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martedì 22 novembre 2011

Marocco: campagna elettorale per le legislative (anticipate)

A due settimane dal voto per il rinnovo della Chambre des representants e la formazione del nuovo governo, sabato 12 novembre è iniziata in Marocco la campagna elettorale, che si protrarrà fino alla mezzanotte di giovedì 24, vigilia dell’appuntamento con le urne.


Circa 13 milioni di marocchini saranno chiamati ad esprimersi, venerdì 25 novembre, sulla composizione della camera bassa del Parlamento, mentre la votazione – non ancora stabilita – dei 120 membri della camera alta (Chambre des conseillers), sarà riservata agli eletti delle comunità locali, ai rappresentanti delle organizzazioni professionali e dei sindacati. Per le autorità di Rabat le elezioni legislative anticipate rappresentano il secondo passo, dopo l’approvazione della Costituzione (con il referendum del 1° luglio scorso) voluta dal sovrano Mohammed VI, nella “nuova era democratica” del regno alawita.
Il Movimento 20 febbraio e gli altri protagonisti della contestazione, invece, lamentano l’inutilità della consultazione – “dal momento che la nuova carta non garantisce il passaggio dall’autoritarismo monarchico ad un effettivo regime parlamentare” – e la scarsa credibilità dei partiti politici, considerati nella maggior parte dei casi delle “elite prive di identità e di valori”. I giovani dissidenti hanno promosso un fronte del rifiuto, a cui si sono aggregate tre piccole formazioni della sinistra radicale (Parti socialiste unfié – PSU, Parti de l’avant-garde démocratique et socialiste – PADS, La voie démocratique – Annahj), l’associazione islamica al-‘Adl wa al-ihsan (“Giustizia e carità”) e parte delle organizzazioni del movimento amazigh (berbero), che hanno chiamato al boicottaggio delle urne.

lunedì 7 novembre 2011

Ennahda: le ragioni di un successo

La vittoria di Ennahda alle elezioni del 23 ottobre, quando i tunisini sono andati al voto per la formazione dell’Assemblea costituente, era considerata acquisita fin dalla vigilia della consultazione. Tuttavia, in pochi immaginavano un’affermazione così netta del partito islamico, che ha ottenuto il 40,5% dei suffragi e il 41,5% dei seggi a disposizione (90 su un totale di 217). Il dato è ancor più significativo se si considera che il secondo partito (il Congrès pour la republique) ne ha conquistati solo un terzo (30 seggi), mentre 23 sono quelli assegnati ai rappresentanti dello schieramento “laico e progressista”. Quali sono le ragioni di un simile successo?


sabato 29 ottobre 2011

Tunisia al voto, i risultati dell’assemblea costituente e le prime reazioni

Nella conferenza stampa tenuta la sera del 27 ottobre, l’Instance supérieure indépendante pour les élections (ISIE) ha comunicato i risultati globali (ancora provvisori) delle elezioni per l’assemblea costituente tunisina. I dati pubblicati dall’ISIE confermano il largo successo del partito islamico Ennahda, già anticipato dallo scrutinio delle prime circoscrizioni, e la sconfitta del blocco laico guidato dal PDP di Najib Chebbi e dal PDM. Intanto, sembra scongiurato il pericolo di un “sabotaggio” del partito al-Aridha (quarta forza per numero di seggi), dopo che il suo fondatore aveva annunciato la diserzione di tutti gli eletti in risposta all’annullamento di alcune liste per irregolarità.

(Foto Jacopo Granci)

venerdì 28 ottobre 2011

Tunisia: “il vero pericolo non sono gli islamisti, ma il vecchio sistema che cerca di riprodursi”

A dieci mesi dalla caduta di Ben Ali e a poche ore dall’apertura dei seggi per l’elezione dell’assemblea costituente, la libertà di stampa e l’indipendenza dei media non sembrano ancora annoverate tra le conquiste della Tunisia post-rivoluzione. Un nuovo codice restrittivo è in corso di approvazione mentre le figure compromesse con il vecchio regime restano alla guida dei mezzi di informazione. Il punto di vista di Sihem Bensedrine.

