domenica 29 maggio 2011

Testimonianza dal Marocco che non cede…

“Non molleremo – mamfakinch – porteremo la nostra protesta fino in fondo”, stanno intonando gli attivisti marocchini da Tangeri a Agadir, proprio in questo momento, mentre per la terza domenica consecutiva i manganelli della polizia si abbattono con violenza sulle loro braccia (e non solo), levate pacificamente al cielo. Le proteste guidate dal Movimento 20 febbraio hanno ormai assunto una cadenza settimanale, dappertutto nel paese. I giovani dissidenti hanno deciso in questo modo di sfidare un regime che li reprime apertamente sulle strade e li condanna violentemente a parole attraverso i media (cercando in tutti i modi di provocare una frattura tra le forze politiche e sociali che li appoggiano). “Il movimento si è radicalizzato, vittima degli estremisti islamici e di sinistra che vogliono gettare il paese nel caos”. E’ questa la linea con cui il governo giustifica l'uso sconsiderato della forza che sta facendo, una linea difesa a pieno ritmo dalla stampa nazionale. All’evidenza dei fatti però, sono solo le forze di polizia e chi li guida alla carica di cittadini inermi ad “essersi radicalizzati”. Viene quindi da domandarsi chi, in realtà, stia cercando di “gettare il paese nel caos”. Per il momento, gli attivisti di Giustizia e Carità (associazione islamica non riconosciuta dal regime) e di Annaj Addimocrati (piccolo partito della sinistra radicale che da sempre boicotta le elezioni) restano placidamente al fianco dei dissidenti internauti, vittime della stessa repressione. Tuttavia, se gli arresti e la “guerra aperta” dichiarata dal regime continuerà con questo ritmo, c’è effettivamente da chiedersi per quanto i manifestanti continueranno a scendere in strada, fronteggiando gli anti-sommossa e i poliziotti in tenuta civile (novità dell’ultima ora!) al grido “la nostra marcia è pacifica, non abbiamo né pietre né coltelli”.

Quartiere Sbata, Casablanca, 29 maggio 2011

Mentre da Casablanca stanno arrivando le prime immagini dei feriti rimasti a terra dopo le cariche selvagge degli agenti nel quartiere Sbata, questa mattina hanno sfilato a Rabat, lungo il boulevard Mohammed V, i sostenitori del re o meglio del regime in atto. Un centinaio di persone con in mano la foto di Mohammed VI ha scandito lo slogan “vogliamo un sovrano che regni e che governi”, a testimonianza – forse – che le autorità e i loro detrattori non hanno nessuna volontà di traghettare il paese verso un sistema democratico (al contrario di quanto afferma la propaganda ufficiale). La marcia dei royalistes non ha subito attacchi da parte delle forze dell’ordine ed ha potuto percorrere la via che costeggia il parlamento senza nessun impedimento. Il selciato calpestato questa mattina da chi brandiva l’immagine del monarca, era stato testimone nel pomeriggio di ieri dell’ennesimo intervento della polizia contro chi, su quello stesso marciapiede, avrebbe voluto sventolare il drappo nero del “20 febbraio”. Il sit-in indetto dalla coordinazione del movimento della capitale è stato infatti impedito dal massiccio dispiegamento di agenti, che hanno blindato l’accesso al viale proprio di fronte alla sede dell’assemblea nazionale.

I royalistes manifestano in boulevard Mohammed V, Rabat, 29 maggio 2011

Di seguito il racconto di chi, cercando di raggiungere il luogo del sit-in, è incappato nella furia di un regime che ricorda sempre più da vicino gli anni bui di un Marocco considerato – forse a torto – ormai lontano…

I nuovi metodi della polizia marocchina in due atti

Per la terza settimana consecutiva il Movimento 20 febbraio è vittima della follia esasperata del regime marocchino e delle violenze dei suoi apparati repressivi e ideologici (leggi stampa di regime). La loro azione ha come obiettivo quello di liquidare ogni aspirazione delle forze vive del paese, in particolare della sua giovane generazione, all’emancipazione, alla libertà e all’instaurazione di una vera democrazia.
A Rabat, dove il movimento ha registrato oltre un centinaio di feriti nel corso delle manifestazioni brutalmente represse il 15 e il 22 maggio scorso, il comitato locale del “20 febbraio” e le organizzazioni che lo sostengono avevano annunciato per sabato 28 maggio (ore 17:00) un sit-in di fronte al parlamento, per condannare la violenza della polizia all’indirizzo dei giovani attivisti. Dopo aver vietato la dimostrazione pacifica (con lettere firmate dal procuratore di Rabat e recapitate personalmente ai volti noti ed ai portavoce del movimento), le forze di polizia di tutte le categorie (forze leggere di intervento rapido, reparti anti-sommossa, forze ausiliarie) sono intervenute per disperdere i manifestanti prima ancora che il raduno avesse luogo. In due minuti la piazza di fronte la parlamento si è svuotata (io stesso sono stato cacciato dagli agenti, ndt) e le poche decine di attivisti già sul posto sono scappati nelle vie laterali, inseguiti dai manganelli dei gendarmi. Le caffetterie e i negozi del quartiere sono stati perquisiti dalla polizia, che ha inscenato una nuova caccia alle streghe, pattugliando strade e incroci alla ricerca dei giovani del 20 febbraio.
 
Attorno al parlamento, Rabat, 28 maggio 2011 (Foto Younis Kinan)

Atto primo. Una volta attuata e riuscita la dispersione del sit-in, gli attivisti si sono separati e ciascuno è tornato alle sue occupazioni. Ore 18, nessun militante ha più intenzione di tornare a manifestare di fronte al parlamento. Credendo ormai finite le cariche e gli inseguimenti, io, Nizar Bennamate ed un altro ragazzo del “20 febbraio” camminiamo in un vicolo appena dietro all’hotel Balima (situato di fronte all’assise nazionale, ndt). Ci imbattiamo allora in una quarantina di agenti della BLIR (Brigata leggera di intervento rapido). Cerchiamo di nasconderci in un alimentari, ma veniamo portati via da una decina di agenti penetrati all’interno del negozio. Una volta in strada, un fotografo della polizia si avvicina e scatta foto da diverse angolazioni. Prima di essere rilasciati, riceviamo la nostra dose di manganellate, calci e pugni, oltre gli insulti e le umiliazioni del caso. La scena non sorprende l’attivista marocchino, ormai abituato da tempo a questo genere di trattamenti. Tuttavia, quanto segue esula dalla “banalità” e dalla quotidianità e rimanda direttamente ai metodi della polizia politica degli anni di piombo (1961-1999), che la generazione attuale ha conosciuto soltanto attraverso la “letteratura carceraria” prodotta dai testimoni di allora.

Atto secondo. Alle 20, le forze di intervento hanno lasciato boulevard Mohammed V (dove si trova il parlamento e la stazione centrale di Rabat, ndt) e tutto sembra tranquillo. Stavo aspettando la mia fidanzata in un café, prima di rientrare a casa dove avevo invitato alcuni amici a cena. Sul cammino di ritorno, due poliziotti in uniforme ci seguono e ci bloccano per controllare i documenti. Domando con insistenza le ragioni del fermo, “lo saprai tra poco” è la risposta che ricevo. Io e la mia fidanzata veniamo trascinati in un vicolo deserto. Dopo dieci minuti di attesa arriva il superiore. Mi trova al telefono con un membro dell’ufficio centrale dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani) e mi intima, dopo avermi colpito al ventre, di riattaccare. Il “capo”, questa è l’espressione utilizzata dai due agenti, è vestito con una strana uniforme marrone ed il suo fisico è ben più prestante rispetto agli altri poliziotti. Le persone a cui, poi, ho chiesto informazioni su questo particolare corpo di polizia, in uniforme marrone, non ne sanno niente. La mia fidanzata è terrorizzata dalla sua violenza fisica e verbale. Cerco di rimanere calmo e di non reagire in nessun modo alle provocazioni. “Ti abbiamo visto prima alla manifestazione, abbiamo le foto di segnalazione”. Poi aggiunge, mentre le sue mani mi stringono il collo fino quasi a strangolarmi: “la prossima volta che ti vedo assieme ai giovani del 20 febbraio, per strada o in un bar, la prossima volta che parteciperai alle loro riunioni, la prossima volta che proverai a manifestare, ti romperò l’osso del collo. Mi occuperò io stesso della tua morte e della tua sepoltura. Ricordati bene le mie parole..”. Mi chiedo come farò a dimenticarle..

Dopo le manganellate, gli insulti e le provocazioni, la polizia marocchina sembra aver cambiato marcia nell’utilizzo della violenza contro i manifestanti. Lo scorso 22 maggio, a Rabat, le autorità hanno compiuto retate notturne per arrestare e intimidire gli attivisti del movimento. Il 15 maggio, invece, mentre partivano le prime cariche all’indirizzo dei manifestanti, il capo delle operazioni di polizia sul posto (Hay Riad, quartiere nella periferia della capitale, ndt) ordinava ai suoi agenti: “rompetegli un braccio, rompetegli la gamba!”, indicando metodicamente gli attivisti più noti. I metodi di intimidazione si moltiplicano, nei quartieri e per le strade, dove le forze di sicurezza hanno le mani libere per accanirsi contro qualsiasi persona che venga ritenuta un “ipotetico manifestante” o che abbia avuto la sfortuna di esser stata fotografata durante un corteo.
Da cittadino marocchino, ritengo che le forze di polizia stiano agendo nella completa illegalità e che le loro azioni rischiano di far ripiombare il paese nel clima di terrore vissuto dai nostri padri durante gli anni di piombo. Di fronte ad un movimento che protesta pacificamente, il solo attore ad impiegare la violenza è lo Stato marocchino. Rivendicando il diritto alla libera espressione ed alla contestazione pacifica, cercherò di avviare un’inchiesta sul poliziotto che mi ha esplicitamente minacciato di morte. Minacce che prendo terribilmente sul serio, tanto che riterrò fin da ora il Ministro dell’Interno, Taieb Cherkaoui, unico responsabile di ciò che mi potrà accadere in futuro…


