venerdì 25 marzo 2011

Nadia Yassine e l’“unione sacra” per la democrazia

Dopo l’imponente mobilitazione che domenica scorsa ha portato in strada, nelle principali città del regno, decine di migliaia di marocchini per dire basta all’assolutismo monarchico, la protesta è continuata in settimana con scioperi e manifestazioni in tutte le università. Il Movimento 20 febbraio sembra aver risvegliato definitivamente la coscienza di un popolo stanco di essere suddito e desideroso di dignità, democrazia e uguaglianza. Per capire meglio la natura di questo movimento, dalle caratteristiche inedite nella storia della dissidenza nel paese, (r)umori dal Mediterraneo ha incontrato Nadia Yassine, uno dei volti più rappresentativi dell’associazione islamica Al Adl wal Ihssane (“Giustizia e Carità”). Assieme ai militanti amazigh, alla sinistra radicale e alle ong per i diritti umani, l’organizzazione fondata negli anni ottanta da shaykh Abdessalam Yassine (funzionario al Ministero dell’Educazione e discepolo sufi della confraternita Bushishiyya) è infatti una delle forze sociali che più si è implicata, fin dall’inizio, a sostenere le azioni e le rivendicazioni promosse dal “20 febbraio”.

Giustizia e Carità nella manifestazione del 20 marzo a Rabat

Nadia Yassine, figlia della guida spirituale e politica e “portavoce de facto” dell’associazione (come lei stessa si definisce), ci ha accolto in un appartamento di Salé, non troppo lontano dalle mura della prigione al cui interno i detenuti della salafiyya stanno portando avanti da giorni la loro protesta (revisione dei processi-farsa e scarcerazione). L’abitazione è in realtà la sede della sezione femminile di Giustizia e Carità, fondata dalla stessa Nadia nel 1991: “attualmente non ho nessun incarico ufficiale, la sezione è diretta da un comitato di quindici sorelle, che lavorano all’educazione della base, all’interpretazione dei testi e allo studio della giurisprudenza islamica. A me hanno lasciato questa stanza, una piccola libreria e le poltrone per ricevere gli ospiti”, scherza la signora Yassine, capelli ricoperti da un foulard di colore viola e la battuta sempre pronta.
Nell'aprile del 1984, a qualche giorno dalla tradizionale parata del 1° maggio organizzata dalla sinistra sindacale, nessuno immaginava che le centinaia di giovani seduti sull'asfalto ed abbracciati l'uno all'altro davanti al tribunale, pronti a sfidare in maniera pacifica le cariche dei poliziotti, appartenessero ad un gruppo islamista. Il processo del 1984 (il terzo in pochi anni a carico del ribelle Abdessalam Yassine, costretto poi agli arresti domiciliari dall’89 al ’99) ha rivelato all'opinione pubblica l'esistenza di Al Adl wal Ihssane (anche se questa appellazione viene usata solo a partire dal 1987), un movimento determinato e ben radicato nella società, pur non essendo riconosciuto dal regime, capace di fondere assieme le virtù carismatiche del suo mentore, il misticismo di matrice sufi e l'attivismo politico-sociale. Le cifre sulla reale consistenza di Giustizia e Carità restano tuttora un tabù (40 mila secondo le autorità, quasi 200 mila per i responsabili dell’organizzazione), quello che è certo è la diffusione capillare dell’associazione in tutto il territorio nazionale, sia nelle grandi città che nelle regioni interne. “In origine erano i quadri dell’insegnamento e gli studenti delle università a rappresentare il grosso delle adesioni, mentre negli ultimi anni all’interno dell’organizzazione sono presenti tutte le categorie sociali, tranne quelle che stanno divorando le risorse del paese”, precisa Nadia, con un sorriso che non riesce a scomporre il suo stile sobrio e allo stesso tempo elegante, come il piccolo studio in cui ci ha accolto.
Laureata in giurisprudenza all’università di Fes, questa cinquantenne colta e carica di ironia (che sembra aver ereditato a pieno il carisma del padre) è stata costretta nei primi anni ottanta ad abbandonare il master in Scienze Politiche “poiché alcuni professori stavano facendo di tutto per ostacolarmi, assegnandomi delle valutazioni ideologiche e non di merito”. Erano gli anni della maturazione, l’inizio del suo impegno militante all’interno del gruppo islamista, “anche se il mio era più un bisogno spirituale che una convinzione politica”, confessa Nadia, divenuta suo malgrado una delle più note oppositrici del regime, un compito assunto, almeno in principio, “quasi per caso, o meglio, per necessità”. “In realtà la mia indole propendeva più per la letteratura e per l’arte in generale. Ma il giorno in cui rapirono mio padre, per poi rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico (1974), sono caduta nel paiolo dell’attivismo politico, come Obelix con la pozione magica. E’ stata una reazione immediata, tanto era l’affetto che provavo (e tuttora provo) per lui. Sono stata in un certo senso costretta a schierarmi in prima linea. Ricordo che quando andavo a trovarlo portavo sempre con me, nascosti sotto la jellaba, quaderni, penne, lettere e ogni cosa potesse essergli utile in quel luogo infernale. Stessa cosa nel 1981, quando mio padre fu imprigionato nel carcere di Lahlou, costretto a dormire per terra in una cella infestata dai topi. Dovevo battermi, dovevo fare qualcosa per lui, così iniziai a parlare con i giornalisti, a spiegare il perché di una simile repressione e che cosa fosse in realtà la nostra organizzazione. Da allora non ho più smesso, anche se oggi penso sia giunto il momento di ritirarmi e di dedicarmi ai miei veri interessi, la scrittura e la pittura”. Dopo la pubblicazione di Toutes voiles dehors (2003), Nadia Yassine sta ultimando infatti la stesura di un nuovo testo, “questa volta un romanzo, ambientato in uno scenario avanguardista”, che vuole offrire lo spunto per una rilettura critica “dell’ormai noto scontro di civiltà”. Nadia approfitta dell’intervista per concederci un breve anticipazione: “tra le scorie del Mare del Nord viene ritrovata una ragazza. Non parla, nessuno sa chi sia e l’equipe scientifica che la segue, dopo averle insegnato la lingua, le lascia la possibilità di presentarsi e di raccontare il suo passato. Le parole svelano la sua identità, si tratta di Sherazade, che comincia a raccontare una storia ben differente da quella delle mille e una notte. Una storia fatta di bombardamenti e distruzione…ma lasciamo da parte Baghdad e il Medio Oriente per tornare nell’estremo occidente maghrebino, che credo a lei interessi di più”.

Nadia Yassine assieme al padre Abdessalam

Intervista a Nadia Yassine (Salé, 19 marzo 2011)

Signora Yassine, nel 2005 è stata accusata formalmente di “attacco alle istituzioni sacre della nazione” per aver espresso le sue convinzioni repubblicane e per aver auspicato la fine dell’autocrazia alawita nel corso di un’intervista rilasciata al giornale al-Usbu’iya al-Jadida. Fino ad ora non è stata emesso alcun giudizio. A che punto è il processo?
E’ una vera spada di Damocle che pesa tuttora sulla mia testa, così funziona il makhzen. Quando qualcuno lo disturba con le sue affermazioni, o viene condannato velocemente o viene coinvolto in processi di eterna durata, come un cappio stretto attorno al collo. Sono sei anni che le udienze vengono rimandate. Il prossimo appuntamento è il 5 maggio, al tribunale di Rabat.

In questi anni ha per caso cambiato idea o preferisce sempre la repubblica alla monarchia?
Sono rimasta della stessa idea, non cambio parere come se fosse una camicia o meglio un foulard. Tuttavia, quando ho dichiarato la mia preferenza per il modello repubblicano, un sistema di governo che ritengo molto più vicino a quello originario tramandato dalle sacre scritture, l’ho fatto non solo per convinzione, ma anche per ribadire il mio diritto alla libera opinione. D’altro canto faccio parte di un movimento estremamente pragmatico, oltre che non violento, che deve fare i conti con quello che gli succede attorno. Non siamo dei sognatori e crediamo che l’avanzamento debba essere progressivo funzionale ai bisogni del popolo.

E’ per questo motivo che avete deciso di “collaborare” con altre correnti ideologiche, come per esempio la sinistra radicale?
Non siamo noi ad aver cambiato atteggiamento, piuttosto lo sguardo esterno nei nostri confronti, in un contesto in ebollizione come quello attuale. Ma il movimento Al Adl wal Ihssane si è sempre mosso su due livelli. Il primo, diciamo teorico, che ci vede intransigenti rispetto alla questione della monarchia ereditaria. L’autocrazia reale non ha nessun fondamento nei principi dell’islam, lo abbiamo sempre affermato forte e chiaro. Il secondo, diciamo più pratico, che prevede il rifiuto della violenza e la necessità dell’implicazione sociale, e da qui il bisogno pragmatico di confrontarci con le altre realtà sociali e politiche. Da quando è stato creato il “comitato politico”, nel 2000, non abbiamo mai smesso di chiedere l’apertura di un dibattito pubblico tra tutte le realtà politiche e sociali nazionali. Nel libro Islamiser la modernité mio padre l'ha scritto nero su bianco: “Giustizia e Carità sostiene la democrazia, il multipartitismo, la separazione dei poteri, e vuole arrivare ad un’intesa con tutte le componenti della società civile che si riconoscono nella comune appartenenza all’islam”, un’identità a mio avviso inclusiva e federatrice.

Nessun problema quindi, dopo anni di scontri nei campus universitari, a scendere in piazza al fianco degli attivisti berberi e della sinistra radicale?
La ritengo un’unione sacra, un gesto estremamente interessante che denota la maturità politica raggiunta da tre forze democratiche e ben ancorate nel tessuto popolare. Se oggi il Marocco può ambire ad un futuro diverso, fatto di dignità e uguaglianza, è grazie all’unione di intenti raggiunta sul campo da queste tre componenti, una strategia basata sul rispetto reciproco in cui Giustizia e Carità crede profondamente.