Una vita trascorsa in prima linea, per la difesa della libertà di espressione e la denuncia delle violazioni perpetrate dal regime Ben Ali. La giornalista Sihem Bensedrine, militante della Ligue tunisienne des droits humains negli anni ottanta e fondatrice nel 1998 del Conseil National pour les libertés (subito nel mirino dall’ex dittatore), ha lanciato nel 2000 il giornale indipendente Kalima. La pubblicazione non ha mai ottenuto l’autorizzazione delle autorità e Sihem è finita in carcere pochi mesi dopo con l’accusa di “turbamento all’ordine pubblico”.
Nel 2004 Kalima rinasce come giornale on-line e poi, nel 2008, si trasforma in una radio web, ma in entrambi i casi viene censurata dal governo di Cartagine. Dopo il 14 gennaio Radio Kalima, divenuta un punto di riferimento per l’informazione alternativa nel paese, ha presentato domanda alle autorità provvisorie per ottenere l’assegnazione di una frequenza fm. L’emittente tuttavia aspetta ancora il passaggio in antenna…



Moncef Marzouki, ora una Tunisia moderna e rispettosa dell’identità islamica

Continua l’attesa per i risultati definitivi dell’elezione costituente. Intanto si conferma la larga affermazione del partito islamico Ennahda, che ha conquistato 68 dei 169 seggi all’assemblea assegnati fino a questo momento (su un totale di 217). Tuttavia, una delle maggiori sorprese riservate dalle urne tunisine è il successo ottenuto dal Congrès pour la republique (CPR) di Moncef Marzouki (secondo partito con 23 seggi provvisori).


Marzouki, presidente della Ligue tunisienne des droits humains dal 1989 al 1992 (anno della dissoluzione temporanea imposta da Ben Ali), ha fondato il CPR nel 2001. Il partito, non riconosciuto dalle autorità, ha accolto tra le sue fila storici oppositori alle dittature di Bourghiba e di Ben Ali di diverso orientamento politico e numerosi attivisti per i diritti umani. Presidente del Congrès pour la republique, Moncef Marzouki è rimasto in esilio fino al 14 gennaio 2011.

lunedì 24 ottobre 2011

Tunisia: la speranza del voto e le ferite del passato

Tunisi, le dieci del mattino di un giorno storico. Il giorno delle prime elezioni libere dopo cinquantaquattro anni di dittatura e di plebisciti dall’esito scontato. Nella avenue Habib Bourghiba il via vai è frenetico. Alcune auto espongono la bandiera del paese e suonano il clacson per celebrare quella che si annuncia come una giornata di festa nazionale.
Per la maggior parte dei tunisini, infatti, il 23 ottobre 2011 rappresenta la seconda vittoria, dopo il 14 gennaio, di un popolo pronto a difendere con coraggio e determinazione le prerogative della rivoluzione. Una rivoluzione che attendere di raccogliere i suoi frutti dopo la designazione dei 217 membri dell’assemblea costituente, a cui competono oltre cento partiti politici e circa settecento liste indipendenti. Spetterà all’assemblea, legittima espressione della volontà popolare, nominare il nuovo governo, gettare le fondamenta della Tunisia democratica e scardinare gli ingranaggi di un regime autoritario, che i vari governi provvisori hanno preferito (o forse dovuto?) ignorare.


Superata l’imponente porte de France, i vicoli della medina sono insolitamente silenziosi e deserti. Chiusi i negozi del suq, i muri bianchi e azzurri del centro storico restituiscono agli occhi del passante i manifesti elettorali e le foto dei candidati, rimasti nascosti dalle merci ammassate in ogni angolo durante la settimana lavorativa. Le botteghe non apriranno fino al tardo pomeriggio, quando le code ai seggi saranno smaltite e gli abitanti della città vecchia torneranno alle proprie attività, in attesa dei primi risultati resi noti, forse, durante la notte.

giovedì 13 ottobre 2011

La protesta degli imam

Dopo un fine settimana segnato dalle manifestazioni del Movimento 20 febbraio e dall’assalto dei sostenitori del sovrano alla redazione del quotidiano Akhbar al-Youm, accusato di offrire troppo spazio agli oppositori, lunedì scorso sono stati gli imam a scendere in strada per esprimere il loro dissenso nei confronti delle autorità di Rabat.