Omar Radi
Testimonianza rilasciata da Omar Radi, giornalista e attivista del Movimento 20 febbraio, il 28 maggio a Rabat. Omar Radi, due settimane fa, ricordava a (r)umori dal Mediterraneo che per il Marocco democratico “la ricreazione è finita”. Rileggendola oggi, la sua analisi continua a trovare le più inquietanti conferme…

venerdì 27 maggio 2011

Gioventù ribelle e giochi di potere: quel 23 marzo a Casablanca…

La rivista Zamane (mensile di storia in lingua francese) ha dedicato il numero di maggio ai giovani marocchini “che hanno fatto la storia”. Tra i contributi proposti, merita particolare attenzione l’articolo scritto dal professor Maati Monjib (di seguito tradotto in italiano), già ospite di (r)umori dal Mediterraneo lo scorso febbraio (vai all’intervista). Mentre i giovani del “20 febbraio” rilanciano la sfida al regime (nuove manifestazioni pacifiche sono in programma per sabato 28 e domenica 29 maggio), Monjib si sofferma sulle rivolte scoppiate a Casablanca nel lontano marzo 1965, “il primo vero indizio storico che dimostra come il Marocco abbia mal negoziato il suo patto sociale post-indipendenza”. Oggi quel “patto sociale” che vede ancora una monarchia assoluta garante della stabilità nazionale, fulcro nevralgico della vita politica ed economica del paese assieme ad una corte fatta di “consiglieri particolari” e rappresentanti di partito, è di nuovo messo in discussione. Le formazioni politiche sembrano far quadrato attorno alle “aperture democratiche” promesse dal Palazzo, e rigettano le rivendicazioni della piazza, giudicate “estremiste e sovversive”. In attesa di un nuovo fine settimana ad alta tensione (le autorità hanno già comunicato il divieto ad ogni contestazione), riportiamo alla memoria il triste ricordo di quel 23 marzo a Casablanca…


1965, quando Hassan II ha domato i giovani marocchini

Le rivolte sanguinose del 23 e 24 marzo 1965 sono cominciate dai ragazzi di Casablanca. Ma sono stati poi i politici a negoziare con il Palazzo reale per uscire dalla crisi, con l’unico risultato di trasformare il regime in una dittatura ancor più feroce.

In origine erano semplici proteste di liceali contro il regolamento scolastico. Poi si sono trasformate in una rivolta durissima, seguita dalla più brutale repressione registrata dal raggiungimento dell’indipendenza (il professor Monjib tralascia la rivolta del Rif nel 1958-’59, circa 8 mila morti nella sola “battaglia di Al Hoceima”, ndt). E’ il 22 marzo a Casablanca, quando cominciano le prime manifestazioni degli studenti. In base alle testimonianze raccolte, il primo nucleo si forma attorno al liceo Moulay Abdellah, in boulevard Modibo Keita. Il gruppo si ingrossa rapidamente, con il sopraggiungere degli alunni del liceo Mohammed V. Le studentesse di Al Khansae non sono da meno. I raduni, che talvolta si trasformano in piccole marce verso l’avenue Mohammed V, sono assolutamente pacifici. Gli slogan denunciano la politica di esclusione voluta dal Ministero dell’Educazione. In effetti, una circolare diffusa nei giorni precedenti, vieta agli studenti con più di quindici anni di proseguire la propria formazione all’interno degli istituti superiori.

“Hassan II al rogo!”
L’indomani, 23 marzo 1965, a Casablanca comincia la repressione della polizia. Da quel momento le manifestazioni si trasformano progressivamente in violente rivolte popolari. Le sommosse contagiano altre città del paese, come Rabat e Fes, ma la reazione delle autorità è meno brutale. Operai e disoccupati raggiungono i giovani nelle strade. Il “popolino”, nel disincanto generale seguito all’euforia dei primi anni di indipendenza, conserva almeno una speranza: quella di veder un giorno i propri figli scolarizzati, per poi divenire dipendenti dello Stato e migliorare le condizioni di vita dell’intera famiglia. La decisione del governo, soprattutto per i più umili, ha il sapore di una provocazione insopportabile. Gli autobus che cercano di passare tra la folla sono presi d’assalto con lanci di pietre e poi incendiati. Le banche sono devastate e i commissariati assediati. Il 24 marzo, la rabbia popolare raggiunge il suo apice. Vengono scanditi i primi slogan contro il sovrano: “i pomodori sono troppo cari, Hassan II al rogo!”.
Tale sommossa è il primo vero indizio storico che dimostra come il Marocco, di nuovo padrone della propria sovranità grazie ad un movimento politico iniziato negli anni ’30, abbia mal negoziato il suo “patto sociale” post-indipendenza.
Ma la rivolta di Casablanca è anche l’occasione per il generale Mohamed Oufkir di dimostrare ad Hassan II che può contare sul sostegno delle Forces Armées Royales – FAR (create dal monarca, al tempo principe ereditario, assieme allo stesso Oufkir qualche anno prima, ndt). Il graduato sale su un elicottero e guida dall’alto una repressione impietosa. Lui stesso avrebbe mitragliato la folla dal velivolo, secondo alcuni testimoni. Gli arresti vanno avanti per giorni. Hassan II ne riconoscerà poi almeno duemila. Quanto al numero dei decessi, le approssimazioni e le contraddizioni ufficiali si confondono con le voci più incredibili. L’ambasciata francese, in un telegramma classificato di “massima segretezza”, stima che ci siano stati almeno quattrocento morti (millecinquecento secondo i documenti raccolti dallo storico Pierre Vermeren, ndt). E’ difficile avere cifre precise. Le vittime sono interrate dalle autorità, spesso di notte, in fosse comuni. Le famiglie che sono riuscite a recuperare i corpi dei loro cari, li inumano nella più totale discrezione. A volte, non denunciano nemmeno i decessi allo stato civile, per paura delle rappresaglie.

Casablanca, 23 marzo 1965

Un buon popolo è un popolo ignorante
Il 29 marzo, Hassan II riconosce le cause economiche e sociali della collera popolare, ma non mette in discussione i fondamenti del suo regime (plasmato dal 1961, anno della sua ascesa al trono, ndt). Al contrario, lascia trasparire il suo odio per la gioventù educata e scolarizzata. “Non c’è pericolo più grande per lo Stato dei presunti intellettuali. Sarebbe meglio avere un popolo di illetterati”, afferma in un discorso rivolto alla nazione. D’altronde, è proprio a partire dal 1965 che l’insegnamento inizia a regredire, per poi stagnare in un deprecabile analfabetismo. Il tasso di scolarizzazione supererà la soglia del 50% solo durante il “governo di alternanza” del socialista Youssoufi, vale a dire trent’anni più tardi. Come aveva predetto un khedive d’Egitto (dopo aver chiuso scuole e facoltà), “è più facile dominare un popolo ignorante che un popolo istruito”. Hassan II, in poco tempo, arriverà a chiudere l’Istituto di sociologia e antropologia di Rabat e rimpiazzerà l’insegnamento all’università della filosofia e delle scienze sociali con i dipartimenti di studi islamici.
Tornando alla Casablanca del 1965, duemila persone finiscono in tribunale. Uno degli avvocati che difendono i giovani ribelli è Abdelkrim Benjelloun, amico personale di Mohammed V (padre e predecessore di Hassan II, ndt) e, per molto tempo, suo ministro della Giustizia. E’ la prima volta, dal 1930, che un sovrano marocchino si trova così distante dai bisogni e dalle aspirazioni della gioventù nazionale e dall’elite formatasi durante la lotta per l’indipendenza. Ma Hassan II è pronto a questa eventualità. La sua prima mossa è stata quella di creare una polizia efficiente e le FAR, non più esercito nazionale ma milizia reale imbevuta dell’ideologia di Palazzo.

Dalla rivolta ai negoziati
Mentre le manifestazioni erano state organizzate – o almeno iniziate – dai giovani in aperta rottura con i partiti politici (come Mohamed Mahjoubi, Ahmed Herzenni), Hassan II sceglie di negoziare la crisi con l’Istiqlal e l’Unione Nazionale delle Forze Popolari (i due partiti usciti dal movimento nazionale, forze di massa che hanno sostenuto il sovrano alawita durante la lotta per l’indipendenza – strana (?) coincidenza con quanto sta accadendo oggi nel regno, ndt). L’Istiqlal si dimostra più furbo del fraterno nemico di sinistra. Allal El Fassi esige la dissoluzione delle due camere elette e l’organizzazione immediata di “nuove elezioni libere e autentiche” (entrambe le formazioni erano state sconfitte, inaspettatamente, nel 1963 dalla neonata creatura di regime nota come Fronte per la Difesa delle Istituzioni Costituzionali, ndt). L’UNFP sembra dar prova di maggiore moderazione. Il partito, che all’interno dei confini nazionali è diretto da Abderrahim Bouabid e Abdellah Ibrahim (mentre il suo fondatore Ben Barka si trova già in esilio, ndt), sa di essere la prima vittima nel caso di un’ascesa al potere dei militari. L’UNFP offre la sua disponibilità a partecipare ad un governo di unità nazionale, a condizione che un “contratto pubblico” stabilisca la missione di tale governo e un calendario dettagliato delle azioni da promuovere nell’immediato. Avendo boicottato il referendum costituzionale (1962, a seguito della carta costituzionale redatta e proposta dallo stesso Hassan II, ndt), l’UNFP non può appoggiare la decisione dell’Istiqlal (che non aveva boicottato il referendum) di organizzare una nuova consultazione popolare sulla base della costituzione in vigore. La formazione di Bouabid e Ibrahim sembra preferire un provvisorio ritorno al passato; vuole aprire un negoziato che non coinvolga in nessun modo le istituzioni uscite dalla costituzione del 7 dicembre 1962 (dunque il governo a guida FDIC e il parlamento). Ricominciare tutto da zero. Una delle principali rivendicazioni politiche della formazione socialista viene subito soddisfatta dal Palazzo: i dirigenti e la maggioranza dei militanti del partito, rinchiusi in prigione dopo il “complotto” del 1963, vengono graziati dal re.
Tuttavia, il sovrano non svela i progetti che ha in mente per uscire dalla crisi. I conciliaboli con l’UNFP, la soddisfazione ostentata nella stampa di regime, sembrano far credere alla nomina imminente di un governo di sinistra. I leader dell’UNFP sono ottimisti. Secondo loro ad Hassan II, che ha sperimentato tutte le combinazioni possibili dal 1960, non resta altra scelta che appoggiarsi al partito di Ben Barka. E’ “la logica della democrazia”, dichiara Abderrahim Bouabid.

