mobilizzato le genti contro gli islamisti, recuperando i laici, i vecchi militanti di sinistra e la borghesia liberale. Dall’altra ha sempre sostenuto la Commanderie des croyants, lo strumento che legittima il primato del re in materia religiosa (art. 19 della costituzione, ndr), continuando a sacralizzare l’istituzione monarchica e ad invocare la gestione tradizionale del potere. Ma a mio avviso non c’è un sistema più islamista del nostro, dove il capo politico è allo stesso tempo vertice religioso. Questo è opportunismo ideologico. Se, per ipotesi, nelle prossime elezioni si affermasse il partito socialista, il PAM diventerebbe automaticamente anti socialista. La sola ideologia del PAM è la conservazione dello statu quo sommata ad una volontà egemonica, che potrebbe beneficiare dell’attuale vuoto politico.

Quindi il PAM può essere considerato il “frutto legittimo” delle tattiche camaleontiche usate dalla monarchia di cui ha parlato prima?
Si. L’opportunismo del PAM non fa che riflettere l’opportunismo della stessa monarchia, che diventa liberale, islamista o nazionalista a seconda dei casi e della convenienza. Quando il sovrano vuole concentrare le sue critiche e le sue pressioni verso un orizzonte politico particolarmente forte e rivendicativo, allora crea un partito, con un’ideologia decisa ad hoc, per fargli guerra sul suo stesso terreno. La storia del Marocco post-indipendenza ce lo insegna e sotto questo aspetto Mohammed VI si iscrive nella piena continuità con il passato. Negli anni sessanta, quando il peso del nazionalismo di stampo islamo-tradizionalista era dominante, Hassan II aveva lanciato lo FDIC (Fronte di difesa delle istituzioni costituzionali), un partito pro-occidentale il cui leader, Ghedira, parlava più francese che arabo e si dichiarava apertamente liberale. Negli anni settanta, quando la corrente sindacale e socialista era la più forte, il regime ha creato un partito liberale (RNI, Raggruppamento nazionale degli indipendenti). Una monarchia davvero eclettica, non c’è che dire…

Nell’attuale contesto di vuoto politico, qual è lo spazio che resta per la manifestazione del dissenso?
Tra il 2007 e il 2009, è stata la stampa ha giocare un vero ruolo di opposizione. Giornali come Tel Quel, Le Journal Hebdomadaire e Al Massae in origine, erano le uniche voci di dissidenza laica e pro-democratica, per questo sono state recentemente liquidate dal regime. La stampa indipendente ha subito pressioni e un duro boicottaggio economico, tanto che o è stata costretta alla chiusura, come nel caso del Journal o di Nichane, o ha dovuto stravolgere la sua linea editoriale per sopravvivere, come ha fatto Al Massae ormai definitivamente makhzeniano e come sta facendo Tel Quel dopo la partenza del direttore Benchemsi. Ma, la scomparsa della stampa indipendente, è stata ben presto ovviata dall’utilizzo dei nuovi canali mediatici di libera espressione: Internet e i suoi strumenti di contatto, come YouTube, Twitter e Facebook, oltre ai blog e ai giornali on-line, dove i marocchini risultano sempre più attivi. Direi che Internet è ormai il primo spazio di libero esercizio della citoyennité (termine che indica la consapevolezza dei diritti e doveri dati dall’essere cittadino e non più suddito, ndr) in Marocco.

Quale ruolo riveste in questo Marocco la società civile?
Anche il lavoro delle associazioni, o meglio di alcune organizzazioni come per esempio l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH), è sicuramente volto a riempire il vuoto politico che blocca l’evoluzione dello Stato. Questo perché negli ultimi venti anni è stato concesso uno spazio di lavoro alla società civile, anche a quella dichiaratamente pro-democratica, che fino ad ora è servita un po’ da valvola di protezione per il regime. Le pressioni subite all’interno del panorama associativo in generale sono minori rispetto a quelle che condizionano il contesto politico. Questo perché un partito, in quanto tale, ha l’obiettivo intrinseco alla sua condizione di prendere il potere. Dunque tutte le formazioni di opposizione, anche quelle minori, costituiscono in linea di principio un pericolo per il sistema. Le associazioni invece perseguono finalità civili e non politiche. Ma quando il loro attivismo assume una valenza nettamente politica, scatta la repressione, come è successo nel giugno scorso all’AMDH, di cui alcuni membri del governo hanno chiesto a gran voce la dissoluzione.

In un contesto nordafricano scosso dai sollevamenti popolari (Tunisia, Egitto, Algeria), quale pensa che sia lo scenario che si rifletterà, a breve o a lungo termine, in Marocco?
Per il momento non credo in una ripetizione del modello tunisino o egiziano in territorio marocchino. In altre parole, non credo sia possibile ad oggi una rivoluzione. C’è la frustrazione sociale, frutto anche di una disoccupazione endemica, le cui cifre ufficiali sono ben distanti dalla realtà. Almeno un terzo dei laureati sono senza lavoro e, quel che è peggio, senza prospettive concrete per l’avvenire. C’è la voglia di cambiamento e di democrazia, ma il regime è in ogni caso meglio attrezzato per gestire una crisi rispetto all’apparato di potere di Ben Ali. Del processo di “liberalizzazione” politica di cui le ho parlato poco fa, in Tunisia non c’era la minima traccia. In Marocco l’opposizione è svuotata ma non ancora annientata. Penso che di fronte ad una contestazione, la monarchia potrebbe riattivare quelle valvole di protezione sociale (le associazioni e qualche partito politico) che le consentirebbero, almeno in teoria, di canalizzare il dissenso. Mohammed VI potrebbe quindi cavarsela con qualche piccola riforma. Questo a breve termine. A lunga scadenza invece, se il sovrano non concederà aperture immediate e il progetto PAM dovesse concretizzarsi, lo scenario sarebbe ben diverso. Ma, in tutta franchezza, credo che il Palazzo stia già facendo tesoro dell’esperienza tunisina ed egiziana. Mohammed VI abbandonerà la strada del partito unico e romperà il cordone ombelicale che lo lega al PAM. In questo momento, non farlo, sarebbe troppo pericoloso per i suoi stessi interessi.

In caso di contestazione, quale potrebbe essere la reazione dei militari?
L’esercito è un altro degli strumenti in mano alla monarchia se questa si trovasse di fronte ad una forte contestazione. Il Palazzo non avrebbe nulla da temere dai militari. Una parte degli ufficiali è corrotta e del resto, dopo i due tentativi di golpe (1971, 1972), il messaggio lanciato da Hassan II ai vertici dell’esercito è stato chiaro: “arricchitevi e lasciate perdere la politica”, che tradotto significa “lasciatevi pure corrompere, basta che non mi mettiate più i bastoni tra le ruote”. Le forze armate, che non a caso si chiamano “reali” (FAR, Forces Armées Royales), nell’ipotesi di scontri violenti non prenderebbero le difese della nazione, quindi del popolo, come successo in Tunisia e in Egitto, ma si posizionerebbero a protezione del sovrano e del suo apparato.