“Gli imam delle moschee reclamano libertà, dignità e il pieno godimento dei propri diritti”, è questo lo slogan della manifestazione a cui lunedì scorso hanno preso parte circa un centinaio di imam, arrivati nel centro della capitale da tutte le regioni del paese. Hanno sfilato pacificamente lungo boulevard Mohammed V, di fronte al Parlamento, e si sono raccolti in preghiera nei giardini del viale a pochi passi dalla stazione centrale, prima di venire dispersi dalle cariche della polizia. Ma la loro protesta, pur di dimensioni ridotte, non è passata inosservata.

martedì 23 agosto 2011

Younes Zarli, storia di un’ingiustizia

Seduta su una panchina di via Garibaldi, in un afoso pomeriggio bergamasco, Jessica racconta la sua storia con pazienza e precisione. I pochi passanti, decisi a sfidare il sole d’agosto nelle strade del centro lombardo, non nascondono la loro curiosità di fronte all’hijab azzurro che ricopre i capelli della ventitreenne. Convertita all’islam nel 2005, Jessica Zanchi ha fatto il suo ingresso nella Umma musulmana con il nome di Maryam. “Fin da piccola ero attratta da questa religione e dalle sue pratiche. Quando avevo sette anni era venuta a vivere vicino a me, ad Alzano Lombardo, una famiglia maghrebina. Io passavo tanto tempo in casa loro, ero affascinata dall’ospitalità, dai rituali e dalla passione con cui vivevano la loro fede. La mia conversione è avvenuta dopo che ho conosciuto Younes, ma di certo non è stato lui ad obbligarmi. Era una mia convinzione già prima di incontrarlo. Del resto non mi ha mai costretta a portare il velo e non ha voluto nemmeno insegnarmi a fare la preghiera. Ho dovuto imparare da sola”.
Younes Zarli
Quella di Jessica è anche la storia di Younes Zarli, trentenne marocchino con cui è sposata dal 2007, e del loro figlio Adam. E’ la storia di un’ingiustizia, che da sei anni priva la coppia di una vita normale, a cui invece avrebbe diritto. Un’ingiustizia di cui le autorità italiane sono responsabili almeno quanto i pari grado di Rabat.

“Terrorista” con il visto
Younes entra in Italia nel 1997, con regolare permesso di soggiorno. Quando arriva assieme ai suoi fratelli è ancora minorenne. Con la Boxe Bergamo diventa campione italiano di kickboxing e vice-campione mondiale della stessa specialità. Una sera del 2003, il ragazzo originario di Casablanca e Jessica si conoscono in discoteca. Dopo due anni di fidanzamento, il 3 dicembre 2005, Younes viene prelevato dalla Digos. Per lui è già pronto il decreto di espulsione (legge Pisanu), firmato dal ministro dell’Interno, per motivi di sicurezza nazionale.
“Un consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell’integralismo islamico”, è la formula utilizzata dalla questura, sempre identica, per motivare l’allontanamento coatto dal territorio nazionale di un “sospetto”, senza ricorrere in giustizia né garantire il diritto alla difesa (vedi il caso di Ahmed Errahmouni). A Younes non sono contestati reati specifici. La sua colpa? Essere il fratello di Salah Zarli, arrestato nel 2002 e condannato a morte in Marocco (che ha aderito alla moratoria della pena capitale) per coinvolgimento in attività terroristiche. La condanna, tuttavia, è avvenuta dopo gli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca, quando Salah – attualmente in stato di detenzione – si trovava già in carcere.
Quanto successo nel regno alawita dopo il 16 maggio 2003, come testimoniano i rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch, resta una delle pagine più nere che il paese ha conosciuto dalla fine degli “anni di piombo” e dalla morte del vecchio re Hassan II. Le autorità hanno iniziato una vera e propria “caccia all’islamista”, che ha portato a centinaia di sparizioni, torture sui sospetti e arresti arbitrari, trasformati rapidamente in verdetti decennali.