Casablanca, 22 marzo 1965: l'inizio delle manifestazioni...

Nella trappola del re
In seguito si scoprirà che il vero obiettivo delle aperture monarchiche ai militanti di sinistra è quello di riportare Ben Barka all’ovile. Ma il fondatore dell’UNFP, che sa di essere sorvegliato dagli agenti di Hassan II tanto in Egitto che in Francia e in Svizzera, dove risiede occasionalmente, esige la pubblicazione nel bollettino ufficiale del regno del provvedimento di grazia nei suoi confronti. Cosa che il sovrano si rifiuta di fare. Mistero!
La maggioranza parlamentare, messa sotto pressione dagli eventi, si sfalda. Del Fronte per la Difesa delle Istituzioni Costituzionali non resta che il nome. Anche i partiti che lo compongono si vedono lacerati da scissioni interne. Il Movimento Popolare (formazione di regime a carattere rurale, ndt) soffre la contrapposizione tra il segretario generale Mahjoubi Aherdane e il presidente Abdelkrim Khatib. I ministri si dimettono, il leader del FDIC Ahmed Reda Guedira sembra più cosciente di Hassan II dei rischi che la situazione politica del paese potrebbe provocare. E’ lui stesso a ricordare pubblicamente al re che un risultato così negativo deriva dall’“applicazione malsana del regime costituzionale”. In maniera a dir poco sorprendente, il fondatore del Fronte lascia intendere in una dichiarazione a Le Figaro che la concentrazione di tutti i poteri nelle mani del sovrano è la vera fonte della crisi (ancora una volta sorprendenti analogie con l’attualità, del resto la costituzione in vigore conserva le prerogative assolutiste sancite nel testo del 1961, ndt). “Bisogna consegnare l’autorità amministrativa nelle mani del vertice politico…vale a dire del primo ministro”, afferma Guedira.
I giovani marxisteggianti che hanno preso parte alle rivolte di Casablanca gridano alla vittoria, interpretando i dissensi tra le fila monarchiche come preludio alla caduta del regime. Gli esiti saranno ben diversi. Guedira si oppone alla militarizzazione rampante delle strutture autoritarie, ma allo stesso tempo rifiuta la nomina arbitraria di un governo di sinistra da parte del re. Invita i dirigenti dell’UNFP a negoziare direttamente con il FDIC – o quello che rimane – per concertare una soluzione alla crisi sociale e di governo. Guedira critica anche la presenza nell’esecutivo di militari e ministri “politicamente irresponsabili” (i cinque “ministri di sovranità” – Interno, Esteri, Affari religiosi, Difesa e Giustizia – ancora oggi scelti e nominati direttamente dal sovrano, ndt). Purtroppo Bouabid e Ibrahim, che disprezzano questo liberale al servizio del makhzen, ne ignorano gli appelli e saltano a piedi pari nella trappola tesa da Hassan II, rifiutandsi di condannare lo stato d’assedio proclamato dal monarca sei settimane dopo le manifestazioni del marzo 1965. Per i dirigenti dell’UNFP, la sospensione delle istituzioni elette voluta da Hassan II non è che il primo passo verso la nomina di un governo di sinistra…
Con l’assassinio di Ben Barka (a Parigi) qualche mese più tardi e il rafforzamento degli apparati di sicurezza del regime, invece, il Marocco sprofonda negli anni di piombo. La spirale di repressione e violazioni si allenterà soltanto in seguito alle rivolte di un’altra generazione di giovani, cominciate con i fatti di Fes del 14 dicembre 1990 (sollevamento dei quartieri popolari soffocato nel sangue, decine di morti secondo quanto riportato da Pierre Vermeren, ndt) e proseguite con le manifestazioni pro-Iraq del febbraio 1991. Un nuovo rapporto di forza tra il popolo e il sovrano è all’orizzonte e Hassan II deciderà di allentare la sua morsa. Una nuova fase della storia del Marocco ha così potuto avere inizio.

(Maati Monjib, "1965, ou comment Hassan II a maté la jeunesse", Zamane, n. 7 - mai 2011)

martedì 24 maggio 2011

La "domenica nera" del Marocco democratico


Attorno alle mura della medina, nella capitale...

RABAT - Premetto, questo è un post particolare, che si differenzia dalla linea seguita fin'ora dal blog. Scorrendolo, non vi troverete analisi, interviste o articoli apparsi nella stampa internazionale, ma solo il breve racconto di un testimone oculare, seguito da una sequenza di immagini e video, che cercano assieme di restituire i contenuti di una "giornata particolare". Quanto accaduto domenica 22 maggio, nelle principali città del Marocco, è la conferma per gli attivisti pro-democratici (il Movimento 20 febbraio e le organizzazioni che lo sostengono) che il regime ha gettato finalmente la maschera, dichiarando guerra alle contestatizioni e chiudendo le porte a quella "libertà di espressione" sbandierata ai quattro venti dal portavoce del governo Khalid Naciri.
"La ricreazione è finita", annunciava pochi giorni fa il giornalista indipendente Omar Radi nell'intervista rilasciata a (r)umori dal Mediterraneo. La ricreazione è davvero finita, come testimoniano gli eventi occorsi ieri, e per le autorità sembra ormai giunto il momento di tornare a lezione di repressione. "Un assaggio della nuova costituzione", che verrà presentata dalla commissione Mannouni nel prossimo giugno, ironizzava Ali Lmrabet nel sito di informazione Demain on-line. Quella stessa costituzione che promette "il rispetto delle libertà e dei diritti dei cittadini", oltre al compimento della "transizione democratica", pur conservando intatte le prerogative dell'assolutismo monarchico (come si evince dal discorso pronunciato il 9 marzo da Mohammed VI ).
Domenica 22 maggio doveva essere la quarta giornata di mobilitazione nazionale (dopo il 20 febbraio, il 20 marzo e il 24 aprile) proclamata dal movimento dei giovani dissidenti marocchini. Quanto vissuto, in prima persona, a Rabat nel pomeriggio di ieri (non molto diverso il caso di Casablanca, Agadir, Oujda, Tangeri e Fes), ha invece il vago sapore dello "stato d'assedio". Non riesco a trovare un termine più appropriato per descrivere:
- l'intervento violento degli anti-sommossa sui manifestanti pacifici (prima ancora che potessero riunirsi nel quartiere periferico di Akkari, trincerato dalle testuggini della polizia),
- l'inseguimento dei piccoli gruppi scampati alle cariche negli isolati circostanti,
- la caccia all'uomo nei vicoli stretti della medina (mentre le camionette bloccavano le porte di accesso alla città vecchia),
- l'assedio, con relativo lancio di pierte, degli agenti alla sede dell'UMT (sindacato marocchino che ha dato riparo ad un centinaio di attivisti fino a tarda notte),
- infine, il pattugliamento delle strade principali della ville nouvelle operato da decine e decine di elementi della police nationale e delle forces auxiliaires, scudo e manganello alla mano (in particolar modo boulevard Mohammed V, dove ha sede il parlamento, di fronte a cui era stato annunciato un sit-in).
Almeno dieci persone sono state portate via dalle autoblindo della polizia sotto ai miei occhi. "Sospetti manifestanti", la cui sola colpa era di camminare, forse, troppo vicino all'edificio dell'assemblea nazionale. Non si contano le aggressioni e i pestaggi, continuati fino a sera, all'indirizzo di civili inermi. Tuttavia, ogni altra parola mi sembra superflua di fronte alle immagini che documentano la "domenica nera" vissuta dal Marocco democratico.

Rabat, 22 maggio 2011
























Casablanca, 22 maggio 2011






Tangeri, 22 maggio 2011






Oujda, 22 maggio 2011


(la polizia carica senza alcuna provocazione da parte dei manifestanti...)

(...e questo è uno dei risultati)

A ventiquattrore dai fatti qui documentati, non è possibile stilare un bilancio globale dei feriti e delle persone finite in arresto. Solo il comitato 20 febbraio di Casablanca ha diffuso un comunicato, in cui precisa che i manifestanti fermati ieri dalla polizia sono stati tutti rilasciati, mentre 90 è il numero dei contusi.
Di seguito la traduzione di alcuni degli slogan ripetuti nei filmati al momento delle cariche:
Salmiyya, salmiyya!, "(la nostra marcia è) pacifica!";
Mamfakinch, mamfakinch!, "Non molleremo!".
Per finire, un'immagine giunta da Nador, dove il corteo colorato del "20 febbraio" è riuscito a concludere incolume la sua marcia.

Nador, 22 maggio 2011

domenica 22 maggio 2011

“La ricreazione è finita”

RABAT – Omar Radi, giornalista indipendente (Lakome, Les Echos, Atlantic radio) e attivista del Movimento 20 febbraio, racconta quanto successo nella capitale marocchina il 15 maggio scorso, quando i giovani dissidenti hanno lanciato l’“operazione GuanTemara” (un sit-in di protesta simbolico di fronte alla sede della polizia politica (DST), situata nella foresta di Temara, a pochi chilometri da Rabat – vai al link per maggiori informazioni su cosa succede a Temara) trovando per tutta risposta la violenta repressione della polizia. Nel corso dell’intervista, il ventiquattrenne Radi si sofferma sulla nuova strategia delle autorità (intrapresa dopo l’attentato di Marrakech) nei confronti delle contestazioni che da tre mesi agitano il paese, sul ritorno della violenza all’indirizzo di manifestanti pacifici, sulla perdita di consenso di un regime che rilancia lo spauracchio del terrorismo internazionale e del pericolo islamista per fare quadrato attorno a sé. In attesa delle manifestazioni previste per domani, 22 maggio, “si annunciano giorni oscuri per il movimento e per tutte le forze democratiche marocchine”, ricorda Omar.