Resta comunque il discorso legato alla religione di Stato. Alcune delle componenti sociali che manifestano oggi assieme a voi si dichiarano apertamente laiche (AMDH, movimento amazigh, Annhaj Addimocrati). Come pensate di confrontarvi con questa realtà?
Sarò sincera, è inutile girarci intorno. Non posso certo dirvi che al movimento Giustizia e Carità non interessi uno Stato che sia basato, tra le altre cose, sull’identità islamica. D’altronde nemmeno le forze politiche che fanno ora parte del sistema (parlamento, elezioni, etc..) hanno mai rigettato questa identità islamica, sancita perfino dalla costituzione, né un istituto obsoleto come la commanderie des croyants. Si fa presto ad innescare la paura e a gridare all’oscurantismo sostenendo che Al Adl vuole uno Stato islamico. Ma io quando ho parlato di repubblica non l’ho mai definita islamica. Non è certo al modello iraniano che faccio riferimento, non ci interessa un’altra autocrazia e una nuova dittatura basata sulla religione. L’identità islamica, che noi immaginiamo come una delle caratteristiche del Marocco del futuro, dovrà essere il frutto di una concertazione sociale, dovrà rispondere alle esigenze democratiche della popolazione. Per questo l’esempio dell’Iran non deve essere preso in considerazione, mentre quello turco, un sistema alla base laico dove un partito islamico ha saputo intervenire soddisfacendo la grande maggioranza dei cittadini, è molto interessante. Erdogan ha promosso un islam moderno, democratico e pragmatico, che ha dato i suoi frutti sia sul piano sociale che su quello economico. La monarchia marocchina ha giocato per decenni sulle differenze etniche e tribali della popolazione e il paese potrebbe correre il rischio di una frantumazione (non solo sociale). Per questo ritengo che l’islam resti comunque un elemento federatore, un collante a cui è prematuro assegnare uno status, ma che le correnti laiche, che come noi spingono per il cambiamento, non possono permettersi di escludere a priori.

Come spiega l’unione tra la modernità e l’identità islamica dello Stato, difesa dal suo movimento?
La cosa più importante da fare, in questo dibattito sull’identità islamica che noi proponiamo, è chiarire di quale islam stiamo parlando. L’islam che ci interessa è quello dell’ijtihad, quello dell’interpretazione e della contestualizzazione continuativa, che è stato di fatto escluso dalla gestione del potere alawita. Anche per questo noi mettiamo in discussione la natura stessa del regime. Già dal tempo degli Omayyadi l’ijtihad, e dunque l’intervento della ragione, della razionalità, è stato messo al bando. Una scelta politica. Ora, questo non è un motivo sufficiente per gettare il bambino assieme all’acqua sporca. Gli Omayyadi hanno fatto un vero colpo di Stato, hanno utilizzo l’islam per le loro esigenze, per il loro potere personale, modificando un messaggio che era all’origine profondamente democratico, mentre il potere non è che uno strumento per veicolare un messaggio universale. Ci accusano di oscurantismo, ma uno dei compiti principali della nostra associazione è proprio il lavoro di rilettura e di reinterpretazione delle scritture, in tutti gli ambiti, dallo statuto della donna nella società alla relazione tra la umma e l’alterità. Cerchiamo di tornare alle fonti primarie dell’islam non per riproporre un modello arcaico, ma per dimostrare che quelle stesse fonti, confiscate e travisate dagli ingranaggi del potere, ci permettono di essere musulmani e allo stesso tempo estremamente moderni. Tuttavia, per riportare alla luce quei testi bisogna lottare contro un regime che non ne vuole sapere, che vuole perpetuare un’immagine arcaica e falsata della nostra religione, compromettendone anche il lato puramente spirituale. Come ha scritto recentemente Edgar Morin nel libro La voie, “l’uomo non ha solo bisogno di mangiare e dormire, occorre che la sua vita abbia un senso”. La gente è in cerca di spiritualità, ha sempre più bisogno di trovare un senso all’esistenza ed io credo che l’islam, un messaggio in sé universale e universalista, possa restituire questo senso. Sarebbe un vero peccato dovervi rinunciare a causa delle scelte sbagliate e delle false interpretazioni che sono state imposte a livello politico.

Può fornirmi degli esempi concreti della lettura moderna che Giustizia e Carità applica ai precetti dell’islam?
Per prima cosa sono qui di fronte a lei e le sto parlando in assoluta libertà. Nell’islam radicale e in quello tradizionalista una donna non ha il diritto di ricevere e intrattenere gli ospiti senza la presenza del marito, del capofamiglia o del tutore. Già mio padre, nei suoi scritti, si è rivolto alle donne affermando: “nessun altro a parte voi e la vostra lotta riuscirà a liberarvi”. Non mi sembra una dichiarazione poi così oscurantista. All’interno del movimento ci sono donne che stanno studiando per acquisire lo statuto di alim, che rivedono testi giuridici e preparano nuove interpretazioni, per diffondere tra la popolazione una lettura progressista dell’islam con argomentazioni solide. In Amir al muminat mio padre parlava già di divorzio e non di ripudio, un diritto riconosciuto nel Corano stesso purché liberato dalle interpretazioni retrograde e maschiliste che hanno dominato fino ad oggi. Nella nostra storia ci sono un’infinità di esempi e esperienze progressiste da riprendere, come quella di Ibn Aardoun che ha imposto la divisione dei benefici familiari e dell’eredità in parti uguali tra l’uomo e la donna (nella regione di cui era mufti). Ibn Aardoun (a mio avviso un vero alim e non uno pupazzo manovrato dal consiglio degli ulama che impone le linee rosse e le interpretazioni gradite al Palazzo) ha fatto uno sforzo di riflessione personale ed è riuscito a trovare una soluzione al problema dell’eredità pur restando fedele alle linee guida degli Hadith e del libro sacro, che predica per prima cosa la giustizia sociale. Il fatto che il makhzen abbia deciso di lasciare ai margini questo tipo di esperienze e di interpretazioni è la risposta ad un bisogno politico. Al regime serviva una giurisprudenza che veicolasse la superiorità dell’uomo sulla donna, poiché la società doveva essere il riflesso di un sistema politico fondato sull’obbedienza dei sudditi ad un capo assoluto.

Mi sembra che stia facendo leva soprattutto sullo statuto della donna e sulla questione della moudawana (il codice di famiglia marocchino), non è così?
Sì, è uno degli aspetti che più mi sta a cuore, soprattutto dopo le accuse che hanno lanciato contro Giustizia e Carità al momento della riforma del codice (2004). Hanno detto che il nostro movimento si è opposto al cambiamento e all’ingresso nella modernità, ma non è vero. Sono stata una delle prime donne a schierarmi contro il vecchio codice di famiglia, assieme ad alcune femministe di sinistra. Il patriarcato e l’autocrazia sono due facce della stessa medaglia. Non si può mettere in discussione l’una senza coinvolgere anche l’altra. Per questo legame intrinseco il potere ha atteso decenni prima di cedere alle pressioni della società. Se Al Adl, in quell’occasione, ha affermato che “bisogna cambiare la moudawana pur restando in un registro islamico”, è perché ci sono svariate letture interpretative dell’islam, moderne e interessanti, oltre a quella arcaica e oscurantista adottata dal makhzen. Quindi, perché cercare soluzioni altrove, quando sono disponibili già nella nostra cultura? Il problema quindi non sta nella riforma in sé, ma nel modo in cui viene attuata.

Seguendo le dichiarazioni che ha rilasciato negli ultimi anni, il suo giudizio sul nuovo codice resta comunque critico. Perché?
La prima cosa da fare è contestualizzare la moudawana. Quella marocchina è una società affetta da un alto tasso di analfabetismo, fenomeno ancor più rilevante nel caso delle donne e delle regioni rurali o montagnose, e dalla diffusione endemica della corruzione, una pratica che colpisce l’universo femminile con maggiore intensità. Dunque le donne sono le prime vittime di un sistema violento e corrotto, su cui è stata calata quella che io definisco una riforma-fiction, che non influisce minimamente nella realtà quotidiana di un popolo per metà ancora contadino. Quando critico la nuova moudawana non lo faccio da un punto di vista religioso, ma da una prospettiva politica e sociale. Sono stati riconosciuti alle donne dei finti diritti, dal momento che nulla è stato fatto per accompagnare queste misure sul piano sociale e politico, per renderle effettive ed efficaci.

Mi spieghi meglio il suo concetto di “riforma-fiction”. Perché afferma che i diritti sanciti dalla moudawana non sono “effettivi ed efficaci”?
Concedere diritti è un gesto lodevole, ma non concedere i mezzi per appropriarsi di questi diritti è un inganno, una mela avvelenata. Al momento, non esistono sevizi sociali che possano accompagnare le donne nella pratica della nuova legge, né tanto meno le condizioni sociali perché la moudawana possa trovare applicazione. Sono problemi che oggi vengono riconosciuti perfino dalle associazioni e dalle ong ritenute “femministe”. Noi avevamo lanciato l’allarme già durante la fase di approvazione del codice, poiché avevamo la distanza necessaria, essendo all’esterno del sistema, per vederne le contraddizioni e le insufficienze, per capire che la rivoluzione femminista annunciata dal sovrano sarebbe rimasta nei fatti l’ennesima maquette. Concretamente, prendiamo l’età minima per il matrimonio, che è stata portata da quindici a diciotto anni. Bene, anzi benissimo dal mio punto di vista, quello di una madre che appartiene ad una classe sociale medio-alta. Ma il Marocco non è composto solo da donne benestanti che possono accedere agli studi e scegliere quale istituto frequentare. La maggioranza vive nelle campagne, nelle montagne o nei sobborghi urbani in condizioni precarie. Ora immagini una qualunque famiglia povera nel contesto rurale, un contesto affetto da analfabetismo sia maschile che femminile e da un maschilismo intrinseco nella coscienza marocchina da quattordici secoli a questa parte. I genitori, se possono mandare a scuola un figlio, scelgono il maschio. Le ragazze, invece, si trovano di fronte a tre possibilità: il matrimonio, la prostituzione, o partire verso la città più vicina e mettersi al servizio di una famiglia benestante. Non mi invento niente è la realtà marocchina che parla da sola e finché queste saranno le condizioni non ci sarà nessuna moudawana che tenga. Basta fare un’inchiesta sul campo, come ho fatto io assieme alle sorelle dell’associazione, per rendersene conto. Sa qual è la conseguenza di una simile realtà? Sa cosa succede oggi nei tribunali? Ci sono code infinite di ragazze che vogliono sposarsi a quindici/sedici anni e che per legge hanno bisogno dell’autorizzazione del giudice. Alcune famiglie mi hanno confessato di aver speso 2 mila dirhams solo per gli spostamenti dall’inizio della procedura, senza contare i soldi necessari per corrompere il magistrato. Può immaginare i sacrifici, sapendo che 2 mila dirhams corrispondono al guadagno annuale di una famiglia contadina povera. Qual è allora la soluzione a cui ricorre la gran parte di queste famiglie? Il matrimonio religioso, un imam, dodici testimoni ed è risolto il problema senza troppe spese o sbattimenti per avere la validazione legale. Se fossimo degli oscurantisti dovremmo gioire di questa situazione, invece ci battiamo per denunciarla e riceviamo pure gli insulti. La religione dovrebbe proteggere i diritti, invece oggi migliaia di ragazze sono doppiamente vittime, della società e di questa moudawana che le difende solo sulla carta. Se fosse una questione religiosa, si potrebbe alzare l’età del matrimonio anche sopra i diciotto anni, basta il consenso dei giuristi e l’accordo della società (maslahah). Ma il problema, il nodo della questione sollevata da Giustizia e Carità è prettamente sociale e politico. Quelli che affermano il contrario sono solo dei pedofili che giustificano le loro voglie servendosi di una religione a proprio uso e consumo.