L’associazione islamica Giustizia e Carità ha già appoggiato ufficialmente la manifestazione del 20 febbraio. Come pensa che si muoverà l’organizzazione di Yassine, ben radicata nella popolazione e da sempre contestataria della monarchia alawita?
Nel caso di una rivolta della popolazione urbana, come potrebbe accadere il prossimo 20 febbraio e nelle settimane a seguire, la gioventù liberale e i seguaci di Yassine giocherebbero un ruolo alla pari. Di sicuro gli islamisti non cercheranno di strumentalizzare il movimento di contestazione per mettersi in mostra, perché sanno che diventerebbe controproducente, soprattutto di fronte all’opinione pubblica occidentale che segue gli eventi mediorientali con timore. Inoltre il sostegno di matrice islamica alla protesta, oltre a Giustizia e Carità, potrebbe venire dalle nuove generazioni del PJD, molto più aperte e democratiche rispetto ai fondatori del partito. Le nuove leve possono intendersi senza problemi con gente che la pensa in maniera diversa ma che ha gli stessi obiettivi: la democrazia, la redistribuzione delle ricchezze del paese, il rispetto della dignità del marocchino medio, la fine di un sistema che li umilia e che li opprime con le sue leggi e i suoi baciamani (in riferimento alla baya, l’atto obbligatorio di devozione al sovrano). I marocchini ne hanno abbastanza di essere etichettati e scherniti dai vicini algerini come dei “baciatori di mani”.

martedì 15 febbraio 2011

Viaggio di sola andata per Tindouf

La censura continua a mietere vittime in Marocco. Se non è il regime ad incaricarsene direttamente (come nei casi di Akhbar al Youm, Al Jarida al Oula, Al Michaal, Tel Quel, Nichane e Le Journal Hebdomadaire), sono le stesse redazioni a stravolgere gli articoli che potrebbero non essere graditi al Palazzo. E’ il caso della giovane rivista Zamane, un mensile a carattere storico-divulgativo da poco in edicola. Un magazine indipendente che ha proposto fino ad ora un lavoro senz’altro meritevole. Tuttavia, quando il giornalista Aziz El Yaakoubi ha presentato un articolo sulle origini dell’esodo saharawi verso i campi di Tindouf (1975-’76), i vertici della redazione hanno censurato alcuni passaggi chiave del pezzo (come per esempio le testimonianze dei bombardamenti al napalm sulla popolazione civile in fuga effettuati dall’aviazione marocchina o le responsabilità della “marcia verde” sulla partenza dei rifugiati). Evidentemente, dopo la stretta repressiva esercitata negli ultimi due anni da Rabat sulla stampa indipendente, anche le pubblicazioni più serie e rispettabili come Zamane sentono il bisogno di “autoregolarsi” per non incorrere in sanzioni o ritorsioni giudiziarie. Un ulteriore conferma della morte della libertà di stampa in questo paese. Tanto più che la questione del Sahara resta una delle principali linee rosse espressamente elencate nel Code de la presse in vigore dal 2003.
L’articolo in questione, “Aller simple pour Tindouf”, è stato pubblicato nel mese di dicembre (Zamane, n. 2) con le opportune modifiche del caso. L’autore, Aziz El Yaakoubi, si è rifiutato di firmarlo. Di seguito la versione integrale tradotta in italiano.


Migliaia di rifugiati saharawi sono presi in ostaggio nei campi di Tindouf da un conflitto che è durato anche troppo. Inchiesta sui motivi e le condizioni che li hanno spinti a partire lontano dalle loro terre.

Il 17 giugno 1970 Mohammed Bassiri, fondatore del Harakat Tahrir Saqiat Al Hamra wa Wadi al-Daha (Movimento di liberazione del Saqiat El Hamara et Wadi al-Dahab), organizza una manifestazione pacifica contro l’occupazione spagnola nella città di Laayoune. L’esercito franchista reagisce con violenza sparando sulla folla. I morti e i feriti si contano a decine. Mohammed Bassiri sparisce nelle prigioni della potenza occupante. Profondamente colpito dagli eventi, un giovane saharawi, allora studente all’università di Rabat, prepara la risposta. El Ouali Mustapha Sayed, iscritto alla facoltà di giurisprudenza e membro attivo dell’UNEM (l’Unione nazionale degli studenti marocchini), originario di Tan-Tan, dove la sua famiglia si è installata in seguito alla disfatta dell’Esercito di liberazione del sud (operazione “Ecouvillon”), prova a bussare a tutte le porte. Riunisce attorno a lui una decina di studenti saharawi e domanda il sostegno dei partiti dell’opposizione marocchina. In un memorandum presentato nel gennaio 1973 alla sezione di Algeri del Tanzim, braccio armato dell’UNFP (Unione nazionale delle forze popolari, un movimento marocchino a carattere socialista rivoluzionario, ndt), il giovane saharawi condivide l’idea dell’integrazione del Sahara occidentale al Marocco : “Si può dire che la regione era una provincia marocchina come tutte le altre”, così termina il suo testo, pubblicato dal giornale Al Ikhtiyar Ahouri, il 19 ottobre 1977.
Di fronte all’indifferenza, in alcuni casi all’arroganza, dei nazionalisti marocchini, El Ouali si mette in marcia verso sud e cerca il sostegno dei vecchi compagni di Bassiri, in esilio in Mauritania. Altri studenti, tra cui Mohammed Cheikh Biadillah, attuale presidente della Camera bassa, si trasferiscono a Laayoune per sondare il terreno. Il gruppo di Mohammed Bassiri aveva stabilito eccellenti rapporti con il governo mauritano. Con il suo via libera, il gruppo si riunisce il 10 maggio 1973 a Zouerate, cittadina situata nel nord-est mauritano, e annuncia la creazione del Polisario. “L’obiettivo preposto era allora l’espulsione degli spagnoli dalle nostre terre, non avevamo ancora pensato a cosa fare dopo la cacciata dei colonizzatori”, ricorda Bachir Dkhil, uno dei partecipanti al congresso costitutivo del Fronte e l’ideatore dell’acronimo Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro). L’affermazione trova conferma nel manifesto politico redatto dopo la creazione del Fronte, concepito “come espressione unica di massa, che opta per la violenza rivoluzionaria e la lotta armata quale mezzo con cui il popolo arabo saharawi africano possa ottenere la sua totale libertà e dare scacco alle manovre del colonialismo spagnolo”.