Omar Radi durante una conferenza a Rabat

Intervista a Omar Radi (Rabat, 20 maggio 2011)

Perché il Movimento 20 febbraio ha deciso di lanciare l’“operazione GuanTemara”?
L’iniziativa aveva due obiettivi di fondo. Il primo, legato strettamente alle rivendicazioni del movimento, cioè chiedere la fine dello stato di polizia e una nuova gouvernance per il paese, fuori dalla gestione dei servizi segreti, dei corpi militari e della polizia politica. Questi organismi sfuggono al controllo dei cittadini e dello stesso parlamento (per quanto nelle condizioni attuali sia uno strumento in sé inefficace) e non devono rendere conto delle loro azioni. Dall’11 settembre 2001 e, ancor più, dal 16 maggio 2003 (attentati di Casablanca) gli apparati securitari hanno le mani completamente libere e il loro modus operandi ricorda sempre di più quello utilizzato dalla polizia di Hassan II durante gli “anni di piombo” (1962-1999). La liquidazione fisica degli oppositori – marxisti, sindacalisti, saharawi e infine islamisti – una pagina nera che credevamo ormai superata, ha fatto inaspettatamente ritorno, come purtroppo confermano i rapporti delle ong per i diritti umani, locali e internazionali, e le testimonianze rilasciate dalle vittime di rapimenti e torture, dai loro familiari e dai loro avvocati (ultime prove raccolte, i filmati degli “interrogatori” CIA a Temara, finiti nelle mani dell’agenzia americana Associated Press). Questa la prima ragione che ha spinto il movimento a manifestare contro un sistema di sicurezza fuori controllo e colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, di cui la polizia politica è parte integrante. Riteniamo che sia arrivato il momento di mettere fine ai sequestri e ai maltrattamenti dei “sospetti”, agli interrogatori sotto tortura (agevolati dalla legge anti-terrorismo approvata l’indomani del maggio 2003). Crediamo che ogni essere umano, qualunque sia la sua ideologia, abbia diritto ad un equo processo e chiediamo che i colpevoli delle violazioni siano rimossi e processati da una giustizia indipendente.
Il secondo obiettivo dell’“operazione GuanTemara” era l’effetto mediatico che una simile azione avrebbe suscitato. In ogni caso, ci siamo detti, il movimento né uscirà vincente. Se le forze dell’ordine non intervengono e il sit-in riesce avremo sfatato un altro tabù. Un passo avanti nella riappropriazione di una coscienza civica e pienamente cittadina. Se invece la polizia reprimerà una manifestazione pacifica, sarà l’ennesimo passo falso di un regime che si riempie la bocca di parole come “democrazia” e “rispetto delle libertà e dei diritti”.

Lei ha detto, “la DST non deve rendere conto delle sue azioni”. Da chi dipende l’operato della polizia politica in Marocco?
Mi correggo, non deve rendere conto alle istanze elette, alla popolazione che è vittima delle sue violazioni. In linea di principio la DST dipende dal Ministero dell’Interno. Ma in Marocco tale dicastero fa parte dei cosiddetti “ministeri di sovranità” (assieme al Ministero della Giustizia, della Difesa, degli Affari Esteri e degli Affari Religiosi). E’ il sovrano a scegliere e nominare questi cinque ministri, che rimangono in carica indipendentemente dalla durata del governo (il potere di revoca appartiene allo stesso re). Il ministro dell’Interno, quindi, è niente più che un rappresentante di Palazzo. Il suo potere resta limitato, vincolato alle direttive impartite dal monarca, dai suoi influenti consiglieri e dalla DGED (servizio di controspionaggio militare). Di conseguenza, come dicevo in precedenza, non esiste nessuna vera forma di controllo su questo apparato. Quanto rimesso nelle mani del monarca non può essere soggetto a discussione e non può essere portato a conoscenza delle altre istituzioni (se non per sua espressa volontà).

Cosa è successo la mattina del 15 maggio?
Alle nove di domenica scorsa (15 maggio, ndr) decine di attivisti si sono ritrovate nel centro di Rabat, di fronte alla sede dell’UMT (Unione marocchina dei lavoratori, il principale sindacato marocchino, ndr), per decidere in che modo raggiungere Temara. Abbiamo deciso di radunarci in una piazza del quartiere periferico di Hay Riad, prima di addentrarci nella foresta in cui è situato il centro della DST. Così alcuni di noi hanno preso le auto, altri hanno preferito i taxi o gli autobus. I primi ad arrivare nel luogo convenuto, tuttavia, hanno subito riscontrato un enorme dispiegamento di agenti di tutti i tipi (forze ausiliarie, polizia, DST..), c’era perfino la brigata anti-terrorismo (riconoscibile per la sua uniforme, volto coperto dal passamontagna e giubbotto anti-proiettile). Alle dieci, solo una parte degli attivisti (circa centocinquanta) era riuscita ad arrivare alla piazza di Hay Riad, quasi tutti giovani esponenti del Movimento 20 febbraio. Molti di noi sono stati intercettati all’ingresso del quartiere, mentre la gran parte degli islamisti (ex detenuti passati per Temara, ora riuniti in collettivi ed associazioni) è stata bloccata già all’uscita delle loro abitazioni, all’ingresso in città, nella stazione del treno o al casello dell’autostrada Casablanca-Rabat. Hay Riad era completamente invasa dalle forze di sicurezza, che non hanno esitato ad attaccare senza la minima provocazione da parte nostra. Avevano l’ordine di intervenire alla cieca e così è stato. Perfino alcuni giornalisti sono stati risucchiati nella foga repressiva. Abbiamo cercato di disperderci nelle vie del quartiere, nonostante i primi feriti, mentre gli agenti continuavano e picchiarci e ad inseguirci in moto e con le camionette. La caccia all’uomo è durata più di un’ora. Alcuni di noi, a causa dei colpi subiti, non potevano più correre e nemmeno camminare, altri hanno perso conoscenza. Qualcuno ha tentato di nascondersi, senza successo. I bersagli privilegiati dai manganelli della polizia sono stati i portavoce del movimento, gli elementi più in vista come per esempio Oussama Khalfi (trauma cranico, frattura del naso e della spalla), Nizar Bennamate (coperto di lividi dall’inguine in giù), Salima Maarouf (gettata a terra e poi percossa selvaggiamente alla testa e nella zona inguinale). Colpire al volto e nei genitali è una specialità dei reparti anti-sommossa marocchini.

Un assaggio della nuova costituzione. "Libertà, uguaglianza..", grida un manifestante. "Anche noi siamo per l'uguaglianza", risponde un poliziotto, che poi continua mentre si dà da fare nella mischia: "lo stesso manganello per tutti". (la caricatura è apparsa sul sito marocchino di informazione indipendente Demain on-line)

Nessuno nel quartiere ha provato a darvi rifugio?
Hay Riad è un quartiere amministrativo, oltre che la residenza dalla nuova borghesia di Rabat. Le vie erano deserte e le porte chiuse. Ci siamo ritrovati in cinquanta di fronte alla sede dell’USFP (il partito socialista marocchino, dal 1998 al “governo”, ndr), ma i responsabili si sono rifiutati di accoglierci e così le cariche sono ricominciate. Io ed altre dieci persone siamo riusciti ad entrare in un palazzo vicino e ci siamo barricati sul tetto (dopo alcuni tentativi di sfondare la porta di accesso, gli agenti si sono radunati di fronte all’ingresso dell’immobile ed hanno chiamato rinforzi). Gli altri quaranta, invece, sono finiti in un vicolo cieco e sono stati bloccati dalla polizia che, prima di arrestarli, ha continuato il pestaggio. Vedendo l’affluire in massa dei poliziotti, sapevamo che a breve sarebbero venuti a prenderci, forzando le nostre deboli barricate (qualche vecchio mobile rimediato all’ultimo piano). Alcuni di noi hanno minacciato di gettarsi di sotto nell’eventualità di un simile intervento. Io ho dato l’allarme a dei colleghi giornalisti, che in poco tempo sono riusciti a mobilitare parte della stampa nazionale e internazionale presente nella capitale e gli attivisti dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani). Arrivate le telecamere gli agenti sono stati messi sotto pressione ed hanno rinunciato all’intervento. Solo allora il Prefetto ha accolto le nostre richieste (tramite la mediazione di un membro dell’ufficio centrale dell’AMDH): siamo scesi dal tetto solo dopo che i quaranta compagni erano stati rilasciati e la polizia si era allontanata dal quartiere.
In seguito, quasi tutti i “superstiti” della mattinata infernale si sono ritrovati nella sede dell’AMDH per annunciare alla stampa quanto successo nelle ore precedenti. Il bilancio finale che abbiamo raccolto è di un centinaio di feriti (tra cui una decina, in gravi condizioni, subito trasferiti all’ospedale), quarantaquattro persone finite in arresto e poi rilasciate, un’auto, numerosi computer portatili e telefoni cellulari sequestrati ai militanti del “20 febbraio” dalle forze di sicurezza.

Come si è conclusa la giornata del 15 maggio a Rabat?
Si è conclusa, purtroppo, nella maniera in cui era cominciata. Gli attivisti islamici, gli ex detenuti politici e le associazioni in loro sostegno, non erano riusciti, in mattinata, a raggiungere Hay Riad ed il resto del movimento. Così hanno deciso di fare un sit-in nel centro della capitale, di fronte al parlamento. Le forze anti-sommossa sono intervenute ancora una volta, manganelli e scudi alla mano, per impedire l’afflusso in boulevard Mohammed V.