Approfitto di questa sua lunga analisi per proporle una valutazione dei primi dieci anni di regno di Mohammed VI, di cui la riforma della moudawana è uno degli aspetti che più hanno interessato gli osservatori occidentali. Parlando di “eccezione marocchina”, alcuni di questi osservatori definiscono il Marocco di Mohammed VI come un paese democratico. Che ne pensa Nadia Yassine?
Le elezioni ogni cinque anni e la presenza, direi esclusivamente fisica, di un parlamento, non hanno niente a che vedere con la democrazia. Il parlamento in Marocco è un regalo di Hassan II, che prima si è divertito a dividere le forze politiche uscite dal blocco nazionale poi, dopo averle tenute al margine, le ha inserite nella sua scacchiera personale al fianco dei partiti makhzeniani. “Il parlamento è un circo”, lo aveva dichiarato lo stesso Hassan II di fronte alle telecamere e negli ultimi dieci anni non è cambiato niente. Il re continua a muovere le pedine a suo piacimento, a giocare a scacchi con il morto. E’ sufficiente leggere l’attuale costituzione. Articolo 19 e articolo 35, tutti i poteri sono nelle mani del sovrano, conclusione: il parlamento continua ad essere un circo. Per poter parlare di democrazia non bastano i simboli, nel nostro caso parlamento ed elezioni, ma serve una costituzione che statuisca delle garanzie concrete, che riconosca l’uguaglianza dei cittadini e che protegga i loro diritti e le loro libertà. Siamo ancora molto lontani e finché le basi di questo regime resteranno immutate i marocchini non avranno voce in capitolo sul proprio destino.

Lei ha appena parlato di diritti e libertà. Crede che almeno su questo piano qualche avanzamento negli ultimi anni ci sia stato?
Si, obiettivamente sono stati fatti dei passi in avanti rispetto agli “anni di piombo”. All’epoca di Hassan II, per esempio, non sarebbe stato possibile riceverla e parlare con lei. Tazmamart non c’è più e per mettere a tacere gli oppositori vengono utilizzati metodi meno brutali, come una giustizia asservita al sistema. Prima erano i rapimenti e i bagni penali, ora sono i tribunali. Tuttavia, il fatto che la tutela dei diritti umani sia stata inscritta nella costituzione, non dipende da un cambiamento della natura del regime, ma è il risultato delle lotte portate avanti da una società civile cosciente e democratica e della presenza di un contesto internazionale sempre più vigile e pressante, anche grazie al ruolo dei media di massa.
Il miglioramento sul piano dei diritti e delle libertà è innegabile, ma ciò non significa la fine degli abusi e delle prevaricazioni da parte di un regime che resta intrinsecamente autoritario e dispotico. Prendiamo il caso della legge anti-terrorismo e della repressione contro gli islamisti della salafiyya dopo gli attentati di Casablanca. Migliaia di arresti, sparizioni, condanne senza l’ombra di una garanzia legale. Il centro di detenzione segreta e di tortura della DST (i servizi di sicurezza interni, ndr) a Temara è stato oggetto di un rapporto di Amnesty International nel 2004 ed è tuttora attivo, nonostante le autorità continuino a negarne l’esistenza. Del resto i membri di Giustizia e Carità continuano a sperimentare sulla loro pelle l’atteggiamento repressivo del makhzen, tanto che il nostro movimento ha finito per raccogliere l’eredità delle organizzazioni di sinistra nella denuncia delle violazioni, mettendo in atto una contro-strategia di resistenza pacifica fin dagli anni novanta.

Giustizia e Carità è un movimento per l’appunto pacifico e dichiaratamente democratico. Perché il regime continua a negarvi il diritto all’esistenza legale?
Per il messaggio di cui siamo portatori. Nella nostra teoria fondativa, la monarchia ereditaria è considerata un’aberrazione sul piano religioso e uno scandalo su quello politico. Di conseguenza, siamo considerati dei pericolosi sovversivi da un potere che trae legittimità dalla discendenza profetica e dall’Imarat al muminine (art. 19, il sovrano è Capo dei credenti. Ndr). Possiamo definirlo il nodo gordiano attorno a cui ruota la questione del riconoscimento ufficiale di Giustizia e Carità.

Dunque la vostra esistenza non è riconosciuta, ma viene ugualmente tollerata…
Hassan II aveva fatto bene i suoi calcoli. Quando l’organizzazione è apparsa all’opinione pubblica nazionale eravamo in piena rivoluzione komeinista. Il timore di una deriva all’iraniana ha spinto il regime a rimanere vigile e diffidente. Ma allo stesso tempo non è mai arrivato allo scontro frontale. Hassan II sapeva che Giustizia e Carità sarebbe potuta tornare utile al sistema. Prendiamo ad esempio i tre punti che guidano l’azione del movimento: la non violenza, l’autofinanziamento da parte dei membri cioè la rinuncia a donazioni esterne da qualunque parte esse provengano, e la trasparenza. Per trasparenza intendo il rifiuto della clandestinità come strategia operativa, la chiarezza negli obiettivi dell’associazione e nella sua composizione (l’organigramma è disponibile on-line nel sito aljamaa.net). In altre parole, non abbiamo niente da nascondere, non siamo dei terroristi e il regime, che ci conosce, lo sa bene. Per questo ha voluto conservarci come una valvola di sfogo sociale. E’ meglio che la collera di ampi strati della popolazione, che si riconosce nei fondamenti dell’islam, sia canalizzata all’interno di una realtà nota e dichiaratamente non violenta, piuttosto che lasciata alla mercé delle reti qaidiste o affini. Ecco più o meno il ragionamento che relega l’organizzazione in questo limbo esistenziale.

Avete la possibilità di organizzare incontri o assemblee pubbliche?
No, per questo genere di cose serve la ricevuta del Ministero dell’Interno, il famoso riconoscimento legale, che noi non abbiamo. Negli ultimi mesi la polizia sta cercando perfino di impedire le riunioni private che si svolgono negli appartamenti, soprattutto quelle della sezione femminile. Aspettano le sorelle all’uscita e le portano in commissariato con una messa in scena da film americano, per impressionare gli altri abitanti del quartiere che si domandano se tra loro non si nasconda per caso Bin Laden. Qualche ora di accertamenti, a volte interrogatori per tutta la notte e poi vengono rilasciate. Deve sapere che in Marocco, quando una donna sola entra in commissariato, non si fa una bella nomea agli occhi della gente….

Oltre a queste forme di intimidazione, negli ultimi giorni il regime ha puntato chiaramente il dito contro di voi per giustificare la repressione a Casablanca e a Khouribga. Che cosa ne pensa?
E’ l’ennesima montatura, una strategia di diffamazione mediatica per gettare discredito sul movimento. Mio padre nel 1973 aveva scritto L’islam ou le deluge (“L’islam o il diluvio”), una lettera indirizzata ad Hassan II che può essere considerata il manifesto di Al Adl wal Ihssane. Non parlava del diluvio di Noè, ma di un “diluvio politico”, di uno sconvolgimento. Il makhzen, se prendiamo in considerazione le sue dichiarazioni in merito alle violenze di Casablanca e Khouribga, è entrato pienamente in questa fase di sconvolgimento, i responsabili sono in stato confusionale e non sanno più che misure adottare per salvare il sistema. Una soluzione possibile è sembrata quella di far paura alla popolazione e di dividere il Movimento 20 febbraio, attaccando e screditando una delle sue componenti più solide.

Una delle “componenti più solide” e allo stesso tempo la meno visibile, al contrario dei militanti amazigh e delle associazioni per i diritti umani per esempio. Come mai?
Nel momento in cui abbiamo aderito al Movimento 20 febbraio, decidendo così di apportare il nostro sostegno a questi ragazzi coraggiosi, ci siamo imposti di mantenere un basso profilo. La nostra scarsa visibilità, dunque, è il frutto di una scelta consapevole, ponderata. In primo luogo per non dare adito a chi approfitta di ogni occasione per accusarci di estremismo e di voler gettare il paese nel caos. Poi, per non prevaricare nessuna delle altre “anime” del Movimento, che resta alla base una rivolta di giovani indipendenti e democratici, di cui Giustizia e Carità non vuole appropriarsi. In più bisogna tenere conto del contesto internazionale, con l’esempio tunisino ed egiziano in testa. Tra le potenze occidentali sembra esserci un consenso tacito, in riferimento a quanto sta accadendo nel mondo arabo: “fintanto che gli islamisti restano al margine, possiamo lasciare le cose evolversi secondo il loro ritmo naturale”. Noi vogliamo che si arrivi ad un vero cambiamento, non assumiamo certe posizioni per farci belli o al solo scopo di avere visibilità, a maggior ragione se un tale atteggiamento rischia di diventare controproducente, pregiudicando l’obiettivo finale. Per questo siamo là, siamo presenti, ma allo stesso tempo cerchiamo di rimanere lontano dai riflettori.