Il silenzio marocchino
Dopo la nascita del Polisario, né il Marocco né l’Algeria sembrano preoccuparsi degli avvenimenti. Solo Muammar Gheddafi sostiene il movimento fin dalla sua nascita. Il Fronte effettua intanto i primi attacchi contro l’esercito spagnolo. Un primo rifornimento di armi arriva dalla Libia e le imboscate ripetute cominciano ad impensierire l’esercito franchista. “Siamo arrivati in Libia a piedi scalzi e siamo ripartiti ben armati”, dichiara El Ouali Mustapha in una conferenza stampa a Tripoli il 29 ottobre 1975, in riferimento al passaggio effettuato due anni prima nel paese di Gheddafi. Nel marzo 1974 Reuters pubblica un comunicato del Fronte che denuncia “il silenzio dei paesi arabi, dei paesi del Maghreb e soprattutto del Marocco in merito al colonialismo spagnolo e alla repressione selvaggia da questo esercitata contro il popolo saharawi”.
Di fronte alle offensive, sempre più efficaci, del Polisario il generale Franco annuncia che il suo governo sta preparando uno statuto di autonomia per il Sahara Occidentale. “Lo Stato spagnolo garantisce solennemente che la popolazione del Sahara deciderà in maniera libera del suo avvenire”. Per questo motivo il dittatore cerca di appoggiarsi sulla Jamaa, un’organizzazione tribale che raggruppa tutti i capi dei clan saharawi. L’antenato dell’attuale Corcas (Consiglio consultivo per il Sahara, istanza governativa voluta dalla monarchia marocchina, ndt). Dalla parte opposta, il Fronte Polisario condanna ogni forma di fedeltà di ordine parentale e i suoi membri affermano di non riconoscere l’affiliazione tribale. Il Fronte gode di una diffusa popolarità, mentre la reputazione della Jamaa è intaccata dalla collaborazione di alcuni suoi membri con gli occupanti.
Solo dopo l’annuncio del caudillo arriva la prima reazione ufficiale di Hassan II. In un messaggio indirizzato a Franco il 4 luglio 1974, il re dichiara che “non tollererà la creazione di uno Stato fantoccio nel sud marocchino”, rispondendo in questo modo al progetto di autonomia spagnolo. In quei mesi il Polisario moltiplica gli attacchi contro l’esercito iberico e la sua popolarità si espande ormai a tutte le frange della società saharawi come pure all’estero. “Parallelamente sono cominciati i contatti con il governo algerino. Io ero uno dei responsabili della direzione militare e ricordo che mi chiesero il permesso di montare alcune tende da campo per accogliere dei saharawi di nazionalità algerina non lontano dalla nostra base militare, sulla frontiera algero-sahariana. Non ho mai capito il perché”, spiega Bachir Dkhil. Queste tende costituiscono il primo nucleo del futuro campo profughi. Anche il secondo congresso del Fronte si è tenuto a poche decine di chilometri da Tindouf. La scelta del luogo e il motivo dell’installazione delle prime tende in questo deserto arido resta un mistero. L’anno 1974 è senz’altro il più cupo della storia del Polisario. Nel corso del secondo congresso, svoltosi dal 25 al 31 agosto, cambiano il tono e l’obiettivo delle rivendicazioni: “il popolo saharawi non ha altra scelta che la lotta fino al raggiungimento dell’indipendenza”, si legge sul manifesto politico uscito dall’assise.

La repressione spagnola e l’accordo di Madrid
Di fronte alla pressione di Marocco, Francia e Stati Uniti, la Spagna decide di cambiare gioco. Il progetto di autonomia viene abbandonato ed si apre una fase di negoziati segreti con il Marocco e la Mauritania per la decolonizzazione del Sahara. La Spagna si ritira dai punti più isolati e il Polisario la incalza occupando i territori abbandonati. In Sahara occidental: origine set enjeux d’une guerre du désert, Tony Hodges scrive che durante il mese di ottobre 1975 (pochi giorni prima della “marcia verde”, ndt) gli spagnoli controllavano solo le grandi città del Sahara, mentre non vi era traccia della loro presenza ad est di Smara. Il Fronte ha in mano ormai la quasi totalità del deserto e sferra attacchi contro i centri urbani raccolti lungo la fascia occidentale del territorio. La Spagna, dato il sostegno popolare ricevuto dai guerriglieri, sceglie la repressione. “Ogni manifestazione pro-Polisario era vietata. I quartieri saharawi di Laayoune erano assediati, circondati dal filo spinato, e tutte le sere veniva imposto il coprifuoco”, ricorda Guejmoula Bent Abbi, deputato del Partito del progresso e del socialismo (PPS), che all’epoca aveva quattordici anni. Da parte sua Hassan II annuncia la marcia verde, subito dopo il verdetto emesso dalla Corte internazionale di giustizia che rifiuta la pretesa sovranità storica sul Sahara di Marocco e Mauritania.
Nel territorio saharawi iniziano a circolare le prime voci di una “cessione del Sahara da parte della Spagna al Marocco e alla Mauritania”. In questo clima il Fronte lancia una campagna di denuncia degli accordi segreti contratti tra i tre paesi. I marocchini sono presentati alla popolazione saharawi come i nuovi invasori. “Immagini delle genti analfabete, che non conoscono niente del Marocco e della sua civilizzazione… Da un giorno all’altro gli viene annunciato che 350 mila persone stanno per invadere le loro terre”, fa notare Bachir Dkhil. La marcia verde, pur essendo presentata dal suo istigatore come una “marcia gloriosa”, sembra, in queste condizioni, un errore fatale.
La prima incursione militare marocchina è datata 31 ottobre 1975, cinque giorni prima della partenza della “marcia”. Alcune unità delle Forze armate reali (FAR) oltrepassano la frontiera est e si dirigono verso Jdiriya, Housa e Farsia, da poco in mano ai combattenti del Polisario. Scoppiano i primi scontri, i primi spari di una guerra che durerà all’incirca sedici anni. Il Fronte ne approfitta per confermare le accuse rivolte al Marocco ed ingraziarsi le popolazioni cittadine. E’ il panico generale. “La paura dei saharawi è cresciuta con l’arrivo dei partecipanti alla marcia verde”, rivela Guejmoula Bent Abbi. In effetti, le persone coinvolte provenivano, nella maggior parte dei casi, dai quartieri più poveri e degradati delle grandi città marocchine. In poco tempo si è diffusa una pessima immagine del Marocco e dei marocchini.
Il 14 novembre 1975 viene firmato l’accordo di Madrid, che trasferisce l’amministrazione del Sahara al Marocco e alla Mauritania. Il Polisario rifiuta di riconoscere l’intesa e annuncia il proseguimento della lotta armata contro “i nuovi invasori”. Il 25 novembre 1975 il primo convoglio militare marocchino fa il suo ingresso a Laayoune in compagnia di Ahmed Bensouda, governatore aggiunto del territorio sahariano, appena nominato da Hassan II. Qualche giorno più tardi è la volta del governatore mauritano a mettere piede nella città. Il Marocco sceglie di muovere guerra al Fronte Polisario, che gode tuttavia del supporto popolare, e commette lo stesso errore degli spagnoli appoggiandosi sulla Jamaa, priva di consensi dopo l’ascesa degli guerriglieri.