Come si spiega questa reazione da parte delle forze dell’ordine, questo ritorno della violenza all’indirizzo del “20 febbraio” dopo l’ultimo grave episodio registrato due mesi fa (il 13 marzo scorso a Casablanca)?
La polizia politica è la colonna vertebrale, il sistema nevralgico di quell’apparato di controllo sul paese chiamato makhzen. Il Movimento 20 febbraio, con la manifestazione a Temara, è riuscita ad intaccarlo. Il regime si è sentito minacciato dall’eventualità che il popolo, guidato da dei “ragazzini” (così vengono chiamati gli attivisti del “20 febbraio” dalla stampa ufficiale, ndr), possa rimettere in questione apertamente la sua politica e la sua struttura securitaria, oltre alla legge anti-terrorismo. Il messaggio che hanno voluto lanciare domenica è chiaro: la ricreazione è finita. Le intimidazioni personali (decine di membri del movimento, in settimana, sono stati arrestati e poi rilasciati dalla polizia di Rabat e Casablanca) e la campagna di discredito dei media, che ci dipingono come degli estremisti e degli agitatori, sono ricominciati a tamburo battente, proprio come nei giorni seguiti al 20 febbraio.

A suo avviso, l’atteggiamento del regime nei confronti del Movimento 20 febbraio è cambiato dopo l’attentato di Marrakech del 28 aprile scorso?
Dopo la tragedia di Marrakech, tutti coloro che erano contrari al Movimento 20 febbraio, in particolar modo il makhzen preoccupato per la conservazione dei suoi interessi, hanno cercato di approfittare dell’attentato per indebolire le contestazioni in atto nel paese. Il discorso veicolato è il seguente: ci troviamo di fronte ad un grande pericolo e ad una grave minaccia, bisogna che il popolo capisca che le rivendicazioni del “20 febbraio” non sono una priorità, a differenza della sicurezza e della stabilità interna. Tuttavia, le mobilitazioni lanciate dallo stesso movimento dopo il 28 aprile hanno rappresentato l’ennesimo schiaffo per il regime. Migliaia di persone in diverse città (domenica 8 maggio, ndr) sono scese di nuovo in strada per dire: “siamo contro la violenza e contro il terrorismo, ma le nostre rivendicazioni restano la priorità, adesso! La democrazia non è una merce di scambio o un bene “sacrificabile”, la polizia politica e la legge anti-terrorismo non servono a proteggerci!” Il makhzen non è riuscito quindi a far tacere un movimento ormai definitivamente popolare, che lo scorso 24 aprile aveva invaso le piazze di centosei città del paese. Una tale reazione ha innescato la spirale repressiva delle autorità (pestaggi, intimidazioni, accuse infamanti e notizie false date in pasto ai giornali). Prima di domenica scorsa (15 maggio, ndr) non si era mai visto a Rabat un simile accanimento contro le nostre iniziative pacifiche. Il regime si sente ora legittimato a fare quello che prima non poteva, senza mettere sul conto l’esplosione dell’indignazione e della rabbia generale. Per questo motivo i giorni a venire (già domenica 22 maggio – giornata di mobilitazione nazionale) si annunciano oscuri per il movimento e per tutte le forze democratiche marocchine. Ciò nonostante la nostra posizione non cambia: continueremo la protesta, ma non risponderemo alla violenza con altra violenza.

La repressione di domenica scorsa non è il solo episodio che testimonia il nuovo atteggiamento del regime nei confronti di ogni sorta di contestazione ancora attiva sul territorio nazionale. Penso al sollevamento dei villaggi nel Marocco "profondo" (due cittadine, Khouribga e Bouarfa, negli ultimi dieci giorni hanno sperimentato la reazione violenta delle autorità locali, sfociata in scontro aperto tra la popolazione e le forze di sicurezza), penso alle rivolte dei detenuti islamici nelle prigioni di Salé e Tangeri. Esempi non riconducibili, forse, al “20 febbraio” ma che vanno in ogni caso nella stessa direzione.
Sì, sono altri sintomi del pericoloso cambiamento in atto. Nel carcere di Salé la polizia ha sedato la protesta dei prigionieri islamici, che chiedono la revisione dei processi e la fine dei maltrattamenti (secondo il comunicato diffuso oggi dal Coordinamento degli ex detenuti), sparando proiettili veri e non solo cartucce di caucciù (come invece era stato riferito in un primo momento). Stando allo stesso comunicato, almeno un detenuto è morto a causa delle ferite da arma da fuoco.
Ora, il Movimento 20 febbraio appoggia, l’ho già detto, le rivendicazioni dei prigionieri islamici – la fine delle violazioni perpetrate dagli apparati di sicurezza e la revisione dei processi farsa che li hanno condannati – come del resto le associazioni degli ex detenuti sostengono l’azione del movimento pur non facendone parte. Per questo ritengo che quanto accaduto negli ultimi giorni all’interno delle prigioni di Salé e Tangeri possa essere ricondotto alla nuova controffensiva messa in atto dalle autorità. La stessa considerazione è valida nel caso delle repressioni a Khouribga e Bouarfa, sebbene le rivolte di villaggio non rappresentino una novità in Marocco, ma costituiscano una realtà antecedente alla nascita del movimento, come ricordano gli esempi più recenti di Sidi Ifni nel 2008, Taghjijt nel 2009 e Laayoune nell’ottobre-novembre del 2010. Il “20 febbraio” non ha fatto che dar forza a fenomeni classificati in precedenza come “isolati e circoscritti”. Ha reso più visibile la lotta portata avanti da abitanti marginalizzati e sconosciuti, iscrivendola in un quadro di contestazione globale. Questo perché siamo mossi, in fondo, dalla stessa esigenza di cambiamento.

Sulla stampa nazionale si è fatto un gran parlare della “perdita di autonomia dei giovani del movimento”, divenuti strumento inconsapevole degli estremisti di sinistra (accusati di essere repubblicani) e soprattutto degli islamisti dell’associazione Giustizia e Carità (che punterebbero all’instaurazione di una repubblica islamica). Cosa risponde?
La perdita di autonomia dei giovani del movimento e il pericolo di un recupero della dissidenza da parte degli islamisti è una tesi sviluppata dal regime e diffusa in maniera subdola dai media al suo servizio. In questo il Marocco non si differenzia dagli altri apparati totalitari del mondo arabo-islamico che vi hanno fatto ricorso per anni nell’intento di giustificare l’assenza delle libertà pubbliche e dei diritti civili e l’instaurazione di uno stato di polizia. La tesi si rivolge non solo alla popolazione nazionale, ma soprattutto ai paesi stranieri, all’Occidente. Mubarak e Ben Ali hanno sostenuto fino all’ultimo di essere i soli baluardi possibili contro il fondamentalismo religioso e il terrorismo islamico. Il Marocco, dopo Marrakech, ha deciso di giocare la stessa carta. Ha fatto risorgere Al Qaida, che occupa incessantemente le prime pagine dei giornali e allo stesso tempo agita lo spauracchio interno di Giustizia e Carità, un’associazione islamica (non riconosciuta dal regime) dichiaratamente pacifica, che però non ha mai nascosto la sua avversione per la monarchia assoluta alawita.
L’eco fornito dai media a questa strategia è notevole, dal momento che nel paese è praticamente scomparsa la stampa indipendente. Nessun giornale osa più criticare la linea ufficiale (dopo la liquidazione di Nichane, di Al Jarida Al Oula, del Journal Hebdomadaire) e nessun giornalista riesce ad imporre alla sua redazione un’analisi oggettiva su quanto sta accadendo. Il Movimento 20 febbraio è per sua natura eterogeneo, sia nel caso dei giovani che l’hanno creato sia per le organizzazioni che lo sostengono. Al suo interno ci sono militanti di sinistra, repubblicani, altermondialisti, attivisti amazigh, islamisti e liberali, riuniti dalla stessa volontà di cambiamento. L’obiettivo comune è la possibilità, per ognuno, di esprimersi in un Marocco finalmente democratico, dove è il popolo ad essere sovrano e non le elite che monopolizzano ora la vita politica ed economica del paese. Chi fa parte del movimento ha accettato di rinunciare ai particolarismi ed ai dogmi ideologici per raggiungere una necessità ben più impellente e immediata. Il regime ha capito il grave pericolo a cui sta andando in contro e per questo sta cercando di dividerci e di seminare la paura, fabbricando falsità. Tuttavia, nessuna componente del “20 febbraio” ha mai cercato di prevaricare le altre, men che meno gli islamisti di Giustizia e Carità, ben consapevoli del rischio a cui si esporrebbero. Nei quartieri popolari di Casablanca, nel Marocco “profondo”, nel Marocco “inutile”, dove più forte in termini quantitativi è stata l’adesione alle mobilitazioni, interi villaggi manifestano per il pane quotidiano, per un’esistenza finalmente degna, per la fine dei soprusi e della repressione alimentata dai piccoli despoti locali. Non manifestano certo contro gli empi o i nemici della fede.