In conclusione, cosa pensa del discorso pronunciato da Mohammed VI pochi giorni fa?
E’ una tattica di diversione, tante belle parole che in concreto non apportano niente di nuovo. Gli intenti all’apparenza possono sembrare interessanti, il riconoscimento costituzionale della lingua amazigh, la condivisione del potere esecutivo con il primo ministro. Ma che significa poi condividere il potere esecutivo? Che cosa si può condividere con un sovrano che è rappresentante supremo della nazione e capo dei credenti? Forse Mohammed VI ha voluto prendere tempo, nella speranza che la contestazione si indebolisca. In ogni caso il discorso del 9 marzo non annuncia nessun cambiamento sostanziale. Per poter parlare di democrazia, la costituzione attuale deve essere buttata nella spazzatura, l’ho già detto nel 2005 e lo confermo. Serve una nuova costituzione che scaturisca dal popolo, non l’ennesima concessione reale che non è più una novità per un paese che in cinquantacinque anni di storia indipendente ha già vissuto quattro riforme costituzionali, con relativi referendum, senza che la situazione politica e sociale sia mutata di una virgola. E’ stato un colpo di teatro, con cui la monarchia assoluta ha confermato la sua esigenza primaria: perpetuarsi a discapito della volontà popolare. Vorrei ricordarle che ad un anno dall’ascesa al trono di Mohammed VI, un giornalista del Time chiese al nuovo re quale fosse l’ultimo consiglio datogli dal padre prima di morire e la risposta fu: “durare!”. E’ questo il titolo da dare al discorso del sovrano. Sinceramente, non ho nulla di personale contro Mohammed VI, lo considero solo una vittima del suo stesso sistema.

lunedì 21 marzo 2011

20 marzo: sboccia la “primavera marocchina”

RABAT - Il Marocco democratico ha risposto in massa all’appello lanciato dal Movimento 20 febbraio: migliaia di manifestanti, in tutte le città del regno, sono scesi in strada nel “giorno della dignità” (domenica 20 marzo, ndr) per ribadire alle autorità che è ormai finito il tempo dell’autocrazia e del dispotismo. “Il popolo vuole far cadere il regime”, “makhzen (l’apparato tentacolare con cui la monarchia impone il suo controllo assoluto, ndr) vattene! Dissoluzione del governo e del parlamento!”, gli slogan che riecheggiano da Tangeri a Laayoune fino alle piazze della capitale.
Casablanca, 20 marzo
Difficile disporre al momento delle cifre complessive che hanno segnato una giornata storica per tutti i democratici marocchini, pronti a continuare le dimostrazioni fino a che la loro piattaforma non verrà accolta (tra le rivendicazioni, il riconoscimento della sovranità popolare e dell’uguaglianza tra tutti i cittadini e l’instaurazione di una monarchia parlamentare): mamfakinch!, “fino in fondo!”, dicono apertamente i cartelli esposti dai manifestanti. Di certo la partecipazione è stata ancor più numerosa rispetto alla prima giornata di protesta, domenica 20 febbraio, quando il Movimento era riuscito a mobilitare circa 300 mila persone in cinquantatre località del paese. I primi dati parlano di oltre 50 mila presenze a Casablanca, 10 mila a Rabat, Tangeri, Agadir, Fes e Chefchaouen (una documentazione video è disponibile su YouTube e sul sito http://www.mamfakinch.com/), mentre gli organizzatori attendono ancora i riscontri dalle città e dai villaggi delle regioni interne (Rif, Medio e Alto Altlante, Orientale e Souss).
Il silenzio dei media ufficiali in merito all’iniziativa è rotto soltanto da una breve nota diffusa nella serata di ieri dalla MAP (l’agenzia stampa nazionale) secondo cui “le manifestazioni hanno coinvolto in totale 35 mila persone che hanno scandito slogan contro l’aumento del costo della vita e per il miglioramento delle condizioni sociali”. Se la gran parte dei giornali ha ottemperato alle direttive di Palazzo, ignorando o minimizzando la portata delle dimostrazioni e la vera natura del malcontento popolare, il secondo canale della televisione pubblica, 2M, è andato ancora più in là, accusando direttamente l’associazione islamica Giustizia e Carità di essere la vera artefice della protesta e presentando il movimento guidato da shaykh Yassine come un’organizzazione “illegale ed estremista”. Pronta la risposta di Nadia Yassine, una dei membri di spicco dell’associazione e figlia del fondatore Abdessalam: “sosteniamo la necessità di una nuova dinamica sociale propositiva e innovatrice, di cui Giustizia e Carità, movimento non violento e pragmatico, rappresenta solo una parte al fianco delle altre realtà, che non vogliamo assolutamente prevaricare. Non abbiamo certo intenzione di gettare il Marocco nel caos, come qualcuno vorrebbe far credere in questo momento”.
In tutte le città le manifestazioni si sono svolte in maniera pacifica; la polizia, pur presente in forze nei quartieri interessati dalle marce e dai sit-in in programma, ha lasciato sfilare i cortei rinunciando all’atteggiamento repressivo e violento che aveva contraddistinto il suo operato nelle scorse settimane. Tra gli episodi più gravi, l’intervento brutale registrato domenica 13 marzo a Casablanca. In quell’occasione, come ricorda un comunicato di Amnesty International, “le forze di sicurezza hanno fatto un uso ingiustificato della forza per disperdere il sit-in organizzato dal Movimento 20 febbraio in piazza Mohammed V”, lasciandosi dietro decine di feriti e mantenendo in stato di detenzione (per 24/48 ore) almeno centoventi persone. Un simile intervento è sintomo di “una regressione inquietante che svuota di senso la promessa fatta qualche giorno prima dal sovrano del Marocco di intraprendere una riforma costituzionale di fondo e di garantire il rispetto dei diritti umani nel paese”, ha dichiarato Philip Luther, responsabile dell’ong per l’area MENA (Nord Africa e Medio Oriente). Lo stesso Luther aveva chiesto alle autorità marocchine, nel comunicato diffuso pochi giorni fa dall’organizzazione, “di rispettare il diritto dei manifestanti ad esprimere le proprie opinioni e rivendicazioni in maniera pacifica” e di “permettere lo svolgimento delle dimostrazioni previste per domenica 20 marzo”.

“Se il popolo vuole vivere…”
A mezzogiorno di domenica 20 marzo, nella capitale si respira aria di primavera. La temperatura, non solo atmosferica, si riscalda e il sole africano è già alto quando la folla radunatasi a Bab Lhad, circa 10 mila persone, si muove lungo l’avenue Mohammed V, puntando dritto verso il parlamento. Il centro di Rabat è invaso da un fiume colorato di striscioni e bandiere, da una selva di manifesti e megafoni che sfila sotto lo sguardo attento della polizia e delle forze ausiliarie. E’ un corteo pacifico e festoso quello organizzato dal Movimento 20 febbraio, ma ben determinato a far sentire la propria voce e a rilanciare le rivendicazioni che hanno animato il paese da un mese a questa parte. “Siamo più numerosi del 20 febbraio, a Casablanca ci sono 80 mila persone in strada”, esclama con entusiasmo Nizar, uno dei giovani promotori dell’evento, che poi continua: “le mobilitazioni stanno prendendo sempre più vigore, nonostante la repressione subita nei giorni scorsi e le promesse, insufficienti e ormai anacronistiche, fatte da Mohammed VI per guadagnare tempo e fiaccare la protesta”. “Il popolo ha detto no alle briciole offerte dal sovrano. Dopo la giornata di oggi non ci sono più dubbi: la frattura tra la società e l’élite che la dirige non può essere colmata dal sistema in atto”, rilancia Oussama Khalfi, altro volto noto dei dissidenti Facebook.
Le donne della salafiyya manifestano
Di fronte all’assise nazionale oltre ai ragazzi del Movimento 20 febbraio, che hanno lanciato la mobilitazione attraverso il social network, sono presenti le organizzazioni (circa ottanta) della società civile confluite all’interno del CNAM (Consiglio nazionale di appoggio al movimento). Ci sono i partiti politici della sinistra radicale, le ong per i diritti umani con in testa l’AMDH, le associazioni amazigh e gli attivisti del movimento islamico Giustizia e Carità, tutti uniti sotto le stesse parole d’ordine: “Dignità, libertà e giustizia sociale”, “la monarchia non deve essere sacra, la democrazia sì!”, “il popolo esige la dissoluzione della polizia politica”, “la holding reale deve essere nazionalizzata”. Dalla parte opposta del viale, intanto, un drappello formato da alcune centinaia di persone ha raggiunto il resto del corteo. Sono le famiglie dei detenuti islamici finiti in carcere in seguito agli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca. Anche loro hanno deciso di partecipare alla protesta. “Vogliamo la liberazione dei nostri figli e dei nostri mariti, torturati dai servizi marocchini e imprigionati ingiustamente, senza prove né un processo equo”, dichiara una donna ricoperta integralmente dal nikab corvino con in mano la foto del figlio Ahmed. Sono circa mille, attualmente, i detenuti della salafiyya (etichetta con cui vengono indicati i seguaci degli imam più radicali, ndr) rinchiusi nelle celle del regno, condannati a pene considerevoli senza garanzie giuridiche in seguito alla promulgazione della legge anti-terrorismo. Nessuna inchiesta sui veri responsabili degli attentati, invece, è mai stata resa pubblica.
Youssef e i versi di Chebbi
La “marcia della dignità” si è conclusa nelle prime ore del pomeriggio, quando i manifestanti hanno lasciato l’avenue Mohammed V con lo stesso atteggiamento pacifico con cui vi erano confluiti. A nulla sono servite le provocazioni lanciate da una ventina di loyalistes, giunti sul posto allo scemare della protesta con in mano le foto di Mohammed VI. I loro timidi slogan “viva il re, noi amiamo il nostro re, abbasso i traditori”, sono stati ignorati dalla folla che ha risposto con la più totale indifferenza. Tra gli ultimi ad abbandonare il sit-in formatosi in maniera spontanea di fronte al parlamento Youssef, trentenne diplomé-chomeur (come la gran parte dei suoi coetanei), attivista nelle file dell’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH). Youssef ha appeso al collo un cartello, su cui ha ricopiato alcuni versi del poeta tunisino Abou El Kacem Chebbi dal sapore vagamente profetico: “se il popolo vuole vivere, il destino non può far altro che assecondare il suo bisogno. Le tenebre scompariranno, gli schiavi troveranno la libertà, il dispotismo verrà abbattuto e il popolo riuscirà a trionfare”. Il popolo marocchino ha “abbattuto” il muro della paura e sta dimostrando di “voler vivere”, con estrema consapevolezza e maturità. Il destino (o chi per lui) sarà in grado di “assecondare questo bisogno”?


Il 20 marzo a Rabat in immagini

"Karama, hurria, aadala ijtimaaia". Dignità, libertà, giustizia sociale, lo striscione esposto dai giovani del 20 febbraio.

La generazione Facebook.

Al momento della salat addhuhr (la seconda preghiera della giornata) alcuni dei manifestanti si rivolgono verso la Mecca.