Bombardamenti al napalm
E’ in questo contesto che i primi rifugiati iniziano a lasciare le loro case e partono in direzione della frontiera algerina. Houari Boumedienne non nasconde più il suo sostegno al Fronte e propone ai fuggitivi di occupare la regione di Tindouf come base di ripiegamento. “Dopo l’accordo di Madrid, i marocchini hanno preso il posto degli spagnoli nella coscienza della gente. La paura fu la principale motivazione della nostra partenza”, ricorda con amarezza la deputata del PPS, che ha lasciato la città di Laayoune il 27 novembre 1975. Ognuno si arrangia come può. Gli abitanti dei centri urbani cominciano il tragitto con i propri mezzi. A piedi, a bordo di camion o delle jeep Land Rovers, migliaia di persone si dirigono verso est. Lontano, nel deserto, il Fronte Polisario si incarica di condurli fino alla frontiera algerina. Ma non è il solo. Secondo la Map (l’agenzia stampa marocchina, ndt) e Reuters, il 30 gennaio 1976 le FAR hanno preso d’assalto un’oasi (Amgala) dove stazionavano centinaia di soldati algerini e dove si erano raggruppati migliaia di rifugiati saharawi, uno dei rari punti d’acqua situato a 290 km dal confine. Decine di militari algerini muoiono durante l’attacco, un centinaio vengono fatti prigionieri.
Dopo l’incidente, l’esercito marocchino scopre altri tre accampamenti giganteschi, a Tifariti, Guelta Zemmour e Oum Dreiga. Decine e decine di rifugiati vengono uccisi dai bombardamenti dell’aviazione alawita, che utilizza anche il napalm. “Ero presente durante i raid dell’esercito marocchino a Tifariti, per fortuna avevamo scavato dei tunnel qualche giorno prima. Chi è rimasto fuori non ha avuto chance ed ha perduto la vita”, racconta Guejmoula Bent Abbi. “Sono rimasto in carcere un anno quando le forze algerine volevano assumere il controllo del Polisario. Sono stato liberato nel marzo del 1976, con l’incarico di condurre un’inchiesta sulle vittime del napalm dopo l’arrivo dei rifugiati in territorio algerino”, rivela invece Bachir Dkhil, che poi aggiunge: “nessuno sa quante persone sono morte sulla strada dell’esilio, né il Polisario né il Marocco. Io ho potuto vedere con i miei occhi decine di feriti per le bruciature del gas”.

Il dramma dei rifugiati
L’Alto commissariato per i rifugiati dell’ONU indica che circa 50 mila rifugiati saharawi sono finiti nei campi algerini. “Di questo numero solo 19 mila persone erano originarie del Sahara occidentale”, insiste Bachir Dkhil. Una delegazione della Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH) effettua una visita nell’accampamento di Lahmada nell’ottobre 1976. Secondo il rapporto, la popolazione è composta per l’80% da donne e bambini, “soltanto civili disarmati”. Gli uomini sono al fronte. Ma il rapporto aggiunge che tutti gli interrogati affermano di essere originari del territorio conteso. “Essere originario del Sahara spagnolo era un privilegio nei campi. E’ per questo che tutti quanti lo affermavano”, replica il co-fondatore del Polisario.
Nel 1976 si presentano i primi gravi problemi logistici per il Polisario e il paese di accoglienza. Secondo il documento della FIDH, c’è bisogno di 10 mila tende e 150 mila coperte, per ovviare ai rigori dell’inverno sahariano, di rifornimenti di vitamine, latte per i neonati, antibiotici e altre medicine per curare la bronchite, la tubercolosi e il morbillo. Nessun medico è presente nei campi negli anni ’75 e ’76, solo alcune infermiere algerine si prendono cura dei malati. E’ doveroso ricordare che quelle rese note dalla delegazione della FIDH sono soltanto delle stime, dal momento che è riuscita a visitare solo nove accampamenti sui ventidue esistenti lungo la frontiera. “I rifugiati saharawi si nutrono quasi esclusivamente di verdura, niente frutta, niente uova, la carne solo raramente”, scrive il giornalista Pierre André Barou nelle colonne di Libération, dopo aver visitato i campi nel novembre 1976.
“Durante il nostro soggiorno i rifugiati ricevevano al mese due kg di cereali, un kg di verdure essiccate, un kg di zucchero, un kg di latte in polvere, seicento grammi d’olio, trecento di tè e quasi mai dei datteri”, riporta in modo dettagliato un Comitato di sostegno svizzero, che ha trascorso l’aprile del 1976 negli accampamenti. “Lasciata Tindouf, ci sono 25 km di strada prima di avvistare le tende in cima ad un’altura. Ben presto una postazione militare ci obbliga a fermarci. Sono dei ragazzi a controllare gli accessi nel campo. A tredici, quattordici anni, spesso fanno la guardia giorno e notte. I vestiti sono ridotti a brandelli…”, si legge nel rapporto dell’associazione “Amici del popolo saharawi”, pubblicato dopo il rientro dal viaggio. Con il tempo, la storia dei rifugiati è divenuta di dominio pubblico. Trentacinque anni più tardi le condizioni di vita sono certo migliorate, ma il dramma continua. Fino a quando?

sabato 12 febbraio 2011

Jilani Hamami, un sindacalista “dissidente” tunisino si racconta

TUNISI - Jilani Hamami, oltre ad aver ricoperto la carica di segretario generale dei funzionari PTT (federazione di categoria, posta e telecomunicazioni, che fa parte dell’Unione generale dei lavoratori tunisini - UGTT, ndr), è uno dei fondatori del Partito comunista dei lavoratori tunisini (PCOT). Sindacalista “dissidente” e oppositore politico durante il regime Ben Ali, Hamami parla delle connivenze tra l’UGTT e l’ex dittatore e racconta la sua lotta all’interno del sindacato di cui è membro ancora oggi.

Intervista a Jilani Hamami (Tunisi, 29 gennaio 2011)

Jacopo Granci: Nella sua storia di oppositore politico ha mai fatto l’esperienza della prigione?
Jilani Hamami: Si, due volte, nel 1984 e nel 1997. In entrambi i casi gli arresti non erano dovuti alla militanza politica, ma alla mia attività di sindacalista. La prima volta, nel 1984, avevo lanciato uno sciopero dei dipendenti della posta e del settore telecomunicazioni durato dieci giorni. Dieci giorni di paralisi, in cui gli uffici postali si sono fermati e lo Stato ha dovuto chiedere l’intervento dell’esercito per assicurare il servizio. Alla fine della protesta sono stato arrestato. Rischiavo una condanna a quattro anni di carcere ma, grazie al sostegno delle organizzazioni sindacali internazionali, le accuse sono state ritirate ed ho potuto lasciare la prigione dopo solo tre mesi, durante i quali non sono mai stato maltrattato.
Nel secondo caso, nel 1997, ero il rappresentante nazionale della federazione PTT e come tale membro della Commissione amministrativa dell’UGTT. Ero assolutamente contrario alla linea seguita dall’ufficio esecutivo. Il segretario di allora, Ismail Sahbani, stava pregiudicando l’attività del sindacato, gli sforzi fatti dalla sua base e dall’intero movimento democratico tunisino. Era talmente compromesso con il regime Ben Ali che lo chiamavamo “il ministro del lavoro”. In più non c’era trasparenza nella gestione delle risorse finanziarie dell’UGTT. Assieme ad altri sindacalisti stufi di questa situazione, abbiamo fatto circolare una petizione per chiedere un consiglio nazionale straordinario: volevamo che la direzione venisse sfiduciata. Ma Sahbani andò alla polizia e ci accusò di voler creare disordini nel paese attaccando una sua istituzione ufficiale e facendo circolare informazioni false sul suo conto. Fu ancora una volta l’intervento delle organizzazioni internazionali, non solo sindacali ma anche dei diritti umani, a bloccare il processo. Uscito di prigione dopo pochi mesi, mi sono comunque ritrovato senza lavoro e liquidato dal mio incarico di segretario nazionale della federazione PTT. C’è voluto uno sciopero della fame di fronte alla sede dell’UGTT, a cui si unì la mia famiglia, perché mi venisse procurato un altro impiego e mi venisse restituito il passaporto, di cui ero stato privato durante tutti gli anni novanta.