Lei ha parlato di obiettivi, di volontà di cambiamento. A tre mesi esatti dall’inizio della contestazione, cosa è mutato nella strategia e nelle rivendicazioni del movimento?
Per quanto riguarda la strategia, i cambiamenti si vedranno a partire da domenica prossima (22 maggio, ndr), quarta giornata di mobilitazione nazionale indetta dal “20 febbraio”. Al termine delle manifestazioni sono in programma per la prima volta dei sit-in di cinque ore in tutte le città del territorio. E’ il sintomo di una radicalizzazione della nostra azione. L’intento è quello di ricordare che “nulla sta cambiando, tranne la violenza della repressione subita”, per ribaltare i rapporti di forza e mediatizzare ancora di più la lotta.
Gli obiettivi del movimento, invece, restano gli stessi enunciati nel manifesto rivendicativo reso noto prima del 20 febbraio. In primis, la fine dell’assolutismo e il passaggio ad una monarchia parlamentare, sancito da una nuova costituente espressione della piena sovranità popolare. Provvedimenti necessari e immediati a tale scopo sono la dissoluzione del parlamento e del governo in carica, strumenti non rappresentativi della volontà popolare (nel 2007, solo un marocchino su cinque degli aventi diritto si è recato alle urne). Poi, la fine del monopolio economico in mano alla famiglia reale e ai suoi consiglieri e l’applicazione di nuove regole di trasparenza, formulate da organismi indipendenti, in grado di bloccare il saccheggio delle risorse del paese attuato fin’ora impunemente (il Marocco è il quinto paese al mondo per fuga di capitali all’estero) e la conservazione delle pratiche clientelari tutt’ora in voga nelle alte sfere di potere. A questo proposito, l’unico segnale di rottura efficace, è l’immediato allontanamento delle losche figure di cui si è attorniato il Palazzo, come Mounir Majidi (consigliere del re, detentore del secondo polo economico-finanziario del paese dopo quello dello stesso sovrano), Fouad Ali El Himma (ex consigliere del re, fondatore del primo partito presente in parlamento e detentore di una delle più importanti società finanziarie del paese) e Hassan Bouhemou (amministratore della holding reale). In ultimo, vogliamo la fine del circuito moqaddem-shaykh-wali-amir, vale a dire la fine delle strutture di quel controllo politico verticale che fa capo al Palazzo e che costituisce l’ossatura del makhzen. Tutti i centri di amministrazione territoriale, dal quartiere alla regione, dovranno essere eletti e non più nominati da un ministro di sovranità reale (Interno).
Per essere più chiaro, il Movimento 20 febbraio aspira ad un cambiamento del sistema e dei suoi ingranaggi, non solo dello strato che affiora in superficie. Quanto promesso da Mohammed VI, vale a dire il ritocco della costituzione e nuove elezioni in autunno, va nella seconda direzione e risponde ad una chiara esigenza di conservazione e perpetuazione del regime in atto.

Il movimento ha respinto le “aperture” del re e va avanti sul suo cammino. Se si escludono quindi la nomina di una commissione reale per la riforma della costituzione e la liberazione dei detenuti politici, qual è a suo avviso la vittoria più importante ottenuta dal “20 febbraio”?
Aver ridato coscienza ai marocchini di cosa significa essere cittadini e non più sudditi. Aver sfatato tabù e linee rosse, come mettere in discussione la parola del re. Aver dato diritto di parola, con le nostre azioni e la nostra costante presenza nelle piazze, a chi fino ad ora non l’ha mai avuto. Mi riferisco per esempio ai pensionati dell’esercito, delle forze ausiliarie, che dopo le prime mobilitazioni del “20 febbraio”, hanno manifestato per denunciare le precarie condizioni di vita e per chiedere l’aumento delle pensioni (il 25% dello stipendio). Fino a pochi mesi fa sarebbe stato impensabile. La gente non a più paura a reclamare quello che gli spetta, quello a cui ha rinunciato in silenzio fino ad ora. Il muro della paura è crollato (come ha scritto il giornalista Ahmed Benchemsi sulle colonne di Le Monde), è questa la principale vittoria ottenuta fino ad ora dal movimento. Il popolo ha capito finalmente ciò che diceva il maestro Bob Dylan in una sua celebre canzone: “when you have nothing, you have nothing to lose”. La maggioranza dei marocchini non ha niente da perdere ed è arrivato il momento di dimostrarlo.

giovedì 19 maggio 2011

Temara, le torture nella “nuova era” marocchina

Domenica 15 maggio, il Movimento 20 febbraio ha organizzato un sit-in di protesta di fronte al centro di detenzione (clandestino) di Temara, a pochi chilometri da Rabat. Queste almeno le intenzioni dei giovani marocchini, poiché l’“operazione GuanTemara”, atto dimostrativo per chiedere la chiusura del centro illegale e l’apertura di un’inchiesta sull’insieme delle violazioni che vi sono commesse, ha scatenato la dura e immediata repressione delle forze di sicurezza. Le decine di attivisti, radunatesi di primo mattino nella periferia della capitale, sono state aggredite dagli agenti anti-sommossa, che si sono abbandonate a pestaggi e inseguimenti nelle vie del quartiere Hay Riad. Niente sit-in e nessuna inchiesta dunque, per il regime l’affaire Temara resta un tabù e i suoi scheletri devono rimanere gelosamente custoditi nell’armadio. Del resto le autorità, ignorando le numerose testimonianze degli ex detenuti che hanno invaso la rete nelle ultime settimane, continuano a smentire l’esistenza dell’oscuro luogo e lo stesso portavoce del governo, Khalid Naciri, ha ribadito domenica scorsa (mentre i manganelli colpivano i manifestanti a pochi isolati dalla sua abitazione) che “Temara è un complesso amministrativo dove lavorano regolarmente dei funzionari”.
Ma cosa succede veramente a Temara? “Temara è un centro di detenzione clandestino gestito dalla DST, la polizia politica marocchina. Si trova nella “cintura verde”, la foresta che circonda Rabat, creata negli anni ottanta per assicurare un buon clima alla capitale. In questa struttura transitano le vittime degli arresti illegali, delle “sparizioni”. Qui gli agenti della DST eseguono gli interrogatori. Per estorcere informazioni o per ottenere confessioni di colpevolezza si servono della tortura, sia fisica che psicologica. La permanenza in questo luogo può durare da pochi giorni a dei mesi. Poi la detenzione viene “ufficializzata” e i prigionieri trasferiti in un carcere regolare, in attesa dell’inizio del processo”. Queste le parole di Abdelilah Benabdesslam, vice presidente dell’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani), in un’intervista rilasciata a (r)umori dal Mediterraneo nel dicembre del 2009.
Il nome Temara, in Marocco, è ormai sinonimo di sequestri, maltrattamenti e torture. Dopo le inchieste di Amnesty International e della FIDH nel 2004, gli articoli del compianto Journal Hebdomadaire (“Des prisons secrètes de la CIA au Maroc?”, n. 230 – novembre 2005, “Le retour de la torture”, n. 394 – maggio 2009) e il rapporto di Human Rights Watch pubblicato nell’ottobre del 2010, le voci e i sospetti di un ritorno alle violazioni conosciute sotto l’“era Hassan II” (leggi “gli anni di piombo”) sono purtroppo diventate una conferma. A farne le spese, come ricordano i documenti diffusi dalle ong internazionali, sono nella maggior parte dei casi gli islamisti locali, i “sospetti di terrorismo”, oltre agli indipendentisti saharawi, ai militanti della sinistra radicale e alle vittime delle “consegne speciali” statunitensi ai paesi “amici” (come il regno alawita). La “nuova era” del rispetto dei diritti e delle libertà annunciata da Mohammed VI sembra dunque ancora lontana.
Di seguito un dossier di approfondimento su Temara e sulle violazioni della “nuova era”.


Temara, un centro di tortura marocchino

Ali Amar, Slate Afrique, 28 aprile 2011

All’epoca di Hassan II Temara, situata qualche chilometro a sud di Rabat, era sinonimo di quieto vivere e di dolce farniente. Ma il piccolo agglomerato urbano, dotato di una graziosa stazione balneare, da qualche tempo ha radicalmente cambiato reputazione. Al termine della lunga e sinuosa strada che lo costeggia si nasconde, annidato nel mezzo della foresta che cinge la capitale, un centro segreto di detenzione che potrebbe togliere lo scettro dell’orrore alla tristemente celebre prigione di Tazmamart (ribattezzata Tazmamort dal sopravvissuto Aziz Binebine, ndt), simbolo di quegli anni di piombo che hanno sprofondato il Marocco nella paura durante il regno del vecchio monarca (1961-1999).
A Temara, sotto Mohammed VI, i servizi segreti marocchini perpetuano la pratica della tortura, si abbandonano alle sevizie più sadiche costringendo le loro vittime in condizioni di reclusione spaventose. Centinaia di uomini e donne – non si ha nessuna cifra precisa a disposizione – sono transitate in questo luogo, nelle celle minuscole delle sue segrete sotterranee.

Localizzato attraverso Google Earth
Il blogger e giurista marocchino Ibn Kafka ne ha fornito un’oscura descrizione. Mamfakinch, citizen media nato sulla scia della “primavera araba” e ispirato all’azione di Anonymus, ne ha rivelato l’ubicazione esatta con un video satellitare di Google Earth. Il complesso di Temara, ufficialmente sede della Direction pour la Surveillance du Territoire (DST, dal 2003 divenuta DGST), “non è un semplice assembramento di uffici. Si estende su una superficie di diversi ettari ed è cosparso di antenne satellitari. Dalle immagini si possono osservare anche altri tipi di antenne e perfino una sorta di pista a due corsie che permette l’atterraggio di aerei di piccole dimensioni, genere Cessna”, spiega il sito di informazione Demain on-line. “Quello che il video non può mostrare, invece, sono le prigioni sotterranee le cui celle servono da camera di tortura, come hanno testimoniato diversi «ospiti», marocchini e stranieri, che vi sono stati accolti”, aggiunge Ali Lmrabet sempre su Demain. Stando al filmato di Google Earth, il centro (segreto) di Temara è situato a soli due chilometri in linea d’aria dalla residenza reale di Dar Essalam.