Il movimento amazigh: "tamazight lingua ufficiale allo stesso titolo di quella araba".

"Niente immunità per Himma". L'ex consiglere del sovrano e fondatore del Partito dell'autenticità e della modernità (1° partito in Marocco) è accusato di corruzione e abuso d'ufficio.

"Sequestro dei beni dei corrotti..restituzione del denaro al popolo!".

Le donne democratiche: "vogliamo vivere con dignità".

Il corteo della salafiyya. I manifestanti espongono le foto dei detenuti e il libro sacro.

Alcune donne della salafiyya coperte dal nikab. "Dov'è mio figlio?" chiede una madre, che non ha più sue notizie dal momento in cui è stato prelevato dagli agenti dei servizi.

Il Marocco seguirà il cammino rivoluzionario intrapreso già da Tunisia ed Egitto?

(Reportage fotografico: Jacopo Granci)

sabato 19 marzo 2011

“Un’opportunità storica per tutti i democratici marocchini”

Il Marocco si prepara a vivere una nuova giornata di mobilitazione nazionale. Il Movimento 20 febbraio ha indetto manifestazioni e sit-in in tutto il territorio per domenica 20 marzo, ribattezzato “giorno della dignità”. I giovani dissidenti e le organizzazioni che lo sostengono (riunite nel Consiglio nazionale di appoggio al movimento – CNAM) hanno rifiutato le aperture fatte la settimana scorsa dal sovrano Mohammed VI, che in un discorso alla nazione aveva annunciato la designazione di una commissione per la riforma della costituzione, seguite poi dalle voci di un’imminente liberazione di alcuni detenuti politici.
“In questo momento il paese ha bisogno di risposte concrete e di cambiamenti profondi, non di annunci sensazionalistici e di risultati minimi che non intaccano la sostanza del regime”, ha dichiarato in proposito Rachid Raha, editore della rivista mensile Le monde amazigh, oltre che fondatore ed attuale vice-presidente del Congresso mondiale amazigh (il CMA ha contribuito alle sessioni della Conferenza ONU sul razzismo e le discriminazioni tenutasi a Ginevra nel 2009). Raha è uno dei portavoce più autorevoli del movimento amazigh marocchino, le cui associazioni da oltre quindici anni partecipano ai lavori del Congresso (focalizzati sulla difesa dei diritti e dell’identità dei popoli berberi) assieme ai rappresentanti delle compagini algerine, tunisine, tuareg, canarie e alle organizzazioni dei berberi della diaspora. (r)umori dal Mediterraneo l’ha incontrato nei locali della redazione di Le monde amazigh per saperne di più sul rapporto che unisce la sua organizzazione (e più in generale il movimento amazigh) ai giovani del “20 febbraio” e sulle rivendicazioni che hanno spinto i militanti amazigh e gli abitanti delle regioni a maggioranza berberofona ad aderire in massa alle mobilitazioni che hanno scosso il regno alawita nelle ultime settimane.

Rachid Raha nella redazione di Le monde amazigh

Intervista a Rachid Raha (Rabat, 16 marzo 2011)

Quale rapporto lega il movimento amazigh ai giovani del “20 febbraio”?
Il Movimento 20 febbraio è frutto, tra le altre cose, del contribuito apportato fin da subito da numerosi attivisti amazigh, sparsi in tutto il territorio nazionale, che hanno saputo cogliere l’importanza dell’iniziativa e della congiuntura storica che stiamo vivendo. Quanto al movimento berbero in sé, condivide le rivendicazioni presentate dal “20 febbraio” al cento per cento e sostiene le sue azioni, partecipando direttamente e facendo opera di sensibilizzazione attraverso i suoi canali associativi. Non è un caso se all’appello del 20 febbraio gli abitanti delle regioni berberofone (Rif, Atlante, Orientale e Souss) hanno risposto in massa. Solo ad Al Hoceima (città di riferimento degli imazighen del Rif) sono scese in strada 35 mila persone il primo giorno di mobilitazione e la città, assieme ai villaggi circostanti, è da allora in continuo fermento nonostante la repressione violenta innescata dalle autorità. In più il Congresso Mondiale Amazigh (leggi il comunicato on-line), e la rete di associazioni di cui si fa portavoce, è membro del Consiglio nazionale di appoggio al Movimento 20 febbraio (CNAM), che raccoglie ormai ottantadue organizzazioni. Una sorta di comitato dei democratici marocchini dove la componente berbera siede al fianco dei difensori dei diritti umani, degli islamici e della sinistra radicale.

Siete dunque riusciti a superare le vecchie rivalità, che durante gli ultimi due decenni hanno opposto nei campus universitari e nei dibattiti pubblici gli attivisti amazigh a quelli islamici e ai militanti della sinistra detta “nasseriana”?
Sì, per tutti noi democratici è un’opportunità storica. Siamo coscienti che la nostra unione, la nostra alleanza, potrà finalmente riuscire a cambiare un regime impostato da cinquant’anni su basi tradizionali e assolutiste. Ogni componente del movimento, quella amazigh, quella islamica e la sinistra panaraba, ha rinunciato ai particolarismi che l’avevano contraddistinta fino a questo momento, creando divisione e contrasti, per incontrarsi in un terreno comune, per riunirsi sotto un comune denominatore quale è la lotta per uno Stato democratico. Uno Stato che riconosca la sovranità popolare, che sia finalmente il prodotto della volontà dei suoi cittadini e non delle decisioni del suo “rappresentante supremo” o di una ristretta cerchia di Palazzo.
Bisogna riconoscere che queste tre tendenze sono ora al momento le vere forze di mobilitazione sociale presenti nel paese, sono la base sociale e ideologica che sta spingendo verso il cambiamento. Prendiamo il caso degli islamisti. In Marocco le forze islamiste (il riferimento è alla gioventù del PJD ma soprattutto all’associazione Giustizia e Carità non riconosciuta dal regime, ndr) sono organizzazioni dichiaratamente pacifiche, che mai hanno optato per la violenza come strategia di confronto con il regime, nonostante la politica di repressione adottata dalle autorità nei loro confronti abbia potuto incentivarli in questo senso. Non sono mai cadute in questa trappola, un dato che denota la loro maturità e la serietà delle loro posizioni, che legittima la loro implicazione nel fronte democratico e la loro partecipazione al dibattito sul Marocco del futuro.

Cosa pensa delle dichiarazioni ufficiali del regime che ha attribuito all’associazione Giustizia e Carità la responsabilità delle violenze avvenute negli ultimi giorni a Casablanca e a Khouribga*?
E’ l’ennesima trappola con cui le autorità cercano di provocare la radicalizzazione del movimento (o di una sua componente). L’obiettivo è quello di dividere il fronte democratico e allo stesso tempo giustificare la repressione violenta e brutale operata dalle forze dell’ordine. Inoltre credo che questa strategia, martirizzare gli islamisti (presenti solo in minima parte a Casablanca ed estranei agli scontri di Khouribga) sperando di far paura alla popolazione, abbia già mostrato i suoi limiti dopo gli attentati di Casablanca del 16 maggio e sia addirittura controproducente, come dimostra la recente storia algerina e il sostegno ottenuto del FIS tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Un simile atteggiamento da parte del regime mi porta a pensare che la monarchia non abbia preso troppo sul serio le dimostrazioni del 20 febbraio e quelle che seguiranno a breve, oppure che si stia già preparando allo scontro frontale. Quanto visto domenica scorsa a Casablanca contraddice in pieno lo spirito di fondo del discorso pronunciato dal re solo qualche giorno prima e reitera l’immagine di un regime che i marocchini non sono più disposti ad accettare.

Dividere l’opposizione per mantenere ben saldo il controllo. Un episodio già visto nella storia del Marocco post-indipendenza, non le pare?
Già, a questo proposito ho pubblicato un articolo nel giornale Le monde amazigh il mese scorso dal titolo “Dalla divisione nasce l’unione” (Le monde amazigh, n. 128, fevrier 2011, p. 1): “Il makhzen, sistema politico tradizionale che si maschera sotto una illusoria facciata di modernità, non ha fatto altro che perpetuare la tattica preconizzata dai romani e fatta propria dai colonizzatori francesi: dividere per regnare”, ho scritto nel mio editoriale. La monarchia, una volta imposto il suo controllo sul nuovo Stato, ha continuato la politica adottata dalla Francia durante il protettorato: ha seguito il precetto dei nostri primi conquistatori, “dividi et impera”, ha indebolito le opposizioni, dividendole, per continuare a regnare e governare. Così ha decostruito il movimento nazionale che aveva combattuto per l’indipendenza del paese, prima innescando la rottura tra nazionalisti e socialisti, poi continuando a seminare contrasti e divisioni all’interno delle due componenti, che si sono scisse in una costellazione di forze politiche miopi e rancorose, anche se ideologicamente simili, a mano a mano inglobate negli ingranaggi del potere per disinnescarne il potenziale sovversivo. Lo Stato spende capitali importanti per mantenere questa strategia, alimentando il clientelismo politico e la corruzione, invece di investirli in progetti di sviluppo o nel potenziamento dei servizi scolastici e sanitari nelle regioni marginalizzate. I giovani del “20 febbraio” si sono dimostrati più maturi e consapevoli dei vecchi militanti ed hanno saputo trascinare dietro di loro tutte le forze democratiche, che finalmente sono uscite dagli ingranaggi della strategia di regime, superando le divisioni sterili e dando vita ad un movimento di portata sicuramente rivoluzionaria. Per questo, ribadisco, siamo di fronte ad un momento storico. Ormai il confronto è aperto e ben delineato tra coloro che accettano di rimanere sottomessi, di continuare il “baciamano” e gli inchini, di sottostare a delle tradizioni medievali e coloro che aspirano ad essere dei cittadini liberi, uguali, in grado di decidere il proprio destino e di avere voce in capitolo sulla gestione delle ricchezze del paese.