J. G.: In questo secondo arresto ha subito trattamenti speciali da parte della polizia?
J. H.: No, non ne avevano motivo. Ci siamo assunti la nostra responsabilità e non abbiamo mai negato di aver fatto circolare la petizione. Al contrario difendevamo apertamente il nostro punto di vista, quindi non c’era bisogno di maltrattamenti o torture per arrivare ad una confessione. Era un problema interno al sindacato, la polizia non c’entrava niente. Ma del resto durante tutto il regime Ben Ali l’UGTT, come alcuni partiti di presunta opposizione, ha svolto un ruolo fondamentale nel soffocare ogni esigenza di cambiamento e nel garantire la stabilità del paese e la pace sociale tanto celebrata dall’ex dittatore.

J. G.: Nonostante ciò lei fa ancora parte dell’UGTT?
J. H.: Sì, sono ancora membro dell’UGTT. Ma questo non vuol dire che approvi le scelte dei suoi vertici. All’interno della centrale sindacale ci sono molte federazioni di categoria e circoscrizioni regionali che restano tuttora dissidenti rispetto all’ufficio esecutivo. E poi ci sono le rappresentanze politiche, come lo stesso PCOT o il partito nazionalista, e i singoli attivisti indipendenti, che cercano di fare pressione per un cambiamento. Le faccio subito un esempio. Nel luglio 2010 abbiamo creato la Charte syndicaliste democratique et militante, un documento redatto da chi, come me, vuole chiudere i conti con una gestione benaliana e mafiosa del sindacato. Una gestione profondamente antidemocratica, che ha sempre escluso gli esponenti più progressisti dai suoi vertici.

J. G.: Quali reazioni sono seguite alla vostra iniziativa?
J. H.: La polizia ha iniziato la persecuzione fin dal mese di agosto. Siamo stati messi sotto sorveglianza. Pedinamenti continui durante tutta la giornata, auto ferme di fronte alla porta di casa durante la notte. Il telefono sotto controllo, come pure la posta elettronica. Un sistema pensato apposta per seminare il panico e fare il vuoto attorno a te. In questo modo nessuno ha voglia di chiamarti o di farti visita. A fine mese, mi hanno portato in commissariato con la scusa di aver provocato un incidente. In realtà ero io ad essere stato tamponato. Mi hanno tenuto dentro ventiquattrore e poi mi hanno lasciato andare senza accuse. Tutto ciò per impedirmi di partecipare ad una riunione clandestina dei fondatori della Charte prevista quel giorno. Ad ottobre sono stato convocato di nuovo in commissariato: la polizia voleva costringermi a firmare un verbale in cui dichiaravo di far parte di un’organizzazione illegale. Ho saputo poi che era stata la direzione centrale del sindacato a dare le informazioni alla polizia. I gran capi cominciavano a temere che la nostra iniziativa riscuotesse troppo successo all’interno dell’UGTT e così ci hanno venduti.

J. G.: Dopo la rivoluzione i vertici dell’UGTT sono cambiati o sono sempre gli stessi?
J. H.: Sono sempre gli stessi. Prima della caduta di Ben Ali era previsto un congresso straordinario non elettivo che avrebbe cambiato lo statuto per permettere ai rappresentanti nazionali di potersi ricandidare alla guida del sindacato (il congresso elettivo era previsto nel dicembre 2011). Noi, promotori della Carta, ci eravamo opposti. Ora la situazione è diversa, o almeno sembra. La vecchia guardia è sulla difensiva, perché sa che non può più costringere i membri del sindacato ad assecondarla con le minacce, come aveva sempre fatto in passato. La base dell’UGTT ha rialzato la testa e non ha più paura dell’ufficio esecutivo. Credo che il prossimo congresso, dove si eleggeranno le nuove istanze, sarà decisivo per la credibilità e forse la stessa sopravvivenza del sindacato.

J. G.: Qual è la posizione dell’UGTT rispetto al governo di transizione?
J. H.: Prima di tutto, bisogna distinguere tra la “posizione ufficiale” diffusa dai media e la “posizione reale”. Proprio in questi giorni i vertici dell’UGTT hanno fatto un gioco sporco. Il segretario generale Jrad ha accettato il patto propostogli dall’attuale presidente ad interim Fouad Menbazaa senza avere l’appoggio della Commissione amministrativa (l’organo con rappresentanze più estese), come invece prevede lo statuto. Hanno sciolto il governo per cercare di fermare le proteste, ma a condizione di conservare nella nuova formazione il premier Mohamed Ghannouchi e altri tre ministri in carica. Formalmente la stampa nazionale ha dichiarato che l’UGTT sostiene il nuovo governo di transizione, ma in realtà all’interno del sindacato ci sono posizioni diverse e la maggior parte della Commissione non è d’accordo né con il segretario Jrad, né con il nuovo esecutivo Ghannouchi. Molti dei membri dell’UGTT hanno continuato la protesta e sono rimasti alla casbah assieme alla “carovana” fino a ieri (28 gennaio, giorno dello sgombero violento eseguito dalla polizia, ndr). Hanno perfino assistito alla morte di tre persone durante le cariche dei poliziotti.

J. G.: E il suo partito cosa pensa del governo Ghannouchi?
J. H.: Il governo Ghannouchi non ha alcuna legittimità e sta facendo ben poco per ingraziarsi il sostegno della popolazione. Nella nuova formazione, fresca di nomina, ci sono ancora membri dei vecchi clan di potere. Per esempio il ministro dell’Interno Ferhat Rajhi è un giudice, ex RCD, conosciuto nel foro per la sua corruzione. Non abbiamo la minima fiducia in questi loschi personaggi.

J. G.: Quali sono ora le priorità per il PCOT?
J. H.: In questo momento, il primo passo da compiere è la dissoluzione dell’RCD, un partito a struttura e vocazione chiaramente fascista. Poi si deve aprire un confronto tra tutte le parti politiche e sociali per la creazione di una costituente, che lavori in parallelo ad un governo provvisorio ripulito, per riformare la legislazione del paese. Questa non è solo la posizione del PCOT, ma di un’intera coalizione di forze democratiche riunita sotto il nome di Fronte 14 gennaio, di cui fanno parte i partiti di sinistra, i nazionalisti, alcune frange dell’UGTT e le organizzazioni della società civile (Lega tunisina per i diritti umani, Movimento per la dignità popolare, l’associazione Femmes democrates, la Lega degli scrittori liberi e l’associazione contro la tortura).