Abu Ghraib alla marocchina
Dal momento in cui la caccia agli islamisti si è intensificata, in seguito ai terribili attentati di Casablanca del 2003, migliaia di persone – compresi donne e bambini – sono rimaste vittima degli arresti di massa effettuati dalla polizia nelle principali città del paese. Alcune sono state prelevate dai servizi segreti in totale violazione delle procedure legali, condotte a Temara, interrogate e torturate per giorni e giorni prima di essere rilasciate senza accusa o presentate alla giustizia come animali al macello.
Ma gli islamisti non sono i soli (sebbene la maggior parte) ad aver subito i tormenti di questo luogo, spesso comparato al carcere iracheno di Abu Ghraib, di cui lo Stato continua a negare l’esistenza nonostante le innumerevoli testimonianze (vai al video-testimonianza pubblicato da Lakome) e le inchieste pubblicate in proposito dalle ong internazionali (vai al rapporto di Amnesty International) e locali. Nel documento datato giugno 2004, Amnesty ha raccolto quarantacinque deposizioni, di cui venti ben dettagliate, rilasciate dai detenuti stessi, dalle loro famiglie, dai loro avvocati e da altre organizzazioni marocchine (come l’AMDH) che avevano indagato su questi casi.
“I funzionari costringono i soggetti prelevati a salire a bordo delle autocivetta (proprio come succedeva negli anni settanta). A volte gli agenti della DST li maltrattano ancor prima di avergli bendato gli occhi e di averli condotti verso un luogo sconosciuto (…). Oltre alle sevizie che subiscono i detenuti, ci sono le minacce di ritorsioni sessuali sulle mogli fatte dagli aguzzini e la promessa di ripetere ai parenti gli abusi fisici di cui sono rimasti vittime sul posto (la più nota è la bottiglia di Coca-Cola infilata nell’ano, ndt)”, ha scritto l’ong, esortando il Marocco a “riconoscere le violazioni perpetrate dalla DST e a condurre un’inchiesta sull’operato dei singoli agenti”.
“Circa un anno prima degli eventi del 16 maggio 2003, l’opinione pubblica marocchina scopre che i sequestri (della polizia, ndt) e il fenomeno della detenzione arbitraria – ritenuti ormai superati – hanno fatto ritorno. E’ in questo contesto che si moltiplicano le testimonianze sull’esistenza di un particolare centro, diretto dalla DST e situato nella periferia di Rabat, più precisamente a Temara. Mentre sono organizzati dei pellegrinaggi simbolici verso i luoghi che erano serviti per gli internamenti clandestini (Tazmamart, Kalaat M’gouna, Agdez…) nei decenni precedenti, la scoperta provoca un vero choc, ancor più forte dal momento in cui questo luogo – dove si pratica la tortura – è stato sfruttato in maniera massiccia dopo gli attentati criminali di Casablanca”, ha riportato invece la FIDH (Federation International des Droits Humains) nel rapporto schiacciante pubblicato nel 2004.

La tortura “in subappalto”
Le vittime di Temara possono essere ripartite in quattro categorie: gli islamisti dell’area jihadista accusati di fomentare atti terroristici (o presunti tali, dal momento che molti detenuti islamici transitati per Temara nulla avevano a che fare con gruppi o organizzazioni estremiste, ndt), i prigionieri saharawi indipendentisti accusati di irredentismo, gli attivisti della sinistra radicale e un modesto numero di individui “consegnati” dalla Central Intelligence Agency (CIA) o dall’M15 britannico nel quadro del famoso programma americano di subappalto della tortura agli Stati alleati come il Marocco (extraordinary renditions – consegne speciali), poco scrupolosi nel rispetto dei diritti dei prigionieri durante gli interrogatori.
Per i due servizi appena citati, Temara è servita da base di appoggio nella “guerra contro il terrore” condotta dagli Stati Uniti di Bush Jr e da alcuni dei suoi fedeli come il Regno Unito. Questo significa che a Temara si è fatto ciò che le legislazioni occidentali non permettono in Europa o sul suolo americano per estirpare confessioni ai “combattenti di Al Qaida” catturati in Iraq, Pakistan o in Afghanistan.
Secondo un rapporto del Parlamento europeo incaricato dell’inchiesta sui voli segreti CIA in Europa, l’intelligence americana avrebbe effettuato circa quaranta scali in Marocco dal 2001. Mohamed Binyam, un inglese di origine etiope sospettato di terrorismo, è stato arrestato in Pakistan nel 2002 prima di essere condotto in Marocco con una extraordinary rendition e rinchiuso illegalmente a Temara per diciotto mesi. Primo detenuto della prigione americana di Guantanamo liberato sotto la presidenza Obama (2009) – dopo quattro anni di calvario, tutte le accuse di affiliazione terroristica a suo carico sono cadute di colpo – Binyam racconta il suo “soggiorno” a Temara. “E’ stata un’esperienza che mai avrei potuto immaginare, nemmeno nei miei incubi più tremendi (…). Non riesco ancora a credere di essere stato sequestrato, trasportato da un paese all’altro e torturato in modo barbaro, il tutto sotto la supervisione degli Stati Uniti”, dichiarava al rientro in Inghilterra. “Il momento peggiore è stato quando ho capito, mentre ero in Marocco, che i miei aguzzini stavano ricevendo indicazioni e documenti dai servizi inglesi”. Mohamed descrive poi il modo in cui i torturatori, servendosi di un coltello affilato, gli hanno inciso ripetutamente i genitali.

Rabat nega, sempre e comunque
Le sevizie condotte sotto la supervisione straniera, il ricorso ai “kapò” marocchini esperti in torture e maltrattamenti – come emerge dal racconto fatto da Mohamed Binyam all’associazione Reprieve (che fornisce supporto giuridico a numerosi detenuti di Guantanamo) – confermano che i carcerieri di Temara continuano ad agire nel quadro di un sistema detentivo fuorilegge, avviato in segreto dallo Stato marocchino con la benedizione dei suoi mentori americani e inglesi.
Nonostante un dossier ormai denso di prove e testimonianze Rabat, tramite il ministro dell’Interno Taieb Cherkaoui, insiste nel negare l’evidenza, smentendo le torture e l’esistenza stessa del sinistro luogo. Allo stesso tempo Mohammed VI, cedendo alle pressioni della piazza, ha concesso la grazia a numerosi detenuti politici, quegli stessi detenuti che, nella maggior parte dei casi, hanno avuto diritto al trattamento speciale riservato agli ospiti di Temara.

Veduta aerea del centro di Temara. Sul link a Demain on-line il filmato in dettaglio realizzato con Google Earth


L’Associated Press rivela l’esistenza di alcuni video che mostrano le torture inflitte ai detenuti in una prigione segreta marocchina

B. S., Demain on-line, 13 maggio 2011

La tortura non esiste in Marocco, ripetono a tamburo battente le autorità durante i discorsi ufficiali. Ma l’agenzia stampa americana Associated Press ha rivelato che la CIA è in possesso di due filmati registrati durante l’interrogatorio di un detenuto islamista in una prigione segreta marocchina. Il detenuto in questione non è una persona di poco conto. Si tratta dello yemenita Ramzi Ben Al Shibh, considerato dall’FBI un influente membro di Al Qaida, tesoriere dell’organizzazione e una delle menti degli attentati dell’11 settembre 2001. Prima di quella data, Al Shibh aveva provato a più riprese ad entrare nel territorio americano, ma tutte le richieste di visto gli erano state rifiutate. Nel settembre 2002 fu arrestato dopo uno scontro a fuoco con la polizia pachistana a Karachi e consegnato all’intelligence USA.
Da allora, si sapeva che Ramzi era entrato a far parte del gruppo dei “detenuti fantasma”, una trentina di prigionieri di grosso calibro riconducibili ad Al Qaida, che la CIA aveva affidato ad alcuni governi “amici” per poter essere “cucinati” dai loro servizi segreti. Non sapevamo, invece, che Ben Al Shibh era stato ospite della DST marocchina nella prigione segreta di Temara, dove con ogni probabilità ha subito maltrattamenti e sevizie per conto degli americani. Quest’ultimi, infatti, non potendo utilizzare certi metodi di interrogatorio considerati poco ortodossi oltre che illegali dal loro sistema giudiziario, hanno delegato lo sporco bisogno alla polizia politica dei paesi alleati. Come il Marocco, per esempio.
L’Associated Press racconta che nel 2005 la CIA aveva distrutto 92 video-testimonianze di tali “interrogatori estremi” a cui sono stati sottoposti i sospetti di Al Qaida in centri di detenzione stranieri. Si era sbarazzata dei filmati per poter negare qualsiasi complicità statunitense nelle torture inflitte a questi prigionieri. Ma uno scatolone contenente due video e una traccia audio è riuscito a scampare alla distruzione. Secondo l’AP, sarebbe stato ritrovato negli scantinati di un palazzo, base del contro-terrorismo promosso dall’intelligence USA. Una vera sfortuna per il Marocco, dato che il materiale riesumato riguarda proprio gli “interrogatori” di Ramzi Ben Al Shibh a Temara, distante solo pochi chilometri dalla capitale del regno alawita.
Ora che l’opinione pubblica è stata messa a conoscenza dell’esistenza di questi filmati e della traccia audio, il giudice federale americano, che qualche anno fa aveva ordinato il sequestro della documentazione sulle extraordinary renditions, rifiutata per la “non esistenza” del dossier richiesto, cercherà sicuramente di tornare alla carica. E il Marocco cosa farà? In ogni caso l’affaire Al Shibh è l’ennesima prova della persistenza di quelle pratiche disumane che alcuni, a Rabat, continuano ostinatamente a negare.


Mehdi Boukyou o la cronaca della “nuova era”

Aziz El Yaakoubi, Lakome, 22 aprile 2011

Un anno e due mesi di detenzione. Un anno e due mesi di lotta, per Mehdi Boukyou e sua madre. Entrambi dietro le sbarre, ognuno dalla sua parte. Lui in prigione, lei nella sofferenza quotidiana. Mehdi, un ragazzo di diciannove anni accusato di terrorismo e (tenetevi forte!) di “fabbricare un missile”, ha lasciato da poco la prigione di Salé. Anche grazie alle pressioni del Movimento 20 febbraio, come precisano Mehdi e la madre.
Boukyou ha accettato di testimoniare. La sua presenza è discreta, appena la si avverte nella sala. La madre, che ha combattuto accanitamente, contro tutto e tutti, per la sua liberazione, ne osserva anche il minimo gesto. Con voce fioca Mehdi inizia il suo racconto, una cronaca agghiacciante della “nuova era” dei diritti umani in Marocco. E’ una mattina ordinaria quando la famiglia Boukyou esce di casa per assolvere alle occupazioni quotidiane. “Era il novembre del 2009”, precisa il ragazzo. Il padre e la madre partono al lavoro, Mehdi e la sorella si dirigono verso la scuola. Alla fermata dell’autobus, arriva all’improvviso un compagno di università e lo saluta. “Lo avevo visto solo poche volte in Facoltà (Giurisprudenza), mi aveva detto che era uno studente e un funzionario allo stesso tempo”, aggiunge Mehdi.