La redistribuzione e la gestione partecipativa della ricchezza nazionale è una delle rivendicazioni che più accomunano gli attivisti del “20 febbraio” al movimento amazigh…
I giovani del “20 febbraio” hanno subito denunciato la corruzione e il clientelismo delle alte sfere di potere, l’impunità dei clan familiari che controllano l’economia marocchina. Noi militanti amazigh lo facevamo già da tempo, abbiamo sempre condannato la cancrena dei Fassi (un insieme di famiglie di origine arabo-andalusa insediatisi a partire dal IX secolo d. C. nella città di Fes, equiparabili alla “classe nobile” presente nelle società pre-rivoluzione industriale, ndr) che monopolizzano la rappresentanza politica e i posti chiave nella gestione del paese fin dall’indipendenza.
Gli imazighen (plurale di amazigh, ndr) sono stati spogliati delle loro risorse, sono stati privati del controllo delle ricchezze presenti nelle loro regioni, accaparrate dalle società dei clan al potere, con le quali avrebbero potuto contribuire allo sviluppo socio-economico delle loro realtà, abbandonate e dimenticate da chi ha diretto il nostro paese fino ad ora. Le faccio degli esempi: le miniere d’oro di Tafraout, le miniere di argento nel Medio Atlante, quelle di carbone a Jerada, le foreste di cedri ad Anfgou, Tounfit e Khenifra, i cui proventi finiscono nelle casse dello Stato, senza essere reinvestiti in loco, e nelle mani dei baroni con cui le amministrazioni locali (dipendenti dal Ministero dell’Interno) fanno affari. Su questo punto, la legge sul potenziamento delle regioni di cui ha parlato Mohammed VI nel suo discorso (9 marzo 2011, ndr) non apporta nessun passo in avanti e nessuna garanzia.

Se ho ben capito, lei sostiene che gli imazighen sono tuttora discriminati ed esclusi da un’elite (essenzialmente dei Fassi) che si appropria delle posizioni migliori, sia in campo politico che economico?
Si, assolutamente. L’economia nazionale deve molto al contributo dei berberi, ma questi non hanno di fatto accesso a nessun posto-chiave nelle alte rappresentanze politiche, dominate dalle famiglie Fassi (attualmente quattro ministri, tra cui il premier, ndr) e dall’élite che ruota attorno al Palazzo. Per esempio, le rimesse dei migranti costituiscono la prima risorsa delle entrate nazionali. Ora, i marocchini della diaspora provengono essenzialmente dalle regioni definite “berberofone”, dove le difficili condizioni di vita li hanno costretti a partire e cercare fortuna altrove, nelle grandi città del regno ma soprattutto all’estero. A Casablanca quasi tutte le attività commerciali, dalle piccole fino alle grandi, sono gestite da imazighen. Altro esempio all’apparenza banale, le lavanderie, le stirerie e i commerci al dettaglio della città sono in mano alle famiglie berbere immigrate dal Souss. Perfino nell’esercito e nella polizia gli imazighen non rivestono posizioni di comando, epurati dopo i colpi di Stato tentati nel 1971 e nel 1972. Tutto ciò per sottolineare la profonda anomalia che caratterizza questo paese, dove chi partecipa attivamente all’economia nazionale, chi è presente con vitalità nei settori produttivi, continua a vedersi escluso da incarichi di responsabilità, monopolizzati da una ristretta minoranza. Lo smantellamento del sistema di potere monolitico incarnato dal makhzen, al centro delle rivendicazioni del “20 febbraio”, va incontro anche a queste prerogative, essenziali perché il cambiamento sia profondo e strutturale.

Quali altre rivendicazioni, già proprie del movimento amazigh, sono presenti nella piattaforma del “20 febbraio”?
Prima di tutto la redazione di una nuova carta costituzionale, emanazione della volontà popolare e non di una concessione reale, che fornisca la base legale per l’instaurazione di una monarchia parlamentare, all’europea per intenderci, dove il sovrano regna ma non governa. Una nuova costituzione che includa il riconoscimento della lingua e della cultura amazigh come elemento imprescindibile dell’identità nazionale. Poi, come già accennato poc’anzi, la redistribuzione delle ricchezze del paese, maggiori investimenti nel settore della sanità e dell’istruzione, la fine dell’apparato di controllo centralizzato e la realizzazione di un impianto di autonomie regionali con rappresentanze elette, oltre a funzioni esecutive e legislative sul territorio di competenza.
Infine, la dissoluzione del parlamento e del governo in carica, dal momento che non sono rappresentativi del popolo marocchino in generale né di quello amazigh in particolare. Alle ultime elezioni politiche, nel 2007, ha votato solamente un quinto degli aventi diritto nonostante Mohammed VI, rappresentante supremo della nazione, capo dello Stato e del governo, comandante dei credenti e tutto il resto, avesse espressamente chiesto alla popolazione di partecipare all’appuntamento elettorale. Ma la netta maggioranza dei marocchini ha detto no, poiché non ha voluto legittimare con il suo voto un sistema politico marcio. Deve sapere che nella camera alta come in quella bassa siedono tuttora dei narcotrafficanti (di cui non posso fare i nomi), che ad ogni elezione comprano impunemente i loro consensi.

Se non sbaglio, le tre forze di mobilitazione sociale che chiamarono al boicottaggio delle elezioni nel 2007 sono le stesse che hanno sostenuto fin dall’inizio il Movimento 20 febbraio?
Esatto, il movimento amazigh, come pure l’associazione islamica Giustizia e Carità e i partiti della sinistra radicale (esclusi dal parlamento ma presenti in forza nelle università) sostennero il boicottaggio. Guarda caso stiamo parlando delle tre “anime democratiche” che adesso lottano fianco a fianco.

Qual è stata, nello specifico, la reazione del movimento amazigh al discorso del sovrano?
Il Congresso Mondiale Amazigh ha reagito al discorso del sovrano e alle sue promesse di revisione della costituzione con un comunicato ufficiale. Le nostre rivendicazioni (in generale quelle del Movimento 20 febbraio) sono rimaste nella maggior parte dei casi inascoltate. Non nego lo spirito di apertura e l’importanza del discorso in sé, ma in questo momento il paese ha bisogno di risposte concrete e di cambiamenti profondi, non di annunci sensazionalistici e di risultati minimi che non intaccano la sostanza del regime.
Entriamo nello specifico. Il discorso del 9 marzo non affronta la questione del monopolio economico perpetrato, in assenza delle minime regole di trasparenza, dall’entourage di Palazzo e dal monarca stesso. Parla di costituzionalizzazione della lingua amazigh senza chiarire quale statuto le verrà attribuito, mentre il movimento berbero è preciso su questo punto: vogliamo che il tamazight (la lingua berbera, ndr) sia riconosciuto come lingua ufficiale, la cui presenza deve essere obbligatoria nei media, nell’istruzione e nelle amministrazioni, cosicché anche le popolazioni esclusivamente berberofone possano capire il linguaggio dello Stato e di chi li governa. C’è poi la questione dei prigionieri politici, di cui si domanda l’immediata liberazione. E’ il caso dei due studenti universitari arrestati nel 2007 a Meknes e condannati per omicidio in assenza di prove e di Chakib El Khiyari, presidente dell’Associazione rifegna per i diritti umani, finito in carcere dopo aver collaborato con alcuni giornalisti stranieri e aver denunciato la complicità dei narcotrafficanti di Nador con le autorità locali e con i politici eletti.
Infine, nel discorso viene annunciata l’adozione delle raccomandazioni dell’IER, l’Istanza di equità e riconciliazione nazionale che ha esaminato le violazioni e i crimini commessi sotto Hassan II. Tuttavia, nel caso della popolazione amazigh questa riconciliazione non è mai avvenuta, dal momento che sono state omesse dal rapporto dell’IER le repressioni sanguinose operate dall’esercito nel Rif (1958-’59, al tempo Moulay Hassan – futuro Hassan II – era già Capo delle forze armate), in cui venne utilizzato il napalm contro i civili, e nel Medio Atlante (1973), dove un gruppo estrema sinistra avviò delle operazioni di guerriglia e a farne le spese fu in gran parte la popolazione locale. Questi episodi non vengono menzionati nel rapporto dell’IER, nessuna verità è stata accertata e nessuna riparazione elargita.

Quindi le parole di Mohammed VI non sono sufficienti a placare gli animi dei militanti amazigh…
No non sono sufficienti, soprattutto in un contesto come quello attuale, dove gli imazighen come la gran parte dei marocchini reclama uguaglianza e diritti veri. Se il sovrano volesse inviare un segnale forte, dovrebbe rinunciare immediatamente al baciamano e alla ba’ya, il giuramento di sottomissione da prestare al monarca. Questo rituale è lì a ricordarci che siamo sudditi e non cittadini. In ogni caso, al di là delle valutazioni ipotetiche, la gente crede a quello che vede e a quello che vive sulla propria pelle. In questo senso il messaggio lanciato a colpi di manganello domenica scorsa è molto più forte delle parole pronunciate da Mohammed VI il 9 marzo. Un motivo in più per scendere in piazza domenica prossima (20 marzo, ndr) e per mettere il regime con le spalle al muro.


* Martedì 15 marzo, alle prime luci del mattino, il sit-in allestito di fronte agli uffici dell’OCP (Office Cherifien des Phosfates) di Khouribga, l’azienda statale che si occupa dell’estrazione e del trattamento del minerale, è stato represso brutalmente dalle forze dell’ordine. I manifestanti, giovani provenienti dai villaggi circostanti (la città è situata tra la costa atlantica e il Medio Atlante), avevano predisposto l’accampamento due mesi fa, per reclamare il loro diritto ad essere assunti (la legge garantisce il 70% dei posti ai nativi della regione e ai figli dei pensionati dell’azienda). “Sono settimane che questi ragazzi stanno là, assieme alle loro famiglie, per chiedere un’assunzione legittima, che spetta di diritto agli abitanti della regione espropriati dall’OCP al tempo dell’apertura delle miniere. Stamattina sono stati attaccati con violenza, senza alcun motivo apparente, dalla polizia che ha picchiato anche le donne e i bambini presenti nel campo”, dichiarava a Lakome.com Mohamed Fekkak, responsabile dell’AMDH di Khouribga. A fine giornata, dopo che gli scontri si erano estesi a diversi quartieri della città, il bilancio ufficiale parlava di decine di feriti e di cinque persone finite in arresto.
Le autorità hanno attribuito la responsabilità delle violenze ai militanti dell’associazione islamica Giustizia e Carità, per altro completamente estranei alla vicenda. Immediata la reazione dell’organizzazione, che attraverso il suo portavoce Fathallah Arsalane ha dichiarato a Lakome: “Le accuse mosse contro il nostro movimento, a Casablanca come a Khouribga, dimostrano il fallimento dello Stato nella risoluzione dei problemi dei cittadini”. Arsalane ha liquidato queste insinuazioni come “irresponsabili” e ha ricordato che Ben Ali e Mubarak avevano agito nella stessa maniera, per seminare la paura tra la popolazione e distoglierla dai problemi reali. “Tutti sanno che il nostro movimento è contro la violenza. Le accuse delle autorità servono solo a giustificare la repressione. Dal 20 febbraio partecipiamo alle manifestazioni al fianco di tutte le forze popolari e politiche che hanno aderito alle rivendicazioni. Non siamo che una piccola parte di un grande popolo che domanda giustizia e dignità”, ha concluso il dirigente islamista.
Secondo alcune indiscrezioni circolate in rete, il sit-in dei giovani disoccupati di Khouribga sarebbe stato attaccato dagli agenti, giunti in massa durante la notte tra lunedì e martedì scorso, per sgomberare l’assembramento dei “mendicanti” in vista del passaggio della principessa Mina, chiamata a presenziare l’inaugurazione di una manifestazione equestre nella zona.