J. G.: Può riassumermi brevemente la storia del suo partito sotto il regime Ben Ali?
J. H.: Il partito è stato creato il 3 gennaio 1986, per commemorare il sollevamento del popolo tunisino avvenuto due anni prima, la “rivolta del pane” (gennaio 1984). Il presidente era ancora Habib Bourghiba. Da allora, la formazione non è mai stata riconosciuta dal regime e formalmente resta ad oggi illegale. Nel 1988, anno della finta apertura al pluralismo di Ben Ali, avevamo chiesto la legalizzazione, ma ci è stata rifiutata. L’anno dopo, in seguito al successo ottenuto da Annadha nelle elezioni, fu votata una nuova legge sui partiti e da quel momento è stata la chiusura totale dello spazio politico, seguita nei primi anni novanta dagli arresti e dall’inizio della repressione fisica dei nostri militanti. Circa trecento attivisti sono finiti in carcere tra il 1990 e il 1991. Dopo Annadha, il PCOT è la formazione politica che più ha sofferto per la guerra dichiarata da Ben Ali all’opposizione.

J. G.: Ha citato l’esempio di Annadha. Anche il quadri del PCOT, come quelli del partito islamista, sono scappati all’estero per sfuggire alla repressione?
J. H.: No, la nostra è stata una scelta politica cosciente. Abbiamo deciso di non lasciare il paese, anche se obbligati, in alcuni casi, a passare alla clandestinità o a finire in prigione. Samir per esempio (un membro della Gioventù comunista seduto al nostro tavolo, ndr) si è nascosto per tre anni prima di essere arrestato dalla polizia nel 2002. Per la sua attività politica all’università è stato condannato a nove anni di carcere, assieme al segretario del PCOT Hamma Hamami, ma ne ha scontato solo uno e poi è stato liberato.

J. G.: Lei prima ha parlato di “partiti di presunta opposizione”. Si riferiva per caso a Attajdid? Qual è la sua posizione rispetto “ai compagni” che fanno parte ora dell’esecutivo di transizione?
J. H.: Attajdid non è un partito di sinistra, del resto non ne ha conservato neanche il nome. Sono i riciclati del vecchio Partito comunista tunisino, ribattezzato Attajdid dopo la caduta del blocco sovietico, che hanno cancellato ogni riferimento al quadro ideologico socialista e si sono tacitamente alleati al sistema Ben Ali. Il vecchio segretario, Mohamed Harbal, era puntualmente inviato al Parlamento europeo per difendere il regime dalle accuse di violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali che gli erano rivolte. Faceva il gioco del dittatore dicendo: “le vostre critiche all’indirizzo della Tunisia sono infondate dal momento che io, esponente di un partito di opposizione, sono qui oggi a parlarvi”. Attajdid si è riavvicinata al movimento democratico tunisino soltanto dopo il congresso del 2007 che ha sostituito la vecchia direzione ed ha nominato Ibrahim segretario. Ciò nonostante, erano il solo partito non-RCD ad essere presente in parlamento, il che fa pensare dal momento che nella Tunisia di Ben Ali non erano le elezioni a garantire l’accesso all’assemblea, ma la volontà del regime, che arrivava perfino a decidere i singoli individui da eleggere.

J. G.: Cosa pensa invece della partecipazione di Annadha al dibattito politico che sembra si stia aprendo nel paese?
J. H.: Annadha ha conosciuto nella sua storia due fasi differenti. Nel primo periodo era dichiaratamente antidemocratica e proponeva un governo islamico impostato sui principi della sharia. Nella seconda fase, dopo le repressioni subite durante gli anni ottanta, la formazione di Rachid Ghannouchi ha modificato strategia e obiettivi, aderendo poco a poco al panorama di resistenza democratica, senza rinunciare alle prerogative islamiche. Un passaggio che è stato sancito ufficialmente nell’VIII congresso del partito tenutosi a Londra nel 1998. Al suo interno permangono fazioni differenti, alcune moderate e altre più radicali, tuttavia Annadha ha aderito alla piattaforma di rivendicazioni democratiche promossa dal Movimento 18 ottobre.

J. G.: A cosa si riferisce?
J. H.: Nel 2005 si è tenuto a Tunisi il Summit mondiale della comunicazione, una beffa enorme vista la totale violazione della libertà di espressione nel paese. A margine del congresso, una decina di attivisti del movimento democratico, tra cui Hamma Hamami del PCOT, Najib Chebbi del PDP (Partito dei democratici progressisti), alcuni membri di Annadha e altri indipendenti, hanno indetto uno sciopero della fame che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Dopo la protesta, che è durata circa venti giorni, si è deciso di formare una sorta di coalizione, chiamata appunto Movimento 18 ottobre, per chiedere il riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali in Tunisia. Allo stesso tempo, all’interno della coalizione, è stato aperto un dibattito sulle priorità da seguire per avviare il cambiamento democratico del paese. La piattaforma che ne è uscita, condivisa da Annadha, riconosce la necessità di dissociare lo Stato dalla religione, dunque il principio di laicità, come fondamento per la democrazia. Ma il movimento ha avuto vita breve. Spariti i riflettori internazionali, la polizia di Ben Ali ha riacquisito la piena libertà delle sue funzioni e le discussioni si sono interrotte.

J. G.: Annadha possiede, a suo avviso, piena legittimità politica?
J. H.: Certamente. Rappresenta una parte dell’opinione pubblica nazionale e della società tunisina, sarebbe quindi sbagliato non prenderla  in considerazione. Una volta intrapreso il cammino democratico, la libertà di espressione e di partecipazione deve essere riconosciuta a tutti, indipendentemente dall’ideologia politica professata. Nel 1991, quando iniziarono gli arresti nei confronti dei membri di Annadha, io e i compagni di partito ci opponemmo e denunciammo la miopia della politica repressiva attuata dal governo e sostenuta da alcune forze di opposizione. Il popolo ha il diritto di scegliere liberamente.