Una pistola puntata alla testa
Il “compagno” si propone di accompagnarlo con la sua auto. Mehdi rifiuta, preferisce prendere l’autobus. In pochi secondi una macchina blu (Hyundai) si ferma davanti a loro. Due uomini a bordo. La porta si apre e il “compagno” spinge Mehdi dentro l’auto. Uno dei due passeggeri punta la sua pistola sulla testa del ragazzo e gli ordina di non gridare, mentre il “compagno” lo spinge sotto i sedili della macchina che riparte in velocità. Dopo dieci minuti (questa è l’impressione di Mehdi) si fermano e la “banda” lo fa scendere. Iniziano le prime sevizie: “uno dei rapitori mi ha preso a calci e mi ha obbligato a spogliarmi”.
Sbattuto contro il muro, Mehdi è completamente nudo. Le mani degli aguzzini arrivano dappertutto, non risparmiano nemmeno gli organi genitali. Viene bendato e costretto a camminare. “Ho fatto avanti e indietro per un’ora e mezzo, prima in un corridoio caldo e poi in uno gelido”. Suda, pur avendo il freddo nelle ossa. Inizia a tossire fino quasi all’asfissia.
Mehdi è rinchiuso in una stanza buia. Sente dei “clics”, capisce che si tratta di un fotografo. Poi cominciano gli interrogatori. Racconta tutta la sua vita nei minimi dettagli. Le canzoni e i film che gli piacciono di più. Il ragazzo non immagina nemmeno che il trattamento a cui è sottoposto gli sia inflitto dalla polizia di Mohammed VI. “Pensavo si trattasse di un’organizzazione criminale dedita al traffico di organi”, ricorda senza più stupore. Poi, quasi sorridendo, aggiunge: “ero sicuro che mi avrebbero drogato e che poi avrebbero preso tutto ciò che gli serviva”.

DST: La direzione degli abusi
E’ l’alba quando Mehdi non ce la fa più. Scoppia in lacrime e minaccia i suoi rapitori. Dice che sua madre non mollerà tanto facilmente e che avvertirà subito la polizia. L’idea stuzzica probabilmente la fantasia degli ispettori della DST, tanto che uno gli risponde: “siamo un’organizzazione internazionale molto potente. Resterai qui fino a che non farai quello tutto quello che vogliamo…”.
Mehdi Boukyou è rimasto per dieci giorni immerso nella completa oscurità, occhi bendati e manette ai polsi. Gli interrogatori non finiscono più. Squadre di ispettori si danno il cambio notte e giorno. Al mattino, le rare volte che riesce ad addormentarsi, viene svegliato a suon di schiaffi e minacce. In poco tempo Mehdi esplode una seconda volta in pianti e singhiozzi, non riesce nemmeno più a parlare. Uno dei suoi guardiani gli consiglia di pregare per calmarsi. Gli insegna perfino come fare le abluzioni e la preghiera. “Prega anche per noi”, gli ricorda il suo consigliere… Saprà solo più tardi, in prigione, raccontando la sua storia ad altri detenuti, di essere transitato per l’ormai celebre centro di tortura di Temara, la sede della DST.
Il decimo giorno, Mehdi viene trasferito da un’altra parte, a circa un’ora di distanza (sempre in base alle sue stime). La benda non è troppo stretta. Riesce a vedere un agente in uniforme che va e viene verso di lui e capisce di essere arrivato in un commissariato marocchino. Viene rinchiuso in uno “scantinato puzzolente” assieme ad altri prigionieri. Mehdi, già afflitto da gravi problemi respiratori, perde conoscenza più volte in questo luogo nauseabondo.

Twin-center
Di seguito il trasferimento all’ospedale. Durante il viaggio di ritorno, riconosce il boulevard Zerktouni di Casablanca e le sue “torri gemelle” (il Twin-center marocchino). Il dottore sostiene che Mehdi ha bisogno di sole e di aria fresca. Invece viene gettato di nuovo nella stessa cella. Un mattino lo svegliano a pedate e insulti e lo fanno salire a piano terra. Un ispettore – “nervoso, che fuma come una ciminiera” – gli domanda di firmare delle carte. Tolta la benda, Mehdi può scorgere l’orologio del poliziotto: sono le quattro e mezzo del mattino. “Faceva talmente freddo che non riuscivo a tenere la penna in mano”.
Di buon mattino, il ragazzo si ritrova nei corridoi di un’altra amministrazione marocchina. Una porta si apre e Mehdi entra in una grande sala climatizzata. Più tardi saprà che si tratta dell’ufficio di Abdelkader Chentouf, giudice d’istruzione, incaricato delle inchieste di terrorismo presso la corte penale di Salé. Mehdi piange e fa fatica a rispondere. Il giudice è in imbarazzo e comunica all’ispettore che non può ascoltare il sospetto in queste condizioni. “Per favore, faccia con quello che ha”, risponde in dialetto il funzionario. La segretaria del magistrato porge allora al diciannovenne impaurito una penna e un foglio in bianco con impressi i sigilli del Ministero della Giustizia. La donna gli consiglia di firmare, se vuole rivedere presto la sua mamma. E’ la prima e l’ultima volta che Mehdi vede il giudice di istruzione. Dopo questa fugace apparizione, viene ufficialmente incarcerato nella prigione di Salé.

Un missile?
Il giorno del processo, il giovane Mehdi Boukyou scopre finalmente le accuse che gli sono mosse dalla Procura del regno: “è membro di un’organizzazione terrorista che ha cercato di fabbricare un missile Al Qassam per compiere attacchi criminali”. Le prove? Si sarebbe collegato con il suo computer ad un sito sospetto: www.exact.com. “Mai una domanda, durante gli interrogatori, mi era stata posta a questo proposito”, chiarisce il ragazzo, sotto lo sguardo tenero della madre. Il giudice ha condannato Mehdi a quattro anni di carcere. Liberato il 14 aprile scorso (in seguito alla grazia reale), il diciannovenne pensa già all’avvenire. Vuole diventare un magistrato….forse per evitare ai suoi figli di subire la stessa sorte?


LA TESTIMONIANZA

Kassim Britel, cittadino italiano di origine marocchina, è una delle tante vittime delle extraordinary renditions americane. Tra il 2002 e il 2003 ha trascorso dodici mesi all’interno del centro di Temara, prima di essere trasferito nella prigione di Salé e condannato a nove anni (in appello, quindici in primo grado) per concorso in attività terroristiche, in seguito ad un processo giudicato iniquo dalle ong per i diritti umani marocchine e internazionali. Kassim è uscito dal carcere lo scorso 14 aprile ed è rientrato a casa (a Bergamo) assieme alla moglie Khadija, dopo aver beneficiato di un provvedimento di grazia. Di seguito un estratto dell’intervista rilasciata a (r)umori dal Mediterraneo (grazie ad un telefono nascosto all’interno della prigione di Oukasha, Casablanca) il 21 novembre 2009.

Anche lei, come centinaia di detenuti islamici marocchini, è stato condotto nel centro di detenzione segreto di Temara?
Appena atterrato in Marocco, sono stato trasferito direttamente a Temara. Ci sono rimasto per otto mesi, la prima volta. Le condizioni erano durissime. Non potevo ricevere visite, anche perché nessun familiare era informato della presenza di prigionieri in quel luogo. In quei mesi le autorità marocchine hanno sempre negato che mi trovassi lì. Non erano previste cure mediche, niente libri, riviste, orologi, nessun vestito di ricambio, niente sapone per lavarsi, niente spazzolino, acqua calda, le luci restavano accese tutta la notte. Ogni momento trascorso là dentro è stata una sofferenza, mancavano le condizioni minime per definirsi ancora uomini. Le torture non erano solo fisiche, ma anche psicologiche.
(…)
Cosa è successo durante il suo secondo passaggio nel centro di Temara?
La seconda volta che sono stato portato a Temara, le torture sono ricominciate ad un ritmo ancora più intenso. L'obiettivo era ottenere una mia confessione sul coinvolgimento in attività terroristiche. Mi hanno fatto firmare un foglio senza mettermi a conoscenza del suo contenuto. Se si presenta all’AMDH, vedrà che hanno un fascicolo sui detenuti islamici e in quel fascicolo c’è scritto che le torture subite dai prigionieri a Temara servono ad estorcere una confessione. La polizia ha ottenuto i suoi verbali in modo illegale, violando i diritti umani dei detenuti, che in quel momento non erano niente più che dei sospetti. Per registrare una deposizione, in ogni caso, si dovrebbe essere condotti nei locali della polizia giudiziaria, non in un centro di detenzione segreto gestito dalla DST. Il giudice istruttore, prima del processo, dovrebbe accertare la regolarità di questa procedura. Non auguro a nessuno di subire il trattamento che ho ricevuto. Già le torture subite in Pakistan mi avevano lasciato tracce per diversi mesi sul corpo. I segni delle ulteriori sevizie patite in Marocco sono ancora qui, sulla mia pelle, ma ancora più dolorosi sono quelli che restano impressi nella mente.

Aggiornamento, 20 maggio 2011


Nella foto, la pag. 3 del quotidiano arabofono Attajdid (organo del PJD, formazione islamica moderata), edizione 20/22 maggio 2011. In evidenza il racconto di Moussadek Benkhadra, rinchiuso nel centro di Temara nel 1995. Benkhadra, rimasto per otto anni all'interno della prigione, ha fornito una mappa dettagliata dei sotterranei del luogo, specificando il numero e la disposizione delle celle, il posizionamento delle stanze riservate agli interrogatori e delle camere di tortura.
Il Procuratore del re, invece, dopo la visita al centro effettuata nei giorni scorsi, ha ribadito che "Temara è soltanto una sede amministrativa", pertanto nessun crimine o violazione viene commessa al suo interno. Misteriosamente, i detenuti islamici che avevano denunciato attraverso video e dichiarazioni le torture subite durante il loro passaggio nella sede della DST sono scomparsi dalle prigioni. E' questo il prezzo per chi non si accontanta della "versione ufficiale"?