venerdì 18 marzo 2011

Breve saggio sulla storia del movimento amazigh in Marocco

Che cos’è il movimento amazigh? Meglio ancora, chi sono gli imazighen (plurale di amazigh)? Domande a cui è necessario fornire una risposta chiara e immediata, visto il peso e la visibilità che tale movimento ha assunto nella mobilitazione seguita al “20 febbraio” in tutto il territorio marocchino.
Con il termine imazighen (amazigh in lingua berbera significa “uomo libero”) si definiscono quelle popolazioni presenti nella regione nordafricana (essenzialmente maghrebina) volgarmente conosciute con il nome di “berberi”, prima dell’arrivo degli arabi in espansione dalla regione del Golfo persico. Nonostante la conquista, l’assoggettamento, i tentativi di “arabizzazione” e la conversione alla religione islamica, le tribù berbere hanno conservato per secoli l’attaccamento alle loro tradizioni, ai loro costumi, oltre che alla loro lingua, e un forte radicamento nei territori di appartenenza. Territori che, dopo l’indipendenza raggiunta dal Marocco e dall’Algeria (i due Stati maghrebini in cui la componente amazigh è più consistente), sono stati lasciati ai margini dello sviluppo sociale e industriale, mentre ogni riferimento alla berberità veniva escluso dagli impianti identitari (memoria storica collettiva, riconoscimento linguistico e culturale) in costruzione nei due paesi.
Questa esclusione, sia geografica che identitaria, ha portato alla genesi e poi al consolidamento dei movimenti berberi nei due paesi (tralascio in questa sede l’analisi delle affinità e delle diversità dei due casi), le cui rivendicazioni hanno assunto sempre più consistenza e visibilità negli ultimi decenni (dagli anni ottanta nel caso algerino e dagli anni novanta nel regno alawita). Di seguito un rapido escursus sulla storia e le caratteristiche del Movimento amazigh marocchino.

La bandiera amazigh: il giallo rappresenta i berberi del deserto, il verde quelli di montagna, il blu i berberi delle Canarie e della diaspora. In rosso lo "zed amazigh", simbolo dell'uomo libero.

In Marocco il movimento amazigh ha conosciuto in questi ultimi anni un processo di ringiovanimento e di espansione della sua base sociale. La sua presenza ha oltrepassato i campus universitari (Meknès, Agadir, Marrakech, Errachidia) e i circoli della borghesia berbera urbana, insediatasi nelle grandi città del regno durante le prime migrazioni interne nel primo decennio del dopo indipendenza, fino ad arrivare alle regioni povere del “Marocco profondo”. Il movimento si caratterizza per il vasto numero di associazioni (nazionali, regionali e locali) che lo compongono, per il suo radicamento nell’insieme del territorio nazionale e per la sua presenza, consolidata negli ultimi dieci anni, nel dibattito politico ufficiale (grazie alla visibilità assunta dagli intellettuali e dagli accademici che ne fanno parte) su questioni ben definite (la laicità dello stato, l’autonomia regionale, la revisione della costituzione, i diritti dell’uomo e l’identità nazionale).

La “question amazigh” appare nel dibattito politico ufficiale marocchino, solo nella prima metà degli anni novanta. Il defunto re Hassan II propone per la prima volta il 20 agosto 1994 l’insegnamento nelle scuole elementari dei tre “dialetti marocchini”, intendendo con questa espressione le tre varianti regionali della lingua amazigh (tarifit, tamazigh e tachelhit), e lasciando in ogni caso all’arabo il posto di “lingua madre del paese”. Prima di questa data, il riconoscimento di una cultura e di una lingua berbera all’interno del regno alawita era un argomento tabù. Lo Stato marocchino indipendente ha costruito la propria identità nazionale sull’omologazione culturale e sulla supposta uniformità arabo-musulmana del suo popolo. Raggiunta l’indipendenza (1956) la leadership politica (monarchia e quadri dirigenti del movimento nazionalista), temendo che l’eterogeneità etnica e linguistica potesse dividere e destabilizzare i nascenti apparati di potere, ne assicurò la completa emarginazione, uniformando il panorama linguistico e culturale (identitario) nazionale.
Tuttavia, è sempre esistito un diffuso attivismo berbero sia nelle grandi città del regno (in particolar modo Casablanca e Rabat) sia nelle regioni montuose dell’interno (Rif, Medio Atlante e Suss) quasi integralmente berberofone. Il primo sintomo di tale attivismo risale al 1967, con la creazione dell’Association marocaine des recherches et d’échanges culturels (AMREC). Come afferma la ricercatrice Laura Feliu, “la creazione di una associazione che riconoscesse in maniera esplicita la sua adesione alla berberità era al tempo impensabile, per cui i termini «amazigh» o «berbero» non furono inseriti nella sua denominazione”. L’AMREC, di stanza a Rabat ma estesa con sezioni locali a gran parte del territorio nazionale, è un’organizzazione tuttora esistente composta essenzialmente da insegnanti e studenti berberi interessati al recupero della tradizione letteraria orale amazigh. L’attività dell’associazione, di stampo pressoché accademico, si è concentrata principalmente sulla “riscrittura della storia nazionale” e sugli studi linguistici.
Con il passare degli anni e la nascita di organizzazioni berbere via via più radicali, molti militanti hanno abbandonato l’AMREC, che ha assunto una connotazione sempre più moderata e conciliante rispetto alle posizioni del regime. Tra i fuoriusciti più noti vi è il letterato Ali Sidqi Azaykou che, lasciata l’AMREC nel 1975, ha contribuito alla fondazione dell’Association culturelle amazighe (ACA). Tra i membri dell’associazione figuravano personalità strettamente legate alla monarchia (come Mohamed Chafik, direttore del Collège Royal ed insegnante dell’attuale sovrano Mohammed VI), fatto questo che assicurava all’ACA, almeno all’inizio, notevoli mezzi di sostentamento, pur in assenza del riconoscimento ufficiale delle autorità, e la possibilità di includere il termine «amazigh» nella sua denominazione senza incorrere in azioni repressive. In realtà, dopo appena due anni di vita, l’associazione fu costretta alla chiusura. A determinarne l’epilogo, un articolo pubblicato da Azaykou sulla rivista Amazigh, organo della stessa ACA. Il poeta, che aveva proposto una rilettura della storia nazionale in chiave berbera, fu incarcerato per un anno ed il giornale messo al bando.


Durante gli anni settanta e ottanta le associazioni berbere, a carattere locale (specie nella regione del Rif e nel sud-est del paese) e strettamente culturale, sono pian piano aumentate. La seconda organizzazione amazigh ad installarsi su scala nazionale è l’Association nouvelle pour la culture et les arts populaires (ANCAP), nata a Rabat nel 1987. Tra i fondatori dell’ANCAP, oggi conosciuta con l’acronimo amazigh Tamaynout (denominazione utilizzata ufficialmente solo dal 1995), ci sono ex-membri dell’AMREC e militanti dell’opposizione marxista, provenienti nella maggior parte dei casi dalla regione del Suss. L’organizzazione, oltre alla promozione della cultura amazigh sul territorio nazionale, si è concentrata sulle evoluzioni della giurisprudenza internazionale, seguite alla Dichiarazione ONU sui diritti delle minoranze etnico, religiose, linguistiche (1992). Il presidente dell’associazione, l’avvocato Hassan Id Belkassim, si è visto riconoscere lo status di osservatore dalla Commissione ONU per i diritti umani con sede a Ginevra.
Con l’inizio degli anni novanta e la fine degli “anni di piombo”, segnali di apertura da parte dello Stato sembrano garantire una maggiore libertà politica ed un sensibile progresso nel rispetto dei diritti umani. In questo momento il movimento amazigh decide di promuovere apertamente le proprie rivendicazioni. Le principali associazioni emergono dalla condizione di marginalità e semi-clandestinità impostagli dal regime nei due decenni precedenti. Si coordinano e producono il primo manifesto unitario e programmatico del movimento, la Charte de la langue et de la culture amazighe, conosciuta come Carta di Agadir. E’ la prima volta che, in un documento ufficiale, compare il termine “amazigh”. La Carta viene presentata all’Université d’Eté de Agadir , nell’agosto del 1991, ed è sottoscritta da sei associazioni (AMREC, Tamaynout, Association Université d’Eté de Agadir, Association culturelle Gheris - attuale Tilleli, Association Ilm Ass, Association culturelle du Souss). Le rivendicazioni avanzate per la prima volta pubblicamente dal movimento berbero si possono sintetizzare in cinque punti: riconoscimento costituzionale della lingua amazigh; creazione di un istituto nazionale amazigh per lo studio e la ricerca storica, culturale e linguistica; introduzione della lingua amazigh nel sistema di istruzione nazionale; inclusione della lingua e della cultura berbera tra le linee guida della ricerca promosse dalle università e dagli istituti nazionali; utilizzo della lingua amazigh nei mass-media.