J. G.: Dunque per lei, militante laico e comunista, Annadha non rappresenta una minaccia?
J. H.: Io credo che se il popolo tunisino arriverà a vivere una vera democrazia, non si lascerà mai convincere dalle tesi politico-religiose di Annadha. Se invece si continuerà ad escludere Annadha e a reprimerla, non faremo che aumentare la sua forza e la simpatia riscossa tra la popolazione. La libertà e la democrazia, la partecipazione alla vita politica è il miglior mezzo per impedire che il partito di Ghannouchi faccia il vuoto nel paese. Certo, i mezzi finanziari e il sostegno che hanno ora gli permetteranno di ottenere un buon risultato in caso di elezioni regolari. Ma questo sarà solo un riflesso momentaneo, dovuto anche alla legittimità acquisita in passato dal movimento. Il popolo tunisino non è fondamentalista. E’ un popolo credente, ma aperto. Ha ben ancorati in sé i valori della laicità e della parità uomo-donna. Nell’associazione Fammes democrates, per esempio, ci sono molte donne velate che fanno la preghiera cinque volte al giorno. Nessuna tra loro sarebbe mai disposte a votare per Annadha.

mercoledì 9 febbraio 2011

Ritorno a Sidi Bouzid, epicentro della rivolta tunisina (e araba)

E’ passato un mese dalla fuga di Ben Ali e dalla conquista di Cartagine. Quasi due dall’inizio del sollevamento, divampato nelle remote (e fino a quel momento sconosciute) regioni dell’interno, mentre la transizione democratica fatica a muovere i primi passi. Ritorno da dove tutto è cominciato…

La lunga lingua di asfalto che taglia a metà un paesaggio dall’aspetto lunare, piatto e arido, si interrompe poco prima dell’ingresso in città. La strada scompare in un sentiero disseminato di buche e pietre, che fa sobbalzare l’auto per un paio di chilometri, fino al cuore del centro abitato. “Alza la testa, sei a Sidi Bouzid!”, c’è scritto a fianco al monumento posto al centro della piazza 7 novembre, ribattezzata dagli abitanti “piazza Mohamed Bouazizi”. La foto del martire ricopre la scultura informe, eretta dal passato regime per celebrare l’ascesa al potere di Ben Ali. Cacciato il dittatore, nuovi eroi si innalzano alla memoria della Tunisia rivoluzionaria. Primo fra tutti il giovane ambulante di ventisei anni che il 17 dicembre scorso si è dato fuoco di fronte alla sede del governatore regionale, a pochi passi dalla piazza. Al gesto di Mohamed Bouazizi è seguito qualche giorno dopo il suicidio di Neji Felhi, gettatosi sui cavi dell’alta tensione al grido “basta miseria e disoccupazione”. Due episodi che hanno sollevato il coperchio di un sistema corrotto e repressivo. Due episodi che hanno infiammato Sidi Bouzid e i villaggi circostanti, scatenando la rivolta di una popolazione marginalizzata, consumata dalla hogra e stanca degli abusi delle autorità.

“Siamo tristi e allo stesso tempo fieri”
La casa di Mohamed Bouazizi è nascosta tra i vicoli sterrati della Cité Ennour-ouest. Minuscole baracche in argilla, appiccicate l’una all’altra, si susseguono anonime nel quartiere popolare, labirinto fangoso alla periferia occidentale della città. Dietro alla piccola porta di metallo, la famiglia Bouazizi è raccolta attorno al dolore della madre Manoubia. La donna giace distesa su un materasso appoggiato per terra. Rannicchiata, il volto è quasi nascosto sotto la spessa coperta di lana. Si intravedono appena gli occhi, di un azzurro pallido, e una mano che strige debolmente un sebha (una sorta di rosario) di legno. “E’ molto malata, dalla morte di mio fratello non è più uscita di casa”, spiega Basmah, quindici anni. Oltre a lei, nel salotto mal illuminato, ci sono Samia e Leila, sorelle minori di Mohamed, e il piccolo Zyad, otto anni. Samia ha i capelli raccolti sotto l’hijab nero, che risalta il taglio orientale dei suoi occhi e i bei lineamenti del viso, intaccato nella guancia destra da una profonda cicatrice. E’ lei a prendere la parola: “viviamo uno stato di confusione emotiva. Siamo tristi e allo stesso tempo fieri. Mio fratello non c’è più, ma il suo gesto ha cambiato le sorti del nostro paese”. La morte del giovane ambulante sembra aver lasciato un vuoto incolmabile nella famiglia Bouazizi. “Era allegro e gentile. In città tutti gli volevano bene”, continua Samia, diciannovenne, all’ultimo anno di liceo dove sta seguendo un corso di italiano. “In classe era brillante, parlava bene francese, ma finite le superiori aveva deciso di mollare gli studi per aiutarci. Ci comprava da mangiare e pagava la scuola, si preoccupava per la nostra istruzione. Era stato lui ad insegnarci a leggere da bambini”. Con il suo lavoro, nelle giornate migliori, Mohamed riusciva a guadagnare dai quindici ai venti dinari (otto-dieci euro). Acquistava le verdure all’alba e poi le rivendeva per strada con il suo carretto. “Aveva presentato molte domande di assunzione nelle amministrazioni e negli uffici pubblici, senza mai ottenere una risposta. Così ha iniziato a lavorare al mercato”.

Il 17 dicembre scorso Mohamed Bouazizi si è visto sequestrare la merce e la bilancia da tre agenti della polizia municipale. Tra loro una donna, Fayda Hamdi, che lo ha insultato e schiaffeggiato, prima che i suoi colleghi finissero il lavoro a suon di botte. “Quella della licenza era solo una scusa. Quasi nessuno ce l’ha. Volevano estorcergli denaro”, tiene a precisare Samia. Per riavere la merce e la bilancia Mohamed avrebbe dovuto pagare trenta dinari, il guadagno di due giorni. Era questa la mazzetta corrente con cui i poliziotti arrotondavano lo stipendio nella Tunisia del “miracolo economico”, tanto osannata da Ben Ali e dai suoi sostenitori occidentali. Mohamed non ha ceduto al ricatto. Ha protestato, ha cercato di recuperare la merce, poi ha chiesto udienza al governatore, invano. Spinto dalla disperazione e dalla vergogna per l’insulto subito, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.
Mohamed Bouazizi è morto all’ospedale di Tunisi il 3 gennaio, dopo diciassette giorni di agonia, a causa delle gravi ustioni riportate su tutto il corpo. In quel momento la rivolta scatenata a Sidi Bouzid dal suo gesto aveva già contagiato l’intero paese e si stava trasformando in rivoluzione. Mohamed ne è subito divenuto il simbolo, martire di una nuova Tunisia che sta cercando di chiudere i conti con la gestione autoritaria e mafiosa del vecchio regime. “Non parlava mai di politica, non era un militante, ma amava la libertà e credeva nel rispetto”, ricorda la sorella Leila, ventiquattro anni e una laurea ottenuta da pochi mesi all’università di Monastir. “Appena la mamma si sentirà meglio partirò per la capitale in cerca di lavoro. Qui non c’è posto per me. Rimarrei ad ingrossare le fila dei disoccupati, come ha fatto a lungo mio fratello”.