Il movimento acquisisce forza in questi anni e aumentano le dimostrazioni pubbliche. Nel 1994 un gruppo di studenti berberi manifesta all’interno dell’Università di Fès, innescando la reazione violenta dei colleghi aderenti ad organizzazioni islamiche. Nello stesso anno, durante le manifestazioni del 1° maggio a Goulmima (città situata alle falde orientali del Medio Atlante), sette attivisti dell’associazione amazigh Tilleli vengono arrestati per aver sfilato in strada con striscioni e manifesti scritti in tifnagh (alfabeto berbero). Il gruppo, accusato di aver attentato alla sicurezza dello Stato e alla costituzione, è condannato a cinque anni di carcere.
Pochi mesi dopo, mentre la mobilitazione all’interno del movimento si intensifica, Hassan II riconosce per la prima volta pubblicamente l’esistenza di una “questione berbera” in Marocco, con il già ricordato discorso del 20 agosto 1994, pronunciato in occasione della Festa della rivoluzione del re e del popolo. Ma alle promesse del sovrano, che sembravano raccogliere almeno parte delle rivendicazioni sancite dalla Carta di Agadir (l’insegnamento della lingua berbera, a cui Hassan II attribuisce, non a caso, lo statuto di “dialetti marocchini”), non fa seguito nessun riconoscimento concreto.
La fine degli anni novanta segna in realtà un periodo di stallo per la compagine berbera, sia per l’assenza di risposte da parte del governo sia per le divisioni interne. Viene meno lo spirito unitario che aveva fatto uscire allo scoperto il movimento. Le associazioni amazigh si moltiplicano, come del resto le fratture e le divergenze tra queste. Le due organizzazioni di riferimento, l’AMREC e Tamaynout, ormai perseguono obiettivi distinti: la prima, più moderata, vuole il dialogo con il regime e per questo tenta di prendere le distanze dal movimento; la seconda, più attenta alle rivendicazioni provenienti dalla base e alle condizioni socio-economiche delle popolazioni berbere che vivono nelle regioni interne (in gran parte povere e sottosviluppate), sceglie un terreno di scontro prettamente politico (non più esclusivamente culturale) con le autorità, forte anche del sostegno delle associazioni radicali fiorite nel Rif.
Allo stesso tempo, però, la successione al trono suscita nuove speranze di cambiamento nella gestione monarchica della “questione amazigh”. La morte di Hassan II nel 1999 e l’arrivo al trono di Mohammed VI sembra aprire le porte ad una accelerazione della politica berbera del regime. Il nuovo re annuncia che la berberità del Marocco sarà una delle cinque priorità (oltre alla revisione dello statuto della donna, la riforma costituzionale, la riparazione per le vittime degli “anni di piombo” e la chiusura del “dossier Sahara”) su cui concentrerà la sua azione di governo. La congiuntura politica è favorevole e il movimento capisce che è necessario superare le divisioni interne (e i contrasti tra le associazioni) per ridare forza al dibattito, ormai aperto e a carattere nazionale, sul riconoscimento della berberità e per meglio sostenere le proprie rivendicazioni di fronte alle istituzioni.


La prova del ritrovato dinamismo del movimento è la redazione del Manifeste amazigh, una nuova piattaforma programmatica e unitaria che accoglie, oltre alle note rivendicazioni linguistiche e culturali, istanze prettamente sociali e politiche maturate all’interno del variegato movimento berbero nel corso dell’ultimo decennio. Il Manifesto è redatto nel marzo del 2000 da una delle massime personalità del panorama intellettuale amazigh, Mohamed Chafik, ed è sottoscritto da 229 militanti, provenienti non soltanto dal contesto associativo. Secondo Ahmed Assid, intellettuale e filosofo berbero (firmatario del Manifesto) a lungo membro dell’AMREC, “in questa fase le associazioni, che avevano determinato la crisi del movimento alla fine degli anni novanta, passano in secondo piano e lasciano il posto ai singoli attivisti, ad individui svincolati dalle appartenenze politiche e associative e dal perseguimento di interessi particolaristici”.
Il Manifesto segna ufficialmente il passaggio del movimento berbero marocchino da una rivendicazione strettamente linguistica e culturale ad una più ampia rivendicazione politica e sociale. Il suo contenuto, che richiama nel preambolo la necessità di una revisione del concetto di identità nazionale, può essere riassunto in nove punti: la “questione amazigh” deve essere posta al centro di un dibattito politico nazionale aperto, rivolto a tutte le componenti politiche e sociali del paese; la lingua amazigh deve essere inclusa nella costituzione e riconosciuta come lingua ufficiale; le regioni berbere devono poter beneficiare di importanti programmi di sviluppo socio-economico; l’insegnamento obbligatorio della lingua amazigh e la creazione di un istituto nazionale per la standardizzazione della lingua stessa; la revisione dei programmi e dei manuali scolastici, con il conseguente riconoscimento del ruolo rivestito dai berberi nella costruzione di un’identità veramente nazionale; l’adozione della lingua amazigh nei media e nell’amministrazione; la possibilità di assegnare nomi berberi ai nuovi nati e ai luoghi simbolo della memoria collettiva berbera; che siano stanziati fondi per il sostegno all’arte e al patrimonio tradizionale berbero; il riconoscimento della pubblica utilità delle associazioni amazigh, affinché queste possano beneficiare del finanziamento pubblico previsto dalla legge.
Dopo la pubblicazione del Manifesto, in attesa di una risposta da parte del sovrano e delle istituzioni politiche, il movimento, forte di una ritrovata unità ed energia, lancia una campagna di promozione del documento, durante la quale il Manifesto raggiunge un milione di firmatari. A Bouznika (Rabat) si riunisce nel luglio 2000 il Comité National du Manifeste amazigh , incaricato di diffondere il testo in tutto il territorio nazionale. Nei giorni del congresso viene proposta per la prima volta l’idea della creazione di un partito politico amazigh. Tuttavia, la seconda riunione del Comitato, prevista a Bouznika nel luglio 2001, non è autorizzata dalle autorità, “spaventate dalla minaccia etnicista e separatista che l’evento avrebbe assunto” .

Manifestazioni a Tinghrir (Alto Atlante orientale) nel dicembre 2010

Mohammed VI, che fino a quel momento non aveva fornito alcuna risposta ufficiale all’invio del Manifesto, considera l’aumento della partecipazione all’interno del movimento amazigh come una minaccia sempre più concreta alla stabilità del regno. Bisogna ricordare inoltre che nel 2000 l’Algeria è sconvolta da una rivolta in Cabilia, passata alla storia come “primavera nera” per l’efferatezza con cui è stata repressa. Come afferma Laura Feliu, “per Mohammed VI era arrivato il momento di prendere la situazione in mano; serviva l’attuazione di una vera e concreta politica berbera, per evitare la radicalizzazione del movimento e la possibile ripetizione dello scenario algerino, oltre che per arginare la deriva politica dei militanti amazigh marocchini” .
La risposta del re arriva con il discorso del trono pronunciato il 20 luglio 2001, una svolta che segna di fatto l’appropriazione e l’istituzionalizzazione della “questione amazigh” da parte del regime. Mohammed VI offre per la prima volta una visione positiva dell’apporto berbero alla cultura nazionale e parla di identità nazionale plurale. Nel suo discorso il sovrano annuncia anche la creazione dell’IRCAM (Institut royal pour la culture amazigh au Maroc), poi confermata dal dahir (decreto reale) del 17 ottobre 2001, presentato in occasione del discorso di Ajdir. Il re conferma la volontà di “consolidare i pilastri sui quali riposa la nostra identità ancestrale e dare un nuovo impulso alla nostra cultura amazigh (…) per darle i mezzi e la forza necessaria a conservarsi e svilupparsi”. L’IRCAM si vede assegnato “il compito di assicurare, accanto ai dipartimenti ministeriali competenti, la preparazione e l’accompagnamento del processo di integrazione dell’amazigh nel sistema di insegnamento nazionale”.
L’insegnamento della lingua berbera, cominciato nel 2004 nelle scuole elementari, apre certamente nuove prospettive per la diffusione e il riconoscimento della cultura amazigh all’interno del paese. Ma tale riconoscimento presuppone, come ha spiegato il sovrano nel suo discorso in occasione della nomina del consiglio di amministrazione dell’IRCAM (27 giugno 2002), che “la berberità non debba essere messa al servizio di interessi politici”. In altre parole, attraverso la creazione dell’IRCAM Mohammed VI ha dato una risposta prettamente culturale alle rivendicazioni presentate dal movimento amazigh, rivendicazioni divenute sempre più politiche e sociali. Se la monarchia considera a questo punto concluso il suo compito per la risoluzione della “questione berbera”, parte degli attivisti, degli intellettuali e delle associazioni berbere non sembrano essere dello stesso avviso. Per la maggioranza dei militanti, l’IRCAM è un’istituzione monarchica creata al solo fine di strumentalizzare e neutralizzare le azioni del movimento berbero marocchino. Secondo lo storico Pierre Vermeren, “la fonte principale dello scontento resta la povertà e la marginalizzazione economica delle regioni in cui vivono le popolazioni berbere, ancora sprovviste di scuole, infrastrutture, ospedali e centri industriali di rilievo”.
Altra questione rimasta in sospeso dal 2001 è la creazione di un partito amazigh. Dopo il rifiuto di numerose domande di autorizzazione, un Partito democratico amazigh marocchino (PDAM) è stato creato dall’avvocato Ahmed D’ghirni alla vigilia delle elezioni legislative del settembre 2007. Tuttavia il ministro dell’Interno ha impedito la sua partecipazione alla competizione elettorale, denunciando il partito di fronte al tribunale amministrativo di Rabat e ottenendo la sua dissoluzione per “etnicismo” nell’aprile 2008.
Sebbene il “fronte berbero” sia uscito frammentato dalla creazione dell’IRCAM e dalla nomina dei suoi effettivi (altra conseguenza prevista dalla strategia del monarca), gli eventi e l’attivismo mostrato negli ultimi dieci anni (le manifestazioni in seguito agli attentati di Casablanca nel 2003, le rivolte nei villaggi del Rif e del Medio Atlante scoppiate tra il 2007 e il 2010) costituiscono una testimonianza concreta della nuova dimensione politica assunta dal movimento amazigh.

Bibliografia di riferimento
CHAFIK M., Le Manifeste amazigh, (2000), pubblicazione a cura dell’Association culturelle Asidd, Meknès.
DE POLI B., “Processi di costruzione etnica e identitaria: il caso dei Berberi”, in Integrazione, assimilazione, esclusione e reazione etnica, vol. IV, (sous la direction de) G. GIRAUDO et A. PAVAN, Ed. ScriptaWeb, Napoli, 2008, pp. 173-216.
VERMEREN P., Le Maroc de Mohammed VI, Ed. La Découverte, Paris, 2009.
FELIU L., “Le Mouvement culturel amazigh au Maroc”, L’Année du Maghreb, 2004, CNRS Editions, pp. 273-285.
KRATOCHWIL G., “Les associations culturelles amazighes au Maroc. Bilan et perspectives”, Prologues, 1999, n.17, pp. 38-44.
Intervista ad Ahmed Assid realizzata da Jacopo Granci, Rabat 26/07/2010.