Sviluppo a due velocità
Sidi Bouzid, cittadina di cinquantamila abitanti situata 265 km a sud di Tunisi, è da sempre terra di emigranti. Le misere condizioni di vita e le scarse prospettive di impiego hanno spinto migliaia di giovani a cercare fortuna altrove, in Europa quando era possibile, nelle città della costa o perfino nella vicina Algeria. Negli ultimi anni la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, ben lontani dalle cifre ufficiali riconosciute dagli organismi internazionali. “La media nazionale si aggira attorno al 14%, ma qui da noi il tasso di disoccupazione è almeno il doppio. Se prendiamo in considerazione solo la fascia dei laureati, supera abbondantemente il 60%”, afferma l’avvocato Allem Hachi, che prosegue la sua analisi sorseggiando una tazza di café au lait ormai decisamente fredda: “le generazioni più giovani sono tutte ampiamente scolarizzate. Oltre ai licei, recentemente, sono state aperte due facoltà: Agraria e Conservazione dei beni culturali. Ma il decentramento delle università non è stato accompagnato dalla redistribuzione dei capitali e dei progetti di investimento”.
Il modello di sviluppo tunisino ha condannato le città dell’interno ad una condizione di marginalità economica e sociale. I centri costieri e i porti del Sahel (Hammamet, Sousse, Sfax), dove si concentrano il turismo e le attività commerciali, assorbono da soli il 90% degli investimenti nazionali. Il paese sembra muoversi a due velocità, nella completa assenza di una perequazione dei proventi. A Sidi Bouzid, come nelle vicine Kasserine e Thala, si sopravvive di agricoltura e allevamento, un’economia di sussistenza priva del tessuto industriale e terziario. “La risorsa principale è l’olio di oliva, ma mancano dei veri impianti di trasformazione. Ci serviamo ancora di piccoli frantoi artigianali”, dichiara un contadino sulla cinquantina di nome Mounir, proprietario di una vecchia macina fuori città. I tre laboratori tessili presenti a Sidi Bouzid danno lavoro a qualche centinaia di ragazze, ma i guadagni restano modesti. “Alla fine del mese le operaie ricevono centocinquanta dinari (ottanta euro circa), mentre le stagiste difficilmente arrivano a cento. I più fortunati sono i dipendenti della Shtaif, una fabbrica tedesca di giocattoli di pezza. A loro è riconosciuto almeno il salario minimo garantito (duecentoventi dinari)”, afferma con evidente ironia l’avvocato Hachi. Per tutti, laureati e non, resta il sogno di un’assunzione negli uffici pubblici cittadini, una speranza illusoria dal momento che quei posti sono stati assegnati per decenni su base clientelare, sotto la costante supervisione delle autorità locali. Secondo le statistiche 2009 fornite dall’ufficio del lavoro, su 3899 domande di impiego presentate 3864 sono rimaste senza risposta.
All’esterno del Café Libya, nel sentiero sterrato che si avvia verso il centro del paese, un mucchio di bottiglie è stato ammassato lungo il bordo della carreggiata. Sull’etichetta c’è il marchio Celtia, la birra tunisina ex proprietà della famiglia Trabelsi. Se a Sidi Bouzid le fabbriche scarseggiano, non si può dire altrettanto dei bar in possesso della licenza per la vendita di alcolici. “Ce ne sono almeno quattro, senza contare il mercato nero, una concentrazione sorprendente per una remota cittadina di passaggio”, conferma Allem Hachi. La città, infatti, è appena sfiorata dalle comitive di turisti in transito verso le rovine romane di Sbeitla e i palmeti di Tozeur. Anche i due alberghi, se si eccettua l’invasione di giornalisti delle ultime settimane, sono perennemente vuoti. Per l’avvocato Hachi, l’eccezionale diffusione delle bevande alcoliche è un ulteriore sintomo del disagio patito nella regione, oltre che un tentativo di anestetizzare la rabbia e la frustrazione dei giovani del posto. Tentativo fallito, come hanno dimostrato gli eventi recenti.

Le manifestazioni continuano
Nella ex piazza 7 novembre, accanto alla scultura su cui troneggia la foto di Mohamed Bouazizi, è stata montata una piccola tenda da campo. Sul cartello appeso all’ingresso c’è scritto “Comitato di resistenza popolare”. Uno dei presenti, bandiera tunisina legata sulle spalle, spiega: “siamo qui dal 14 gennaio, non è il momento di fermare la protesta. C’è ancora molto da fare ed ogni giorno scendiamo in strada per ricordare ai partiti e al nuovo governo che non riusciranno a rubare la nostra rivoluzione”.
A Sidi Bouzid le manifestazioni continuano. Verso mezzogiorno, sulla strada principale che attraversa tutta la città da nord a sud, si sono radunate quasi cinquemila persone. Abbassate le saracinesche dei negozi, chiuse le porte dei café e dei ristoranti. I militari osservano la marea umana che inonda le vie del centro senza accennare la minima reazione. “Oggi c’è molta più gente degli altri giorni perché il sindacato ha indetto uno sciopero”, si avvicina spontaneamente Ahmed, un maestro elementare iscritto all’Unione regionale del lavoratori. Difficile credergli, dal momento che in paese la classe operaia è praticamente assente e gli insegnanti sono gli unici a far parte di un sindacato che aveva chinato fin troppo la testa durante il regime Ben Ali.
Sciopero o no, la manifestazione ha tutta l’aria della protesta spontanea, proprio come le rivolte di fine dicembre. Dietro agli striscioni non ci sono solo ragazzi, ma anche donne e bambini, intere famiglie. Perfino i “barbuti” sfilano accanto alle magliette del “Che” per chiedere la dissoluzione dell’RCD (il partito-stato dell’ex presidente), la partenza del primo ministro Ghannouchi e l’epurazione dall’amministrazione locale di tutti quadri compromessi con il vecchio sistema, in primis il governatore. Un uomo sulla trentina brandisce un foglio su cui ha scritto a penna un elenco dei corrotti: “il primo della lista ha fatto assumere le sue due figlie in una scuola senza che avessero il certificato di abilitazione all’insegnamento!”. La città non si fida delle promesse fatte dal governo di transizione. Con l’avanzare del corteo si moltiplicano le rivendicazioni. “Hanno annunciato un nuovo piano di investimenti per la nostra regione. Io ho portato mio padre all’ospedale qualche giorno fa e l’ho dovuto lasciare su un letto sporco e senza coperte”, ricorda Selim, venticinque anni e un fazzoletto rosso legato al braccio.

La marea transita di fronte alla sede locale dell’RCD. Due soldati e un rotolo di filo spinato ne impediscono l’accesso. Un manifestante chiarisce: “è l’unico edificio di tutta la città che è stato preso d’assalto durante i giorni del sollevamento”. Il cortile è deserto e i segni della devastazione sono ancora evidenti. Poco più avanti, raggiunto il palazzo del governatore, la marcia si arresta e una foto di Mohamed Bouazizi viene issata sul cancello sbarrato. E’ in questo punto che si è immolato il giovane shahid, dando fuoco ad una miccia che ancora sta infiammando il mondo arabo dall’Algeria allo Yemen. Qualcuno grida: “è una vergogna, le autorità non ne vogliono sapere di concedere indennizzi alla famiglia. Non hanno fatto neanche una telefonata. In più la poliziotta che lo ha umiliato, schiaffeggiandolo e insultando la memoria di suo padre, non è stata né accusata né processata. L’hanno semplicemente trasferita”. Dopo un minuto di silenzio che ha ammutolito l’intera Sidi Bouzid, il corteo riparte lentamente tra i cori e gli youyou delle donne. La folla colorata di manifesti e bandiere si riversa di nuovo nel viale alberato, sfiorando inconsciamente una fermata dell’autobus chiamata Al Hurria, “La libertà”. L’immagine più bella in questo ritorno alle origini della rivoluzione…